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Il vuoto

"PUNTO E A CAPO" Racconto Fantascienza / Cyberpunk / Steampunk

di Jack Scanner

pubblicato il 2019-10-05 05:42:23


   Sono sempre stato un tipo scherzoso e chi mi conosce non mette in dubbio questa cosa, né mai lo farà. Mi piace scherzare con i miei amici ma ciò non vuol dire che sono un pagliaccio o roba del genere. Non sono stupido e so distinguere le situazione e quando c’è bisogno di uno scherzo.

   Una sera di ottobre ero uscito con alcuni amici, ed io e Marty stavamo facendo delle piccole scommesse.

   <<Credo che non sei in grado di fare una cosa>>, mi disse. Il suo volto era serio ma sapevo già che era una finta serietà per provocarmi.

   <<Non ti ho mai visto così serio, Marty>>, risi.

   <<Saresti capace a dormire sotto il letto per tutta la notte?>>

   Restai un po’ interdetto e nel mio silenzio sentii tutta la confusione del locale della nostra piccola ma efficiente città. Mi sentii anche provocato e stavolta il mio amico faceva sul serio.

   <<Certo, che ci vuole>>, risposi sfidandolo.

   <<So che non mi imbroglieresti mai perciò non ti dico di riprendere tutto con il cellulare. Mi basta la tua parola d’onore. Ti darò 50 dollari se ci riuscirai.>>

   Rimasi a guardarlo. <<Facciamo 100.>>

   Stavolta fu lui a guardarmi con la bocca mezza aperta. Finì di bere il suo cocktail. <<Okay.>>

   Ci stringemmo la mano per stipulare una specie di accordo nostro segreto, poi proseguimmo la serata.

   Quando fui in macchina, pensai a tutto. In realtà Marty voleva proprio sconfiggermi. Sapeva benissimo (così come lo sapeva il sottoscritto), che soffrivo di claustrofobia. Questa malattia era ad un livello sopportabile, però ficcarsi sotto un letto non era una cosa semplice.

   Guidai con calma, ma era solo una calma apparente. Non smettevo mai di tamburellare sul volante con le dita. Gli altri non hanno sentito nulla, pensai un po’ intristito. Be’, a che cosa sarebbe servito? Gli applausi me li dovevo ancora meritare e forse l’indomani mattina sarebbero arrivati.

   A casa passai la scopa sotto il letto e devo dire la verità, tolsi un bel po’ di sporco e polvere. Era per questo che dovevo fidanzarmi: per avere casa più pulita. Anche. Certo, un fidanzamento era il massimo che si potesse avere e non serviva solo per restare in un ambiente pulito.

   Devo dire che alle undici mi ficcai sotto il letto, con la rete che distava dal mio naso e dalla mia bocca a soli cinque centimetri, credo. Annuii imbarazzato ma dovevo guadagnarmi quei 100 dollari nonché gli applausi e la parola data. Era molto importante per me, benché fosse una cosa scherzosa.

   Alle undici e un quarto cominciai a respirare rauco e la mia fobia si stava sviluppando come potrebbe allargarsi una macchia d’olio sul pavimento. Cercai di restare calmo poi scoprii che dovevo solo chiudere gli occhi.

   Così feci e dormii.

   Non so a che ora mi risvegliai, almeno non all’inizio.

   Avevo la testa dura come il pavimento e solo allora, cioè di mattina, mi venne in mente che mi ero dimenticato di mettermi il cuscino. Marty sarà contento che sto male, pensai. Naturalmente scherzavo, così come aveva fatto lui.

   Aprii gli occhi e vidi la rete tutta impolverata. Devo dire che subito al risveglio mi ricordai della scommessa e sentii un forte bisogno di urlare per la gioia di aver vinto il gioco.

   Emisi uno strano verso, poi, con molta lentezza, cercai di strisciare a destra per uscire. Sentivo freddo naturalmente, e anche in questo caso, mi ricordai solo ora di non essermi coperto. Certo, ero vestito, ma sentivo freddo ugualmente.

   Riuscii dopo alcuni sforzi, ad uscire da sotto il letto e a mettermi in piedi. Vedere il materasso mi fece sperare che sarei arrivato a sera per sdraiarmi comodamente lì sopra. Intanto però dovevo prendermi i 100 dollari del mio amico.

   <<Sarà veramente contento.>>

   Ero convinto che mi sarebbe arrivata la telefonata di Marty ma in quel momento non arrivò. Andai a farmi una doccia calda, poi andai a fare colazione. C’era qualcosa nell’aria che mi sembrava strano. Non sapevo cosa fosse però qualcosa c’era. Il fatto stesso che il mio amico ancora non chiamava era una cosa strana.

   La sera prima avevamo fatto abbastanza tardi e forse Marty ancora non si era svegliato. Provai a chiamarlo io ma il cellulare squillò una decina di volte inutilmente.

   <<Sta ancora dormendo>>, dissi, eppure qualcosa non andava.

   Dopo la colazione, andai alla finestra in soggiorno e mi misi a guardare fuori. Non c’era nessuno e non passava nemmeno una macchina. Credo che feci un’espressione dubbiosa, però mi allontanai lo stesso.

   Notai anche che in casa c’era un odore di zolfo. Ma da dove viene questo odore, mi chiesi. Non lo sapevo. Sapevo solo che ancora ero dolorante, che dovevo intascare i soldi e che c’era silenzio.

   Troppo silenzio.

   Tornai alla finestra e mi impuntai lì, con una vista arguta e pacata. Restai cinque minuti e non vidi passare nemmeno una persona o una macchina. Era inquietante. Ripensai al mio amico e provai a chiamarlo di nuovo. Il telefono squillò a vuoto.

   <<Ma che succede?>>

   Andai a posare la tazza di caffè che mi ero preparato in precedenza, ed uscii fuori casa, restando però sulla soglia. Mi guardai attorno, scorrendo il paesaggio da sinistra a destra e lo stesso non vidi anima viva. Restai sorpreso ma anche un po’ spaventato.

   Chiusi la porta e vagai per casa non so quanto tempo.

   Pensai che la gente era sparita o erano tutti riuniti da qualche parte o peggio ancora erano rintanati in casa per qualche oscuro problema. Le macchine parcheggiate c’erano ma non c’erano i proprietari. Dov’erano finiti?

   Decisi di andarmi a fare un giro.

   Indossai le scarpe sospirando e pensando a Marty e a tutti gli altri miei amici. Intanto l’odore di zolfo in casa si era quasi dissolto del tutto. Almeno una cosa andava come doveva andare.

   Uscii e cominciai a passeggiare. Il tempo era nuvoloso e il cielo grigio e carico di alta tensione. Sentivo gli uccelli canticchiare allegramente come se nulla fosse successo, ma qualcosa era successo. Non sapevo cosa ma qualcosa doveva essere accaduto.

   <<Non c’è nessuno>>, mormorai.

   Le mie parole quasi risuonarono nel vuoto. In effetti, almeno in quella zona della città, si era creato un vuoto enorme in cui sguazzavo solo io. Le macchine mi sembravano mostri dormienti pronti a svegliarsi da un momento all’altro per divorarmi. I miei passi erano lugubri e c’era silenzio.

   <<C’E’ NESSUNO?>> gridai.

   Mi fermai due o tre secondi per ascoltare un’eventuale risposta, ma ci fu solo il vuoto. Questa parola è rimasta impressa nella mia mente, devo ammetterlo. Intorno a me sentivo una specie di vuoto e mi sembrava che mancasse anche aria per respirare.

   Ripresi a camminare, stavolta più veloce, e feci il giro dell’isolato senza vedere nessuno. Ad un tratto tirò un po’ di vento ed ebbi come l’idea di essere su un altro pianeta. Brutto affare.

   Tornai a casa confuso e con il mal di testa. Presi un antidolorifico e mi sedei sul divano. Guardai fuori dalla finestra il cielo mezzo oscurato dalle nuvole. C’era qualcosa che non quadrava. Però c’era anche un lato positivo. Sì, mi dissi. Mi serve la spesa.

   Già, e se non c’era nessuno nemmeno avrei dovuto pagare.

   Mi risollevai un po’ e, bizzarramente, volli approfittare di quella situazione. Non era una cosa bella da fare, ma dovete anche capire la mia rabbia per quello che stava accadendo. Mi sembrava che tutta la città mi stesse facendo uno scherzo colossale. In quel caso io non ci stavo perché lo scherzo doveva terminare.

   Andai così al supermercato del centro commerciale per sfogare la mia rabbia.

   Parcheggiai al mio solito posto e vidi che non c’era nessuna macchina. Pensai che probabilmente il centro era chiuso invece lo trovai aperto. Entrai e cominciai, per non so quale motivo, a ridere. Mi misi a correre con il carrello, poi saltai dentro e mi lasciai trascinare come un bambino.

   Comprai di tutto, anche cose che non mi servivano. Ritornai alla macchina con cinque buste di spesa cariche, partii e tornai a casa. Durante il tragitto mi sentivo pentito. In fondo avevo rubato ma la cosa più strana era che non c’era nessuno ad arrestarmi.

   A casa mi sentii triste ed abbandonato, una sensazione che rare volte mi era capitata. Fu qualcosa di anomalo per me, un qualcosa di pesante che mi trascino nel baratro della depressione per alcuni istanti.

   Marty e gli altri miei amici erano spariti nel nulla. Dov’erano finiti? C’era stata una catastrofe di cui non mi ero reso conto? No, scemenze, pensai. Tuttavia tutto coincideva. Solo una catastrofe poteva aver portato via tutti. Sì, ma dove? Mi venne l’idea di mettermi in giro quella notte per cercare qualcuno o di entrare nelle case degli altri, però avevo già fatto abbastanza danni.

   A cena mangiai tantissimo. Avevo una fame incredibile e non seppi spiegarmi il perché. Mi misi davanti alla tv e pensai a tante cose. Quelle situazioni mi rendevano triste e preoccupato. Se tutto fosse rimasto così, deserto e spaventoso, sarei finito al manicomio, se ancora esistevano. Quel vuoto mi rendeva nervoso e non mi ci sapevo vedere in città a vivere da solo. Mi immaginai come un uomo solo e solitario vagare per le strade in cerca di chissà che cosa, con la barba lunga e i capelli allo stesso modo.

   Ero preoccupato per i miei amici. Non sapevo dove fossero finiti e sinceramente non mi aspettavo nemmeno una loro telefonata. Se erano morti tutti, perché io ero vivo? E perché io non ero sparito? Rimasi dubbioso.

   Continuai a guardare la televisione fino a tardi, poi andai a dormire, stavolta sul letto. Non era più tempo di giochi e scherzi, almeno per il momento.

   Ero triste perché ero solo e non vedere più la gente mi trasmetteva un’ansia incredibile. Non avrei potuto più fare nulla con i miei amici e da solo rischiavo di ammalarmi.

   Non riuscii a prendere sonno, come avevo immaginato. Mi rigirai dieci volte nel letto ma gli occhi restavano aperti come quelli di una bambola. Spero solo che non siano vitrei, pensai.

   Mi alzai e andai alla finestra. Scostai la tenda con la speranza di vedere qualcuno, invece avvistai qualcosa di indicibile. In mezzo alla strada c’erano tre Grigi. Sembra strano e impossibile, ma fu veramente così. Erano tre alieni alti almeno due metri e mezzo, un po’ curvi, grigi e con le braccia lunghe come le gambe. Sembrava che si muovessero a scatti.

   Riabbassai subito le tende e mi accucciai per non farmi vedere. Spero solo che non si siano accorti di me, riflettei.

   Forse ero stato fortunato perché non successe nulla di brutto verso di me. Mi feci coraggio e mi rialzai. Gli alieni non c’erano più, sicuramente erano passati oltre la mia visuale. Ma che cosa ci facevano qui? La domanda era tra le più comuni ma anche tra le più stupide. Non volli spostarmi per rivederli. Il terrore era già abbastanza alto e difficile da digerire. Avevo visto dei mostri e la paura mi stava rosicando le ossa e il sistema nervoso.

   Provai a rimettermi a letto ma pensai subito alla mia sicurezza. Se quei tipi avessero provato ad entrare in casa, non avrebbero trovato ostacoli a rompere la porta e magari a divorarmi.

   Adesso avevo trovato la spiegazione a tutto. Fu come un’illuminazione solo che la luce, per quanto strano, non erano gialla ma grigia. Gli alieni avevano fatto sparire tutti e non me, perché io, quella notte in cui loro probabilmente avevano agito, mi ero messo sotto il letto tutta la notte.

   Era stata la mia salvezza.

   <<E voglio continuare a vivere>>, dissi.

   Mi alzai di scatto e mi vestii con un paio di pantaloni, una felpa e le scarpe. Volevo andarmene prima che i Grigi prendessero anche me. Probabilmente stanno cercando qualcun altro, pensai. Il terrore mi fece rabbrividire e nella mia testa c’era solo la parola veloce, veloce, veloce.

   Fai le cose velocemente e vattene via.

   Così feci.

   Presi le chiavi di casa e della macchina ed uscii molto circospetto. Vidi che gli alieni non c’erano e saltai velocemente in macchina. Ma si accorgeranno di te non appena metterai a moto, mi dissi. Già. Ma cosa dovevo fare? E poi, probabilmente, i Grigi non avevano neanche l’udito. Che ne sapevo io? Così come non sapevo dove fossero finiti tutti.

   Partii nella direzione opposta a quella dove erano andati gli alieni e andai subito forte, poi successe qualcosa che mi spaventò fino alla morte. Mi ritrovai davanti e in mezzo alla strada, due Grigi. Ne manca uno, pensai subito senza riflettere. Da quella posizione vidi quanto fossero alti e possenti. Le gambe mi tremarono per qualche istante.

   Non so cosa successe con esattezza nel mio cervello, ma so solo che pigiai il pedale dell’acceleratore al massimo. La macchina si diresse a tutta velocità verso i due alieni che si voltarono a guardarmi, fermi come due statue antiche.

   Chiusi gli occhi all’ultimo momento e la macchina colpì i Grigi. Il colpo fu tremendo ma ciononostante la macchina continuò a correre. Smisi di urlare senza rendermi conto che avevo aperto bocca e guardai lo specchietto retrovisore. Gli alieni erano a terra e qualcosa in me gioì come un bambino. Avevo fatto giustizia.

   Proseguii e solo in un secondo tempo mi misi a piangere. Avevo fatto giustizia, sì, ma i miei amici non c’erano più.

   Continuai a dirigermi verso la città vicina sperando di trovare qualcuno vivo e vegeto. La mia mente era offuscata dal pessimismo e pensavo sul serio di farla finita nel caso in cui sarei rimasto da solo.

   Che altra soluzione avevo?

   Andai avanti per la mia strada perché era sempre ciò che avevo fatto. Della città vicina cominciai a vedere le luci.

   Sperai bene.

   Non piansi più ma iniziai a vedere il vuoto nel suo vero aspetto.

   Era brutto, molto brutto.

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L'AUTORE Jack Scanner

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