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Luca. 1: Io sono nato qui.

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Roberta

pubblicato il 2019-09-29 10:07:00


Io sono nato qui

Luca entrò a far parte della mia classe in seconda media, essendo stato bocciato l'anno precedente. Avevo sentito dire che suo padre, saputa la notizia, era venuto a scuola, durante gli esami, urlando come un pazzo e accusando gli insegnanti di razzismo. Il padre di Luca non si era mai visto prima e non lo si vide mai più.

Il primo ricordo che ho di Luca è di un ragazzo schivo, deluso, che si era isolato in un banco in fondo alla classe, come se volesse sparire. Era molto disorganizzato: aveva un unico quaderno ad anelli con dei fogli strapazzati e scarabocchiati, con pochi appunti quasi illeggibili.

Lo feci subito avvicinare alla cattedra; penso di averlo messo a suo agio, perché dopo poche settimane era più sorridente e si sforzava di essere più ordinato o perlomeno compiacente.

Una mattina, in corridoio, in testa alla fila dei compagni, mi chiese a bruciapelo se sapevo chi fosse Gaudì. Vedendo il mio stupore per la domanda, indicò la mia maglietta aderente, dove la scritta “Gaudì” spiccava dorata in campo nero, bella tirata sopra il seno. Un'altra volta mi mostrò un ritratto che mi aveva fatto per pubblicarlo sul giornalino della scuola.

La prima volta che sua madre venne a parlarmi le dissi che Luca era molto gentile ed educato, ma non bastava, perché non studiava mai e dimenticava spesso libri e quaderni. Era evidente fin dall'inizio che quello era il suo “stile”; non so fino a che punto questo miscuglio di svogliatezza e ruffianeria fosse spontaneo e quanto frutto dell'educazione.

Poi accadde un fatto curioso. Una mattina al centro commerciale incontrai sua madre, che mi venne incontro tutta contenta per chiedermi se davvero Luca aveva preso distinto nella verifica di grammatica. Sconcertata le dissi la verità. Capii dalla sua espressione che non era la prima volta che succedevano cose del genere.

Un altro fatto assai strano e preoccupante accadde poco tempo dopo: gli avevo dato una nota per le numerose “dimenticanze” (in pratica, a casa non faceva niente). Quando gli chiesi il libretto per controllare se l'avesse fatta firmare, scoprii che l'aveva scarabocchiata con rabbiose linee rosse! Non mi arrabbiai con lui, ma naturalmente fui costretta a scrivere a casa. In seguito episodi simili non si sono più ripetuti.

Molto più avanti, in primavera, poco dopo avermi mostrato il ritratto, scrisse una descrizione così entusiastica del paese dove abitava che, ridendo, gli dissi che era un adulatore nato. Fu allora che mi lasciò di sasso rispondendo stupito, con un candore disarmante: “Ma prof, io sono nato qui!”. Lui era VERAMENTE entusiasta: davvero, per lui, quelle quattro case dimenticate dal sole erano il posto più bello del mondo, e lui voleva con tutto sé stesso “essere di qui”. Ma i suoi compagni non ricambiavano: ai compleanni invitavano tutti tranne lui; lo snobbavano, lo escludevano.

Non ricordo se nello stesso tema o in un altro scrisse, a proposito di non so che cosa, “bello come gli occhi di chi dico io”. Non sapevo a quali occhi si riferisse né glielo chiesi, ma alla fine optai per quelli di Stefania, e lo misi in banco vicino a lei.

Poi andammo in gita a Firenze. Fu bellissimo. La sera sentii bussare alla porta della mia camera e mi ritrovai davanti Luca, con altri due compagni, in maglietta e mutande. La scusa era chiedermi se sapevo di chi fosse un portachiavi che dicevano di aver trovato per terra, ma sono sicura che avevano architettato lo scherzo solo per il gusto di presentarsi in mutande davanti alla mia porta.

Più tardi, verso l'una di notte, sentii un rumore di passi in corridoio; aprii la porta; qualcuno si era nascosto, ma contemporaneamente a me Luca era uscito dalla sua camera con la faccia assonnata: era irresistibile! Lo rimandai a dormire, me ne tornai in camera e mi addormentai come un sasso. Al ritorno ricordo che, all'autogrill, me lo ritrovai vicino che gironzolava tutto solo, e così gli chiesi se potevo offrirgli qualcosa; ma lui si schermì, rifiutò, quasi offeso. La stessa scena si ripeté l'ultimo giorno di scuola, al bar vicino al parco. Di nuovo me lo ritrovai accanto mentre gironzolava solitario, e di nuovo mi venne spontaneo offrirgli qualcosa, ma di nuovo lui si schermì come se lo avessi offeso.

Quell'anno Luca fu promosso: aveva acquisito fiducia in sé stesso, sembrava sereno e socievole, e, nonostante l'incostanza, aveva fatto dei notevoli progressi.

Un altro episodio, che però scoprii solo l'anno dopo, è questo: a febbraio era morto il papà di un suo compagno di scuola; al funerale Luca era andato alla comunione, pur essendo musulmano (anche se non praticante, credo, come tutta la sua famiglia e la maggior parte degli albanesi di questa generazione). Così tanto lui voleva “essere di qui”.

Poi scrisse quel tema in cui descriveva i cambiamenti dell'adolescenza: si guardava allo specchio, si confrontava con la sua foto da bambino, non si piaceva: vedeva la faccia di un ragazzo bullo e prepotente, ma sapeva di non essere così. Avrebbe voluto cambiare faccia. Gli ex compagni di scuola lo ignoravano e non ridevano alle sue battute. I genitori non lo capivano.

 

 

L'ora di Luca

All'inizio di settembre, un mercoledì mattina, uscivo da una riunione a scuola. Ero abbronzata e in piena forma. Scendendo il viale alzai lo sguardo e vidi Luca: si era fermato a guardarmi, ammirato, e mi stava salutando con la mano alzata. Mancava solo il fischio.

In terza dovevo completare l'orario, e il venerdì avevo solo le ultime due ore, così decisi d'iniziare un'ora prima, dedicandola agli alunni che non seguivano l'ora di religione. C'era solo Luca, e lo sapevo bene.

Poco tempo dopo, in ottobre, sua madre era venuta a udienza e, avendo saputo che Luca non le aveva fatto firmare due verifiche insufficienti, aveva voluto che lo andassi a chiamare in palestra per un “confronto diretto”. Io l'accontentai, anche se a malincuore (già allora tifavo per lui, doveva esserci un motivo se nascondeva i brutti voti...). Luca mi seguì nell'auletta senza sapere cosa lo aspettava. Era affannato perché in palestra stava correndo. Si sedette, col fiato corto, pallidissimo, più bello che ma,i con gli occhi neri neri e la bocca rossa. Sua madre lo stava mettendo alle strette e lui negava, si giustificava, ma le sue scuse non stavano in piedi. Io, seduta di fronte ai due, mi limitavo ad osservare. La notte sognai che lo abbracciavo stretto e lo stringevo al cuore.  

Un altro venerdì ero in ritardo perché una mamma mi aveva chiesto udienza. Quando bussai per chiamare Luca, lo trovai in piedi dietro la porta ad aspettarmi: “Finalmente, prof, pensavo che non venisse più!” esclamò, e mi si sciolse il cuore.

A novembre c'era stata la premiazione di un concorso di disegno, e per l'occasione un attore era intervenuto per intrattenere i ragazzi. Ne chiamò alcuni sul palco. Luca si offrì subito. Quando l'attore disse che però non c'era un copione, lui subito, entusiasta, esclamò “Improvvisiamo!” E improvvisò un'imitazione di me che interrogavo di geografia.

Alle udienza generali la mamma se lo portò dietro. Quando lo vidi non trattenni un sorriso di sorpresa.

 

 

Follie natalizie

Poi arrivò la vigilia delle vacanze di Natale. Quella notte non avevo dormito e mi ero presa due ore di permesso. Arrivata a scuola alle 11, subito Luca mi venne incontro per dirmi di nuovo che mi aveva aspettato, che temeva che non sarei venuta e che questa volta aveva portato i libri, come gli avevo chiesto. Infatti la settimana precedente, davanti a tutta la classe, avevo raccontato che, dopo essere uscita di casa, ero tornata indietro per prendere l'antologia, sapendo che Luca di sicuro l'aveva dimenticata. Allora Emanuele aveva detto: “Ma lui lo sa, prof!”. Luca, cioè, sapeva che io mi curavo di lui e ne approfittava, ma quell'osservazione mi piaceva, e molto.

Quel giorno, poi, durante tutto il torneo di pallavolo, Luca non mi staccò gli occhi di dosso e alla fine mi venne incontro per farmi gli auguri, mi tese la mano, si piegò leggermente verso di me. E allora feci quella cosa incredibile, inspiegabile, quella pazzia, in un modo così leggero e superficiale, quasi fosse un gioco, una birichinata...: gli diedi un bacio sul collo, e scappai via. Ricordo benissimo la sensazione della sua pelle morbida e liscia come la seta, e poi il suo sguardo. Eravamo in mezzo all'atrio, circondati da tutta la scuola: alunni, insegnanti, bidelli.

Mi allontanai e lo lasciai lì, impietrito in mezzo all'atrio. Poi, presa da una specie di euforia, cominciai a dispensare baci e strette di mano in lungo e in largo, forse per depistare e sdrammatizzare quel gesto. Ricordo ancora, come al rallentatore, l'immagine di Luca immobile, a bocca aperta in mezzo all'atrio, io che mi allontano e tutti gli altri che si muovevano attorno. Forse Luca, di tutta quella scena che a me era sembrata scandalosa, non se ne ricorda nemmeno.

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L'AUTORE Roberta

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