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Roberta

Incomunicabilità

"PUNTO E A CAPO"

Racconto

Narrativa non di genere

pubblicato il 2019-09-21 17:09:13

Così mi abbandonai completamente, come se fossi finalmente al sicuro, a casa, dopo essermi persa nel freddo per tanto tempo, e nascosi la testa sul suo petto, mentre lui mi abbracciava.

Sembra un romanzo rosa scadente, me ne rendo conto, sono anch’io molto severa nel giudicare lo stile degli altri; ma non saprei descrivere in altro modo quello che provai in quel momento. Con quel bacio io gli avevo giurato, senza dire nulla, amore eterno e dedizione assoluta.

Le cose però non furono facili. Se alcuni hanno definito Massimo pazzo, dannato e disperato, è sicuramente vero che lui fu in parte responsabile del nostro fallimento. Era eccessivo in tutto, esibizionista, troppo euforico o troppo depresso e tragico, spesso rissoso; a volte spariva con certi amici e non so se si limitasse alle droghe leggere. Diceva di sé: “Sono pazzo perché sono troppo serio.” Eppure lo amavo. Mi aveva corteggiata assiduamente, a modo suo. Forse mi ero illusa di cambiarlo.

Anch’io però avevo le mie stranezze. Non so spiegare se perché condizionata dal giudizio degli altri, o da una sorta di riserbo e vergogna, o dalla mia indole ombrosa e lunatica, ma dopo quella sera, incontrandolo, mi comportai come se nulla fosse successo. Ero molto giovane, ed era più forte di me nascondere il mio trasporto e vergognarmene. Se lui se ne andava, provavo l’impulso di chiamarlo e di seguirlo, eppure, piuttosto che mostrare quella che mi pareva una debolezza, mi trattenevo, e poi mi rodevo nel rimpianto, mi tormentavo, perdevo ogni interesse per gli altri e mi chiudevo in me stessa.

Quasi ogni sera, quando tutti tornavano a casa, io e lui percorrevamo insieme il viale buio, a fianco a fianco nel freddo pungente, e, varcato il portone del palazzo antico dov’era la sua casa, salivamo le scale in punta di piedi. Allo stesso modo, in silenzio, per non svegliare i suoi che dormivano, attraversavamo il corridoio che portava alla sua stanza. Là, nella luce tenue dell’abat jour, ci spogliavamo senza parlare e ci infilavamo sotto le lenzuola. Lui mi accoglieva nel suo letto e mi abbracciava. Mi sfiorava il corpo con immenso amore, mi abbracciava, e poi mi faceva ruotare sopra di lui senza mai uscire da me. Sospirava il mio nome, solo quello. Eravamo di poche parole. Poi dormivamo abbracciati, di fianco, lui dietro di me, con le gambe piegate e le braccia strette intorno alla mia vita.

Il ricordo che ho di quest’amore intenso e muto è il più bello e il più magico della mia vita.

A tarda notte mi rivestivo e tornavo a casa. A volte dimenticavo le chiavi, e subivo a occhi bassi le ire di mia madre, consolata solo dall’odore di lui che portavo ancora con me.

Solo una volta passai con lui l’intera notte. Al mattino però me ne andai, rispettando un accordo con altri amici, che mi aspettavano a Venezia per il Carnevale. Non sarebbe successo nulla se non ci fossi andata. L’unica cosa che volevo veramente era rimanere con lui, ma non lo sapevo. Qualcosa di più forte di me mi portava ad andarmene. Anche stavolta, come già era successo, una specie di questione di principio contrastava con quanto sentivo nel cuore, e cioè che non m’importava nulla di nessuno all’infuori di lui, eppure seguii quella specie di richiamo al dovere, o alla fuga. Sarebbe stata un’occasione unica, o la prima di una lunga serie, per rimanere con lui alla luce del sole, in un posto che non fosse il suo letto. Ma me ne andai, lasciandolo solo.

Proprio quando la felicità è a portata di mano, sembra che io non possa fare a meno di rovinare tutto. Mi sembra ora di vedere un’analogia: quello che altri hanno fatto con me, anteporre qualcosa di apparentemente poco importante al piacere di stare con la persona che ami, io lo facevo con lui. Ma, in entrambi i casi, mi sentivo io la vittima.

Dopo quel giorno, un po’ alla volta cominciai a sentire che lui si stava allontanando; ma non riuscivo a parlare, a spiegare, a chiedere, e così lasciavo che le cose andassero come non avrei mai voluto che andassero, senza far nulla, senza lottare per non perderlo. Finché, una sera di marzo, lui se ne andò con un’altra. Lei me lo portò via sotto i miei occhi: chiese le chiavi di casa al suo compagno – a quel tempo andavano di moda le coppie aperte – e se ne andò con lui.

Ho rischiato di morire. Quella notte, sola nel mio letto, qualcosa si era rotto in me, e ci sarebbero voluti due anni per riuscire a stare appena un po’ meglio. Sognai di perdere tutti i denti; tremavo, irrigidita, con le ginocchia strette fra le braccia, senza nemmeno gli occhi per piangere. A vent’anni, due anni sono un’eternità, non come adesso: sono due anni della tua giovinezza che se ne vanno per sempre, e non tornano più.

Cercavo di distrarmi uscendo con gli amici e confidandomi con loro, ma, ciò nonostante, ero come affetta da una malattia mortale: ero debole, stanca, come tramortita. In ufficio tutti pensavano che mi drogassi. Mia madre mi controllava le vene. Del fatto che non sorridessi da mesi, sembrava non accorgersi.

La cosa peggiore era che Massimo non si rendeva assolutamente conto di quello che stavo passando, e anzi, quando ci incontravamo, sembrava sfidarmi, con aria sprezzante. D’altronde, non lo avevo mai implorato di tornare con me, non avevo detto una sola parola. Mi ero chiusa nel mio dolore, e basta.

Credo di aver veramente rischiato di morire o d’impazzire, e di aver lanciato, a modo, mio, molti segnali che nessuno ha colto.

Forse l’aspetto che più caratterizza questa brutta storia è proprio l’incomunicabilità, la brusca, violenta interruzione senza preavviso, la sua mancanza di riguardo e di pietà.

E poi, soprattutto, la felicità degli altri, esibita, quasi con scherno, come ci si diverte a torturare un animale morente.

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L'AUTORE Roberta

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Mauro Banfi il Moscone il 2019-09-22 21:16:56
Un brano che mi ha davvero preso tanto, Roberta e che mi ha creato uno spazio d'intervento molto ampio che cerco di condensare. E del resto la sintesi, l'elissi, la sinossi è un pò lo stile a cui la rivoluzione web ci ha costretto, ma se esprime qualcosa di significante, come in questo caso, ben venga. Sì, perchè come per tutti noi, anche il tuo scrivere mi sembra asciugato e ossificato, ma nel virtuoso senso degli ossi di seppia di Montale. Tutti noi cambiamo e dai tempi di Neteditor acqua ne è passata sotto i ponti. Torniamo al bel racconto, dopo questo breve accenno a faccende stilistiche: il suo cuore pulsante sta in quella potente analogia, quel "anteporre qualcosa di poco importante al piacere di stare con la persona che ami". Questa è intuizione profondissima di quello che avviene nel cuore umano e del nostro tempo. Sarò sintetico: nei rapporti d'amore, l'Eros per diventare Anima (coscienza e comunicazione interpersonale del rapporto) deve affrontare la dimensione di Ade, formando il triangolo Amore/Psiche/Morte. Noi incontriamo Ade tutte le volte in cui i fatti concreti di ogni giorno svaniscono e cominciano a trasfigurarsi nelle nostre immaginazioni profonde. E' noto che non si lascia un partner perchè si smette di amare, ma di immaginare. Quando la nostra immaginazione è costretta a spegnersi a causa di brutali letteralismi o materializzazioni (i tradimenti, gli abbandoni, le violenze fisiche o psicologiche), alla nostra Anima viene sottratta la capacità di creare metafore e viene condannata alla psicopatologia. Il Pathos sta tutto nel subire i letteralismi senza più riuscire a trasformarli metaforicamente. E allora fuggiamo la bruta materia letteralizzata e cerchiamo ancora l'immaginazione, l'Eros e l'innamoramento per via delle metafore. Per questo una solitudine piena d'immaginazione è qualcosa di ricco e un isolamento schiavo di letteralismi è impoverimento. L'incomunicabilità odierna si attiva proprio da questa negazione del mondo di Ade e della nostra Anima. Il possente dio Ade ci ricorda (prevalentemente non la potenza dei sogni ma anche con altri sintomi divini) che noi non siamo reali, noi siamo le nostre metafore e in estrema sintesi, si va verso la psicopatia prendendo solamente le cose alla “lettera”, perdendo così la “metafora”. Ecco perchè oggi le persone sono così isolate, sperperando capitali fondamentali di amicizia, amore e comprensione. Ecco perchè antepongono qualcosa di poco importante - i letteralismi, i materialismi e i fanatismi settari rigurgitanti odio e ignoranza - al piacere di stare con la persona che ami. Perchè il piacere di stare con la persona che ami deve legare Eros con Ade, e l'Anima della coppia si sviluppa solo se le cose non vengono prese alla lettera, ma in modo metaforico, immaginativo. Come vedi, è quello che è successo anche qua su Parole Intorno al Falò: hanno quasi tutti scelto di seguire i letteralismi e i fatti bruti della loro vita - o medium social diversi, più impattanti, brutli e banausici, e se parliamo di Instagram e simili siamo sempre, infatti, nella brutalità senza immaginazione -, rinunciando a un serbatoio di amicizia e comprensione che era fatto d'immaginazione, di pensiero strutturato e di metafore, analogia d'Anima. Oggigiorno c'è in giro una grande paura di Ade e d'immaginare insieme ai propri simili (Il Salvinismo è la manifestazione perfetta di questo neomaterialismo ottuso e osceno e antipsicologico e anti Ade), ma questo è un altro tema e ne parleremo un'altra volta. Per ora, brava e abbi gioia. Come dai tempi di Neteditor, continuo a provare gioia per la tua bella capacità di metaforizzare.

Roberta il 2019-09-23 11:14:34
Ciao Mauro! Ti ringrazio molto per questo bel commento. Hai giustamente individuato come cuore pulsante del racconto quei comportamenti che rendono il rapporto frammentato, scomposto, confuso. E' proprio in quel comportamento che il racconto suggerisce si trovi la causa della fine del rapporto. Tu non potevi spiegare meglio come la mancanza di impegno e di attenzione, i tradimenti, le violenze anche psicologiche portino alla fine (violenta e tragica) della capacità di immaginare. Io qui aggiungo che il linguaggio del corpo e/o dei segni (intesi come messaggi che l'altro dà) non possono MAI essere sufficienti, perché quando il momento del trasporto amoroso finisce, se non c'è la parola che spiega, afferma, colma i vuoti, e contemporaneamente le azioni sono ambigue, contraddittorie, lo spazio interiore si riempie di dubbi, di fraintendimenti che a loro volta danno luogo a comportamenti ambigui che l'altro non capisce. L'amore senza il dialogo e senza la spiegazione dei comportamenti diventa, nel momento in cui si rimane soli, un incubo di impressioni confuse, incertezze, dubbi. È quello che tu intendi, credo, quando dici "Noi incontriamo Ade...". L'immaginazione per continuare ad esistere ha bisogno di conferme, altrimenti finiamo come Orlando che si auto-inganna dicendo a se stesso, di fronte all’evidenza, che sicuramente Medoro è un nome che Angelica ha dato a lui. Quando l'evidenza si afferma con altre prove, anche Orlando smette di illudersi e affronta la delusione e il tradimento nel modo più umano, con la rabbia. Tornando al cuore del racconto, il piacere di stare con la persona che ami non si deve interrompere per paura di entrare troppo in profondità. È di questo che il racconto parla, della paura di andare fino in fondo, compiendo, sul più bello di un rapporto, quella fuga che non tiene conto dell'altro, e che si compie proprio perché ci si sente sicuri del suo amore.
Per il resto, il mio stile è sempre stato sintetico, anche se talvolta mi sono sforzata di ampliare le descrizioni dei fatti e delle riflessioni. Infine, mi dispiace molto che questo sito sia così poco frequentato: anche qui si tratta della nostra disponibilità a dedicare tempo al dialogo. Commentare e rispondere richiede letture attente, riflessione e tempo per scrivere…
Grazie ancora e a presto!

Roberta il 2019-09-23 15:31:21

Rispondo al commento di Rubrus (che non vorrei aver cancellato per sbaglio, perché ora, dopo aver pubblicato la risposta, non lo vedo più!):



Non vorrei sembrare così presuntuosa da paragonarmi a Proust, ma, per far capire che cosa non va del tuo discorso, ti ricordo che anche la Recherche è un racconto in prima persona nel quale il punto di vista è solo interno (del Narratore); non per questo si può dire che Gilberte e Albertine nella Recherche non esistono. Non sappiamo cosa pensano, ma solo cosa pensa e cosa prova per loro il narratore, che però ci dice come e dove le ha conosciute, come si svolge a grandi linee la frequentazione (nessun colpo di scena eclatante, quindi per molti noiosissimo), come si comportano con il protagonista e come finisce la relazione. Il mio racconto è ridotto all’osso ma segue le stesse regole: il personaggio maschile esiste, e, nell’ordine:



la bacia, dando inizio alla relazione



la porta a casa sua quasi tutte le sere



fa l’amore con lei e sussurra il suo nome (cosa che, credimi, fa la differenza)



non dice nulla quando lei se ne va



l’abbandona per un’altra.



Non sappiamo cosa pensa, ma cosa fa e, a grandi linee, che tipo di persona è. Insomma, esiste, anche se non parla, ma neanche lei parla con lui, perché, appunto, incomunicabilità è il titolo del racconto.


Rubrus il 2019-09-23 19:52:54
Ciao.... in effetti sì è sparito, ma non importa, comunque hai ragione. Diciamo che, come lettore, mi è rimasta per l'appunto l'incertezza su quel che pensa veramente lui, anche se poi, ovviamente, quel che si fa e, naturalmente in minor misura, quel che si dice, conta più di quel che si pensa.

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Mauro Banfi il Moscone il 2019-09-23 21:00:18
Ancora pensieri molto profondi che mi richiamano altro Ade dalla mia Anima (per stare in tema). Accenni con grande precisione a un tema fondamentale della psicologia archetipa di James Hillman, di cui sono studioso e seguace. La differenza tra Ade e Thanatos nel gioco a tre - nella coppia di amanti - tra Eros, Psiche e appunto, Ade/Thanatos, eternamente suggellato nel romanzo di Apuleio. Vale a dire Thanatos non conosce Ermes, mentre per i miti greci Ade e Ermes avevano lo stesso copricapo che rendeva invisibili e riconduceva alle ricchezze nascoste della psiche umana. Per questo Ade/Ermes era detto Plutone, il riccone, per questo era chiamato Trofonio (l'Ade era l'antro di Trofonio), "colui che nutre". Per rendere molto più piano e comprensibile tutto ciò basti pensare a quel momento topico, quando una coppia di amanti litiga, in cui uno dei due vuole "mettere di fronte all'atto compiuto" l'amato. Questo voler passare alle "vie di fatto" è Thanatos, la morte bruta della materia senza comunicazione. Ade, in Grecia, non aveva né templi né sacrifici né culti rituali, perchè era colui che, come Psiche, dà nutrimento all'anima dell'uomo e del mondo. Thanatos è invece l'impoverimento, la miseria, l'oscurità senza possibilità dello psicopompo, della conversazione, del sorriso divino e radioso (anche se a volte truffaldino, ma comunque vivo) dell'aureo Ermes. La via dell'azione irriflessiva mi porta verso il pathos dell'oscura brutalità; l'entrare nella Casa di Ade insieme al mio amante mi porta a Eros e a Ermes e al banchetto degli dei. Tradotto in termini odierni: thanatos sono quegli isolati e miseri che si masturbano guardando you porn e la triste e monotona macelleria di muti organi sessuali depilati; la Casa dell'Ade è quando nella tua narrativa ci racconti il modo unico, psicologico, profondamente psichico che hanno i protagonisti delle tue storie di fare l'amore, e di interagire tra loro prima e dopo quella messa in atto; cercando di RICONOSCERSI nell'anima, e come in questo caso, rendendosi conto che Thanatos ha messo una cappa nera sull'anima di chi si ama, e, orribilmente, deve scendere agli inferi perchè LUI L'HA SCELTO. Per noi è unico, prezioso, indispensabile, ma noi non possiamo, non vogliamo sgcegliere Thanatos con lui. Non è giusto, e per i Greci Dike era la Dea delle Dee. E l'importante è che nessuno ci coinvolga nelle sue scelte nichilistiche per Thanatos, perchè invece noi siamo per Eros, per Psiche e per Ermes e abbiamo il diritto di difendere le nostre scelte per questi Dei supremi, per la vita unica che ci è stata donata, ad ogni costo e con ogni mezzo, per legittima difesa della vita divina in noi. Perchè, alla fine del giro di giostra, noi ogni giorno scegliamo tra Thanatos e la Casa dell'Ade, tra la psicopatologia delle "vie di fatto" e la ricchezza psichica delle nostre metafore. Con questa profondità che hai raggiunto, sei pronta per un romanzo memorabile, Roberta. Crealo, sceglilo, scrivilo, fallo: nella Casa dell'Ade.Sei pronta? Abbi gioia

Roberta il 2019-09-24 19:47:22

Grazie, troppo buono. Un incoraggiamento così è una flebo di autostima! 



Ps: ora ho capito la differenza tra Thanatos e Ade (grazie al tuo riferimento alle teorie di Hillman, che sinceramente conosco poco). 



Perdona la brevità, ma sono reduce da una giornata di lavoro pienissima... A presto, ciao


Roberta il 2019-10-04 14:18:37

Caro Mauro,



il tuo ultimo commento merita certo una risposta migliore di questo stringato ringraziamento. Avendo poco tempo ed energia avevo riassunto ai minimi termini: nel tuo commento precedente non avevo ben capito cosa tu intendessi per “il mondo dell’Ade”, perché lo identificavo tradizionalmente con l’aldila del mondo classico. Leggendo il tuo secondo commento ho poi capito che l’Ade di cui parli è la profondità, l’addentrarsi nel proprio mondo interiore e in quello dell’altro. Solo così vi può essere una relazione vera, nella quale non può mancare Ermes, il messaggero.



In altre parole, l’assenza di logos e di comunicazione condivisa, cioè compresa da entrambe le parti, cosa che richiede impegno, sforzo e che comporta anche qualche rischio, ma d'altra parte conduce alla complicità e all'amore profondo, al desiderio dell'anima e non solo del corpo, porta alla chiusura, all’’allontanamento e alla morte prematura. Dici bene, chi sceglie di mettere l’altro di fronte al fatto compiuto senza spiegazioni lo trascina con se nel baratro, mentre sappiamo che la parola spiega, approfondisce, apre e lenisce, mostra punti di vista non prima immaginabili, avvicina e non respinge. Dopo essere scesi insieme nel profondo delle nostre anime, senza paura, ci si può anche dire addio, con la pace nel cuore.


Mauro Banfi il Moscone il 2019-10-04 16:54:42
Grazie, Roberta: controdeduzione perfetta e riflessione conclusiva veramente profonda, e infatti, è questo l'archetipo di Ade che intendevo.
Ora, il difficile sta nel rendere narrativo l'archetipo, in ossequio al noto precetto "show, don't tell".
E per me sei riuscita benissimo nella difficile missione di esplicare sul piano narrativo quella ricerca di profondità che il mondo attuale sembra tanto temere ed evitare.
Brava ancora e abbi gioia

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