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Rubrus

Anatomia di un racconto - Cacciatori di Vecchi - di Dino Buzzati

"VIRGOLETTE"

Saggistica

Recensioni (libri, film e qualsiasi forma artistica)

pubblicato il 2019-09-12 12:54:41

Come bizzarro modo per celebrare il mio recente compleanno mi sono riletto un racconto di Buzzati del 1966: “Cacciatori di vecchi”. È un racconto piuttosto famoso (ricordo che, a scuola, lo leggemmo in classe – doveva essere il 1982 /83), e quindi penso di poterne dar la trama per scontata. Per chi non la conoscesse, c’è la versione audio      https://www.youtube.com/watch?v=GKP4X0SyRJs così che, dopo averla sentita si può procedere senza incorrere nel noiosissimo anatema dello SPOILER.
A livello generale, non è difficile cogliere il ben noto meccanismo della hybris, presente (credo) nella stragrande maggioranza dei racconti fantastici. La pretesa, la presunzione di essere giovani per sempre porta, tanto per continuare con le parole greche (non si scappa dai classici) alla “ate” cioè all’accecamento, nella fattispecie concreta al non vedere che tutti invecchiamo.   Il finale, che non spiacerebbe, oltre che a Kafka – sempre tirato in ballo quando si parla di Buzzati – al Gogol de “il Cappotto”, in considerazione del registro “fantastico” (ma forse sarebbe meglio dire “esemplare”, “di parabola”), imprevisto dopo le pagine di azione serrata che lo hanno preceduto suggerisce al lettore la possibilità (che egli può sempre rifiutare, come spesso fu rifiutato Buzzati dai suoi contemporanei, specie dalla critica militante) che via sia “di più” oltre al semplice processo di decadimento cellulare che tutti ci vede coinvolti; che vi sia un (ma adesso prometto che col greco la smetto) un “o mythos deloi”, una morale della favola, un senso.
A livello particolare (e con buona pace di coloro che accusano o per fortuna accusavano Buzzati di non essere “realista” e dunque “impegnato”, e altre amenità) ci dice non poco su quel presente – che è il nostro recente passato. A parte notare che un quarantaseienne vien definito “vecchio”, quantomeno dai suoi aguzzini – e anche questo è un segno dei tempi e ci fa vedere quanto sia cambiata la società – rammento che “Cacciatori di vecchi” è del 1966. Le contestazioni del ’68 devono venire, ma sono già vicine, dall’America sono arrivati (e da un po’) i “rebels withouth a cause” (da noi “gioventù bruciata”), dalla Gran Bretagna i teddy boys e i capelloni. La contrapposizione generazionale, se non ancora lo scontro, figlia (nessuno me lo toglierà dalla testa) del boom economico dei primi anni ’60 e del recente, mai visto benessere, prima ancora che di sovrastrutture ideologiche, é ben viva. Gli uomini maturi (o anziani, secondo gli standard dell’epoca) di quegli anni dovevano esprimere il loro disagio più o meno nei termini che usava mio nonno, che li visse e che diceva: “Quando ero giovane io, comandavano i vecchi, adesso che sono vecchio, comandano i giovani... insomma, quando tocca a me?”. Insomma, la vecchia società patriarcale italiana sta svanendo, e forse niente esprime meglio le tensioni del tempo della scena in cui il figlio insegue il genitore (che crede di aver riconosciuto nella vittima) controvoglia, ma lo fa perché le esigenze dell’età, del branco, lo impongono, perché, altrimenti, perderebbe la faccia e, poco dopo, del genitore che, prima di riconoscerlo, rifila al figlio un cazzotto sul mento. È il caso, altresì, di menzionare la circostanza che l’odio dei giovani contro i vecchi si esprime anzitutto sul piano sessuale: bersaglio preferito delle bande di cacciatori di vecchi sono gli uomini maturi che, nottetempo, se ne vanno a zonzo con delle giovani donne – a ben guardare, a mio parere, solo una diversa forma di ipocrisia (ogni epoca ha le sue) – ma senza (e, secondo me, questo è un pregio di questo tipo di racconti) giustificazioni socio moralistiche, bensì perché, semplicemente, “L’età è una colpa”.
È anche il caso di menzionare la frecciata di Buzzati al nuovo conformismo che si sostituisce a quello vecchio e rimane pur sempre conformismo: al protagonista che chiede aiuto, vengono chiuse in faccia saracinesche e porte e, quando egli offre, disperato, ventimila lire (dieci euro!) pur di farsi aprire, gli si risponde: “No, no, siamo gente onesta, qui!”.
In ogni caso, la lettura del racconto mostra, a mio parere molto efficacemente, quanta acqua sia passata sotto i ponti. I maturi e vecchi di oggi, che, naturalmente, sono i giovani di allora, non sono più, anche per ragioni demografiche, in posizioni di scontro aperto con i giovani di oggi, ma – anche se per il momento spogliata di monolitiche strutture ideologiche – la contrapposizione, naturalmente, rimane, e sta a voi vedere quale forma abbia assunto.
In attesa, sempre naturalmente, che venga il turno di tutti.               

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L'AUTORE Rubrus

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Il romanzesco è la verità dentro la bugia

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Mauro Banfi il Moscone il 2019-09-15 08:20:56
Bella riproposta, Roberto, di un grande racconto dell'eterno Buzzati. Ricordo bene quella svolta geniale, la classica punizione della ybris - dinamiche che come hai ben detto non possono mai mancare in un buon racconto weird, di qualsiasi genere -, quando il protagonista Regora - una sorta di Alex di Arancia meccanica tradotto in narrativa - con la sua ragazza, all'improvviso, notano qualcosa di strano: specchiandosi ad una vetrina illuminata da un lampione, si accorgono infatti di non essere più i ragazzi giovani ed aitanti di una volta ma sono di colpo diventati due anziani. E via con la nemesi, classicamente inarrestabile. Quanto sia eterno ed attuale questo racconto lo abbiamo, con orrore, visto nelle cronache di quella baby gang, in Puglia, che stalkerizzava e malmenava anziani disabili. Le riflessioni sono tante da fare e consiglio ai lettori, oltre alle centrate considerazioni di Rubrus, il bel libro riassuntivo di Umberto Galimberti "La parola ai giovani", dove si analizza il complesso impatto del nichilismo sul nostro tempo. Per quanto mi riguarda, da buon junghiano/hillmaniano ritengo che ogni società sana e creativa - come quelle della Grecia classica e del Rinascimento - sa mantenere in equilibrio dinamico e creativo il rapporto tra il Puer e il Senex. In un mio recente studio rinascimentale, concludevo: http://www.paroleintornoalfalo.it/lettura.php?testi_id=992 Il Puer/Nuovo ha dunque bisogno del Senex/Vecchio per non cadere nell'inconsistenza della volubilità cronica e nell'inconcludenza dell'Attimino, e il Senex/Vecchio ha bisogno del Puer/Nuovo per non essere soltanto storia mummificata, vuote formule astratte una statua di marmo, sterile e immobile, scagazzata dai piccioni nel parco. Ma il punto è: la nostra società ammalata di consumismo autodistruttivo e narcisismo violento e patologico è una struttura sana? Da tempo propendo per il pessimismo leopardiano e machiavellico: no, non è sana, siamo nel puro neodecadentismo e le punizioni alla ybris stanno solo per cominciare e susseguirsi con effetti sempre più gravi. Nonostante il pessimismo della ragione mantengo sempre la mia ferma e resistente volontà costruttiva antinichilista e antipessimista, ma sono un inattuale, è chiaro, come Leopardi sono arrivato alla fase della "strage delle illusioni", e del resto , anche Buzzati, per essendo um mago del fantastico e dotato di un grande senso dell'Altrove, era ben refrattario ai romanticismi e alle vane speranze misticheggianti. Perlomeno nei suoi racconti "neri" che sono i miei preferiti, e questo lo è. Abbi gioia, carissimo, evviva Buzzati!

Rubrus il 2019-09-15 08:39:49
Secondo me, nell'analisi di quegli anni e forse non solo, si da troppo poco peso al banale dato economico. Prima c'era una società in gran parte ancora agricola, basata sul risparmio, sul bene durevole, sulle gerarchie. Con il boom - dal '58 al '62 - il benessere si diffonde e le generazioni più giovani (e ricordiamoci che fino agli anni '70 l'Italia era in forte crescita demografica), da un lato non devono più spaccarsi la schiena nei campi, dall'altro ambiscono ad avere beni (dalle Vespe, alle Lambrette, alle vacanze) e non accettano più che vengano loro negati. L'inizio dello scontro tra le gnerazioni di quegli anni nasce lì. Oggi le dinamiche sono diverse.

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