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Le lettere segrete

"PUNTO E A CAPO" Racconto Giallo / Noir / Thriller

di Vecchio Mara

pubblicato il 2019-09-05 22:55:43


Le lettere segrete

 

Ancora scioccato per la scena che gli si era presentata davanti agli occhi una mezz’ora prima, appoggiato con la schiena al muro esterno osservava sconvolto i carabinieri entrare e uscire dal casale.

«Mi spiace, Alessandro, tuo zio era un gran brav’uomo», provò a consolarlo il maresciallo con fare addolorato, appena sceso dall’auto di servizio.

Alessandro, trattenendo a stento il pianto, si limitò ad annuire con il mento tremolante.

Il maresciallo comprese che non era il caso d’insistere. «Vado dentro a vedere. Poi, se te la senti, mi racconterai» riprese il maresciallo.

«Va bene, vada pure», replicò con voce increspata Alessandro.

Il maresciallo serro la mano destra attorno alla spalla sinistra di Alessandro. «Coraggio», mormorò in un sospiro, prima di staccare la mano dalla spalla dell’altro ed entrare nel casale.

 

Bernardo Losanghi, così si chiamava l’uomo che, Alessandro, suo unico nipote, aveva trovato penzolare con un cappio al collo, gli occhi strabuzzati e la lingua di fuori dalla trave del soffitto.

A ottantatre anni, la perdita delle capacità cognitive può anche spingere un vecchio a compiere gesti estremi; ma al maresciallo che lo conosceva bene e al nipote non sembrava quello il caso.

Questo perché negli ultimi tempi, l’ombroso Bernardo, agli occhi della gente del borgo non era parso il maniscalco misantropo che, cinquant’anni prima, si era ritirato in un casale alle pendici dei monti. Ora quel vecchio scendeva molto spesso in paese, e si fermava pure all’osteria per bere un bicchiere di rosso in compagnia e raccontare a tutti che presto sarebbe volato a Gerusalemme, su invito del governo israeliano, per piantare un albero nel “giardino dei giusti”.

V’è da dire che, cinquant’anni prima, erano stati gli abitanti del borgo a isolarlo e spingerlo verso la misantropia. Questo perché lui, Bernardo Losanghi, era considerato una spia fascista che aveva fatto arrestare un paio di contadini che inveivano contro il regime. Accusa in seguito aggravata dal fatto di aver servito, nelle vesti di spia del regime, dopo l’otto settembre del quarantatre, anche i nazisti; e fortemente ridimensionata alla fine del conflitto, quando alcuni italiani di religione ebraica che aveva contribuito a salvare, nascondendoli nel casale e poi guidandoli lungo gli impervi sentieri alpini che conducevano al confine svizzero, testimoniarono in suo favore.

I compaesani, che lo conoscevano da quando era nato, non avevano creduto alla versione che si era finto spia al soldo dei nazifascisti per aiutare gli ebrei in fuga; ma pur consapevoli che lui, fascista della prima ora, si era servito di quei poveri fuggiaschi per crearsi un alibi spendibile nel dopoguerra per non finire preda della giustizia, che da quelle parti si poteva tranquillamente definire “vendetta dei vincitori”, si limitarono a girare al largo da quell’uomo, percepito come “viscido”.

Questo fino a quando, quarant’anni dopo la fine del conflitto, i giornali riportarono la notizia che Israele si apprestava a proclamare Bernardo “giusto tra le nazioni”. A quel punto molti di quelli che lo avevano osteggiato erano passati a miglior vita, e quasi tutti i pochi rimasti avevano rivisto la loro posizione; mentre la generazione che aveva visto la luce nel dopoguerra, aveva iniziato a considerarlo un eroe della resistenza.

Che fosse vera l’una o l’altra versione, quella dell’eroe senza macchia o dell’opportunista senza vergogna, era un dibattito ancora in divenire tra gli avventori dell’osteria; fatto sta che questo contribuì a sbloccare la situazione e a far sì che, fascista o meno, il misantropo Bernardo cominciasse ad aprirsi un po’ più verso gli altri.

 

Alessandro aveva trovato lo zio impiccato alle otto di mattina. Ed ora, a mezzogiorno, dopo che i becchini avevano portato via il cadavere, stava rilasciando la sua testimonianza al maresciallo, prima che questi, appurato che si trattava di suicidio, chiudesse in fretta e furia l’indagine per tornarsene in caserma; dove lo attendeva un buon piatto di pasta fumante, cucinato dalla moglie.

 

Alessandro, come unico parente ancora in vita, si prese l’impegno di rendere l’onore dovuto alla salma, organizzando un funerale degno di cotanto personaggio, assurto nell’immaginario collettivo, dopo le notizie giunte da Israele, a eroe senza macchia e senza paura. C’era la banda, il parroco e il sindaco con la fascia tricolore, a guidare il corteo funebre, seguito da tutta la popolazione del borgo e dei paesi limitrofi. “Una cerimonia emozionante, commovente, sarà contento lo zio”, ebbe a pensare Alessandro, mentre il sindaco, dopo aver terminato di esaltare il coraggio di un uomo (che qualche anno prima si sarebbe rifiutato persino di salutare) che a rischio della propria vita aveva, dal 1944 alla fine del conflitto, ospitato e aiutato ad espatriare in Svizzera ben otto famiglie di ebrei italiani in fuga, si scostava per dar modo al parroco di benedire la bara, prima che venisse calata nella fossa.

 

Tre giorni dopo il funerale ancora si discuteva, nelle osterie e nelle botteghe del borgo, sul reale motivo che aveva spinto Bernardo, alla vigilia della sua “santificazione”, ad impiccarsi.

Se lo chiedeva anche Alessandro quella mattina, mentre rovistava nei cassetti del comò, nella camera da letto di suo zio, in cerca dei documenti catastali da consegnare al notaio, per dar modo a questi di eseguire la voltura e intestare l’immobile all’unico erede ancora in vita.

«Eccoli», disse con un sospiro, traendo dal cassetto che odorava di stantio fogli e mappali ingialliti. I documenti erano posati sopra un cofanetto di legno chiaro. «E questo?» si domandò, osservandolo incuriosito.

Posò i documenti sopra il comò, trasse il cofanetto dal cassetto e lo ruotò davanti allo sguardo con fare meditabondo. “Dove l’avrà messa la chiave?” si domandò, fissando la minuscola toppa della serratura.

Con la mano libera afferrò i documenti e scese al piano terra. Una serie di chiavi, più o meno grandi, erano appese a dei ganci sullo stipite della porta, si mise ad osservarle con occhio clinico: nessuna era abbastanza piccola da poter entrare nella minuscola toppa. «Poco male», disse. Posò i documenti sul tavolo e con il cofanetto in mano si diresse nell’officina dietro il casale, dove si trovano ancora i ferri del mestiere di suo zio.

Si guardò attorno, polvere e ragnatele stavano a certificare che Bernardo non esercitava più la professione da molti anni: d’altronde, da quando i mezzi meccanici avevano sostituito la trazione animale, il lavoro di maniscalco era ormai in via di estinzione.

Prese un cacciavite da una rastrelliera, lo inserì nella fessura tra coperchio e scatola e, facendo leva verso l’alto, forzò la serratura. «Lettere!» esclamò stupefatto.

Chi mai poteva essere la misteriosa donna con la quale, il misantropo Bernardo, teneva corrispondenza da così tanto tempo? Si chiedeva sconcertato, leggendo l’indirizzo del mittente e la data sul timbro postale di una ventina di missive.

Tornò dentro il casale, spostò una sedia e si accomodò. Sistemò con cura le buste sopra il tavolo, una dopo l’altra, come carte da gioco in un solitario, partendo dalla data più recente.

Si sorprese nel constatare che l’intervallo tra una lettera e l’altra era di mesi, a volte anche di anni. “Forse dipende dal fatto che lui, scostante com’era, non rispondeva, oppure lo faceva controvoglia. Ma se così fosse, non si spiegherebbe il motivo per il quale le abbia conservate come una reliquia”, ragionò.

«Se voglio capirci qualcosa, non mi resta che leggerle», si disse, tirando le somme.

Poi prese l’ultima, quella risalente a trentasette anni prima, tre anni dopo la fine del conflitto; aprì la busta, trasse la lettera, la dispiegò e iniziò a leggere: «Ciao, Bernardo. Come vedi, anche se in ritardo di qualche anno, ho mantenuto la promessa che ti feci quel giorno nel bosco. Lo so che per tranquillizzarti avrei dovuto farlo molto prima. O forse avrei fatto meglio a non scriverti affatto. Ero combattuta su quello che sarebbe stato più utile ad entrambi. L’altra notte ti ho sognato: eri seduto fuori dal casale e, guardando in direzione del bosco, ti ho visto piangere per me, temevi che dopo averci lasciato nei pressi della frontiera, fossimo caduti preda di qualche banda di sbandati o, peggio, di qualche pattuglia di nazifascisti e avessimo fatto una brutta fine. Così, ho capito che, dopo quello che c’era stato fra noi, era giusto che tu sapessi…»

La lettera proseguiva descrivendo le traversie che lei e la sua famiglia avevano dovuto affrontare prima di raggiungere la Svizzera e recuperare una parvenza di serenità, e si concludeva spiegando a Bernardo che quella sarebbe stata la prima e anche l’ultima lettera che gli avrebbe scritto, perché ora, da quasi un anno, era una donna felicemente sposata, e per questo non trovava conveniente avere un rapporto epistolare con un altro uomo. «Addio, Bernardo», lesse Alessandro. La lettera era firmato solo con il nome: Anna.

Dalla lettera si evinceva che era stata lei a dare il la allo scambio epistolare, e che i due erano legati da un rapporto molto più che amichevole, sbocciato durante la guerra.

A quel punto, la curiosità, il desiderio di capire spinse Alessandro ad aprire la seconda lettera. E leggendola, comprese dalla prosa, piuttosto piccata, che era una risposta alla missiva che Bernardo le scrisse dopo aver ricevuto la prima lettera. Anna gli diceva di dimenticarla, come aveva fatto lei, che tra di loro non ci poteva essere alcun rapporto, e lui sapeva bene il perché.

 Quale segreto legava la misteriosa donna a suo zio? Si chiedeva Alessandro, guardando la seconda lettera.

Prese la terza lettera, osservò la data: era trascorso più di un anno da quella che l’aveva preceduta. Evidentemente Bernardo aveva provato a farsene una ragione, ma alla fine le aveva scritto un’altra lettera: lo si evinceva dal tono ultimativo usato da Anna per chiudere il rapporto epistolare.

Rapporto che non si chiuse, perché, sei mesi dopo, Bernardo ricevette un’altra lettera di ugual tenore.

Insomma, per farla breve, leggendo le lettere in sequenza, si evinceva che altro non erano che il tentativo di far ragionare un innamorato perso, che della prosa dura e distaccata dell’amata, non riusciva a farsene una ragione.

“Povero zio, aveva preso una bella sbandata, per la misteriosa Anna”, tirò le somme Alessandro, sorridendo amaro mentre apriva la busta dell’ultima lettera, risalente a meno di un mese prima della sua morte.

E quella lettera lo lasciò basito, mischiando le carte e dando un senso al gesto estremo di Bernardo.

Già dall’inizio, Alessandro comprese che quella doveva essere la risposta a una lettera di Bernardo, con la quale informava Anna che avrebbe piantato un albero nel giardino dei giusti di Gerusalemme.

La grafia era meno ordinata, più nervosa, se vogliamo. Anna gli diceva che se fosse andato a Gerusalemme, si sarebbe vista costretta a riferire all’ambasciata israeliana quello che sapeva di lui e dell’uomo che aveva incontrato nel bosco la notte prima che li costrinse a lasciare il casale in fretta e furia. Che quella notte lo aveva seguito, li aveva ascoltati parlare e poi aveva anche visto quello che era successo. «… Io e la mia famiglia ti saremo eternamente grati per quello che hai fatto. Ma è il come e perché lo hai fatto, che non trovo eticamente giusto, dunque: indegno. Detto ciò: tu non pianterai quell’albero nel giardino dei giusti, perché sarebbe un affronto ai veri giusti che hanno piantato e pianteranno un albero nel giardino negli anni a venire. Considera questa, veramente la mia ultima lettera. Dio non voglia che ne debba scrivere un’altra, perché sarebbe indirizzata al consolato israeliano. E se proprio non bastasse, invierei una lettera aperta anche ai principali quotidiani nazionali. Non mettermi alla prova, Bernardo, sono determinata ad andare fino in fondo. Non ti permetterò di macchiare con la tua presenza il giardino dei giusti!»

Alessandro era sconvolto, non capiva, o non voleva capire cosa stesse dicendo quella donna a suo zio; ma doveva essere qualcosa di veramente orribile, se tanto bastò a spingerlo al suicidio.

«Allora è tutto vero. Avevano ragione quelli che affermavano che era una spia fascista», tirò le somme, deluso.

Guardò le lettere aperte sul tavolo. «Se voglio capire chi era veramente mio zio, devo andare fino in fondo», concluse, leggendo l’indirizzo del mittente sulla busta.

 

Due giorni dopo aveva imboccato l’autostrada, attraversato il confine ed ora era lì, all’esterno di una sontuosa villa con splendida vista sul lago di Lugano.

Lesse i nomi sulla targa in ottone posta su un pilastro accanto al cancello (il primo del marito l’altro, con doppio cognome, della moglie). «E’ lei», sovvenne ad Alessandro, soffermandosi sul cognome da nubile.

Trasse un profondo respiro. «Andiamo a vedere le carte», disse, esalandolo.

Premette con decisione il tasto del videocitofono, attese qualche istante.

«Buongiorno, cosa desidera?» domandò una voce di donna.

“Troppo giovane per essere lei”, ebbe a pensare nel mentre, giudicando il tono di voce troppo fresco per una donna, presumibilmente ottuagenaria. «Dovrei parlare con la signora Anna», rispose poi.

«Ha un appuntamento?»

«No… no…», balbettò.

«Mi spiace, la signora non desidera essere disturbata, buona giornata!» tagliò corto la ragazza.

«Aspetti!» esclamò prontamente Alessandro, temendo che la ragazza chiudesse la comunicazione. «Riferisca alla signora il mio nome, lei capirà!»

Udì la ragazza sospirare nel citofono. «Qual è il suo nome?» gli chiese poi.

«Alessandro Losanghi. Ah! Le dica anche che sono il nipote di Bernardo Losanghi.»

«Attenda!»

Trascorsero tre, quattro minuti, per lui lunghissimi. «Entri e segua il vialetto fino all’ingresso», dopo la voce della ragazza seguì lo scatto della serratura elettrica del cancello.

Alessandro lo spinse, entrò e, dopo averlo richiuso alle proprie spalle, s’incamminò lungo il vialetto che attraversava il coloratissimo e ben curato giardino.

 

La domestica aprì la porta d’ingresso e squadrò per bene il soggetto. «Prego, mi segua», disse poi in tono secco.

Alessandro la seguì, percorsero un lungo corridoio, la domestica si fermò davanti a una porta, bussò.

«Fallo entrare!» si udì dall’altra parte.

La domestica aprì la porta. «Prego!» fece, spostandosi di lato.

«Grazie», mormorò Alessandro.

Dopo che l’ospite gli passò davanti, la domestica arretrò e chiuse la porta, rimanendo all’esterno.

Alessandro vide una donna con indosso un caftano di lino grezzo, voltata di spalle davanti all’ampia portafinestra che dava sul lago. “Deve essere lei”, pensò.

«Dunque, Bernardo non si vuole arrendere all’evidenza dei fatti. Deve essere proprio alla disperazione, per mandare avanti il nipote a sondare il terreno», esordì sarcastica, senza voltarsi.

«Non è lui che mi ha mandato», replicò Alessandro in tono sommesso.

«A no?» fece la donna, voltandosi.

Alessandro  sgranò gli occhi incredulo.

«Scioccato?» domandò lei, avvicinandosi. «Si sarebbe aspettato di trovare una vecchia signora prossima al trapasso?» aggiunse, mantenendo il tono sarcastico.

Effettivamente, Alessandro non si sarebbe mai aspettato di trovarsi al cospetto di una signora dal volto fresco e curato. “Avrà poco più di cinquant’anni”, giudicò di primo acchito. “Nel millenovecentoquarantacinque, doveva essere ancora una bambina. Non posso credere che mio zio abbia perso la testa per lei.”

Anna parve leggergli nel pensiero. «Si aspettava di trovarsi davanti una donna molto più anziana, la comprendo. Secondo lei, quanti anni dovrei avere? Oh, lo so che non è gentile nei confronti di una signora, ma lei lo faccia, si butti, coraggio!» lo esortò, aggiungendo al tono pure un sorrisetto sarcastico.

«Non saprei… non lo so», balbettò Alessandro, in evidente difficoltà di fronte alla forte personalità di Anna.

«Ci provi lo stesso, le prometto che se dovesse sbagliare, non la farò fustigare», lo incalzò, fissandolo con sguardo altero.

Sembrava divertirsi a prendersi gioco di Alessandro, che fermo davanti a lei cominciava a sudare.

«Cinquanta… cinque?» buttò lì alla fine, per liberarsi da due occhi azzurri e liquidi che parevano penetrarlo fin nel profondo dell’anima.

Anna sorrise. «Cinquantacinque», ripeté. «Me ne ha tolti sette, la ringrazio, ma non si può fare: ne ho sessantadue, ma è come se ne avessi vissuti più cento», rispose avvilita. Indicò una poltrona. «Vogliamo accomodarci?»

Alessandro si avvicino alla poltrona, attese che Anna si accomodasse su quella di fronte e poi si sedette.

«Posso offrirle qualcosa?» domandò Anna con un tono più accomodante.

«No… no, grazie.»

«Come vuole», fece lei. Lo osservò. «Sa che, analizzando il suo volto, non riesco a trovare nessuna somiglianza con Bernardo?»

«Le posso assicurare che Bernardo era mio zio: il fratello di mio padre.»

Anna ebbe un sussulto. «Era?» fece, inarcando le sopracciglia.

«E’ morto, la settimana scorsa.»

Anna volse lo sguardo sui monti di là dal lago, probabilmente per nascondere la commozione. «Addio, Bernardo», mormorò in un sospiro. Poi tornò a guardare Alessandro. «Gliel’ha chiesto lui, di farmelo sapere?»

«Veramente, no! Sono venuto di mia spontanea volontà, per capire perché ha deciso di andarsene in un modo così traumatico», rispose con tono fermo e deciso.

Anna si portò una mano davanti alla bocca. «No», mormorò, sgranando gli occhi.

Alessandro annuì. «Quando sono entrato nel casale… penzolava dalla trave del soffitto.»

«Oh mio Dio! Mio Dio! Perché l’ha fatto?» domandò sconvolta.

«Questo me lo deve dire lei», rispose, traendo dalla tasca della giacca una delle lettere che Anna aveva scritto a Bernardo. «Questa è l’ultima. Ho letto anche le altre, e credo di aver capito che mio zio la amava. Ma che non fosse questa la ragione principale che l’ha spinto a suicidarsi. Sbaglio?»

Anna si alzò dalla poltrona, camminando lentamente raggiunse l’ampia portafinestra e risalendo con lo sguardo dal lago ai monti sino a perdersi nel cielo, si chiuse in una profonda e sofferta riflessione.

Dalla quale riemerse traendo un profondo sospiro mentre tornava ad accomodarsi di fronte ad Alessandro. «La verità, potrebbe farle male, molto male… E’ certo di volerla ascoltare?» domandò.

Alessandro annuì. «Dopo aver letto le lettere, qualcosa credo di aver intuito. Ma non posso macerarmi nel dubbio. Voglio capire chi fosse veramente mio zio. Sono pronto a tutto, la prego, mi aiuti, il dubbio è un peso insopportabile, molto peggio che la più cruda verità!» rispose in tono affranto.

Anna sospirò: giunti a quel punto, non poteva licenziare quell’uomo avvilito e roso dal dubbio, senza provare a lenire il suo tormento interiore. «Si tenga forte: è una storia drammatica, e alla fine scoprirà un lato di suo zio, che non le piacerà affatto.»

«Non si preoccupi, ho già messo in conto che potrebbe essere stato una spia dei fascisti. Prosegua, l’ascolto!» la esortò in tono risoluto, serrando le mani attorno ai braccioli della poltrona.

«Non mi riferivo solo a questo», precisò Anna.

 

«A novembre del quarantaquattro, la situazione si era fatta insostenibile. Se fino ad allora vicini e conoscenti cercavano bene o male di aiutarci; ora la delazione, spesso per motivi abietti, in alcuni casi per salvare la propria di pelle, era diventata la regola», esordì con voce scossa.

Scrollò nervosamente la testa. «No, non erano tutti fascisti, e non tutti quelli che lo erano approvarono le leggi razziali. Fu il pizzicagnolo ad accompagnarci da un parroco; il quale disse a mio padre che c’era un uomo che aveva ospitato altri ebrei nel suo casale e li aveva aiutati a espatriare. Così, una notte buia di fine novembre, il parroco accompagno me, mio padre e mia madre da suo zio.»

Indicò la portafinestra. «Dovevamo attraversare montagne ben più alte di quelle, per raggiungere il confine. L’inverno non era ancora iniziato, ma già la neve sui monti preannunciava che sarebbe stato durissimo. Bernardo ci spiegò che i sentieri sicuri, quelli in alta quota, erano ormai impraticabili e che avremmo dovuto attendere lì, a casa sua, la prossima primavera. Poi ci rassicurò, dicendo che non sarebbe venuto nessuno a cercarci lassù. E quando mio padre si permise di esprimere ben più di un dubbio; lui, risentito, lo apostrofò duramente, facendogli capire che quello che stava facendo non era un gioco, che rischiava anche lui la pelle e che se non fosse più che certo che tutto sarebbe filato liscio, non ci avrebbe sicuramente ospitati. Mio padre si scusò, Bernardo si calmò e per rassicurarlo ulteriormente, butto lì con noncuranza che lui aveva gli “ammanigliamenti” giusti.»

«I repubblichini», tirò le somme Alessandro.

«Non lo disse, fu un’affermazione estemporanea, sibillina, direi.»

Fece una pausa: svelare subito quello che aveva scoperto alcuni mesi dopo, le sembrava troppo traumatizzante nei confronti di Alessandro. «Alla fine, arriveremo anche a questo», gli preannunciò seccamente.

Poi chiese ad Alessandro di pazientare un attimo. Chiamò la domestica e si fece portare una bottiglia d’acqua minerale e, dopo avergli chiesto cosa desiderasse bere, davanti all’ennesimo rifiuto ordinò alla ragazza di portare un bicchiere anche per il suo ospite.

«Mi deve scusare, ma ho bisogno di bere.»

«Non c’è problema», disse Alessandro. E mentre attendevano che la domestica portasse l’acqua, si guardò intorno. «Suo marito?» domandò, notando una fotografia sopra una credenzina barocca.

«Il giorno del nostro matrimonio», rispose Anna.

«E il bambino?» domandò ancora Alessandro: la fotografia ritraeva lei in abito nuziale, seduta accanto ad un uomo e, seduto con le gambe incrociate su un cuscino ai loro piedi, un bambino in abito da cerimonia che fissava imbronciato l’obiettivo.

«E’ un paggetto.»

«Suo marito…»

 «Non è di religione ebraica», rispose ancor prima che Alessandro avesse il tempo di formulare la domanda.

L’ingresso della domestica pose fine alla digressione. La ragazza dopo aver versato l’acqua nei due bicchieri si allontanò.

«Prego, si serva pure», disse allora Anna, indicando i bicchieri sul tavolino.

Alessandro ringraziò e, anche se non ne sentiva il bisogno, per educazione ne bevve un sorso.

Anna, invece, svuotò il bicchiere. «Eravamo rimasti al nostro arrivo a casa di suo zio», riprese mentre posava il bicchiere. «La prospettiva di rimanere bloccati lì fino a primavera spaventò mia madre, che inizio a piangere e a dire che ci avrebbero trovati. Ci pensò Bernardo, con quella sua voce corposa…» fece una pausa, guardò lontano con occhi trasognanti, «un tono caldo che ti avvolge e affascina.»

“Chi, se non una donna innamorata, può esprimersi così?” ebbe a pensare nel mentre Alessandro.

«Ricordo ancora perfettamente le parole che usò per tranquillizzare mia madre», riprese con voce commossa Anna. «La fissò nello sguardo e, portandosi una mano sul cuore, le disse: “Signora, mi creda, qua dentro è al sicuro. Nessuno verrà a cercarla”. Ma mia madre, in preda a una crisi di nervi continuava a piangere. Allora Bernardo indicò l’ambiente con un ampio gesto e continuò: “Consideri questa la sua casa, e anche se non troverà i confort a cui era abituata, le assicuro che risiedere qui, sarà molto più sicuro che in qualunque altro posto”. Le parole, lo sguardo fermo e sicuro, gli stessi gesti convinsero mia madre, che si calmò e ringraziò quell’uomo che pareva disposto a mettere in pericolo sé stesso per proteggere quelli che lui definiva: suoi ospiti.»

Trasse un sospiro. «La tranquillità che sapeva infondere, ci permise di attendere la primavera, come sospesi in una dimensione fuori dal tempo; una dimensione dove il male non poteva entrare. Per me, fu come trascorrere una lunga e istruttiva vacanza invernale. Al contrario dei miei genitori, per i quali il timore di essere scoperti procurò uno stato d’ansia che li portava a sobbalzare a ogni più piccolo suono o rumore proveniente dal bosco. Io, a ventidue anni, vivevo quel tempo sospeso come un’avventura da raccontare agli amici a guerra finita.»

Scosse il capo, ad Alessandro parve che tentasse di celare un sorriso tra il malinconico e il compiaciuto. «Il passo dall’avventura alla fiaba, passando gran parte della giornata a contatto di gomito con quell’uomo dal fascino indiscutibile, fu la naturale conseguenza. Quando andavamo nel bosco a raccogliere la legna, mi descriveva gli alberi, la vegetazione del sottobosco. Indicando le impronte degli animali,  mi metteva in guardia oppure mi rassicurava. E il tempo dell’attesa volò in un attimo. Avrei desiderato restare in quel posto magico, avrei voluto pregarlo di tenermi con lui, avrei voluto gridare al mondo che l’amavo… ma, per fortuna, non trovai il coraggio di farlo.»  

Allargò le braccia. «Ma non servì poi a molto. Una settimana prima di Natale, Bernardo ci disse che sarebbe andato nel bosco a scegliere un piccolo abete da addobbare. Eccitata chiesi ai miei se potevo andare con lui. La notte prima aveva nevicato forte, mio padre si mostro perplesso, ma Bernardo lo rassicuro, dicendogli che non c’era di che preoccuparsi.»

Indicò con l’indice il polpaccio. «Si affondava nella neve fino qui, sul sentiero che si addentrava nel bosco. Bernardo camminava davanti a me, fu questione di un attimo; non so nemmeno io cosa mi frullò nella testa, ovvero: perché mi misi a fare la stupidina per farmi bella ai suoi occhi. Ebra di felicità, ridendo provai a superarlo per farmi rincorrere. Fu questione di un attimo, spostandomi verso sinistra posai un piede sulla neve cedevole, urlai spaventata, lui provò a trattenermi afferrandomi per un braccio, e lo trascinai con me. Per fortuna il declivio era breve e poco ripido. Giunti in fondo ci guardammo, avevamo rotolato abbracciati ed ora eravamo ricoperti di neve fin sopra i capelli. Non seppi trattenermi e scoppiai a ridere; Bernardo mi guardava con fare preoccupato, poi, constato che non mi ero fatta niente, rise anche lui. Mentre rideva con la mano iniziò a togliermi la neve dai capelli, poi, con il tocco delicato di una carezza, cominciò a levarmela dal viso. Ci fissammo negli occhi, lui arrestò la mano sulla mia guancia, io mormorai un: “grazie”, che voleva dire ben altro. Bernardo comprese… e mi baciò… ci baciammo… e quello fu solo l’inizio. Quasi ogni giorno, quando lo accompagnavo nel bosco a raccogliere la legna, seppur avvolti in larghi e scomodi pastrani, trovavamo il modo di fare l’amore; furono due mesi stupendi. All’inizio di marzo la neve iniziò a sciogliersi: si avvicinava inesorabile il momento in cui ci saremmo dovuti separare, per sempre. Sentimenti contrastanti tormentavano i miei giorni; ero felice perché non avremmo più dovuto temere di essere catturati e internati in un campo di concentramento; ma allo stesso tempo ero disperata, perché non avrei più rivisto l’uomo del quale mi ero invaghita.»

«Mi scusi se mi permetto, ma “invaghita” mi pare un tentativo poco credibile di sminuire quello che veramente c’era stato tra lei e mio zio. Forse il termine “innamorata” è più appropriato, per descrivere il vostro rapporto», provò a correggerla Alessandro.

Anna alzò le spalle. «Che vuole che le dica, usi pure il termine che preferisce, quello che conta veramente, è capire come si è conclusa la storia.»

«E come è finita?»

Anna sospirò. «L’ultima settimana di marzo, verso sera, mentre guardavo Bernardo posare le trappole per la cattura della selvaggina, lui buttò un occhio sulla cima dei monti, indicò il sentiero e mi disse: “Il passo è quasi del tutto sgombro dalla neve. La settimana prossima potrete finalmente passare il confine”. L’espressione distaccata, mal si conciliava con il tono mesto e addolorato di che deve lasciar andar via l’amata. Forse stava per aggiungere qualcos’altro, di piacevole? Di spiacevole? Non lo so, non gliene lasciai il tempo. Singhiozzando lo pregai di tenermi con lui, Che avrei parlato con i miei genitori e che loro avrebbero capito… frasi senza senso di una ragazza invaghita, o se preferisce, innamorata. Frasi senza senso che lui si premurò di cassare, dicendomi che non sarei stata al sicuro lì, che presto o tardi qualche pattuglia di soldati tedeschi piuttosto che fascisti che perlustravano il confine sarebbero arrivati fino al casale. Andammo avanti per una buona mezz’ora, io a insistere per voler rimanere e lui a spiegarmi che non era possibile. Alla fine trovò le parole giuste per convincermi. “Ascolta, Anna, tengo troppo a te per saperti in pericolo. Tu te ne andrai in Svizzera con i tuoi genitori. La guerra volge ormai al termine, questione di mesi, forse di settimane. E quando tutto questo “casino” sarà finito. Se vorrai ancora rivedermi io sarò qui ad aspettarti. E ti aspetterò finché avrò vita, perché sei l’unica donna che ho amato”, solo questo mi disse, ma con un trasporto tale, che ancor oggi mi mette i brividi addosso. Così ci accordammo, dandoci appuntamento a guerra finita. Il piano prevedeva che mi avrebbe lasciato il recapito dove spedire la lettera, nella quale gli dicevo dove e quando venirmi a prendere,» trasse un sospiro, «poi… è andata com’è andata!»

«L’infatuazione è passata e lei ha trovato il vero amore», tirò le somme Alessandro, indicando con lo sguardo l’uomo della fotografia.

Anna scosse il capo. «Non è andata esattamente così. Fu quello che accade la notte prima della nostra affrettata partenza, a far precipitare tutto.»

«E cosa accadde, di così grave, da far cambiare repentinamente i sui sentimenti verso mio zio?»

«Si sbaglia! Nonostante tutto, i miei sentimenti nei confronti di Bernardo non sono mai mutati», precisò piccata in un moto d’orgoglio.

«A no?» fece Alessandro, alzando un sopracciglio. «Eppure nell’ultima lettera, più che amore mi era parso di leggerci odio…»

«Come si permette!» lo interruppe Anna, balzando in piedi. «Cosa ne vuol sapere lei di cosa mi porto dentro io! E’ mai stato innamorato, lei?!»

«Mi scusi, forse mi sono espresso male… ma dalla lettera si evinceva…»

«Quello che si evinceva, glielo spiego io, se avrà la decenza di starmi ad ascoltare senza giungere a conclusioni affrettate!»

«Le prometto che non accadrà più. Prosegua, la prego.»

Anna trasse un profondo respiro, esalandolo tornò ad accomodarsi e, dopo aver riordinato i ricordi, proseguì: «Il giorno del distacco si approssimava. Erano giorni che Bernardo si allontanava al mattino e tornava nel tardo pomeriggio: doveva controllare che i sentieri fossero liberi dalla neve e da eventuali pattuglie di soldati tedeschi o miliziani fascisti, così ci disse. Fatto sta che non c’era più modo di stare insieme, da soli. Ed io sentivo impellente il bisogno di confessare a Bernardo che ora certa: sarei tornato da lui a guerra finita. Dovevo trovare il modo d’incontrarlo senza farmi scoprire dai miei genitori. Sapevo che di notte, temendo che arrivassero prima i lupi, usciva per andare nel bosco a recuperare la selvaggina caduta nelle trappole. Così attesi che i miei genitori si addormentassero e poi sgattaiolai fuori senza far rumore. Avendolo aiutato molte volte, conoscevo i posti dove metteva le trappole. Con il cuore che pareva uscirmi dal petto m’inoltrai nel bosco. Improvvisamente udii due uomini parlare, le voci si avvicinavano, stavano venendo nella mia direzione. Spaventata mi accucciai dietro un grosso tronco. “Il colonnello dei crucchi si lamenta, dice che sono più di due mesi che non gli segnali più la posizione dei partigiani. Eppure i suoi soldati continuano a subire imboscate», diceva il primo.

«Quando il secondo rispose, mi prese un colpo: la voce era la sua, quella di Bernardo. “Io non ho più avuto modo di incontrarli, si vede che non si fidano più”, disse.

L’altro rise. “Di te? Dell’uomo che ospita e accompagna alla frontiera svizzera gli ebrei? Ma dai, a chi vuoi darla a bere?”.

«Bernardo si alterò: “Non voglio darla a bere a nessuno! Cosa credi, che mi faccia piacere tenermi in casa degli estranei, e rischiare comunque la pelle se qualche soldato della milizia che non è a conoscenza del piano, mi scoprisse mentre li accompagno al confine?”

«L’altro parve comprendere. “Va bene, va bene. Comunque il colonnello vuole dei risultati, sembra che i superiori se la stiano prendendo con lui.”.

«Seguì un breve silenzio. “Non so che farci: se non ci sono, mica me li posso inventare i partigiani”, obiettò Bernardo. “No, ma potresti consegnargli i tre ebrei che nascondi nel casale”, ribatté prontamente l’altro.

«Mi sentii mancare. Per fortuna Bernardo si mise a urlargli in faccia: “Tu sei pazzo! Ne abbiamo già parlato tempo fa: gli ebrei sono il mio lasciapassare. La guerra finirà presto, e non come vogliamo noi! Fatti furbo e cerca anche tu qualche ebreo o antifascista da nascondere, prima che i partigiani ti vengano a prendere in casa; quelli non vanno troppo per il sottile: un processo sommario in mezzo alla strada, una raffica di mitra contro il muro e via andare. Dammi retta, se vuoi salvare la ghirba, trovati qualcuno che possa testimoniare in tuo favore.”

«Ero agghiacciata, sconvolta: l’eroe senza macchia e paura, l’uomo che avevo mitizzato e amato, altri non era che una spia fascista, un vile che si serviva di noi per crearsi un alibi a guerra finita. Lo comprese benissimo anche il suo sodale, che lo aggredì verbalmente: “Io non tradirò mai la causa! tu sei soltanto un vigliacco! Uno sporco traditore dei valori del fascismo! Noi non permetteremo ai comunisti di prendersi l’Italia. Io li combatterò, e se dovrò morire, lo farò con il fucile in mano!”

«Udii Bernardo dire, senza acrimonia: “Fai un po’ quello che vuoi. In ogni caso è meglio che non ci incontriamo più. La tua presenza mette in pericolo il mio alibi”.

«L’altro sbottò: “Alibi?! Alibi?! Ma quale alibi! Davanti alla mia parola, quella di un ufficiale della milizia fascista, non ci saranno alibi in grado di salvarti la vita! Ora stammi bene a sentire, traditore: o domani stesso consegnerai gli ebrei ai tedeschi, o io andrò di filato dal colonnello a raccontargli tutti i tuoi sporchi intrallazzi. Gli dirò che stai usando la copertura concordata con il comandante della milizia per incastrare i partigiani, per costruirti un alibi da spendere a guerra finita…”

«Dopo un attimo di silenzio, lo udii gridare agghiacciato: “Cosa vuoi fare?! Sei impazzito! Metti giù la pistola! No! No! Ti scongiuro!” D’istinto alzai lo sguardo per vedere cosa stesse accadendo».

A questo punto Anna chiuse gli occhi e rivisse quei terribili istanti con voce partecipata, agitata: «I due sono uno di fronte all’altro, all’interno di una radura. La scena, illuminata dalla luce algida della Luna, ha un non so che di spettrale, di surreale. Bernardo impugna una pistola col silenziatore; l’altro è come pietrificato, terrorizzato, con le mani tese in avanti. Mi ritraggo prontamente dietro il tronco, premendo la mano contro la bocca m’impongo di non urlare. Sono spaventatissima. Uno sparo attutito dal silenziatore, un’esclamazione soffocata, seguita da un altro sparo silenziato pone fine alla discussione».

Anna riaprì gli occhi, trasse un profondo respiro, recuperò una parvenza di tranquillità, tornò nel presente e proseguì con voce non più scossa ma delusa: «E lì compresi che Bernardo era uscito di casa deciso a farla finita in un modo o nell’altro. Aveva provato a farlo ragionare, a convincerlo che conveniva anche a lui ammorbidire la sua posizione. Ma quello era un fascista duro e puro, incorruttibile, se vogliamo. Un uomo detestabile, che alla fine si dimostrò meno viscido dell’eroico Bernardo. Tremando come una foglia al vento allungai di nuovo lo sguardo, lo vidi caricarsi il corpo sulle spalle e portarlo nel profondo del bosco. Quando fu abbastanza lontano corsi via, tornai al casale, m’infilai dentro il letto e tirandomi le coperte fin sopra la testa piansi, piansi fino all’alba, per un sogno infranto, per un uomo che si era rivelato uno sporco doppiogiochista».

Alessandro la ascoltò incredulo demolire la statura morale del suo “eroico” zio. «Un assassino, mio zio, era anche un assassino», tirò le somme sgomento. Stentava a crederlo, forse lo aveva soltanto ferito, quell’uomo, e in ogni caso, morto o meno, c’era comunque un ottimo motivo per sparargli: doveva impedirgli di denunciare lei e i suoi genitori. Forse Anna si sbagliava. Anzi, ne era certo, altrimenti non si spiegherebbe perché non lo avesse denunciato, una volta in salvo; questo pensava, e gliene chiese conto: «Ma poi lui si è dimostrato leale, vi ha condotto in salvo. E se le cose stanno così, perché quando ha raggiunto la Svizzera non lo ha denunciato?»

«Bella domanda», fece, sorridendo amaramente. «All’alba Bernardo ci svegliò, dicendoci che dovevamo andarcene subito, perché i partigiani avevano ucciso un ufficiale della milizia e i fascisti stavano battendo la zona palmo a palmo. Mentre lo seguivamo in silenzio lungo il sentiero, meditavo sul da farsi; non nego di aver messo in conto di denunciarlo, ma poi ho pensato che in fondo, anche se per uno scopo poco edificante, aveva aiutato altri ebrei prima di noi, e magari altri ne avrebbe potuto aiutare. Così, lasciai perdere. Nei pressi del confine Bernardo salutò i miei genitori, augurando loro buona fortuna. Lo salutai freddamente. Lui comprese che qualcosa non andava, ma prima che avesse il tempo di chiedermene conto, girai sui tacchi e me ne andai senza più voltarmi indietro.»

«Capisco» fece Alessandro, osservando insistentemente la fotografia sulla credenzina. «Ma allora, perché farlo adesso?»

«Proprio non capisce, eh?» sbuffò Anna, fissandolo con fare torvo. «La sua presenza in un luogo “sacro”, avrebbe sporcato anche la memoria di chi giusto lo era stato davvero!»

Alessandro scosse vigorosamente il capo: non poteva accettare che suo zio fosse trattato come un appestato da chi aveva salvato e amato. «Mi pare che i così detti “giusti”, siano migliaia. Lei è pronta a giurare che tutti quelli che hanno piantato un albero nel giardino, e altri che lo pianteranno in futuro, abbiano agito soltanto per altruismo e non, magari, per un qualche motivo meno nobile?»

«Bella domanda. Il comportamento subdolo di Bernardo, ha lasciato più di un dubbio, irrisolto», rispose. Ci pensò su. «No, non lo sono. Dirò di più: sicuramente fra tanti, qualche altro Bernardo, scavando nel loro passato lo si potrebbe anche trovare. Ma non tocca a me farlo. Io sono solo la muta testimone che ha provato a far capire a un uomo che il suo nome nel giardino dei giusti avrebbe assunto il sapore della beffa.»

«La muta testimone, non ha messo in conto che qualcun altro pianterà quell’albero che porterà il nome di mio zio? Non ci aveva pensato? No, non lo credo. E allora cosa farà per impedirlo? Come ha scritto nella lettera, denuncerà l’uomo che ancora ama? Sì, ha capito bene: che ancora ama! Perché questo urla dall’inizio alla fine il suo racconto. Me lo dica, fremo dalla voglia di capire come si comporterà: lo denuncerà alle autorità israeliane?» la incalzò con voce fremente.

Anna balzò dalla poltrona. «Creda quello che vuole! Ora, se non le spiace, dovrei prepararmi. Mio marito sarà qui a momenti!» lo congedò in modo brusco.

Alessandro tornò con lo sguardo sulla fotografia, indicò il bambino. «Quel “paggetto”, ha gli occhi neri e un taglio orientaleggiante, lei suo marito li avete chiari…»

«Cosa vuole insinuare?» lo interruppe. Poi chiamò la domestica.

«S’è mai visto un ritratto di famiglia con dentro un paggetto? Dalle mie parti no! Così, mentre lei cercava disperatamente di nascondere i suoi sentimenti; io mi sono fatto quattro conti: si è sposata tre anni dopo la fine del conflitto, quel paggetto ha sicuramente meno di tre anni e gli occhi sono la fotocopia spiccicata di quelli di mio zio…»

«Le proibisco di continuare!» lo interruppe nuovamente in tono perentorio.

Ma Alessandro non volle sentir ragione. «Quella notte lo aveva seguito nel bosco per rinnovare ben più di una promessa: era corsa da lui per annunciargli che sarebbe diventato padre… Nonostante i toni minacciosi usati nelle lettere, lei non avrebbe mai denunciato il padre di suo figlio. E non lo farà nemmeno se, ora, qualcun altro pianterà quell’albero nel giardino dei giusti al posto dell’unico uomo che ha veramente amato! Sbaglio?»

Anna era livida, quell’uomo la stava ponendo di fronte a verità inutilmente respinte per anni. Era rimasta senza argomenti con cui ribattere, per sua fortuna la domestica, affacciandosi alla porta, ruppe l’empasse.

«Accompagna il signore!» ordinò con voce vibrante di rabbia. Poi si volse e andò verso la portafinestra.

Alessandro annuì, ora Anna le dava le spalle. «Stare a guardare il lago, non la farà sentire meglio. Suo marito, se ancora non la sa, merita di sapere la verità. E lei, se vuole fare pace con la sua coscienza, dovrebbe accompagnare suo figlio a deporre un fiore sulla tomba del padre… Se e quando deciderà di farlo, sarò felice di accompagnarvi. Addio, Anna», concluse commosso, prima di voltarsi per raggiungere la cameriera che attendeva in corridoio.

 

                                                 FINE   

 

      

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L'AUTORE Vecchio Mara

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Paolo Guastone il 2019-10-14 10:02:32
Racconto molto accattivante e ben condotto, anche se, a volte, si avverte il bisogno di una sforbiciatina. Finale inaspettato e davvero stuzzicante, così come bella ed originale è la trama. Alla fine, però, tutti i nodi vengono al pettine ed il protagonista paga le colpe di una vita vissuta insieme a tanti fantasmi. Troppi.

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