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Mea culpa

"PUNTO E A CAPO" Racconto Horror / Mistery / Pulp

di Rubrus

pubblicato il 2019-09-03 14:23:51


Era uno di quelli che indossava ancora la tonaca.
Stava in mezzo al sagrato, ritto nell'ascetica magrezza dei suoi novant'anni come una meridiana che segnasse indifferente lo scorrere del tempo, lo sguardo fisso in un angolo dove, fino a poco prima, c'era stato un furgoncino.
«È un peccato sperare che si ribalti?» disse.
Il ragazzo che stava passando si fermò. Portava una “Adorazione dei Magi” annerita dal tempo più che dall’abitudine barocca di usare uno sfondo scuro per i quadri. Era pesante, ma soprattutto era enorme e una scusa per fermarsi non andava sprecata. Mise il quadro a terra e vi si appoggiò.
«Ha detto, Don Gildo?» domandò, premuroso.
Il prete spostò lo sguardo su di lui. Il ragazzo si chiese se Don Gildo stesse cercando di ricordarsi il suo nome, Paolo, ma l'espressione del vecchio era indecifrabile.
«Il furgoncino. Non è che si ribalta, carico com’è?».
Il giovane guardò dove guardava il prete.
Il trabiccolo prestato dall’ortolano – poco più che un’ape car – aveva svoltato l’angolo, ma il sacerdote teneva gli occhi nebbiosi di cataratta fermi in quella direzione, come se potesse vederlo ancora.
Quello, e altre cose che gli altri nemmeno sognavano.
«Sarebbe un peccato. Quel confessionale vale parecchio». Don Gildo aveva parlato di “peccato”. Forse era quello che stava dicendo. O forse no.
«Tutta roba del Valmora» sentenziò il prete.
Paolo esitò. Il nome non gli era nuovo, però... «Era un prete?».
«Era un prete» più che dirlo, lo sputò fuori, come un boccone amaro.
«Il... primo parroco di qui».
«Cappellano. Questa era solo una cappellania, all’epoca. Il Valmora forcò e brigò perché diventasse parrocchia, ma non lo fecero parroco, nonostante tutti gli agganci che aveva».
«E adesso siamo tornati vicariato» disse Paolo. La recente riforma della diocesi aveva accorpato più chiese sotto un’unica direzione, così molti sacerdoti si erano visti privare della loro carica. Forse per questo il vecchio sembrava così maldisposto.
Magari gli dispiaceva per il confessionale.
Il ragazzo lo aveva visto sempre di sfuggita. Era relegato in un angolo della sacrestia, seminascosto da scansie, panche, cassapanche e attaccapanni.
Se Albinoni, l’incaricato della Curia, non lo avesse scoperto decretando che era un capolavoro di ebanisteria del tardo XIX secolo, il vecchio, dimenticato pezzo di arredamento avrebbe finito per consumarsi, sgretolato a poco a poco dal segreto, silenzioso lavorio dei tarli.
«Be’, almeno ne verrà fuori qualcosa di buono». Il papa aveva esortato le parrocchie ad accogliere almeno una famiglia di profughi siriani e l’accoglienza ha un prezzo. Il vescovo aveva invitato i sacerdoti a disfarsi dei beni non necessari e il confessionale sarebbe finito in qualche negozio di antiquariato, dietro adeguato compenso.  
«“La farina del diavolo va tutta in crusca”, lo conosci il detto? Già... magari non sai nemmeno cosa sia, la crusca».
Paolo guardò il vecchio prete. Con quell’abito nero fuori dal tempo, gli occhi opachi e la voce squillante nella quale ogni tanto – come ora – si insinuava una nota stridula – Don Gildo poteva sembrare un inquisitore venuto fuori da qualche dipinto medievale, o un profeta  uscito dalle pagine delle Bibbia. O uno stregone.
«Hai sempre intenzione di fare il giornalista? ».
Il ragazzo annuì. I suoi primi passi nel mondo dell’editoria erano stati gli articoli sul giornale parrocchiale. Don Gildo glie li correggeva con una matita rossa e blu, incaponendosi sulle virgole e consultando, in caso di dubbio, una grammatica di sessant’anni prima, dove era scritto che alcune voci del verbo avere come “io ho, egli ha, essi hanno” potevano essere scritte con l’accento al posto della “acca”.
«Già. Suppongo che adesso una storia simile finirebbe sui giornali. Ci andrebbero a nozze e, se vuoi la mia opinione, è giusto così. Ma allora... allora era diverso. Quanti anni hai?».
«Sedici».
«Sedici» ripeté il vecchio come se cercasse di ricordare, senza riuscirci, che effetto facesse essere adolescenti.
In ogni caso, pensò Paolo, anche se ce l’avesse fatta, e glie l’avesse raccontato, lui non avrebbe capito. Il vecchio sacerdote aveva ragione. Allora era diverso.
«Scrivi ancora storie di fantasmi?».
Il ragazzo sussultò. Come faceva a saperlo? Pensò agli anni, ai decenni che il prete aveva trascorso a guardare dentro i cuori degli uomini. Doveva essere quello. L’esercizio. L’abilità, acquisita e perfezionata, a scrutare nelle anime. A trovare quello che doveva essere trovato. Anche quello che non voleva essere trovato... poi capì la ragione del malumore del vecchio.
Il Confessionale.
Quello era stato il suo confessionale. Quello di Don Gildo.
Se lo immaginò a sedici anni, o anche meno, nel ruolo del penitente anziché in quello del ministro del culto. Oggigiorno, la confessione era più o meno una chiacchierata, benché riservata. Sacerdote e fedele si guardavano in faccia, ma allora... be', era davvero diverso.
«Case infestate, mostri, possessioni... In sessantacinque anni di sacerdozio non ho mai trovato neanche uno di quegli spauracchi da baraccone che ti piacciono tanto. Ma il male sì. Quello l’ho incontrato. Tutti i giorni. Anche più volte al giorno».
Paolo non disse nulla. Aveva taciuto a Don Gildo l'oggetto dei suoi sforzi letterari. Temette che il prete volesse discuterne – sapeva che non vedeva di buon occhio simili argomenti, forse perché riteneva che la Chiesa avesse una specie di esclusiva sul soprannaturale. Il sacerdote, però, pareva più interessato a parlare del confessionale.
«Mi sono sincerato che finisse nelle mani di una brava persona. Mi hanno garantito che è così. Prego che basti. Mi domando se sanno che cos'hanno in mano. Penso di no. Non esattamente. La gente non si confessa più come una volta. Tu da quanto non lo fai, Paolo?».
Il ragazzo sussultò di nuovo. Lo sapeva il suo nome, dunque. Probabilmente lo aveva riconosciuto subito. Alla faccia della cataratta e dei novant'anni.
«Non te lo ricordi, vero? Come tutti. Sei mesi, un anno... Ci crederesti che, quando avevo la tua età, ci si confessava una volta a settimana?» Si batté il petto con la mano, tornando al latino della sua infanzia e della sua giovinezza. «Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa».
Con gli occhi della mente, Paolo lo vide inginocchiato, la voce bisbigliante, il capo chino, le mani giunte davanti al sacerdote – il Valmora, probabilmente. Perdonami padre, perché ho peccato. Poi rivide il confessionale. Fece di più. Lo osservò. Gli aveva riservato solo un paio di occhiate distratte, ma, pensandoci bene, quello che aveva intravisto non gli era piaciuto per niente.
Oppressivo e imponente, in grado di accogliere dentro di sé due persone e di farle scomparire, il vecchio manufatto, più che nascosto nell'angolo della sacrestia, gli era sembrato acquattato.
Il male sì. Quello l’ho incontrato. Quasi tutti i giorni. A volte più volte al giorno.
Il ragazzo pensò al peccato che si riversava nei confessionali. Che si accumulava. Non quello dei mostri e degli... come li aveva chiamati Don Gildo? “spauracchi”, ma le meschine, labirintiche, vergognose piccinerie delle persone comuni nella vita di tutti i giorni.
Rabbrividì come se l'ascetica, sottile figura del sacerdote fosse una crepa nel tessuto del mondo.          
«Non mi stupisco che la gente si confessi sempre meno, sai? Una volta me la prendevo, ma ora... Il fatto è che non è per niente facile. Ti mette a confronto con le parti peggiori di te stesso. Di più. Ti costringe a dirle a un estraneo e, anche se dovresti essere convinto che non è un semplice uomo quello cui stai parlando, bensì il rappresentante di Qualcun Altro, be'... è più facile girare al largo. Rimandare. Dire che “non è poi così grave”. Negare che quella parte di te esista. No, non mi stupisco».
Paolo comprese che il sacerdote aveva ragione. Non c'era bisogno di cercare castelli diroccati, paludi fumiganti o magioni abbandonate. Un semplice confessionale era... (gli si presentò alla mente l'immagine di quello che il furgoncino aveva portato via da poco e, come se le udisse in quel momento, sentì le parole esatte del prete: “speriamo che si ribalti”) era come...
«Un piccolo tempio dedicato al male» disse il vecchio e, di nuovo, Paolo rabbrividì. Quella capacità di scrutare dentro i cuori.... forse “capacità” era un termine troppo delicato. “Potere” andava già meglio. «L'ho pensato anche io e non credo che sia blasfemia. O almeno lo spero. L'idea è che il peccato venga ammucchiato lì dentro come l'immondizia nel cestino. E che la misericordia di Dio, per il tramite del Suo indegno ministro, lo cancelli meglio di qualunque tritarifiuti o detersivo. Ma se il ministro è troppo indegno?».
Un nota stridula si insinuò nella voce del vecchio come una crepa in un vetro. “Vorrei arrivare alla sua età come lei” si complimentava la gente con Don Gildo. Qualche volta, lo aveva detto anche Paolo. Ora non era tanto sicuro che fosse piacevole arrivare a quell'età. Sapere tutto quello che si era stati costretti ad imparare. Si domandò se un uomo potesse sopportare tutto quel male che si accumulava, per tutto quel tempo. Se il sacerdote – per quanto impossibile potesse apparire – si stesse confessando proprio lì, proprio in quel momento, proprio a lui. Una confessione in piedi, all'aperto, davanti a tutti, sotto il sole che risplendeva sul sagrato. Ma pur sempre una confessione.
«Ti ho già detto che allora ci si “accostava al sacramento della riconciliazione”, come si dovrebbe dire oggi,  anche una volta la settimana? Immagino di sì. Sono vecchio, dico sempre le stesse cose» Paolo ebbe l'impressione che il prete fosse perfettamente consapevole di ripetersi, ma non disse nulla.
«Lo evitavo, Don Valmora. Lo evitavamo tutti.  E non solo per via delle penitenze – allora erano vere penitenze, non solo qualche pateravegloria bisbigliato in tutta fretta; ti potevano ordinare di saltare i pasti o recitare interi rosari inginocchiato sulla terra nuda. Certo, Don Valmora non scherzava. Era capace di farti andare in pellegrinaggio scalzo, nella neve – e non sono fandonie di vecchi, allora faceva davvero più freddo e c'era davvero la neve, alta anche fino al ginocchio  – fino all'edicola dell'Immacolata. Non era nemmeno a causa delle penitenze speciali».
Sogghignò, e il ragazzo ebbe l'impressione di una foglia che si accartocciava, strizzata dalla mano del tempo.
«Scommetto che muori dalla voglia di sapere quali fossero le penitenze speciali. Non vorresti fare il giornalista e non scriveresti storie di paura se non fossi affascinato da questi racconti».  
Il ragazzo si appoggiò all'Adorazione dei Magi, come per riceverne sostegno. Ancora una volta, il vecchio aveva ragione. Non amava le storie di paura perché scriveva racconti dell'orrore. Scriveva racconti dell'orrore perché era stregato dalla paura. Si chiese – e non per la prima volta – quale fosse il vero motivo, ma Don Gildo proseguì prima che potesse darsi una risposta.
«Ti dirò quelle che il Valmora comminava a me. Recitare il rosario in ginocchio sui ceci. Andare in giro per una settimana con il capo cosparso di cenere – ci pensava lui a riempirmene i capelli ogni mattina all'alba e usava quella rovente, appena tolta dal braciere. Un paio di volte mi fece andare in pellegrinaggio, scalzo, fino all'Edicola dell'Immacolata e, in un'occasione, mi ordinò di portare il cilicio per un mese. Ma non era il peggio».
La domanda morì sulle labbra di Paolo, ma non fu un decesso indolore. Il ragazzo emise un singulto e il pomo d'Adamo gli andò su e giù come un ascensore impazzito.
«Avrebbe potuto fustigarmi con la vecchia corda piena di nodi appesa in sacrestia, o farmi portare scarpe con le punte dei chiodi rivolte verso l'interno. Sapevo che ne era capace. Non ne parlavamo, tra noi ragazzi, ma non riuscivamo a non notare i segni. Ho visto più di un amico uscire di chiesa zoppicando, o tenendosi la punta delle dita sotto le ascelle – e qualche tempo dopo un'unghia, o due, diventava nera e cadeva e il ragazzo, o il bambino, assicurava di essersele schiacciate nella porta. Il giovane Carugati perse un dente che fino a quel momento era sembrato sanissimo, sviluppò un'infezione e morì in una settimana. Che  penitenze infliggesse alle bambine, e alle ragazze, non l'abbiamo mai saputo... non l'abbiamo mai voluto sapere. “Ermenegildo!” mi chiamava – ha sempre usato il mio nome per intero e, sì, penso che sia brutto nome, ma solo io so perché –  “Ermenegildo!” – e  mi puntava contro un dito più aguzzo dei chiodi che avevano usato per la Croce “da quanto tempo non ti confessi?”. Te l'ho detto, allora ci si accostava spesso al sacramento, ma non importava. Lui trovava sempre qualcosa».
Il ragazzo pensò nuovamente all’abilità del sacerdote di guardare dentro l'anima delle persone e cercò di figurarsi come sarebbe stato se, invece che con Don Gildo, avesse avuto a che fare col Valmora.
Il sole si era girato e l'ombra del grosso quadro lo ricopriva completamente, creando un rettangolo scuro e fresco sul sagrato.
«A volte si limitava a farti recitare delle preghiere; ogni tanto, molto raramente, non dava nessuna penitenza. Era questo il peggio. Non sapere che cosa sarebbe accaduto dopo che lui ti aveva puntato contro il dito. Sì. Era questo il peggio. Riesci a capirlo?».
Ancora quella nota stridula. Paolo ebbe un brivido anche se all'ombra non faceva poi così freddo. Però sì, capiva.
«”Non ti vergogni?” diceva sempre “Non hai rimorso per quello che hai fatto e per quello che mi costringi a fare? Non pensi a quanto dolore arrecheresti ai tuoi genitori se sapessero quello che so io? Se capissero qual è la tua penitenza e perché te la sei meritata? Lo capisci che, se non ti correggi adesso – se non ti lasci correggere –, dopo non sarà più possibile? Non comprendi che sarai dannato? E se ti fa male la penitenza che il Signore ti infligge qui, mio tramite, quanto più soffrirai laggiù, per l'eternità, per tramite di quell'altro?”. Faceva sempre questi discorsi e io pensavo che se mi meritavo i castighi del Valmora, cosa avevano fatto quelli che dovevano sottoporsi alle penitenze speciali? Ma c'era una cosa che mi terrorizzava ancora di più».
«Che le chiedessero che cosa aveva fatto».
Toccò al prete annuire. Un movimento rigido, come se temesse che il collo potesse spezzarsi.
«Per questo non parlavamo. Neanche quando vedevamo nostra sorella, o cugina, o amica, scomparire dentro il confessionale. Per quelle che dovevamo essere penitenze veramente speciali» tacque, come se si fosse accorto che la nota stridula nella sua voce stava per diventare una sinfonia.
«E poi erano altri tempi» concluse il ragazzo.
Don Gildo sorrise. Un sorriso diverso. Come se quella foglia vizza fosse stata portata via dal vento, ma con la consapevolezza che un'altra sarebbe spuntata al suo posto.
«Sono entrato in seminario a quattordici anni. Pensavo che fosse una forma di penitenza e, allo stesso tempo, di protezione. Che fosse un modo per difendermi dal Valmora non osavo pensarlo. Lo compresi solo dopo che ero diventato sacerdote. Ma fu molto, molto tempo più in là che capii il vero motivo per cui mi ero fatto prete. Quando, dopo aver girato un bel po' di parrocchie, fui mandato qui. E rividi il confessionale».
Paolo fece un rapido calcolo. Don Gildo era stato parroco lì per vent'anni, poi era andato in pensione. In seguito era tornato. Il prete che lo aveva sostituito era morto e non c'era nessun giovane sacerdote che prendesse il suo posto, così il Vescovo aveva richiamato in servizio il vecchio pastore di anime. Occhio e croce, dunque, Don Gildo aveva rimesso piede per la prima volta nella sua vecchia parrocchia trent'anni prima. All'epoca, Paolo non era ancora nato.
«Volevo essere un prete diverso dal Valmora. Volevo dimostrare che poteva, doveva essere diverso».
Paolo annuì. E comprese anche perché lui leggeva e raccontava storie terrificanti. Per dimostrare che poteva essere diverso. Che era possibile non avere paura e il primo passo per riuscirci era raccontare. E che, anche se una vita umana non bastava per narrare tutte le storie, c'era a disposizione l'eternità.
«Tornato qui, mi dissi che avrei relegato quell'affare in sacrestia e, quando fosse venuto il momento, avrei parlato col vescovo. Gli avrei raccontato quel che era successo. Ma fui mandato in pensione prima di avere trovato il coraggio».
Il prete prese a strofinarsi e torcersi le mani, lo sguardo fisso nel vuoto.
«Allora mentii a me stesso. Così bene che, ancora adesso, dubito che quanto accaduto sia reale. Mi dissi che, allora, avevo solo quattordici anni ed ero terrorizzato dal Valmora. Potevo aver avuto un'allucinazione. E poi, anche se c’erano stati degli... episodi, in seguito, la spiegazione non doveva necessariamente essere... quella. Inoltre, non era più successo nulla da anni».
Continuava a tormentarsi le mani con un rumore di matite avvolte in carta vetrata e strofinate le une contro le altre.
«Poi mi mandarono qui. Ancora. Era la mia terza occasione e... “ora parlerò, anche se sembreranno solo i vaneggiamenti di un vecchio, relitto di un'epoca dimenticata”, mi dissi. Ma non l'ho fatto. Ancora. E adesso è di nuovo troppo tardi. Mea culpa, mea culpa, ma maxima culpa». Si batté il petto, che risuonò sgradevolmente vuoto come se qualunque cosa l'abitasse se ne fosse andata da un pezzo.     
C’erano stati degli episodi. Qualcosa che non sarebbe finito sul giornale parrocchiale. Frammenti di storie che mancavano invariabilmente di qualche pezzo perché non era da escludere che la vecchia regola “cosa direbbero se sapessero” fosse sempre in vigore. Dicerie che avrebbero potuto far parte di un racconto dell'orrore.  
Un sacerdote che era finito in manicomio, poco prima che entrasse in vigore la legge Basaglia. Un altro sospeso a divinis. E, soprattutto, un sacco di gente che si era ammazzata, o aveva ammazzato gli altri. O tutte e due le cose insieme. O peggio ancora. In giro si diceva che la gente del quartiere avesse un gran brutto carattere. Poteva dipendere dal fatto che era quel che si dice “periferia degradata”. O forse no.
«Successe subito prima che entrassi in seminario. Avevo deciso che avrei affrontato il Valmora. Lo avrei guardato dritto in faccia e gli avrei detto “mi faccio prete”. Ma non lo feci».
Chiuse gli occhi e Paolo ebbe l'impressione che rivedesse la scena, proiettata come un film sulla parte interna delle palpebre.
«Lo trovai morto all'interno di quel dannato confessionale».       
Aprì gli occhi e le palpebre si sollevarono come imposte strappate da un vento rabbioso.
«Era putrefatto, come se fosse rimasto a marcire lì dentro da mesi e il confessionale era pieno di mosche. Grosse, grasse mosche che gli entravano e gli uscivano dalla bocca, dalle orecchie. Persino dagli occhi. Ricordo il ronzio. Un suono come mille voci che urlassero nella tormenta. E la puzza. Mi capita di sentirla ancora, negli incubi. Mi tocca pregare molto per farla andare via. Molte preghiere e molto, molto incenso».
Si passò una mano sul viso e, di colpo, sembrò sfinito, come se tutti gli anni gli fossero piombati addosso in un colpo solo, e con gli interessi.
«Mi raccontarono che ero corso a casa urlando, bollente come il ferro da stiro che mia madre arroventava sulla stufa e che ero rimasto così una settimana. Mi dissero che il Valmora aveva celebrato la messa per l'ultima volta la sera prima, alle sei, e che da allora nessuno lo aveva più visto. Che quelli della Curia avevano portato via il cadavere per seppellirlo chissà dove».
Il prete aveva smesso di torturarsi le mani. Teneva le braccia rigide lungo i fianchi, come una marionetta disarticolata o un soldato che attendesse la fucilazione.
«Pensai che, se fosse stato... se fosse stato nelle condizioni in cui l'avevo scoperto, la voce sarebbe corsa. Io più di tutti sapevo che non era necessariamente così, ma riuscii a convincermi di non aver visto niente. ».
Le ombre si allungavano sul sagrato come se volessero sfuggire al sole che tentava di trascinarle con sé scomparendo ad occidente.
Il prete sputò fuori le ultime parole come se volesse gettarle dentro il buio che avanzava.
«Soprattutto, non avevo visto il crocifisso appeso a testa in giù sulla parete interna del confessionale». 
 
«Si è ribaltato!» urlava al cellulare l’uomo del furgone «Per la miseria, vuoi che ti mandi le foto?» puntò l’apparecchio contro i rottami nel fosso, ma la voce all’altro capo gli disse di lasciar perdere.
L’uomo del furgone chiuse la comunicazione, sogghignò e raccolse i pezzi di legno, pieni di fango, gettandoli nel cassone.
Onesto e fesso, l’antiquario.
L’uomo si tranquillizzò. Quando gli avevano detto che nessuno avrebbe saputo distinguere quell’imitazione dal vero confessionale  non si era sentito troppo sicuro.
Certo, a lui i due mobili sembravano uguali, ma che ne capiva lui, di antiquariato?.
Invece, a quanto pare, i tizi avevano ragione.
Eccoli arrivare, a bordo di un piccolo camion senza insegne. Puntualissimi.
Gli mettevano un po’ d’ansia. In circostanze differenti avrebbe esitato a mettersi in affari con gente così professionale, ma si sa, l’occasione fa l’uomo ladro e quel canterano sbilenco valeva un sacco di soldi.
Lo guardò di sfuggita. Lui si sarebbe sentito a disagio ad avere vicino una roba come quella. Scuro e minaccioso com’era, gli sembrava un monumento al malaugurio.
Il camion accostò con un fruscio sul ciglio erboso della strada di campagna.
Si doveva essere un po’ matti per apprezzare roba come quella.
Da quanto aveva capito, sarebbe finito in una specie di sala giochi, o club privè o circolo sadomaso, o tutto assieme. A quella gente, la roba dei preti attizzava.
Avrebbero dovuto ripulirlo un po’, comunque.
Era pieno di mosche.

 

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Paolo Guastone il 2019-09-03 19:27:45
Questo me lo ricordo. Ma ti "confesso" che rileggerlo ora è di nuovo mi ha fatto alzare la pelle ancora di piu'. Merito dell'incedere del testo, di quelle ombre che disegni e del tarlo che insinua nel lettore. Fino al finale. Che e' molto vasto, proprio come vasto e' purtroppo il male. Strapiaciuto!

Rubrus il 2019-09-06 18:46:47
In parte ti rimando al "pippone" qui sotto circa la mia personale convinzione sul male, in relazione al quale penso, a questo punto, e parlo a titolo personale, di aver raggiunto la seguente convinzione: c'è, è qualcosa di molto grande e complesso, se ce lo troviamo di fronte, guardiamolo senza farci troppi trip mentali per indorare la pillola e annacquare l'impatto che ha nelle nostre esistenze. Ho scritto pochi racconti in cui compare (o s'intravede) quel tizio tradizionalmente rappresentato con corna e zoccoli, che ne costituirebbe il principale azionista: credo tre o quattro (quindi, circa il due per cento di quello che ho scritto). Due non sono male e mi piace credere che questo sia il meno peggio riuscito.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Elisabeth il 2019-09-05 11:35:32
Io non ricordo di aver letto questo racconto su net. Mi sembra nuovo, leggendolo non ho potuto fare a meno di associarvi i fatti reali della vita, ciò che è malvagio (patologico) che si manifesta con edulcorata immagine di sé verso gli altri, soprattutto nei casi in cui viene rivestito un ruolo allo scopo di piegare gli altri che nel tempo anche distante manifestano poi le conseguenze. Il male che hai descritto in questo confessionale è il non trovare mai il coraggio di chiedere, lasciando i malcapitati nella convinzione che al male stesso non ci sia soluzione di fuga e/o di liberazione. Ecco che anche le misere piccinerie umane sono il male. Il confessionale è claustrofobico.Mi è piaciuto che il protagonista si racconti a chi sa ascoltare le storie per inclinazione a scriverle, sono la stessa faccia, differente per età, ma con lo stesso percorso e attitudine all'osservazione anche dei minimi particolari, entrambi accomunati dalla paura benché vissuta in maniera differente. A me è piaciuto molto. Leggendolo sarei curiosa di capire quale sia la vera vicenda accaduta al prete di cui parli. Questo parroco/personaggio potrebbe raccontare a mio avviso molte altre storie insieme al giovane interlocutore Paolo, così come li hai descritti e sempre su questo tema.

Rubrus il 2019-09-06 18:38:32
Quanto accaduto al vero sacerdote - al quale, ripeto, ho solo "rubato" - l'aspetto fisico, è presto detta: alla bella età di 94 anni, essendo ancora patentato (ma chi gli avrà dato la patente?) e forse troppo confidando in alte protezioni, è andato a impastarsi con l'auto, dopo averne perso il controllo, contro il muro della chiesa, procurandosi fatture multiple. In questo racconto molti hanno colto sfumature differenti. Quando lo scrivevo l'idea centrale era - e rimane - la pervasività del male. Quest'estate, a proposito di un progetto su "II maestro e Margherita" si discuteva sulla possibile morale del romanzo - probabilmente sintetizzata nella citazione di Goethe che lo precede e relativa al diavolo, definito come "parte di quella forza che eternamente vuole il male ed eternamente compie il bene". Parlo, va da sè, a titolo personale. Quella definizione lì, che credo tra l'altro abbia le sue radici in Sant'Agostino, non mi ha mai convinto. Da un lato è consolatoria e la trovo più l'espressione di un auspicio che una descrizione dell'esistente. Insomma, il male (e segnatamente il diavolo) sarebbe una versione un po' più raffinata di un lassativo, quella roba che non è piacevole da assumere, ma ti fa bene e, insomma, a tempo debito lo capiremo. Dall'altro lato la trovo mortificante (anche per il diavolo o per la forza che lo muove, ridotto fondamentalmente a un Fantozzi dell'iniquità: le prova tutte, ma fallisce sempre): se, alla fin fine, il male finisce per produrre il bene, allora anche il male è bene; semplicemente non è compreso. Ma, se è bene, allora è necessario e non ce ne libereremo mai. Assumeremo lassativi per tutta la vita (e, per inciso, se così è, l'intera storia della Salvezza è inutile: se il male è una realtà provvisoria destinata a produrre il bene, allora non possiamo e non dobbiamo esserne liberati - altrimenti sai che blocco intestinale). La sola cosa che possiamo dire - e che è un po' la morale del racconto - è che il male c'è e c'è sempre, muta forma, muta azioni, ma continua a vivere e sopravviverci. E gli agenti del male non sono tanto quei personaggi che fanno ballare i tavoli, hanno la raucedine e non gradiscono la zuppa di piselli, tanto da vomitartela addosso (anche se, chissà, magari qualche volta se ne potrebbe intravedere l'ombra, come in questo racconto) . Siamo noi, che, con pensieri, parole, opere, azioni ed omissioni (per usare una formula liturgica) lo facciamo vivere e sopravvivere, quasi fossimo forze che, intanto che andiamo cercando il bene (ma mica sempre lo andiamo cercando, eh?, secondo me col fischio che "non sappiamo quello che facciamo", un sacco di volte lo sappiamo benissimo), danno corpo al male. Il resto... sarebbe bello se fosse diverso, ma non abbiamo elementi validi e sufficienti per dirlo.

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Antonino R. Giuffrè il 2019-09-07 10:52:26
C’è molto Rubrus in questo racconto, che non avevo mai letto: dialoghi serrati tra due personaggi, detto-non detto, citazionismo (anche “interno”, credo, penso soprattutto alla figura del giovane scrittore/giornalista). Piaciuto e bentornato.

Rubrus il 2019-09-08 09:23:09
Effettivamente ho usato spesso, per i racconti, la tecnica del dialogo tra un narratore e un ascoltatore (spesso più giovane, o comunque più inesperto del narratore) che fa le veci del lettore. Consente di guidare il racconto e, se serve, di depistarlo per evidenziare l'eventuale sorpresa.
Poi, in realtà, personalmente non ho mai avuto rapporti particolarmente stretti col clero (ma... sì, due robe sul giornale parrocchiale ai miei tempi, più di trenta anni fa, le ho scritte, solo che si trattava delle vite dei santi). E' invece vero che condivido, col giovane del racconto, l'idea che egli matura in relazione alla ragione per cui si leggono (e scrivono) storie di paura. Credo che abbiano una funzione apotropaica o catartica, anche se dubito molto possano condurre a una definitiva "liberazione" (nel senso che secondo me non esiste, una liberazione di tal fatta). Quanto infine alla concezione del male sottesa a questo racconto, come sproloquiavo sopra, è la mia. Ben tornato e spero di leggerti presto.

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