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PAROLE INTORNO AL FALO'

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Paolo Guastone il 2019-09-03 19:27:45
Questo me lo ricordo. Ma ti "confesso" che rileggerlo ora è di nuovo mi ha fatto alzare la pelle ancora di piu'. Merito dell'incedere del testo, di quelle ombre che disegni e del tarlo che insinua nel lettore. Fino al finale. Che e' molto vasto, proprio come vasto e' purtroppo il male. Strapiaciuto!

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Rubrus il 2019-09-06 18:46:47
In parte ti rimando al "pippone" qui sotto circa la mia personale convinzione sul male, in relazione al quale penso, a questo punto, e parlo a titolo personale, di aver raggiunto la seguente convinzione: c'è, è qualcosa di molto grande e complesso, se ce lo troviamo di fronte, guardiamolo senza farci troppi trip mentali per indorare la pillola e annacquare l'impatto che ha nelle nostre esistenze. Ho scritto pochi racconti in cui compare (o s'intravede) quel tizio tradizionalmente rappresentato con corna e zoccoli, che ne costituirebbe il principale azionista: credo tre o quattro (quindi, circa il due per cento di quello che ho scritto). Due non sono male e mi piace credere che questo sia il meno peggio riuscito.

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Elisabeth il 2019-09-05 11:35:32
Io non ricordo di aver letto questo racconto su net. Mi sembra nuovo, leggendolo non ho potuto fare a meno di associarvi i fatti reali della vita, ciò che è malvagio (patologico) che si manifesta con edulcorata immagine di sé verso gli altri, soprattutto nei casi in cui viene rivestito un ruolo allo scopo di piegare gli altri che nel tempo anche distante manifestano poi le conseguenze. Il male che hai descritto in questo confessionale è il non trovare mai il coraggio di chiedere, lasciando i malcapitati nella convinzione che al male stesso non ci sia soluzione di fuga e/o di liberazione. Ecco che anche le misere piccinerie umane sono il male. Il confessionale è claustrofobico.Mi è piaciuto che il protagonista si racconti a chi sa ascoltare le storie per inclinazione a scriverle, sono la stessa faccia, differente per età, ma con lo stesso percorso e attitudine all'osservazione anche dei minimi particolari, entrambi accomunati dalla paura benché vissuta in maniera differente. A me è piaciuto molto. Leggendolo sarei curiosa di capire quale sia la vera vicenda accaduta al prete di cui parli. Questo parroco/personaggio potrebbe raccontare a mio avviso molte altre storie insieme al giovane interlocutore Paolo, così come li hai descritti e sempre su questo tema.

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Rubrus il 2019-09-06 18:38:32
Quanto accaduto al vero sacerdote - al quale, ripeto, ho solo "rubato" - l'aspetto fisico, è presto detta: alla bella età di 94 anni, essendo ancora patentato (ma chi gli avrà dato la patente?) e forse troppo confidando in alte protezioni, è andato a impastarsi con l'auto, dopo averne perso il controllo, contro il muro della chiesa, procurandosi fatture multiple. In questo racconto molti hanno colto sfumature differenti. Quando lo scrivevo l'idea centrale era - e rimane - la pervasività del male. Quest'estate, a proposito di un progetto su "II maestro e Margherita" si discuteva sulla possibile morale del romanzo - probabilmente sintetizzata nella citazione di Goethe che lo precede e relativa al diavolo, definito come "parte di quella forza che eternamente vuole il male ed eternamente compie il bene". Parlo, va da sè, a titolo personale. Quella definizione lì, che credo tra l'altro abbia le sue radici in Sant'Agostino, non mi ha mai convinto. Da un lato è consolatoria e la trovo più l'espressione di un auspicio che una descrizione dell'esistente. Insomma, il male (e segnatamente il diavolo) sarebbe una versione un po' più raffinata di un lassativo, quella roba che non è piacevole da assumere, ma ti fa bene e, insomma, a tempo debito lo capiremo. Dall'altro lato la trovo mortificante (anche per il diavolo o per la forza che lo muove, ridotto fondamentalmente a un Fantozzi dell'iniquità: le prova tutte, ma fallisce sempre): se, alla fin fine, il male finisce per produrre il bene, allora anche il male è bene; semplicemente non è compreso. Ma, se è bene, allora è necessario e non ce ne libereremo mai. Assumeremo lassativi per tutta la vita (e, per inciso, se così è, l'intera storia della Salvezza è inutile: se il male è una realtà provvisoria destinata a produrre il bene, allora non possiamo e non dobbiamo esserne liberati - altrimenti sai che blocco intestinale). La sola cosa che possiamo dire - e che è un po' la morale del racconto - è che il male c'è e c'è sempre, muta forma, muta azioni, ma continua a vivere e sopravviverci. E gli agenti del male non sono tanto quei personaggi che fanno ballare i tavoli, hanno la raucedine e non gradiscono la zuppa di piselli, tanto da vomitartela addosso (anche se, chissà, magari qualche volta se ne potrebbe intravedere l'ombra, come in questo racconto) . Siamo noi, che, con pensieri, parole, opere, azioni ed omissioni (per usare una formula liturgica) lo facciamo vivere e sopravvivere, quasi fossimo forze che, intanto che andiamo cercando il bene (ma mica sempre lo andiamo cercando, eh?, secondo me col fischio che "non sappiamo quello che facciamo", un sacco di volte lo sappiamo benissimo), danno corpo al male. Il resto... sarebbe bello se fosse diverso, ma non abbiamo elementi validi e sufficienti per dirlo.

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Antonino R. Giuffrè il 2019-09-07 10:52:26
C’è molto Rubrus in questo racconto, che non avevo mai letto: dialoghi serrati tra due personaggi, detto-non detto, citazionismo (anche “interno”, credo, penso soprattutto alla figura del giovane scrittore/giornalista). Piaciuto e bentornato.

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Rubrus il 2019-09-08 09:23:09
Effettivamente ho usato spesso, per i racconti, la tecnica del dialogo tra un narratore e un ascoltatore (spesso più giovane, o comunque più inesperto del narratore) che fa le veci del lettore. Consente di guidare il racconto e, se serve, di depistarlo per evidenziare l'eventuale sorpresa.
Poi, in realtà, personalmente non ho mai avuto rapporti particolarmente stretti col clero (ma... sì, due robe sul giornale parrocchiale ai miei tempi, più di trenta anni fa, le ho scritte, solo che si trattava delle vite dei santi). E' invece vero che condivido, col giovane del racconto, l'idea che egli matura in relazione alla ragione per cui si leggono (e scrivono) storie di paura. Credo che abbiano una funzione apotropaica o catartica, anche se dubito molto possano condurre a una definitiva "liberazione" (nel senso che secondo me non esiste, una liberazione di tal fatta). Quanto infine alla concezione del male sottesa a questo racconto, come sproloquiavo sopra, è la mia. Ben tornato e spero di leggerti presto.

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