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Blood de toilette

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Wikistaminico

pubblicato il 2019-08-28 00:03:32


L'inizio è stato duro. Giorni e giorni senza cibo. Se cibo si può definire ciò di cui mi nutro. Colpa di un fottuto ratto che mi ha morso mentre dormivo.
Ma i roditori, quando attaccano, non si limitano a un morso veloce per poi rintanarsi subito da qualche parte? ho riflettuto dopo essermi liberato di quell'orribile bestiaccia, che invece aveva tenuto per un bel po' i suoi denti affondati nel mio collo prima che, in preda al panico, riuscissi a staccarmela di dosso. Ripensando, poi, a tutto il sangue che mi è stato sottratto e alla fame di altro sangue che ho cominciato a sentire il giorno dopo, ho dedotto, con sgomento, di essere stato aggredito da un topo vampiro. E pure di essere stato vampirizzato.
Trasformazione, però, caratterizzata da un'anomalia di fondo: sono attratto soltanto dal sangue che lasci in bocca un retrogusto pungente; un aroma di sterco, in parole povere. Effetto collaterale dell'essere stato vampirizzato da un assiduo frequentatore di fogne.
Non è stato affatto facile capire con esattezza come, e se fosse possibile, soddisfare il bisogno di un plasma dal sapore tanto particolare. Quando infine è arrivata l'illuminazione ho cominciato a girovagare ogni notte in cerca di emorroidi, la cui degustazione, in effetti, assicura al palato una squisita fragranza di sangue e al contempo di culo.
Non tutte le persone, ahimè, sono affette da questa fastidiosa condizione. I primi tempi sceglievo le mie vittime lasciandomi guidare soltanto dall'istinto. Le studiavo un po', cercando di capire chi, in base alla fisionomia e al portamento, soffrisse di questo disturbo. Poi, avvistata una preda che mi desse l'idea di essere quella giusta, la pedinavo e, al primo angolo isolato, le saltavo addosso denudandola dei pantaloni o della gonna, a seconda che fosse un uomo o una donna; infine, coi canini in fremito, mi fiondavo sul deretano.
Non era raro, però, che le mie congetture si rivelassero infondate e che il culo da me scelto non presentasse alcun disturbo proctologico. In una di queste occasioni, per non rimanere a bocca asciutta, sono perfino stato tentato dal mordere ugualmente una chiappa. Un po' di sangue ne uscirà di certo, mi sono detto. Ma come la mettiamo col retrogusto di merda? Se ne sentirò poco o nulla? O se, addentando troppo a fondo, uscirà più sterco che altro? No, ho concluso. Meglio non rischiare. La natura ha creato le emorroidi, con un mix così perfetto e calibrato di sangue e puzza di culo. Voglio quelle. Quelle e basta!
Una sera ero non so dove. La fame si faceva sentire in maniera opprimente. Mi stavo arrovellando il cervello in cerca di una soluzione; un qualcosa che, nello scegliere le vittime, mi permettesse di non fallire. È risaputo che certi soggetti sono più predisposti di altri a soffrire di emorroidi, riflettevo. Chi fa poco moto, ad esempio. Chi mangia poco sano e spesso fuori casa. Chi è tanto stressato da diventare stitico, poi al cesso fa uno sforzo pazzesco e... plof... ecco le palline rosse che compaiono.
A un certo punto, mentre continuavo a spremermi le meningi, un autobus mi è sfrecciato davanti.
Cazzo! Come ho fatto a non pensarci prima? Gli autisti! Tutto il giorno seduti. Sempre stressati dal traffico e dagli assurdi turni di lavoro che spesso li obbligano a pranzi e cene veloci, e poco salutari, miseramente consumati sul marciapiede di un capolinea.
Senza studiare un piano preciso mi sono messo in cammino, debole ma determinato, verso il deposito degli autobus. Per fare meno fatica avrei tanto voluto spiccare un volo. Purtroppo non ho mai avuto alcun super potere. D'altronde, che cazzo di capacità straordinarie potrebbe mai trasmettere un maledetto topo succhiasangue? In realtà la mia vita non è cambiata di molto, se non per quanto riguarda la lunghezza un po' più accentuata dei canini e il nuovo regime alimentare. Per il resto, posso tranquillamente stare anche alla luce del sole.
Arrivato davanti alla rimessa, mi sono appostato dietro un'aiuola in attesa del primo autista che, finito il turno, tornasse in deposito a posteggiare la vettura. La mia intenzione era di sorprenderlo alle spalle una volta che avesse varcato l'uscita, a piedi, per dirigersi a casa.
Più semplice a dirsi che a farsi, nonostante la zona in questione sia periferica e abbastanza isolata. La prima preda, incamminatasi fuori dalla rimessa, si è ficcata subito nella macchina, posteggiata lì vicino. Non ho avuto nemmeno il tempo di saltare fuori dall'aiuola. La seconda è uscita dal deposito in compagnia di un'altra preda. Ho preferito rinunciare, non sarei riuscito a fronteggiarne due per la troppa debolezza. La terza poteva fare al caso mio, non aveva la macchina vicina e quindi si è messa a percorrere il viale alberato per raggiungerla. Ho cominciato a seguirla ma è spuntata all'improvviso una coppia di fidanzatini a spasso col cane. Altro buco nell'acqua.
Armato di pazienza, sono rimasto appostato in osservazione fino a che non ho avvistato una preda che davvero sembrava essere idonea. Uomo solo, senza colleghi né automobile vicina. Ha attraversato la strada e si è messo a percorrere il marciapiede, diretto all'incrocio. Nei paraggi nessun altro. Ho cominciato alla svelta a pedinarlo, cercando di non dare nell'occhio; intanto allungavo il passo per non perderlo. Lui continuava a camminare piano e tranquillo, testa bassa sul telefonino. Più concentrato a messaggiarsi con qualcuno che a guardarsi intorno.
Al semaforo rosso si è fermato. Tutto sembrava volgere a mio vantaggio. Ho allungato ulteriormente il passo fino a fermarmi dietro di lui, come un qualunque pedone in attesa del verde. Non si è neppure accorto di avere qualcuno alle spalle, tutto preso a digitare sulla tastiera le lettere. Santo whatsapp che mi sei complice, mi è venuto da pensare. Rispolverando i vecchi ricordi di karate, ho preso bene la mira e l'ho atterrato con un colpo alla nuca. Ero così vicino alla meta, e carico di adrenalina, che nemmeno più sentivo la debolezza di un attimo prima.
Alla svelta l'ho trascinato in un angolo appartato. Slacciatagli la cintura, gli ho fatto scorrere giù, fino alle ginocchia, i pantaloni della divisa. Denudatolo dei boxer, però, ho avuto l'amara sorpresa: pure in questo caso nessuna patologia proctologica.
Dopo aver attinto al mio vastissimo repertorio di bestemmie, e sferrato diversi pugni contro il muro, mi sono accasciato a terra lasciandomi andare a un pianto a dirotto. Non sapevo se ciò che ero diventato rientrasse nella categoria dei vivi o dei non del tutto morti, ma intuivo di essere ormai al limite. Ancora un altro giorno, o due, senza mangiare e me la sarei vista davvero brutta. Fanculo fanculo fanculo. Come cazzo è possibile che non riesco a farmene andare una dritta? mi ripetevo, cercando di rialzarmi piano piano; conscio che avrei fatto meglio ad allontanarmi dal luogo dell'aggressione prima che la mia preda fosse rinvenuta.
Per un attimo mi è passata per la testa l'idea di mollare ogni cosa. Meglio non esserci più, se la mia esistenza dev'essere una tale merda.
Ma poi, come ho sempre fatto nei momenti più complicati della mia vita, ho cacciato fuori le palle. Mai arrendersi. Siamo noi i primi che dobbiamo dare un'altra possibilità a noi stessi.
Debilitato, ma determinato come una belva che vuole sfondare la gabbia in cui è rinchiusa, mi sono di nuovo messo in marcia verso la rimessa. Da un pezzo era passata l'una e, rispetto al precedente appostamento, la zona appariva ancora più deserta e tranquilla. Nessun'anima viva, se non un autista fermo, sul marciapiede opposto al mio, a qualche metro dall'uscita. Un uomo di mezza età, intento a fumare. Corporatura robusta. Parecchio robusta. Un ippopotamo, insomma.
All'improvviso mi si è accesa una lampadina. Forse con l'autista di prima è andata male perché fisicamente era abbastanza in forma, ho pensato. Questo qui, ciccione com'è, mangerà un sacco di schifezze e, di sicuro, al cesso andrà di rado. In più, zero moto. Altro che una o due emorroidi! Ne avrà di certo a grappoli. Potrei avvicinarlo con la scusa di una sigaretta, fare due parole e...
Ma che sigaretta e sigaretta! Sono impresentabile in questo stato. Pallido, emaciato e sporco, sembro un tossico. Scapperebbe urlando. No. Meglio il piano classico.
Così, accantonata l'idea dei convenevoli, ho fatto il giro più largo, invece di attraversare subito la strada per andargli incontro, e piano piano ho iniziato ad avvicinarmi alle sue spalle. Guidare un autobus fino a tarda notte deve essere davvero sfiancante, perché il tipo, spalle ricurve e sguardo fisso sull'asfalto, appariva davvero assente e assonnato. L'impresa prometteva di riuscire senza troppo sforzo.
Arrivare ad appena mezzo metro da lui, senza richiamare la sua attenzione, è stato un gioco da ragazzi. Per non parlare di quanto sia stato semplice assestargli il colpo alla nuca per stenderlo a terra. Un po' più faticoso è stato trascinarlo in un angolo buio, dato il notevole peso. Ma alla fine, gli ho denudato il culone e... eccolo lì, il tesoro tanto agognato.
È stato come trovarmi davanti a un rigoglioso cespuglio di lamponi. Così rossi e invitanti. Non sapevo da dove iniziare, se divorare tutto il grappolo in un boccone o gustarli ad uno ad uno. Con l'acquolina in bocca ho avvicinato le labbra al frutto più grosso e sporgente. Gli ho dato prima una bella passata di lingua. Era così perfetto e ben fatto, quel lampone, che quasi mi piangeva il cuore all'idea di addentarlo. Allora ho continuato a solleticarne la polpa con la punta della lingua, mentre con il naso ne gustavo l'odore. Sarei andato avanti ancora per un bel po' con quei preliminari, se non avessi iniziato a sentire un suono di sirene provenire da qualche isolato più indietro. Forse era la polizia. O soltanto l'ambulanza, chiamata da qualcuno che si era imbattuto nel primo autista che avevo colpito e lasciato a terra.
In ogni caso, per evitare rogne, era meglio darsi una mossa.
Ho aperto al massimo la bocca, cingendo l'intero grappolo con le labbra. Poi ho affondato i canini nella polpa succulenta e... splash... è stato come tracannare tutto d'un sorso un prelibato succo ai frutti di bosco. Con uno sfizioso retrogusto di merda percepibile il giusto: non troppo, né troppo poco. Una vera fine del mondo! Nel giro di pochi istanti ho sentito un vigore pazzesco pervadermi il corpo. Un'energia così non la provavo da quando avevo vent'anni. I miei muscoli erano più tonici e guizzanti. Mentre continuavo a succhiare avidamente, con la faccia piantata fra i chiapponi del ciccione, disteso in posizione prona, provavo un piacere dirompente. La situazione nuova e insolita, oltre a tutto quel benessere improvviso, aveva contribuito a rendere il mio cazzo più duro di un macigno. Me lo sono tirato fuori dai pantaloni per spararmi una sega, senza staccare la faccia da quella polpa rossa e prelibata.
L'energumeno, intanto, stava riacquistando i sensi, forse a causa del colpo assestatogli con poca decisione. Senza smettere di succhiare, e di segarmi, ho provato a bloccare l'uomo - che nel frattempo stava tentando di rialzarsi - cingendogli la pancia con il braccio libero. In uno scatto, però, si è liberato dalla mia morsa e, in preda al panico, si è dato a un'improbabile fuga. Era ancora troppo confuso e spaventato per andare lontano; oltretutto, con i pantaloni ancora abbassati alle caviglie, inciampava di continuo. Credo non avesse ben chiaro cosa gli fosse appena accaduto. Provava a urlare, ma lo sgomento gli occludeva la gola al punto da impedirgli di emettere qualsiasi altro suono che non fosse un rantolo strozzato.
Rimessomi il cazzo nei pantaloni, ancora dritto, e con un rivolo di sangue che dall'angolo della bocca mi colava giù per il collo, ho raggiunto il fuggitivo e l'ho steso con un altro colpo. Ora era tutto più facile, con la forza che avevo. Nel frattempo, in lontananza, non si sentiva più alcuna sirena; la situazione, qualche isolato più indietro, sembrava essere tornata alla normalità. Soltanto nei paraggi avvertivo qualche timido movimento, dovuto forse a qualcuno del deposito che si stava accorgendo di qualcosa di strano. Allora ho trascinato il tizio più avanti di qualche metro, facendo sempre attenzione a non uscire fuori dalla zona d'ombra e a schivare la luce dei pochi lampioni. Arrivato ai bordi di un parco, mi sono imboscato con la mia preda in un cespuglio. Nel buio fitto ho cominciato il secondo round. Affondato di nuovo il viso fra i chiapponi, e ripreso con costanza a lavorare di canini, mi sono messo a spremere fino all'ultima goccia le poche emorroidi rimaste. Nel frattempo avevo anche ripreso la sega interrotta.
Il sangue e il pungente retrogusto di sterco in bocca non facevano che rendere la mia eccitazione più intensa e dirompente. Sul punto di venire ho sollevato il viso dai chiapponi, in mezzo ai quali ho invece piantato il cazzo. È lì che ho sborrato. Un orgasmo unico, esplosivo, tsunamico. Soltanto per un orgasmo del genere vale la pena diventare un vampiro.
A banchetto terminato ho risollevato i pantaloni al tizio, per non lasciargli scoperto il poderoso culo che, tra l'altro, stava già smettendo di sanguinare. Succhiare emorroidi, in effetti, non è come attaccarsi alla vena del collo. Il sangue che si perde non è un quantitativo così grosso, e i capillari rotti tendono a rimarginarsi in poco tempo. Per farla breve, non si muore.
Prima di allontanarmi dallo sventurato, ancora riverso a terra, mi sono chiesto se non fosse meglio toglierlo completamente dalla circolazione. Ma poi ho subito scartato l'ipotesi. Del resto, anche se era rinvenuto poco dopo il primo colpo che gli avevo inferto dietro la testa, provando addirittura a cimentarsi in una fuga squinternata, mi aveva lanciato soltanto una mezza occhiata così approssimata che, confuso e traumatizzato com'era, non avrebbe potuto mettere a fuoco il mio volto. Oltretutto c'era un buio pesto.
E se anche avesse provato, in seguito, a fare parola con qualcuno di quanto accaduto, magari usando la parola vampiro, chi mai gli avrebbe creduto? Con ogni probabilità lo avrebbero internato in un ospedale psichiatrico; cosa, quest'ultima, immancabilmente accaduta, da quanto ho avuto modo di apprendere, qualche tempo più tardi, da un piccolo quotidiano locale in un trafiletto ancora più piccolo.
Da quella splendida bevuta in poi, ho continuato a bazzicare ogni notte nei pressi del deposito. Scegliendo le mie prede tra gli autisti più grossi, andavo quasi sempre a colpo sicuro. Ribadisco il “quasi”; a volte mi imbattevo in qualcuno che, pur presentando, secondo le mie congetture, tutti i requisiti per essere pieno di emorroidi, in realtà non ne aveva alcuna. E allora mi toccava orientarmi su un'altra preda, e fare anche alla svelta, prima che la precedente rinvenisse e magari si mettesse a strepitare richiamando l'attenzione. Per non parlare, poi, dei sospetti che rischiavo di destare io stesso, aggirandomi a lungo nella zona e perdendo tempo in colpi che non andavano a segno, anche per colpa di qualche passante che sbucava all'improvviso, mandando in aria ogni mio piano.
Un giorno, pensando a uno stratagemma per semplificare le cose, mi sono detto: le patenti le ho tutte, la A, la B, la C, la D.
Le avevo prese anni addietro, con l'intenzione di buttarmi sulla guida come mestiere. Mestiere mai iniziato perché nel frattempo avevo trovato un lavoro più in linea coi miei studi di ragioniere (occupazione poi persa per tagli al personale).
Considerando, in aggiunta, che in comune con ogni autista, oltre alle patenti, ho anche l'essere in tutto e per tutto un ritardatario cronico, perché non fare domanda di assunzione all'azienda di trasporto pubblico?
E ora eccomi qua, con indosso la divisa, mentre esco di casa. Ho ancora un'ora abbondante prima di dover iniziare il turno; oggi il serale sul settantanove barrato. Fa parte dei miei piani andare sovente a lavoro con largo anticipo, in modo da avere il tempo di scambiare quattro chiacchiere, in deposito, con i colleghi che hanno appena finito il turno, o che stanno per cominciarlo. Tra una minchiata e l'altra, sposto sempre il discorso, con tono ironico, sugli inconvenienti del nostro mestiere: “tutto il giorno su questi scomodi sedili... ho perfino perso il conto delle mie emorroidi”. Questo bluff mi permette di sondare con facilità il terreno. C'è chi, alla mia battuta, replica in modo evasivo perché è estraneo alla problematica. Soggetto da scartare nella ricerca di possibili bersagli.
C'è chi preferisce non esporsi troppo, per una sorta di imbarazzo, ma con la solidarietà negli occhi si lascia andare a un sospiro rassegnato che, probabilmente, equivale a qualcosa del tipo “siamo sulla stessa barca”. Soggetto da tenere in considerazione.
C'è poi chi, ridendo di gusto alla mia battuta, ribatte: “cumpà, sei in buona compagnia!”. Preda conclamata su cui concentrarsi nell'immediatezza. Se non ne conosco nome e cognome (siamo più di tremila colleghi) lancio un'occhiata al suo numero di matricola inciso sulla tessera di identificazione personale (tutti noi ne portiamo al collo una, a mo' di collana, in quanto dotata di cordicella) e poi vado a ficcare il naso nel registro dei turni per scoprire da che ora a che ora sarà in servizio l'indomani. A quel punto, con una scusa qualunque, chiedo a chi si occupa dell'organizzazione la cortesia di cambiare l'orario che invece l'indomani spetterebbe a me, in modo che il mio turno non solo vada a coincidere, grosso modo, con la fascia del turno della mia preda, ma che termini (è questa è la cosa fondamentale) almeno una mezz'oretta prima. Devo avere il tempo di mollare la vettura in deposito e raggiungere i servizi, molto comodi e spaziosi, tra l'altro: un paio di lavelli; una fila di orinatoi a muro, disposti sulla parete in fondo; perfino una discreta toilette con water, subito a destra quando si entra. È all'interno di quest'ultima che mi apposto ogni volta, lasciandone socchiusa la porta quel tanto che basta a tenere d'occhio l'ingresso generale, in attesa che il collega da me prescelto ne varchi la soglia. È matematica la certezza che arrivi, finito il suo turno. Ogni autista, dopo ore e ore di guida, sente il bisogno di farsi una bella pisciata. Quando infine lo vedo comparire, aspetto che raggiunga gli orinatoi a muro per poi sgattaiolare piano fuori dal mio nascondiglio, senza che se ne accorga, e... zac! Colpo alla nuca. Lo trascino con me dentro la toilette con water e chiudo la porta con la sicura. Da lì in poi è come sedersi a mensa.
Se nel frattempo dovesse mai entrare qualcun altro ai servizi, e sentire i miei sospiri di piacere mentre mi cibo, ho in tasca la scusa pronta: amico, non sai che goduria farsi una bella cagata dopo giorni e giorni di stitichezza!
Ecco, è proprio per il bisogno di agire indisturbato, e soprattutto di andare a colpo sicuro nell'individuare la preda giusta, che mi sono fatto assumere dall'azienda. Ovviamente devo stare bene attento a non lasciare troppe tracce di sangue, ma con un po' di esperienza, e l'aiuto dei kleenex, ho imparato a ridurle al minimo. Pulisco perfino il culo dello sventurato. Del resto, non si lavano i piatti dopo aver mangiato?
Prima di svignarmela metto a sedere sulla tazza del cesso il malcapitato, con ancora i pantaloni abbassati alla caviglia, di modo che, una volta rinvenuto, creda di avere avuto un malore mentre si stava svuotando le budella. Non mi preoccupa più di tanto la possibilità che gli torni alla memoria che, prima di ritrovarsi in quella situazione, era soltanto in piedi davanti all'orinatoio. Avrà di certo modo, a mente fredda, di imputare quell'incongruenza a una sua percezione errata, dovuta allo stress causato da questo lavoro e al caldo che dà alla testa.
È probabile che avverta qualche dolorino al culo, ma è altrettanto probabile che ne attribuisca la causa al malessere generale che lo ha colpito.
Per quanto riguarda l'improvvisa scomparsa delle emorroidi, poi, come potrebbe giustificarla? Con un miracolo? Con una remissione spontanea di ogni disturbo? Sono sicuro che, valutando il beneficio tratto, smetta prima o poi di arrovellarsi la mente sulle possibili ipotesi e si goda contento la salute ritrovata. Non a caso, le volte che mi capita di tornare a chiacchierare con qualcuno che ho “guarito”, noto sempre con quanto entusiasmo mi confessi “ti ricordi del problema di cui ti avevo detto di soffrire? Non chiedermi come, neppure io so spiegarmelo, ma ne sono guarito del tutto”.
Tirando le somme, quindi, con le mie impavide scorribande faccio del bene al prossimo e a me stesso. Segretamente mi considero una specie di salvatore di culi, anche se invece del bisturi uso i canini e le mie “cure” non possono di certo definirsi disinteressate. Il primo a trarne profitto sono io. Ma, diciamoci la verità, chi è che nella vita muove anche solo un dito senza il proprio tornaconto?
Quando nell'attuale deposito di cui faccio parte mi avranno dato da mangiare tutti i colleghi in possesso dei requisiti, chiederò il trasferimento a un altro deposito; ce ne sono quattro nella città in cui vivo. Quando poi anche nell'ultimo deposito non resterà più cibo, passerò all'azienda di un'altra regione. E via via di questo passo, fino a farmi i depositi di tutta Italia. Se è il caso, pure quelli dell'intera Europa. E, perché no, dell'America e dell'Asia.
Fino a che non incapperò in qualche grana, facendo le dovute corna, proseguirò con questa formidabile tattica, che mi sta rimpinzando bene bene la pancia.

 

 

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