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Rubrus

A proposito di "L'ombra dello scorpione" - con una strizzatina d'occhio a Tolkien

"VIRGOLETTE"

Saggistica

Saggistica

pubblicato il 2019-08-20 11:58:40

Quest’estate, seppure con un occhio sifolo, ho avuto il tempo e la possibilità (non è un libro che ti puoi portare dietro comodamente, a causa del peso) di leggere “L’ombra dello Scorpione” .
La storia, credo, la conosciamo un po’ tutti e, man mano che riacquistavo la funzionalità dell’organo, ho buttato giù, anche come esercizio, alcune impressioni, sperando di non aver preso troppe sviste – di cui, però, non posso incolpare l’occhio.
Secondo me sono chiari ed evidenti i paralleli tra “L’ombra dell scorpione” /The Stand e "Il signore degli Anelli" e mi limito a citarne tre: Pattume che, in pratica, è Gollum ed assolve quasi la stessa funzione, lo stesso Flagg il cui simbolo è, e a volte viene paragonato, a un occhio che tutto vede o quasi e si serve di animali come i lupi /Warg-Mannari o i corvi / Crebain di Sauron. Mi lascia un po' da pensare però la definizione dello stesso Flagg come "ultimo mago del razionale". Ovviamente è un'antinomia ("Mago" e "Razionale" sono due termini che si contraddicono quasi perfettamente) e quindi, più che definire, suggerisce. La mia perplessità deriva soprattutto dal fatto che la comunità di Las Vegas, di cui tutto sommato King ci dice molto poco, non mi appare tanto razionale - tant'è che l'autore in "Danse Macabre" la definisce "dionisiaca". Le coordinate, secondo me, si riassestano un po' se, più che razionale, si pensa al "tecnico". La gente di Las Vegas è infatti composta da più tecnici e più abili di quella di Boulder. Qui - a mio parere - si riallacciano i nodi con Tolkien la cui diffidenza verso la tecnologia era proverbiale. Ricordiamo che - nella visione un po' manichea di quegli anni (che sono quelli cui risale "The Stand") in America, a differenza che in Europa, dove era bollato come "di destra" si dava una certa enfasi a una lettura libertaria di Tolkien, quasi hippie - natura e libertà contro le convenzioni borghesi - (lettura diffusa, se non sbaglio, specie a Berkley) anche se sempre in un'ottica anti - establishment (e la comunità di Boulder - non a caso definita, con un po' di prosopopea, "Zona libera" - ricorda una specie di comune). Peraltro noterei una differenza tra i due autori consistente - a mio parere - nel fatto che King è più pragmatico, più consapevole di come stanno (e staranno) le cose, il che, a mio giudizio, determina la struttura circolare / irrisolta di "The Stand" e l'uso di un "deus ex machina" estrinseco, ma debole, per così dire, laddove la storia del S.d.A. è più completa.
A mio giudizio, le affinità e le differenze tra King e Tolkien si colgono meglio nella terza parte (forse la migliore, senz'altro la più compiuta di "The Stand"). I quattro - proprio come la Compagnia dell'Anello - si mettono in viaggio verso la Terra del Male (il loro percorso è dichiaratamente iniziatico e Glen ne dà una lettura scientifica, anche se forse riduttiva), uno rimane indietro (ma le ragioni e il destino di quell'uno sono completamente diverse nei due romanzi), e c'è la scena madre del romanzo consistente nello scontro tra le due fazioni, dopodiché il libro non finisce, ma prosegue per un bel po' con un viaggio di ritorno a casa - una casa la cui purezza non sarà più integrale e piena - che completa il senso della narrazione. Ma torniamo allo scontro finale tra bene e male (semplificando). Mentre Gollum compie un atto perfettamente coerente con se stesso, iscritto in una logica ferrea e che non richiede un intervento esterno (sin dall'inizio egli desidera il suo tesoro, non dice praticamente altro per tutto il romanzo), a me (absit iniuria verbis) Pattume ricorda un po' Igor che porta a Frankestein Junior il cervello di A.B.Norme. E, infatti, il bello è che tutto il faticare dei quattro buoni non serve assolutamente a nulla ai fini dello scioglimento della vicenda. Pattume avrebbe portato la bomba comunque. Invece, l'Anello non sarebbe mai arrivato a Monte Fato senza Frodo e Sam. Ecco quindi che, mentre nel S.d.A. non c'è bisogno di altro, nell'ottica della spiritualità intrinseca (non sto a dire se teistica o no) del libro, ne "L'Ombra" interviene nientemeno che il Digitus Dei che poco ci manca che scriva Mene Tekel Fares (poco prima, infatti, l'episodio biblico viene espressamente menzionato). E allora, a che serve il sacrificio della Compagnia?. La risposta, nel romanzo di King, c'è e, a mio parere, è strettamente connessa al rapporto che King ha con la religione o la spiritualità: un dilemma (irrisolto, come appunto molti suoi libri) in cui il Nostro non ha mai cessato di dibattersi libro per libro su su fino a "Revival" o allo (per me scadente) "The Outsider".
A mio parere la differenza fondamentale, quanto all’approccio al fenomeno religioso, tra King e Tolkien sta nel fatto che il secondo è essenzialmente un mitografo (tanto che si inventa un mondo irreale per raccontare i suoi miti). Sulla religiosità di Tolkien (per taluni da intendersi quasi come una forma di panteismo, per altri da iscriversi nel solco di quella tradizionale, ma pervasa da esigenze di sincretismo) sono state spese molte parole e ci fermiamo qui. King stesso, invece, descrive “The stand” come una storia pervasa da un “oscuro cristianesimo” e, infatti, la visione della divinità che ci viene proposta tramite da Mamma Abagail è molto veterotestamentaria e molto poco neotestamentaria. Il dio di Mamma Abagail potrebbe essere quello che (come mi pare in una canzone di Dylan) dice ad Abramo: “Sacrificami un figlio” e quando quello gli risponde “Cosa?”, ribatte: “Tu fai come ti pare, ma la prossima volta che mi incontri, è meglio che giri al largo”. E, infatti, la morte di Underwood, Bateman etc., che, come visto, non ha alcuna efficienza causale rispetto alla sconfitta di Flagg , viene spiegata (o si tenta di spiegarla) in termini di sacrificio. Ergo, il dio di “The stand”, se c’è (ne vediamo la mano, forse), è un dio che esige sacrifici umani, pur lasciando liberi i suoi fedeli. Quindi – proprio come l’Abramo di Dylan – King si chiede se non sia meglio starne alla larga. Non è un caso – credo – che nel romanzo a un certo punto viene riportato un passo del libro di Giobbe che lo scrittore americano ha citato anche di recente. A Giobbe che gli domanda il perché delle sue sofferenze, Dio risponde “Dov’eri, tu, quando Io ponevo i pilastri della Terra?”. Che è come dire che, se c’è, Dio non risponde (o risponde: “Fatti i cavoli tuoi e sta al tuo posto che tanto non puoi capire”). Senza risposta infatti rimangono infatti le domande che Frannie rivolge a Mamma Abagail allorché le fa presente il proprio rifiuto e comunque la incomprensibilità di un dio che, a parte permettere la super influenza (scusate se è poco) pare volere ancora sangue. Il che mi conduce all’ultimo argomento. Qual è la risposta di Mamma Abagail – microfono – almeno a suo dire – del Padreterno? Guarire taumaturgicamente Frannie dal mal di schiena. Frannie ribatte – bontà sua – che l’uomo che ama non vale un mal di schiena, ma sarebbe anche, almeno spero, la nostra risposta.
La risposta al male (non solo di schiena: al Male), quindi, non c’è o non è minimamente appagante. Il che conduce a due ulteriori considerazioni.
La prima è che, ne “L’Ombra” il fenomeno religioso è sostanzialmente ricondotto – o forse direi appiattito – a un fenomeno paranormale. Mi pare, ma non sono sicuro, che sia Glen, durante uno dei suoi discorsi, a rendere particolarmente saldo questo legame. Non so se questo, oltre il pensiero di Glen, sia anche quello di King, ma mi vien fatto di pensare che, quantomeno a livello narrativo, possa avvicinarglisi molto. In ogni caso l’idea serpeggia in molte opere kinghiane - direi che “Revival” ne è intriso: la religione come fenomeno intrinsecamente “miracolistico” o in cui comunque il paranormale e lo straordinario svolgono un ruolo, se non di prova, di indizio. Mi sia consentito affermare che, a mio parere,e la religione non è soltanto questo (io credo che sia un fenomeno esistenziale) e che tale concezione sia un po’ riduttiva. Ciò ad ogni modo spiega il crescente allontanamento di King dal “numinoso” nelle sue ultime opere. Proprio perché lo spirituale “è tutto lì” dopo un po’, anche con tutta la buona volontà, si è detto tutto quello che si voleva dire. D’altra parte in “The Stand” troviamo anticipata e proposta la contrapposizione magia bianca e nera (non solo in termini stregoneschi) che ritroveremo in It, dove è assai importante.
La seconda considerazione spiega perché L’Ombra abbia una struttura in parte irrisolta e in parte ciclica: non essendovi risposta (e se c’è non è comprensibile) al problema del Male, il Male ritorna (diversamente da quanto accade a Sauron, anche se il prezzo da pagare è la morte del mito) e ci sono forti indizi che tutto possa riprendere più o meno come prima. I giorni della Zona libera come “comune” o “collettivo” sono, par di capire, contati.
Torniamo infatti a Randall Flagg. Come King riferisce in “Danse Macabre”, la prima frase de “The Stand” fu: “Randall Flagg è un uomo oscuro. Un uomo oscuro, senza faccia” (il che potrebbe indurci a riflettere sul fattore negativo come origine delle storie, se non della Storia). Come noto, l’autore voleva scrivere un libro su Patricia Hearst e si era impantanato. Patricia Hearst era la figlia di un miliardario che, rapita, fece comunella coi suoi sequestratori e divenne una terrorista (anche in Italia abbiamo casi simili e, dopotutto, anche alcuni “foreign fighters” hanno una storia analoga). Flagg era uno dei rapitori e la frase di King si riferisce, come egli stesso spiega, al fatto che, nelle riprese delle telecamere durante una rapina, la faccia di Flagg non si vedeva, ma rimaneva in ombra.
Ebbene, nel romanzo, Flagg rimane fedele alle sue origini. Forse non si fa abbastanza attenzione a questo aspetto e mi permetto di sottolinearlo. Randall Flagg, l’Uomo Nero, non è assolutamente responsabile del progetto Blue Book né dello scatenarsi dell’epidemia. Rispetto a tutto ciò, egli /esso è puro come un giglio. Cosa è, dunque, Randall Flagg? Non è l’Oscuro Signore (un po’ più di fantasia nei nomi e negli appellativi non guasterebbe, a proposito) di tanta (troppa?) narrativa fantasy. Esso non è la causa, diretta o indiretta, dell’epidemia, ma, piuttosto, trova in essa un terreno e un ambiente perfetti per sviluppare appieno le proprie tenebrose potenzialità e diventare, appunto, un oscuro signore (anche se, a ben guardare, con sovranità limitata). E allora, ancora una volta, chi o cosa è Flagg? So che appare in altre opere, ma stiamo all’Ombra. La definizione “ultimo mago del razionale”, come dicevo prima, suggestiona, più che dire. A mio parere, egli viene definito in modo piuttosto chiaro al suo apparire. Siamo a pagina 232 – 239 dell’edizione Bompiani (quindi grosso modo a un sesto di un romanzo bello lungo – forse davvero un po’ troppo, magari gli editori non avevano tutti i torti) quando sentiamo per la prima volta ticchettare sull’asfalto i suoi stivali. Flagg è un agente provocatore, un istigatore, qualcosa che perverte e trasforma i gruppi umani in cui si infiltra (o forse appare come per generazione spontanea); in particolare è colui che trasforma i contestatori in ribelli e terroristi e, infine, agenti del male. E siamo tornati ancora una volta a Patricia Hearst.
Adesso la sparo un po’ grossa.
King – seppure in modo forse nascosto – non narra in maniera mitica, generale ed astratta, la lotta tra Bene e Male in modo che quella narrazione, proprio perché mitica, si attagli a tutte le epoche (che è quello che fa Tolkien). La lotta tra bene e male rappresentata da King è più aderente al dato storico, concreto. In particolare, a mio parere, ne “L’Ombra dello scorpione”, King narra in forma fantastica la cupa storia che vide la contestazione diventare terrorismo, morte. Insomma, dieci anni dopo, quando ormai il movimento si sta spegnendo e molte dinamiche si erano compiute, King narra il lato oscuro degli anni ‘60, l’infrangersi del movimento e dei movimenti che volevano cambiare il mondo sugli scogli della realtà, e diventare violenza. In fondo, che cosa volevano quei movimenti, in quegli anni? Cambiare il mondo, spazzando via il vecchio. E, ne L’Ombra dello Scorpione, il vecchio mondo viene spazzato via. Solo che il cambiamento è, né può essere altrimenti, strage e morte, lutto, dolore, prevaricazione. Come a dire che non si cambia il mondo senza distruggerlo e questo non è affatto una bella cosa, anzi. Ma, dopo questo olocausto, che cosa? Riprendiamo alcune considerazioni già fatte e sviluppiamole.
Che cosa sappiamo della comunità di Flagg? Pensiamoci bene. Come accennavo sopra, poco. Pochissimo. Sappiamo, prima di tutto, che non è Mordor. Niente deserti e cieli tenebrosi squarciati da bagliori corruschi. Niente eserciti di mostri in marcia. All’apparenza, ci dicono, è normale. È una comunità che funziona. Anzi – e qui King (lo ripeto) è assai vicino alla tecnofobia di Tolkien – è una comunità che funziona meglio di quella di Boulder perché in linea di massima i suoi componenti sono tecnici migliori, che hanno con le cose e le macchine un rapporto più efficiente di quanto accada nella Zona Libera. Non è neanche una comunità anarchica alla “dacci dentro e scatenati” - benché King in “Danse Macabre” la definisca “dionisiaca”. Non è un posto dove puoi fare quello che ti pare. Per esempio, se fai uso di droghe, non solo ti ammazzano. Ti crocifiggono. La vera differenza rispetto alla Zona Libera è che è un’autocrazia, o, se preferite, una dittatura. Al comando si trova, lui sì, un essere fortemente caotico e dionisiaco, addirittura un demone o qualcosa di simile, sorto dall’epidemia come un’infezione in una ferita e il cui braccio sinistro è un criminale, mentre il destro un pazzo piromane. Spazzare via il Vecchio Mondo, Capitan Trips o no, porta o rischia di portare tutti a una dittatura autodistruttiva perché innamorata delle armi (e qui apro una parentesi: il discorso sulle armi, da parte di King, inizia, come si vede, lontano e troverà forse la sua migliore e più trasparente espressione in “Cose Preziose”, di molti anni dopo – il sig. Gaunt, alla fin fine, vende sempre armi, ci viene detto). In fondo, la comunità di Boulder è un po’ come un licantropo: all’apparenza tranquilla e razionale (a tutto concedere, si vede che sono tutti un po’ tesi), in realtà un mostro sanguinario.
Dall’altra parte, l’alternativa è qualcosa di molto simile a una Comune, dove tutte le decisioni vengono prese da un Comitato dopo una discussione diligentemente verbalizzata. E qui faccio un auto-da-fè: ok, sono d’accordo sul rimettere dentro le pagine dedicate a The Kid (rendono Pattume, per differenza, un po’ meno caricaturale e gli danno spessore e umanità), ma dei verbali della riunione del Comitato redatti da Fran Goldsmith avrei fatto anche a meno. Se King voleva raccontare come, almeno in teoria, potrebbe funzionare una società a guida collettiva è riuscito – ai miei occhi – a mettere in scena al massimo un’utopia un po’ noiosa e poco credibile. Non è plausibile, secondo me, che il Comitato riesca a raggiungere immancabilmente l’unanimità (ma King avrà mai visto una riunione di condominio?). O meglio. È plausibile nella misura in cui lo è Randall Flagg. Ma a prescindere dalle valutazioni personali, il percorso della Zona Libera (probabilmente non libera solo dall’influenza, almeno nelle intenzioni) è abbastanza nitido e, a mio giudizio, rappresenta in modo piuttosto chiaro la parabola dei movimenti libertari e contestatari degli anni ‘60 – o meglio la loro possibile evoluzione (secondo King) se essi, spazzato via il vecchio mondo, fossero stati un modello sociale. Ricordiamoci che Flagg è stato sconfitto, almeno per il momento, e tanti saluti ai giusti e agli ingiusti (“Dov’eri tu, quando Io ponevo i pilastri della Terra?”). Ancora una volta, l’Uomo Nero, rispetto a quel che succede e succederà, è puro e innocente come un giglio. La storia della Zona Libera dopo la disfatta di Flagg è assolutamente parallela e affine alla storia della Contea dopo la sconfitta di Sauron - anche se in The Stand non c’è nessun Saruman e questo rende la storia ancora più fatale, inevitabile (e forse più convincente). In ogni caso, è presto detto. Inevitabilmente, man mano che la comunità cresce, sia per via delle nascite sia a causa di nuovi arrivi (ma come avranno fatto a giungere sino a Boulder dopo la scomparsa di Mamma Abagail? Questo King non lo dice e secondo me è una piccola imperfezione) si tendono a riformare le vecchie strutture e sovrastrutture sociali; ancora non è successo, ma succederà e allora tanto vale, per Stu e Fran, rifugiarsi nel buen ritiro del Maine (come King stesso) dove le comunità sono più piccole e forse l’organizzazione centrale (e statale) più lontana. Riecco quindi poliziotti (in tutto il romanzo le istituzioni e i loro uomini, quindi l’establishment avversato dai movimenti degli anni Sessanta, hippie e tutto il resto), armi, eccetera.
E, alla fine, si torna sempre allo stesso punto.

 

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Mauro Banfi il Moscone il 2019-08-21 16:52:58
Ciao, Roberto: saggio delizioso e istruttivo, un vero tuffo nelle profondità della narrativa fantastica di King e Tolkien. Quest'estate ho riletto con grande gioia un racconto di Kipling, memorabile, "Il marchio della bestia", tratto dai suoi deliziosi "racconti anglo-indiani". Nella storia -per me il più grande racconto di licantropia di sempre - uno spocchioso colonialista inglese ubriaco profana la statua del dio Hanuman spegnendo il suo sigaro sulla fronte della sua statua di legno rosso in un tempio indù. La punizione per la Ybris scatta all'istante - non spoilero - e il bramino presente nel tempio commenta: "Lui ha finito con Hanuman ma Hanuman non ha finito con lui." Ora, Tolkien e King, con i loro differenti stili che hai così magistralmente differenziato ed esplicato, con la splendida arte del loro "mostra e racconta" - e senza spiegoni - ci passano lo stesso messaggio di tutti i grandi della letteratura del Terrore Weird: "L'umanità pensa di averla finita con il Sacro, ma il Sacro non ha finito con noi" e basterebbe leggere il terrificante e radioso racconto "Polaris" di HPLovecraft per avere il sigillo finale di questa rivelazione. King, come pochi autori americani - e tra loro Poe E HPL - ha il senso del Sacro e del Male. E' bene sempre ricordare che il Sacro è una zona di Potenze che l'Uomo - una zona che precede quella della religione e bel Bene e Del Male e delle leggi su che cosa si può e non si può fare -, non potendo dominare, avverte come Superiori e come attribuili a un Altrove, a Altre Dimensioni da tenere nello stesso tempo separate e con cui stare in contatto. Per la separazione e il contatto con la Folgore del Sacro sono state preposte persone - ierofanti, sacerdoti, medium, psicopompi, ecc -, spazi (templi, chiese), libri, tempi rituali e cerimonie. E oltre a un Sacro Esterno che aleggia e irradia il Cosmo c'è anche un Sacro Interno che si manifesta nell'uomo nelle forme di follia sociali e individuali. Ma attenzione: c'è la follia che è la negazione della ragione e della coscienza (dei principi aristotelici d'identità e non contraddizione e del terzo escluso) e una forma di Mania che precede la stessa distinzione tra ragione e follia. Questa è la possessione: la possibilità da parte del Sacro d'invaderci e colonizzarci e It, Gaunt e Flagg - insieme a Sauron - ne sono l'esemplificazione in forma di personaggi inserito nelle cronache quotidiane di King, dove il Sacro mostra la sua potenzialità di Male. Che cos'è il male per Tolkien e per King? qualcosa di molto simile, espressi da uno con il mito e dall'altro con cronache dal quotidiano. Un filosofo contemporaneo, Theodore Adorno, si chiedeva se, dopo Auschwitz e dopo il genocidio hitleriano perpetrato contro gli ebrei o dopo i gulag, gli analoghi orrori perpetrati da Stalin, si potessero ancora invitare gli uomini ad amare il mondo com’è, con un sì senza riserve né eccezioni. Se dobbiamo accettare tutto com’è, nella dimensione tragica di non senso radicale, come evitare l’accusa di complicità, perfino di collaborazione con il male? Tolkien e King si trovano a vivere e a creare nell'era dopo Nietzsche, che ha compreso e ratificato la morte di Dio. « Dio è morto », la frase è diventata fin troppo celebre. Nell’aggiunta contenuta nella "Gaia Scienza" : « E noi l’abbiamo ucciso » si tradisce una tracotanza razionalista, si avverte il rigurgito — che il Sacro lo perdoni! — di un fanatismo illuministico. Ma gli dèi sono ancora vivi, almeno alcuni di essi. E questo perché Dio « era » eterno, un gelido idolo prodotto e distrutto dalla ragione, mentre gli dèi vivono « una lunga vita », secondo la parola di Empedocle, il grande ierofante. L'umanità pensa che dopo aver tolto di mezzo con la tecnica e il consumismo il Sacro si possa adorare "l'Attimino", il "reale", il "presentissimo globale e virtuale". Siamo alla non tanto nota, ma praticatissima " tesi del boia": da sempre, sulla terra, esistono boia e torturatori. Indubbiamente, appartengono al reale e all'Attimino. Di conseguenza, la dottrina dell’amor fati nicciana, che ci invita ad amare il reale in quanto tale e a toglierci dalle palle ogni manifestazione del Sacro, ci chiede anche di amare i torturatori e i massacratori totalitari! Davanti ai massacri di Mathausen, Kolyma, Srebenica e Nyarabuye riusciamo ancora a lodare la vita e tutto ciò che implica? Ecco, Tolkien e King hanno la lucidità e il coraggio - come anche i grandi Baudelaire, Dostoevskji e Kafka, come tutti i grandi artisti che non obliano il senso del Sacro e del Male - di condannare quelle immani tragedie e nel contempo di affermare, dopo la scelta del bene e il lucido giudizio, la vita stessa. King ci avverte che dal '68 potevano venire nello stesso tempo Kubrick e i Pink Floyd e Charles Manson. Ognuno di noi deve essere lucido per poter comprendere e scegliere quel'è il suo atteggiamento con il Sacro. Per Tolkien il bene viene dall'alleanza di Ganfalf e Frodo, nella congiunzione rinascimentale, junghiana e hillmaniana tra Puer e Senex. In King l'antico ed eterno e sempre nuovo dramma del Sacro e del Male contro il Bene - ma spero di aver fatto capire con l'Ombra dello Scorpione non è manicheismo! Mamma Abigail è in contato con il Sacro prima del Male e del Bene! - si concretizza nell'intensità della relazione fra persone, sopratutto innamorati, amanti, amici, madri, o padri e sopratutto, forma primaria del Bene kinghiano, la banda di amici adolescenti, che si radunano nella casa sull'albero a immaginare storie e avventure. (in fin dei conti, traslato nella lunguaggio mitografico di Tolien, gli Hobbit non sono loro mitologici fratelli e sorelle?). Situazioni quotidiane cioò dove ci sono calore, desiderio, contraddizione e paura, e dove gli anticorpi alla paura sono l'amicizia, l'amore e la capacità di creazione. La psiche produce antidoti ai veleni del Male e i suoi "Attimini" e la violenza del suo "reale", e indica la via salvifica della letteratura, dell'arte, dello stare in amicizia e in amore attorno a un falò a sentirsi raccontare reciprocamente le proprie storie sul proprio rapporto con il Sacro. Il bene è la strenua resistenza con cui lo sceriffo Pangborn di "Cose Preziose", appellandosi all’energia dell’illusione infantile, nel finale saprà sottrarsi alla malìa del Male, come i ragazzi nella casa in cima all'albero, sognando i loro sogni migliori. Paura ed esorcismo del terrore con l'amicizia, l'amore e la forza umana del pensiero e della creazione: questi gli aurei sigilli dell'arte di Tolkien e King, i primi consapevoli narratori post nicciani. Grazie Rubrus.

Rubrus il 2019-08-25 19:04:26

Penso che una possibile chiave di lettura della differenza, tra King e Tolkien, stia nell'approccio al trascendente (non sto a scomdodare categorie come il sacro o a specificare parlando di sovrannaturale). Tolkien è uno che "ci crede". Alla fin fine, nel SdA, i suoi eroi, sconfitto Sauron, ma indossato l'Anello e non più quindi "assimilabili" a questo mondo, raggiungono le Terre Imperiture. Chiamatelo Paradiso, Campi Elisi, come vi pare.  il SdA è in fondo a mio parere - come ho detto altre volte - il racconto della morte del mito, la storia della separazione, in chiave fantastica, tra al di là e al di qua. King è più incerto. Pur essendo molto più prolifico - e quindi meno categorico, più sfuggente, ma ricordiamoci che stiamo parlando di romazieri, non di teorici - egli non porta o non osa portare la sua fede nel trascendente al di là delle forme della magia bianca del quotidiano, in ispecie sotto le forme dell'autenticità degli affetti, della magia dell'infanzia, del potere del credere nelle potenzialità dell'immanente. Non essendovi una apinta verso il trascendente forte come per JRRT, le storie di King hanno spesso una struttura circolare. In uno dei suoi primi romanzi "Le notti di 'Salem", Ben Mears, a chi gli chiede su che cosa verta esattamente la storia su Casa MArsten che sta scrivendo, risponde "è una storia sul ritorno ciclico del male". Mears non la scriverà, troppo impegnato a maneggiare paletti di frassino, ma King sì, e molte volte. I suoi romanzi hanno sovente una struttura che si può così schematizzare: ferita iniziale, personaggio/i che affronta questa ferita, esplosione o catastrofe spesso catartica, ma non risolutiva. Uno dei romanzi che rientra quasi esattamente in questo schema è "It", con It che, appunto, ogni 27 anni torna e i personaggi, feriti da bambini, che regolano con lui i conti. Alla fine Derry viene distrutta e con essa It (la differenza è che appunto It non torna, anche se Derry non sarà mai un posto tranquillo). Vi rientra invece appieno "The Stand" e non solo perchè Flagg rispunta fuori nell'epilogo, ma perchè l'intero mondo pare rimettersi sulla stessa strana. Vi rientra Cose Preziose (Gaunt che si trasferisce altrove e, benchè scacciato, non è sconfitto), vi rientra, benchè in modo ambiguo, Pet Sematary. E l'analisi potrebbe continuare, ma mi fermo qui perchè ho scritto tanto e forse troppo, parlando anche di Poe, Lovecraft etc. Mi basti evidenziare che la presenza di questo schema, in King, non è una semplice esigenza di marketing (essere pronti per i sequel) e neppure una necessità dettata dall'ossequio al freudiano ritorno del rimosso come strumento del perturbante, ma un'esigenza logica e, se mi si permette, metafisica.           


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