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Tra luce e tenebra

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Airolg

pubblicato il 2019-07-07 23:05:56


Sono un vampiro. Cosa significa? Significa che bevo sangue umano per sopravvivere. È il prezzo da pagare per la vita eterna. Nessuno nasce immortale, nemmeno noi. Sono stata addestrata fin da bambina a non avere emozioni, ad essere coraggiosa, senza paura e senza pietà. Quindi dimenticatevi delle storie di vampiri che si innamorano di umani o che semplicemente provano sentimenti per loro. È fuori questione. Noi siamo i leoni, voi le gazzelle; noi siamo i gatti, voi i topi; noi siamo i predatori, voi le prede. Siamo le creature della notte, figlie e figli del male. Nessuna pietà, niente amore, nessuna emozione.

Sto camminando attraverso la città silenziosa annusando l'aria alla ricerca di una preda. Sono affamata, molto affamata. Con me ci sono Mark e Wendy; cacciamo spesso assieme. Sembra essere una notte normale ma il mio istinto mi dice che c'è qualcosa che non va. Uno strano odore mi riempie la narici e improvvisamente capisco cosa sta succedendo. Mi blocco con tutti i sensi all'erta e vedo Mark e Wendy fare altrettanto. Ci sono licantropi e questo significa che siamo in pericolo: sono le uniche creature in grado di ferirci o ucciderci. È buio, ma noi possiamo vedere come un uomo alla luce del giorno. Mi guardo attorno senza però riuscire a scorgere alcuna traccia. Sono sicura che ci stessero aspettando, deve essere una trappola. Sono elettrizzata dalla cosa, ma non spaventata. Sono in grado di combattere molto bene, sono addestrata a vincere e perdere non è tra le mie opzioni.

Improvvisamente un grosso lupo nero mi salta addosso materializzandosi quasi dal nulla. Con uno scatto felino balzo indietro e lo evito. Ci fissiamo per un attimo, prima che lui attacchi di nuovo. Questa volta sono pronta e mi lascio cadere sulle ginocchia e, con rapidità e precisione, affondo il mio pugnale tra le sue viscere, proprio mentre è ancora sospeso in aria, sopra di me. Il suo sangue schizza ovunque mentre lui esala il suo ultimo respiro. Anche se è pesante mi rialzo e lo calcio via con disgusto, stupida bestiaccia. Domattina, gli umani, troveranno solo un uomo sventrato e morto nel suo sangue. Lo osservo mentre lentamente sparisce il pelo per lasciare il posto ai suoi lineamenti umani. Le zanne si ritraggono e tornano ad essere denti, gli artigli ora sono unghie e le zampe adesso sono mani con cinque dita. Fosse ancore vivo, potrebbe essere il mio pasto. Nel frattempo dall'oscurità sono sbucati altri licantropi. Wendy ne ha già ucciso uno e sta andando ad aiutare Mark che ne sta fronteggiando due. Ne è rimasto un ultimo per me. È particolarmente grosso, con un folto pelo grigio e occhi neri come il carbone. Ci studiamo attentamente girandoci attorno. Lui mi fissa emettendo un ringhio che mette in mostra le zanne affilate come rasoi. Mi è subito chiaro che non sarà semplice come con il suo compagno idiota. Il lupo grigio non perde una sola mossa della mano in cui stringo il pugnale ancora sporco del sangue del suo amico. Non sembra ancora intenzionato ad attaccare ed io sto perdendo la calma, voglio mettere fine a questa storia.

«Avanti lupacchiotto, fatti sotto...» mormoro ironica.

«Come la dark lady desidera…» mi sbeffeggia lui con voce cavernosa. Per un attimo resto di stucco. Ci sono poche cose che possano sorprendermi o stupirmi, ma sono più di duecento anni che combatto i licantropi e questa è la prima volta che ne sento parlare uno. E lui, consapevole del mio sgomento, ne approfitta per attaccare. Presa alla sprovvista mi sbilancio nel tentativo di sottrarmi alle sue fauci che puntano alla mia gola. Cado all'indietro e lui mi morde il polso costringendomi a mollare la presa sul coltello. Sono disarmata, ma i miei denti sono letali quasi quanto i suoi. Riesco a sottrarmi a lui e a rialzarmi in piedi. Ora sto ringhiando anch'io e sento i canini crescere, pronti ad affondare nella sua carne. Ci fronteggiamo squadrandoci torvi; sappiamo bene entrambi che uno dei due non ne uscirà vivo. Mi guarda con ferocia ed io sento il nostro odio nell'aria, quasi fosse palpabile. Lo ucciderò, ucciderò questo bastardo, penso mentre continuiamo a studiarci guardinghi. Improvvisamente lui mi attacca di nuovo, ma io non mi faccio cogliere impreparata. Lo schivo e lo colpisco al fianco con un calcio. Lui si lascia sfuggire un guaito e riesce e colpirmi con una zampata lacerandomi la maglia e aprendomi dei tagli nel braccio. Non riesco a trattenere un grido di dolore. Inizio a colpirlo alla cieca, affondo i denti nella sua schiena, ma pelo e muscoli mi impediscono di fargli male quanto vorrei. È alla sua gola che devo puntare se voglio sconfiggerlo. Mi morde una gamba ed io affondo nuovamente i denti nella sua carne, questa volta facendolo sanguinare copiosamente da una spalla. È molto forte, forse troppo per me che sono a digiuno, soprattutto ora che si sta approssimando l'alba. Per la prima volta mi trovo davanti ad un avversario temibile, qualcuno che potrebbe realmente sconfiggermi. Comincio a perdere i miei nervi saldi e a chiedermi quali possibilità io abbia di sopravvivere: non posso protrarre il combattimento fino all'alba o finirò in cenere se colpita dalla luce diretta. La sua forza, in questo momento, è superiore alla mia e non ho speranze di ricevere aiuto dai miei compagni, anche loro impegnati a lottare per la vita. Ora lui mi sta squadrando ed i suoi occhi puntano la mia gola, è questione di attimi prima che i suoi muscoli scattino e le sue fauci mi raggiungano. E così, per la prima volta in vita mia, scappo. Corro fuori dal vicolo dove Mark e Wendy stanno finendo gli altri due licantropi. Corro più veloce che posso, con il braccio e la gamba che perdono sangue e il dolore che martella incessante. Corro senza voltarmi e senza risparmiare le forze, le ultime che mi restano. Corro lungo le strade deserte dove la luce bluastra che precede l'alba disegna e accenna le sagome delle case e delle macchine. Corro fuori dalla città sentendo i suoi balzi sempre più vicini. Corro cercando di raggiungere il bosco dove, forse, avrò qualche possibilità di farcela. Inciampo e rotolo, ma senza farmi alcun male. Sono pur sempre un vampiro. Mi rialzo di scatto ma la gamba ferita trema per lo sforzo. Sto perdendo molto sangue, niente che non si possa sistemare con una buona caccia, ma ora è quasi l'alba, ora lui mi ha quasi raggiunta. Mi giro a fronteggiarlo e lo fisso determinata. Combatterò fino all'ultimo respiro, non morirò fuggendo. Adesso siamo in un terreno a me famigliare, ora le cose cambieranno: posso ancora ribaltare la situazione. Mi lancio contro di lui con tutte le mie forze cogliendolo impreparato. I suoi artigli mi lacerano la pelle sulle spalle dove lui, in piedi sulle zampe posteriori, li affonda senza pietà. Sferro un calcio micidiale sulle sue costole e lui guaisce di dolore rotolando a qualche passo di distanza. Afferro un grosso ramo e gli sono addosso prima che si possa risollevare sulle zampe. Lo colpisco sulla schiena, sulla testa, ovunque mi capiti, senza pietà. Lui ringhia e cerca di afferrare il bastone con i denti, ma senza riuscirci. Improvvisamente una sua zampata mi raggiunge all'addome e sangue nero come l'inchiostro inizia a uscire copioso da una ferita profonda. Istintivamente mollo la mia arma e mi porto le mani al ventre. Barcollo indietro e cado sulle ginocchia. È la fine. Lui si avvicina circospetto e fiuta l'odore del mio sangue, scuro come i suoi occhi che mi fissano indecifrabili. Inspiro a fondo, chiudo gli occhi e sollevo il mento offrendogli la mia gola. Non starò a supplicare pietà, non temo la fine. Ho combattuto e ho sempre vinto, questa volta il mio avversario mi ha sopraffatta. Il mio collo è nudo, esposto, ma lui non attacca. Si avvicina e con il muso mi spinge sul petto facendomi cadere all'indietro. I miei capelli si spargono sull'erba e sul muschio del sottobosco, il mio sangue macchia il terreno. È sangue maledetto, sangue che è stato rubato per garantirmi una vita eterna e dove tocca terra non crescerà mai più nulla. Il lupo grigio mi sovrasta e, lentamente, abbassa il muso verso il mio volto. Per un istante ci guardiamo negli occhi, so che sto per morire ma il mio sguardo non è di terrore, è di sfida. Volto lentamente la testa, lasciando scoperto il collo, offrendo alle sue fauci quella parte del corpo dalla quale ho sempre attinto il sangue dalle mie vittime. Ed ora la preda sono io. Sento il suo alito tiepido sul collo e guardo fisso davanti a me l'edera che si è avvinghiata al tronco di una quercia. Ancora un attimo, farà male e poi non esisterò più. Il mio cuore, nella cripta, si sgretolerà e rimarrà solo un mucchietto di polvere nera. Passano alcuni istanti e il lupo non ha ancora affondato i suoi denti nella mia carne. Mi rendo improvvisamente conto che, sulla mia pelle, ci sono due labbra umane che mi sfiorano delicatamente il collo. Non è più un lupo, si è trasformato in umano. Gli occhi sono neri come la pece, i capelli corti e grigi ma il volto è giovane, il volto di chi possiede l'immortalità. Lo guardo senza capire ma lui parla prima che io possa proferire parola.

«L'alba ti incenerirà, mancano pochi minuti e l'ombra del bosco non sarà sufficiente a proteggerti: il sole filtra tra le foglie e tra i rami.»

Flette i muscoli delle braccia e si solleva, allontanandosi da me. «Te ne devi andare.» mi dice.

Rimango a guardarlo stordita, nella mia pozza di sangue, sangue che sgorga dalle ferite che mi ha causato lui.

«Perché?» il mio pensiero si traduce in una flebile domanda.

«Che importa? Vattene finché sei in tempo.»

Sotto al suo sguardo vigile ruoto su un fianco e cerco di puntellarmi su un gomito per tirarmi su ma lo sforzo è superiore alle mie forze. Dei forti colpi di tosse mi fanno sputare sangue e mi lascio ricadere indietro senza un lamento. La vita è strana, credevo che non sarei mai morta, poi ho capito che quel lupo sarebbe stato il mio assassino e invece ora...ora sarà il sole a ridurmi in cenere. Un mucchietto di polvere sparso dal vento. Polvere tra le foglie, tra il muschio, tra i cespugli. Polvere nei nidi, nelle tane. Ma anche polvere nel cielo, su fino alle nuvole e poi giù nei ruscelli, nei fiumi e negli stagni. Forse il vento spingerà i miei resti fino alla città, sui davanzali delle finestre, sui tetti delle case, sui terrazzini fioriti.... «Aaaaaah!» improvvisamente lancio un grido di dolore: inaspettatamente l'uomo lupo mi ha tirata su da terra. Le gambe fanno fatica a reggermi e scivolo, ma lui mi passa un braccio attorno al busto e mi sorregge. Prende un mio braccio e se lo passa attorno alle spalle. Stringo i denti e lo lascio fare. Nessuno dei due parla, è una cosa troppo innaturale. Sarebbe stato più normale essere morta in questo momento. Un lupo che sorregge una vampira e l'aiuta a nascondersi dal sole. Sto sognando, sono già morta, non c'è altra spiegazione. Mi sento svenire e mi si piegano le ginocchia. È chiaro che in questo modo non faremo molta strada, abbiamo percorso appena pochi passi e tra pochissimo il sole sorgerà e i suoi raggi mi raggiungeranno. Lui lo sa e dovrebbe abbandonarmi lì. O dilaniare il mio corpo con i suoi artigli e le sue zanne da lupo. Ma non fa nulla di tutto ciò. Resta uomo e mi prende in braccio. Il mio sangue scorre sulla sua pelle, il mio corpo tremante è in balia di quelle braccia salde e di quello sguardo risoluto. Corre ed esce dal bosco, ignorando le mie grida di dolore. Siamo in mezzo a un campo e tra un attimo, tra le sue braccia, resterà solo cenere. Invece raggiungiamo una specie di vecchia fattoria abbandonata, mi posa a terra e solleva una pesante botola di legno in quello che era il cortile. È la cantina ed è buia, completamente buia. "Dentro, svelta!" mi ordina mentre tiene sollevato il coperchio della botola. Rotolo dentro e cado lungo dolorosissimi gradini di pietra e, quando arrivo sul pavimento ricoperto di paglia vecchia, ho solo il tempo di pensare che è tutto inutile prima di perdere i sensi.

 

A fatica riapro gli occhi. Vedo sfocato, ma mi sembra che la luce che illumina l'ambiente spoglio sia quella di una torcia. L'uomo lupo è lì vicino, di spalle, con addosso dei vecchi jeans e una camicia rattoppata. Devono essere i primi vestiti che ha trovato in giro, penso. Muovo un braccio ma non riesco. Non capisco, ci riprovo ma è bloccato. Sento un clangore metallico e l'uomo lupo, allertato dal rumore, si gira verso di me. «Una precauzione.» spiega accennando alle catene che mi stringono i polsi. Serro le labbra e non commento: ha ragione, la cosa che vorrei di più al mondo, in questo momento, è bere il suo sangue. Fino all'ultima goccia. Mi accorgo che ho le ferite accuratamente fasciate e che la mia maglietta sbrindellata giace in un angolo. Sono in pantaloni e reggiseno e mi chiedo quanto sia lupo e quanto sia umano. Ho una fasciatura anche sulla coscia e, per farla, deve per forza avermi tolto i pantaloni. Almeno poi me li ha rimessi.

«Hai giocato a fare il dottore…» gli dico ironica.

«Sì, ti ho dovuta rattoppare parecchio. Ci ero andato giù pesante...» ammette. Poi si solleva la camicia e, indicandomi un ematoma bluastro sulle costole, continua: «anche se pure te non hai scherzato.» Noto che ha anche una benda sulla schiena dove l'avevo morso.

«Perché?» riformulo la domanda fattagli nel bosco «avresti potuto uccidermi o lasciarmi lì a morire. Io con te non avrei avuto pietà, lo sai questo, vero?»

«Lo so, non contavo sulla tua gratitudine, per questo sei incatenata.» mi risponde evitando la domanda più importante.

Sento che potrei nuovamente svenire da un momento all'altro e lui, in qualche modo, lo capisce. «Hai bisogno di sangue per sopravvivere, altrimenti sarà stato tutto inutile.» dice pensieroso e teso.

«Lo so, ma non posso cacciare in queste condizioni.» rispondo nuovamente allo stremo delle forze.

Lo vedo respirare a fondo prima di arrotolarsi una manica sul braccio. Lo guardo stupita e sbigottita mentre si avvicina a me. «Avanti, fallo.» mi dice con il suo tono imperioso. Scuoto lentamente la testa, come imbambolata. È vero che sono un vampiro, ma ho anch'io un mio codice d'onore e lui mi ha risparmiato la vita. Lui si avvicina di più e posso distinguere l'azzurro delle sue vene sull'avambraccio. Sento i battiti del suo cuore pompare il sangue nelle arterie e mi sembra di sentirlo scorrere fluido e tiepido. Le mie narici si riempiono del suo odore e i canini iniziano ad allungarsi. Al diavolo il codice d'onore: affondo i denti nella sua carne e sento il sapore del suo sangue riempirmi la bocca. Inizio a deglutire e a bere sentendo l'energia vitale di quel fluido scorrere dal suo corpo al mio. Ha un gusto quasi selvatico, è il sapore selvaggio di un uomo lupo. Sento le forze tornare e continuo a succhiare senza riuscire a fermarmi. Ci pensa lui, pallido, a staccarsi da me. Lo guardo famelica, mentre con la punta della lingua raccolgo le ultime gocce di sangue rimaste sulle mie labbra.

«Sembra che vada meglio.» commenta lui con un sorriso tirato.

Cerco di calmarmi, di dominare la sete che ho del suo sangue e chiudo gli occhi inspirando a fondo. Ma è peggio perché così ne sento l'odore.

«Esci...esci se non vuoi rischiare che io rompa le catene!» gli ringhio tirando con forza. Mi dimeno e sento già alcuni anelli sul punto di cedere. Il suo sangue mi ha dato forza e tutto il mio essere ne brama ancora. Lui lo sa, se ne rende conto e, invece di uscire, si ritrasforma in lupo. Mi guarda con i suoi occhi neri e profondi ed io, piano piano, ritrovo la ragione. Lentamente mi calmo, riprendo a respirare normalmente e mi siedo. Quando vede che ho ripreso il controllo si ritramuta in umano anche se mi resta a distanza.

«Chi sei?» gli chiedo.

«Lo sai, sono un uomo lupo.»

«No, voglio dire...qual è il tuo nome?» insisto.

«William. E il tuo, principessa della notte, qual è?»

«Janeth.» sussurro dopo un attimo di esitazione. «È tutto così strano. Perché mi hai salvata?» chiedo per la terza volta.

Lui si stringe nelle spalle e scuote la testa. «Non lo so...»

«Avresti dovuto uccidermi. Quando io tornerò completamente in forze, riprenderò a combattere la tua razza, come sempre. Se ci scontreremo ancora non esiterò a colpirti, non avrò pietà per te. Perché tu l'hai avuta per me?» il mio tono è freddo, quasi tagliente.

Lui mi volta le spalle e, salendo le scale, mi dice: «mancano due ore al calar del sole. Non avrai difficoltà a liberarti e a fuggire sta notte. Buona fortuna e addio!» Per l'ultima volta i miei occhi incrociano i suoi, non dico nulla e lui se ne va, richiudendosi la botola alle spalle con un tonfo sordo.

 

Mentre torno verso la caverna non posso far a meno di riflettere. Liberarmi dalle catene non è stato difficile, il sangue dell’uomo lupo è stato sufficiente a darmi la forza di spezzarle e a guarire da buona parte delle ferite. Lungo la strada per tornare al rifugio ho avuto modo di cacciare e affondare i denti nelle carni di un uomo che ho incrociato. L’ho abbandonato in un vicolo buio senza nemmeno guardarlo in volto. Mi sento finalmente bene e nuovamente me stessa. Procedo a passi spediti e sicuri, mi sento di nuovo invulnerabile. Sono tornata ad essere la vampira invincibile, fiore all’occhiello delle armate della notte. Ma non posso smettere di interrogarmi su quello che è successo la notte precedente. Era vero che non mi nutrivo da qualche giorno, ma questo non avrebbe dovuto compromettere così tanto le mie capacità di combattere. L’uomo lupo, cerco di non pensare a lui per nome, era sicuramente un osso duro, ma io normalmente l’avrei sconfitto, su questo non ho dubbi. E allora, cosa può essermi successo? Un timore inizia a insinuarsi nella mia mente, lo ricaccio indietro ma non posso far a meno di prender in considerazione la mia teoria. I nostri cuori sono custoditi nella cripta: questo ci dà un vantaggio contro i nostri nemici che non possono ucciderci come in passato conficcandoci un’arma nel petto. La cripta è il segreto meglio custodito della nostra società e se ne occupano i nostri anziani, i vampiri più antichi. Cuore e proprietario sono strettamente legati: se il vampiro viene ucciso, agendo in fretta ci sono buone probabilità di riportarlo in vita semplicemente ricongiungendolo con il suo cuore. Questo non può accadere se veniamo colpiti dai raggi del sole: in questo caso non c’è nulla da fare e corpo e cuore si riducono in polvere ed è ciò che sarebbe successo a me se l’uomo lupo non mi avesse gettata in quella cantina. Infine ci sono le esecuzioni. Nel caso in cui qualcuno infranga le nostre leggi, venga processato e condannato a morte, la sentenza viene eseguita dal Primo Anziano che trafigge il cuore del colpevole con il pugnale dell’oblio.

Improvvisamente sento una gran fretta di giungere al rifugio e un gran bisogno di veder pulsare il mio cuore tra le mie mani. Devo andare alla cripta e subito.

Sgattaiolo non vista lungo i corridoi scavati nella roccia e avanzo con cautela fino all’entrata della cripta. In qualità di Prima Guerriera ho l’accesso a tutti i luoghi del nostro rifugio e la guardia, riconoscendomi, si fa da parte. Non sono stata qui molte volte in passato, ma tutte hanno lasciato un segno. La mia mente vaga tra i ricordi mentre le mie dita sfiorano le pareti circolari dotate di centinaia di loculi. Il mio porta incise le mie iniziali e la data di quando sono entrata a far parte a pieno titolo di questo mondo. Nessuno nasce immortale, nemmeno noi, e la conquista della vita eterna ha un prezzo che non tutti sono disposti a pagare. Ricordo ancora il giorno del rito di passaggio, quando ero ancora sospesa tra due mondi ma ero ben determinata a lasciarmi quello umano alle spalle. Una ragazza aveva fallito la prova: quella che fino al giorno prima era stata una compagna, forse addirittura un’amica, era diventata una preda. Per un attimo ho un flash dei volti dei miei coetanei ricoperti del sangue di lei, ricordo il suo sapore così dolce, quella frenesia e quel delirio di onnipotenza che ci aveva pervasi fin nelle viscere. Non ebbi mai rimpianti. Poso i polpastrelli sulle mie iniziali, J. V., e noto un particolare che mi fa capire che venire qui non è stato un errore. Non c’è polvere, il loculo è stato aperto di recente. A questo punto non ho proprio idea di cosa troverò oltre quella lastra di pietra, ma indugiare è inutile. Premo con forza sulla J e, scricchiolando, il loculo si apre. Non posso far a meno di tirare un sospiro di sollievo nel momento in cui vedo il mio cuore pulsare sul suo cuscino di velluto nero. Allungo una mano titubante, indecisa se prenderlo o no. Finalmente le mie dita si serrano istintivamente attorno a quella che riconoscono come una parte di me e lo osservo battere tra le mie mani a coppa. Improvvisamente resto senza fiato nell’accorgermi che, per metà, il mio cuore è nero come la pece. Sbigottita lo giro con delicatezza e lo osservo senza capire. Qualcuno deve averlo avvelenato, qualcuno ha cercato di rendermi debole e vulnerabile nel modo più vile che esista. Serro i denti con rabbia e cerco di pensare in fretta. Quel qualcuno non è un vampiro qualunque per due motivi: il primo è che non avrebbe avuto accesso alla cripta, il secondo è che, anche avesse eluso la sorveglianza, non avrebbe comunque potuto aprire il mio loculo. Solo il proprietario del cuore e i Vampiri Anziani lo possono fare. E questo restringe notevolmente il numero di sospetti. Noto che, ora che è tra le mie mani, il cuore ha iniziato a pulsare con maggior forza, odo i battiti accelerare sempre di più. Il contatto con la mia pelle sembra aver contribuito a sanarlo e la macchia nera inizia a ridursi. Ma non posso più lasciarlo lì, non ora che ho scoperto di avere nemici così potenti. Devo trovare un nascondiglio più sicuro al di fuori del rifugio, ma dove? I miei pensieri si accavallano furibondi l’uno sull’altro, la mia mente fatica a restare lucida ora che ho fiutato il tradimento ma non so ancora dargli un volto. Reagisco d’istinto e, celando il cuore sotto alla mia maglia ancora mezza strappata, corro fuori. Attraverso le galleria senza guardare in faccia nessuno, voglio solo sentire la frescura della notte sulla pelle, respirare l’aria lieve che precede l’alba. Corro come poche ore prima, ma questa volta il mio nemico non è tangibile, non ha muscoli guizzanti e mandibole d’acciaio, questa volta il mio avversario è sconosciuto e infido. Non posso fidarmi di nessuno. Mi imbatto in Wendy, riconosco la massa di riccioli scuri un attimo prima di sbatterle contro. Mi guarda con occhi sgranati e fa per dire qualcosa. Le sue parole mi inseguono ma non faccio in tempo a udirle poiché sono già fuori, parte della notte. Ho agito senza pensare e ora mi ritrovo ad avere solo due ore prima che il sole sorga. Devo nascondere il cuore e tornare al rifugio nel più breve tempo possibile. Guardo le stelle brillare dall’alto della volta celeste e un ululato lontano mi fa sobbalzare. Non è decisamente il momento giusto per incontrare un uomo lupo. “Rifletti, accidenti, rifletti!” mi impongo con rabbia. Per assurdo è proprio l’ululato appena sentito che mi dà l’idea giusta e inizio a ripercorrere la strada che porta alla cantina sotterranea dove ero stata incatenata fin poco prima. Ritrovo la botola senza alcuna difficoltà e la alzo senza sforzo prima di scendere le scale. Accendo la torcia abbandonata lì da William e scruto ogni più piccolo anfratto della cantina alla ricerca di un luogo provvisorio dove nascondere il cuore. In un angolo c’è una lunga crepa che va a finire in un buco tra muro e pavimento. Non ho nulla in cui avvolgere il cuore per ripararlo, ma deve essere solo per poco tempo: domani notte tornerò con le idee più chiare e un piano ben definito. All’improvviso un rumore alle mie spalle mi fa sobbalzare, mi volto di scatto e vedo qualcuno scendere le scale. Anche lui mi ha vista e si blocca. Ci fissiamo per alcuni istanti completamente immobili eppur pronti a scattare al minimo accenno di ostilità.

«Credevo te ne fossi andata…» commenta William finendo di scendere i gradini e entrando nella zona di luce della torcia.

«Sì, me n’ero andata.» confermo «ma son dovuta tornare. Tu che ci fai qui?» chiedo fredda e guardinga. Con una mano tengo il cuore dietro la schiena.

«Ho perso una cosa ieri.» mi spiega asciutto mentre si guarda attorno. Non pare intimorito dalla mia presenza e nemmeno si preoccupa di trasformarsi in lupo. Si passa una mano tra i capelli grigi e si china a guardare dietro ad alcuni calcinacci che giacciono in un angolo. Deglutisco impaziente. Questo posto non è sicuro e più tempo mi farà perdere meno possibilità avrò di tornare al rifugio prima dell’alba. Potrei andare via ora, ma non avrei risolto il mio problema. Potrei attaccarlo e ucciderlo, ma anche questo potrebbe richiedere troppo tempo e ora, con il mio cuore in mano, non sarebbe affatto strategico.

«Cosa hai perso?» chiedo in modo sbrigativo.

«Un medaglione…» mi risponde lanciandomi un’occhiata distratta.

«Non ce l’avevi ieri.» gli rispondo sicura.

«Non riesco a ricostruire quando posso averlo perso.» ammette corrucciato. I suoi grandi occhi scuri incontrano i miei e per un attimo avverto una specie di connessione tra me e lui. Ma è il tempo di un battito di ciglia e tutto è svanito.

«Hai guardato nel bosco?» chiedo nell’intento di farlo uscire dalla cantina. Devo assolutamente restare in quel posto da sola, nascondere il cuore e tornare al rifugio in tempo per non restare incenerita. Non posso restar lontana tanto a lungo, la mia assenza potrebbe destare qualche sospetto e in questo momento, l’ultima cosa che voglio, è attirare l’attenzione su di me.

«Vedo che ti sei rimessa in forze.» osserva studiandomi con interesse per la prima volta da quando è entrato.

«Ho trovato un buon pasto sulla strada del ritorno…» rispondo con un’alzata di spalle.

«La maglietta però è sempre la stessa…» commenta mentre un lampo divertito attraversa i suoi occhi.

«Non ho avuto molto tempo per curare il look.» dico scocciata «ho avuto affari più urgenti a cui pensare.»

«Affari tipo?»

«Sai cosa?» le parole mi escono con una rabbia e una furia che fino a un attimo prima non provavo «Non vedo come la cosa possa riguardarti. Anzi, non mi spiego perché io stia qui a perder tempo con te quando potrei benissimo ucciderti.»

«Perché contro di me hai poche chance.» mi risponde lui pacato.

«Ieri notte è stato un caso, non mi ritroverò mai più in quella condizione di debolezza.» l’orgoglio ferito mi fa fremere di rabbia.

«Oh, davvero?» mi chiede scrutandomi con interesse «e cosa te lo fa credere?»

«Mi stai sfidando?» chiedo quasi ringhiando per la tensione e la collera.

«No, ti ho solo fatto una domanda.» il suo tono è tranquillo, il suo sguardo sostiene il mio senza timore. Questa cosa, invece di calmarmi, mi fa imbestialire ancora di più. Lui dovrebbe temere me, dovrebbe fuggire davanti ad una delle migliori guerriere sulle quali l’esercito dei vampiri abbia mai potuto contare.

«Io non ho mai perso uno scontro, ieri notte hai avuto fortuna… sei riuscito ad avere la meglio su di me solo perché sono stata tradita e…» mi interrompo di botto rendendomi conto che la rabbia mi ha fatto perdere di lucidità spingendomi a rivelare troppo. «Non ha senso!» esclamo furiosa, questa volta anche verso me stessa «Non ci posso credere che sto qui a discutere con uno come te. Sto solo perdendo il mio tempo.»

«Uno come me…» commenta lui storcendo la bocca in una smorfia di disgusto «uno come me ieri notte ti ha risparmiato la vita, ha corso con te tra le braccia per ripararti dal sole, ha curato le tue ferite e ti ha nutrita con il suo sangue. Uno come me…»

«Perché lo hai fatto?» questa volta il mio tono ha perso di asprezza.

Lui alza le spalle e scuote la testa. «Non lo so, te l’ho detto, non lo so.»

«Non puoi non saperlo!» insisto. Improvvisamente sapere perché mi ha salvato la vita diventa disperatamente importante.

«Io…» esita e solleva i suoi occhi ad incrociare i miei «è stato strano, non me lo spiegare. E’ stato come se fosse stata la cosa giusta da fare, è stato istintivo. Non ho pensato, ho agito.»

«Se le parti fossero state invertite io non avrei esitato.» commento ma senza più rabbia. E’ solo una constatazione, una riflessione a voce alta.

«Però ora siamo qui, due razze diverse, due nemici mortali che ancora non si sono uccisi a vicenda.» mi fa notare lui.

«Sì, e la cosa comincia a innervosirmi. Non è naturale!» confesso.

«Perché sei qui?» mi chiede all’improvviso, quasi brusco. Mi sta guardando dritta negli occhi e fa un passo verso di me.

«Ho bisogno di un nascondiglio, non posso fidarmi di nessuno.» le parole iniziano a uscirmi dalle labbra a ruota libera. Nei miei secoli di vita non sono mai stata così insicura e così confusa e finisco con il fare l’ultima cosa che avrei mai creduto spiegandogli cosa mi fosse accaduto, di come avessi trovato il cuore e della mia fuga. Lui mi guarda attento e mi ascolta senza interrompermi. Alla fine è quasi un sollievo aver condiviso con lui il mio caos interiore e per un attimo la smetto di pensare all’assurdità della situazione.

«E così hai pensato di nasconderlo qui?» mi chiede sbirciando oltre la mia schiena.

Annuisco e, lentamente, levo la mano da dietro la schiena portando il cuore alla luce della torcia. Lo fissiamo entrambi muti mentre pulsa tra le mie dita e tra le mura fredde della cantina l’unico rumore sono i suoi battiti e i nostri respiri.

«Ti sei resa completamente vulnerabile verso di me.» bisbiglia senza staccare gli occhi dal cuore.

«Che senso ha nascondertelo? Se mi avessi voluta uccidere lo avresti già fatto.» non ho paura mentre, fianco a fianco, osserviamo quella specie di stregoneria che fa avere vita propria al mio cuore.

«Non puoi lasciarlo qui.» commenta. So che ha ragione, è stata una mossa stupida e irrazionale venire qui. «Tieni.» mi dice togliendosi la felpa leggera e porgendomela «avvolgilo qui dentro, è già un inizio per tenerlo un po’ più al sicuro, non credi?»

Stupita dal suo gesto esito un attimo prima di prendere la sua felpa. «Grazie…» mormoro mentre stringo al petto il morbido fagotto. Siamo molto vicini, come quando mi aveva permesso di bere il suo sangue. Istintivamente il mio sguardo scende lungo i suoi bicipiti muscolosi fino alla benda che nasconde il segno dei miei canini. Anche lui ha seguito il mio sguardo, deve aver intuito i miei pensieri, ma non si allontana da me.

«Fa male?» chiedo.

«Bruciava sul momento, ma ora non sento più nulla.» mi risponde fissando le mie labbra. Siamo sempre più vicini, sento il suo odore selvatico riempirmi le narici e riesco a vedere le sfumature chiare e scure dei suoi occhi castani che mi scrutano in un misto di sentimenti che mi avvolgono e mi scuotono fin nel profondo. Non ho il tempo di pensare, di chiedermi perché o di ritirarmi, che le sue labbra sono sulle mie. Le sue mani si posano sulle mie braccia e stringono delicatamente mentre mi attira verso di sé. Questa volta è tutto alla rovescia: sono i secoli di lotte e pregiudizi che mi urlano di respingerlo e fargli pagare l’aver osato toccarmi, ma c’è qualcos’altro, nel profondo, che mi impedisce di scostarmi da lui. Mi ritrovo ad esser completamente inebriata dalla forza del suo desiderio così improvviso, così inaspettato che non è più possibile parlare di giusto o sbagliato. «William…» riesco a mormorare stordita per il turbinio di emozioni che mi danzando nel petto. Lui mi prende dalle mani tremanti il fagotto con la felpa e lo posa delicatamente sul pavimento prima di baciarmi di nuovo. Questa volta la sua lingua incontra la mia mentre io faccio scorrere le dita sul suo petto ampio e muscoloso. Improvvisamente sento che tutto il miscuglio di emozioni di quelle ultime ore sta sfociando in qualcosa di diverso, primordiale e istintivo. Lo voglio. Non mi importa più niente di passato e futuro, forse nemmeno ce l’ho un futuro, tanto vale viversi il presente. E il presente sono le mani di William sotto alla mia maglietta sbrindellata, la sua lingua che cerca la mia, i miei sospiri… I vestiti diventano qualcosa di insopportabile, le distanze vanno colmate. Ci ritroviamo a terra in un intreccio di braccia, gambe, sospiri e mani bramose. Sento il suo odore così eccitante, la sua pelle calda, mi sembra di sentire il suo sangue scorrere nelle sue vene, il suo cuore battere sul mio. Sento i canini allungarsi, sta diventando troppo, sta diventando anche altro. «Non so se ce la faccio!» ansimo mentre sono combattuta tra due tipi di eccitazione diversi, quello della tensione per l’attrazione fisica e quello della predatrice.

«Mi fido…» mi dice con il respiro spezzato. Un attimo dopo è dentro di me. Mi lascio sfuggire un gemito mentre i nostri corpi si fondono e trovano il loro ritmo a cui danzare quel ballo di vita e di morte. Non siamo più due esseri distinti ma siamo brividi, respiri affannati, sensazioni, carezze e follia. Con una mano dietro la sua nuca lo avvicino a me, premo il viso nell’incavo della sua spalla. Lui è sopra, è dentro di me e il suo profumo maschile e selvaggio mi inebria e avvolge i miei sensi. Sento l’orgasmo arrivare, ansimo più forte e capisco che anche lui, come me, sta raggiungendo la vetta. E’ troppo. I miei denti affondano nella sua carne mentre il tepore del suo sangue mi riempie la bocca. E’ come un’esplosione che mi attraversa e mi squarcia dal profondo. L’orgasmo mi scuote fin nelle viscere mentre il suo sangue scola lungo il mio mento e mi goccia sui seni.

«Janeth…» lo sento ansimare «Janeth, basta!» Delicato ma deciso mi costringe a mollare la presa sul suo collo. Ansante e riluttante lascio che lui mi scosti da sé mentre si abbandona disteso sul pavimento accanto a me. Lo vedo portarsi una mano al collo dove il sangue continua a sgorgare, anche se sempre meno. Ha il volto teso, ma non dice nulla. Improvvisamente mi rendo conto di quello che ho fatto: ho tradito la sua fiducia.

«Perdonami…» sussurro «io non volevo, è stato troppo, non ho capito più nulla.»

«E’ colpa mia, lascia stare…» risponde lui in un evidente sforzo di autocontrollo.

«No, non lo è. Tu ti sei fidato di me ed io non mi son saputa controllare.» sono nervosa, non so cosa fare.

«Sono stato io a…volerti.» dice guardando il soffitto, la mano premuta sul collo «Tu me l’hai detto che non sapevi se ce l’avresti fatta e io ho voluto andare avanti lo stesso. E’ colpa mia.»

«Però…» provo a obiettare, ma lui mi interrompe voltandosi a guardarmi per la prima volta: «…ma ne è valsa la pena.» Il suo sorriso tirato mi riscalda e mi solleva dai miei sensi di colpa.

«Cosa sta succedendo?» chiedo mentre mi rivesto.

«Io comincio ad averne un’idea in realtà.» dice lui tirandosi su e raggiungendo i suoi abiti.

«Spiegati.» quasi gli ordino.

«Mio padre è…» esita e distoglie lo sguardo da me prima di continuare «Lui è Lycan III.»

«Il vostro re!» esclamo stupita.

«Già. Ed io, in quanto legittimo erede, ho sempre avuto accesso a tutti i nostri scritti più antichi. Un principe deve conoscere le radici del proprio popolo per poterlo guidare verso il futuro quando sarà lui ad essere il re. Ho letto di migliaia di scontri e battaglie tra le nostre razze, sembra che tra noi l’odio sia nato nella notte dei tempi. Eppure c’è una leggenda molto antica che narra di come, un tempo, le nostre razze non fossero nemiche ma cacciassero insieme.»

«Impossibile, lo saprei…» lo interrompo incredula.

«Difficile, è uno scritto che ho trovato per caso, su una vecchia pergamena. Credo sia stato una cinquantina di anni fa, ma lo ricordo bene proprio per la sua singolarità.» mi dice prima di sedersi a terra. Faccio altrettanto e lui continua. «Pare che i licantropi tradirono la fiducia del vostro consiglio nascondendo loro un territorio di caccia piuttosto ricco. Quando i tuoi lo scoprirono pretesero delle scuse ufficiali per l’offesa subita e, per scoraggiare ulteriori sotterfugi, chiesero una punizione esemplare per coloro che avevano cacciato in segreto. La mia razza rifiutò e da lì cominciarono l’astio e l’odio che ancora oggi ci dividono.»

«Ma questo non spiega cosa sia successo a noi due.» obietto io.

«Ci sto arrivando…» sospira lui mentre si pulisce le dita insanguinate sui jeans. «C’è una frase, in fondo a questa leggenda, che dice che “da quel momento gli uomini lupo portarono i medaglioni del coraggio e della forza, i vampiri rinchiusero i loro cuori nelle cripte.»

«Tu hai perso il medaglione mentre lottavi contro di me!» esclamo colpita da quella rivelazione.

«E tu oggi hai il cuore accanto.» sottolinea lui.

«Ma certo! Ora ha senso: è evidente che i medaglioni hanno un particolare influsso sul vostro comportamento, mentre i nostri cuori, strappati dai nostri petti, ci impediscono di provare emozioni.» gli afferro una mano eccitata e sconvolta da quella rivelazione.

«Sì, se io non avessi perso il medaglione probabilmente non mi sarei mai fermato e ti avrei uccisa. Invece è riaffiorata la parte più umana di me. Lo stesso è stato per te, se non ti avessi incatenata mi avresti ucciso. Oggi che avevi il cuore tra le mani hai esitato molto di più, eri insicura, diversa e poi…» conclude lasciando il discorso in sospeso. Il “poi” lo conosciamo bene entrambi. Quel “poi” è stato qualcosa di incredibile e sensazionale.

«Scusa ancora per il morso…» dico guardando il suo collo dove il sangue ha finalmente smesso di uscire.

Lui sorride, si avvicina e mi bacia. «So perché l’hai fatto, non preoccuparti.» Cerco di non respirare il suo odore perché altrimenti potrei ricadere in tentazione e mi scosto leggermente da lui.

«Stai attento, sei parecchio attraente, sia come uomo che come…preda!» lo metto in guardia. Per tutta risposta lui mi fa un occhiolino.

«E adesso?» chiedo lanciando un’occhiata nervosa verso il mio cuore avvolto nella sua felpa.

William segue il mio sguardo e dice: «Non lo so… Tu hai qualche problema con i tuoi amici, no?»

«Già, il mio cuore era per buona parte avvelenato quando sono andata a prenderlo. Non sono in molti che possono averlo fatto e non so più di chi posso fidarmi…» gli confido.

«Ma non hai idea di chi e perché possa averlo fatto?» mi chiede lui.

«No, da quando ho preso il cuore ho perso di lucidità e la mia freddezza se n’è andata.» commento con una smorfia.

«Per fortuna…» sorride.

«Sono abbastanza potente, una guerriera temuta. Forse a qualcuno questo non va giù. Probabilmente qualcuno aveva in mente di sfidarmi per prendere il mio posto nella gerarchia o voleva semplicemente eliminarmi.» provo a fare qualche supposizione.

«Qualche codardo che non aveva il coraggio di affrontarti di persona.» afferma lui.

«Sono così confusa.» ammetto «Ci sono così tante cose irrisolte, così tante assurdità in tutto questo. Cosa dovremmo fare ora? Dire a tutti di togliersi i medaglioni e di riappropriarsi dei propri cuori? O dovremmo essere noi a ridiventare come i nostri simili dimenticando tutto questo?»

William non risponde ma lentamente prende il mio cuore e inizia a svolgerlo dalla felpa fino a che non lo vedo pulsare tra le sue mani.

«Sinceramente non mi interessano gli altri, mi interessi tu.» dice guardandomi negli occhi. Le sue dita stringono leggermente il mio cuore ed io lancio un grido portandomi istintivamente una mano al petto.

«Lo sai che chi possiede il cuore di un vampiro lo può controllare?» mi chiede osservandomi in attesa della mia reazione. Lo fisso muta, sconvolta. Lui solleva le mani a coppa fino al volto, il mio cuore è a un soffio dalle sue labbra, mi sembra di sentire il suo respiro dentro al mio petto. Resto immobile, come di ghiaccio. Sembra passare un eternità poi lui, lentamente, abbassa le sue labbra fino a sfiorare il mio cuore prima di spingerlo con forza tra le mie costole. Un lampo di luce mi acceca e sento un dolore fortissimo che mi fa gridare per la sorpresa e la sofferenza. Così com’è iniziato, improvvisamente tutto passa, non sento più nulla e abbasso lo sguardo. Sul mio petto c’è solo la sua mano, dolcemente posata tra i miei seni. Il cuore, dopo secoli, sta di nuovo battendo nel mio petto.

Cerco il suo sguardo ancora confusa e stupita e i suoi grandi occhi scuri mi sorridono.

«Sei libera,» mi dice, «siamo liberi.»

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L'AUTORE Airolg

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Lettrice appassionata e scrittrice dilettante.

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