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Stanza23.

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Elisabeth

pubblicato il 2019-06-06 19:11:56


 

E’ venuta giù tanta di quell’acqua che i tombini hanno iniziato a rigurgitarla. Aprile ha lo stesso odore di Novembre, odora di pioggia. 


-Un altro po’ e nuotiamo, ha detto Folco, tirandosi su il bavero della giacca impermeabile, l’ha detto cercando il mio consenso. Lui usciva dal bar di Lara, io entravo. Faccio una breve sosta qui per il caffè, di solito. Ho risposto a Folco con un sorriso che voleva dire buongiorno, del resto non siamo in confidenza. Lara alza la mano per salutarmi e lancia un’occhiata ai miei capelli che grondano, poi dice:-Oh ma te non lo usi l’ombrello?
La gente ha paura di tutto, anche della pioggia che scende sui campi e sui tetti.


 –A me piace la pioggia e se non ho da incontrare nessuno, preferisco bagnarmi!


Lara muove la testa, da destra a sinistra, le gote traballano.


Mi sono resa conto che i piedi dentro le scarpe da ginnastica stanno sguazzando. Colpa della camminata che ho preso a fare ogni mattina, bello o cattivo tempo. Niente a che fare col discorso sul moto o il perdere peso, la mia è una ginnastica mentale, mi fermo tra gli alberi nel punto in cui i rovi tentano di avvinghiare i tronchi, nel sentiero che da via delle Sodera corre verso il campo di vitigni. Lì mi riposo, allargo le braccia e respiro, e sento il sudore che si fonde con la pelle, fa uno strano scricchiolio come di vetro che s’incrina. Blocco tutti i pensieri, tranne uno: voglio capire come mai l’uomo della stanza 23 si è svegliato.


4° piano-stanza23.
Dormiva da sedici anni. 


Mentre ero nell’ascensore del Beato Angelico, reparto lungo degenza, qualcuno ha premuto il tasto 4 prima che io facessi in tempo a selezionare il 2. Casualità, direi, com’è del tutto casuale che quest’Aprile somigli a Novembre. La porta dell’ascensore si è spalancata e mi sono trovata nel corridoio. Davanti a una stanza c’era un capannello di gente che parlava di come la vita sia ingrata, qualcuno dava pacche sulle spalle a un uomo anziano che andava ripetendo:-E’ come se dormisse mio figlio, io gli parlo e lui non mi sente…
L’uomo aveva due sacche gonfie sotto gli occhi. 
Mi sono bloccata. Sono rimasta lì, a due passi da loro e dalla stanza23, c’era scritto così sulla targhetta in metallo.

Un’infermiera è passata col carrello delle terapie, mi sono dovuta spostare di lato:-Scusi, ma di chi parlano?, ho chiesto.
 

La donna si è voltata in direzione della stanza, poi ha cercato il mio sguardo e ha tirato un sospiro.

–Parlano di Vito, sta qui da sedici anni, io l’ho visto crescere, si fa per dire. E’ in coma. Un giorno, un’auto, pioveva forte.
 

L’odore di disinfettante proveniente dal carrello mi è entrato nel naso andando a cercare il mio cervello, tutto girava, un’enorme giostra che non ti fa più divertire. Ho camminato all’indietro fino all’ascensore e ho premuto 0. La hall bianca coi pavimenti tirati a lucido i divani in similpelle, una minuscola zona ristoro e la vetrata scorrevole, mi sembra una gabbia per topi da laboratorio.
Tutto quel bianco mi è parso esagerato, privo di qualsiasi guizzo.
Il mio turno di pulizie, tra quindici minuti. Il tempo di uscire fuori, respirare e tornare al piano 2 perché di solito mi piace essere in anticipo. Ho trascorso il resto della mattina da una stanza a un’altra a raccogliere cotone idrofilo da sotto i letti e briciole di biscotti, svuotare i cestini, spolverare il pavimento. Nei letti c’erano fili ingarbugliati, suoni intermittenti emessi da macchinari, odore di succo d’arancia sopra i comodini. Un silenzio che non era silenzio, come quando guardi il mare piatto e sale l’inquietudine.
L’ultimo visitatore se n’è andato via con una sporta colorata sotto il braccio. L’orario delle visite è terminato. Anche il mio turno.

Non so che pensare delle casualità. Non posso crederci fino in fondo dato che, per quanto mi riguarda, il medico disse con rassegnazione professionale che non avrei superato il quarto giorno, venuta al mondo in anticipo, prematura, insufficienza polmonare, strappata via dal ventre materno troppo presto, così aveva voluto il caso. Lo disse come se io non fossi lì, come se non parlasse di me e in un colpo solo mi consegnò il buio.
Eppure per lo stesso identico destino di cui parlava lui, il buio lo percorsi fino in fondo, tanto da sentirmi a casa.

Lara mi ha appena servito il caffè.


Sento il bisogno di farle una domanda. –Lara tu che penseresti se uno si risvegliasse dal coma dopo sedici anni?
Mi guarda. –Ma che sei seria?
-Certo che sì. Una curiosità… tu che pensi?
Si fa il segno della croce. –Penso che le vie del signore sono infinite, poi aggiunge, -ma perché non porti mai l’ombrello?

 

Vorrei spiegarle che la pioggia è tutto ciò che serve, nel bene e nel male. Ti falcia la vita un giorno come un altro per strada mentre un’auto ti attraversa il corpo come l’uomo della stanza23. Potrei dirle che stamani i vitigni hanno cambiato colore sotto l’acqua, sono diventati di un verde intenso come se respirassero. Li ho visti, parevano scheletri rimpolpati di carne. Le vorrei dire che anche nel ventre di mia madre c'era acqua, solo che non era pioggia. Le vorrei raccontare che a fine turno sono di nuovo salita al 4. Non c’era più nessuno davanti alla stanza, solo una chiazza più scura sul pavimento dove per sedici anni le suole di tanti hanno fatto avanti e indietro. Sono entrata nella stanza23 perché volevo guardare in faccia non so nemmeno io che cosa, forse il mio stesso buio.
Ho visto il diaframma alzarsi e abbassarsi, aria che usciva come da un mantice di gomma per poi rientrare da un tubo trasparente e lucido. Gli occhi più che chiusi parevano confusi nel resto del viso, in una qualche forma camaleontica. Sono rimasta in piedi, vicino a quello che era soltanto un corpo e ho chiesto:-Vito, ti ricordi come fa la pioggia? 

 

Fuori c’era eccome e batteva sui vetri.

A Lara rispondo la cosa più banale, ovvero che non porto l’ombrello sperando che venga il sole e lei sorride.
 

Sono trascorsi sette giorni. Le voci di corridoio hanno girato per il Beato Angelico, amplificandosi di piano in piano fino a che alla zona ristoro hanno raccontato di come l’uomo della stanza23 continuasse ad emettere un’unica sillaba TAC.

Pago il caffè a Lara che per l'umidità ha preso a starnutire.

Io mi preparo di nuovo ad attraversare il muro d’acqua.


_______________________

(questo breve racconto è venuto così, da sé in questi 60 minuti di oggi, in cui davvero ho ripensato all'uomo del 4piano, sedici anni di coma. Per vari motivi mi sono trovata lì. Ho cercato di immaginarlo così, lui e la pioggia.) 6.6.2019

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L'AUTORE Elisabeth

Utente registrato dal 2017-11-02

Sono una raccontastorie. Nelle librerie: "Il Vento si è calmato", Bolis edizioni, 2018. "Luce", Clownbianco edizioni, 2018

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Rubrus il 2019-06-06 19:26:57
E' un racconto "trattenuto". La protagonista è un po' diversa dagli altri personaggi, forse perchè segnata da un sentire più profondo, tuttavia tiene tutto per sè. Allo stesso modo, l'uomo nella stanza è chiuso in sè, dentro il suo coma e, per qualche istante, le due chiusure viaggiano affiancate come binari. Cosa accada in conseguenza di ciò, ci è taciuto (penso che ciascuno possa fare le sue deduzioni e ipotesi). Subito dopo, riappare la protagonista col suo segreto, che rimane segreto anche al lettore, e la profondità di quanto accaduto è nota solo a Vito e alla protagonista. Il mondo, intanto, va avanti per la propria strada e crede, o preferisce credere, a quel che vuole, perchè più rassicurante, più normale, meno profondo. Piaciuto. NE approfitto per dire, che a breve, dovrò assentarmi per un po' per ragioni di forza maggiore. Ciao.

Elisabeth il 2019-06-06 21:24:33

Sì, infatti. L'analogia è centrata e lascio al lettore immaginare quale possa essere il segreto, ognuno ci veda ciò che vuole, in fondo è un mistero. Grazie.



(...allora che la pioggia sia con te). Ciao.


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oedipus il 2019-06-27 09:48:28
Dopo anni di assenza, ritorno per caso e ritrovo che chi era bravo è ancora (come potrebbe essere il contrario?) bravo. E la bravura non la leggo nella storia che, seppur flebile, non manca mai, ma nelle sue divagazioni.

Elisabeth il 2019-06-27 18:18:20

Ti ringrazio per la lettura. Se ti è piaciuto nella sua trama pur flebile (a cui ho dedicato meno di un'ora di stesura) mi fa piacere, a maggior ragione se hai apprezzato le divagazioni (che restano importanti/utili per questa trama). Ciao ben tornato, allora.


oedipus il 2019-06-28 11:55:00
La trama di una storia oppure di un grande romanzo non è che un tramite per scrivere le proprie fantasticherie, le proprie osservazioni, i propri pensieri. Mi è sempre piaciuto il tuo modo di scrivere.

Mauro Banfi il Moscone il 2019-06-30 13:01:08
Come sempre nel tuo modo di raccontare c'è tanto rispetto e gentilezza verso il lettore: la storia si dipana per tratti essenziali e sta a chi legge unire i puntini di sospensione come in quel fanoso gioco enigmistico.
Unendo i miei trattini ho immaginato questa domanda: quanto conta la nostra volontà e quanto il nostro libero arbitrio di fronte a "mostri" esistenziali superiori per forza ed energia quali il Caso, il Destino o la Vita stessa in potenza e in divenire?
Quanto conta questo saper camminare persi nel diluvio o attraversando deserti infuocati - visto il clima attuale -, comunque il solo ostinarsi a camminare con voglia e disinvoltura?
Per me conta molto, come questo bel racconto.
Abbi gioia

Elisabeth il 2019-07-01 10:45:58

Mauro grazie per la lettura e per il tuo commento. Hai compreso in tutto questo brevissimo racconto, nato velocemente per dare spazio a una cosa non da poco e che non volevo lasciar cadere, cioè la vita di un uomo o la non-vita di un uomo e il suo coma. Cque, per me conta moltissimo avere la capacità di camminare anche sotto al diluvio, è necessaria e ci sposta oltre, le circostanze, le apparenze, ciò che leggiamo col nostro metro di misura (che quello possediamo), ma è limitato e limitante. Si va a finire in un discorso che non appartiene certo alla narrativa/scrittura. Grazie e buona estate anche a te!


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Paolo Guastone il 2019-07-02 16:24:40
E allora complimenti due volte! Primo perché ci hai messo solo 60 minuti, secondo perché il racconto è veramente bello e, come nel tuo stile, non annoia mai ma ti rapisce e ti conduce a spasso nei meandri delle menti dei protagonisti. E, soprattutto, ti lascia immaginare tanto, ma veramente tanto....

Elisabeth il 2019-07-02 17:11:35

Grazie Paolo, ben trovato. Forse non voleva essere neppure un racconto, magari soltanto pensieri. Bene che lasci spunti di immaginazione in chi legge. 


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