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Quando lo scrittore di narrativa fantastica diventa l'imbonitore e il guitto di se stesso - provo tristezza -.

"VIRGOLETTE" Saggistica Articolo critico (generico)

di Mauro Banfi il Moscone

pubblicato il 2019-06-02 21:22:24



Ultimamente ha preso piede la moda dello scrittore che per promuovere il suo libro fa l'istrione, l'imbonitore e il guitto di se stesso.
Ho notato in varie librerie che frequento che le conferenze (presentazioni/teatrini) sono ormai diventate endemiche!
Certo, rispetto a certe confusioni create dai siti letterari (dove non si capisce chi è il lettore e chi lo scrittore) andiamo meglio, ma il rischio, per gli scrittori, è quello di diventare dei commedianti /performer/ venditori di mozzarelle; un pò stalker e un pò cialtroni che devono recitare la parte del simpaticone, del pornoattore/attrice e del mezzo delinquente.
Nessuno si ricorda più, sopratutto gli scrittori di narrativa fantastica, di Tommaso Landolfi che rifiutava le sue foto nei risvolti o che si faceva fotografare nascosto dalla mano o dal braccio.
Per non parlare di artisti rinascimentali come Andrea Mantegna che facevano letteralmente "svanire" il loro volto nell'opera compiuta.

                                                                                            
                                                     

E' una regola fondamentale della scrittura creativa fantastica: per parlare del mondo non bisogna preoccuparsi del mondo.
Quando diciamo: adesso parlo del mondo e pontifico sulla "realtà", e cerco di agire sulla realtà come un venditore di spot televisivi, di pentole o di voti politici, si parte male, lo sappiamo.
Vedo tutti questi dilet-tanti presi da un'affannosa volontà pubblicistica e politica che cerca d'imporre sguaiatamente e disperatamente la propria "realtà creativa" al proprio presente - naturalmente sempre disprezzato -; cercano di attualizzare "l'inattualità", la famosa malattia in cui cadono tutti i romantici decadenti ed avanguardisti squadristi d'ogni tipo e movimentismo.
C'è questo che non va, e che è proprio degli animatori culturali e non degli scrittori: questo voler dare un messaggio politico, un segnale, uno stimolo all'appetito e al consumo: insomma un esercito di venditori, moralisti, saggisti, giornalisti: insomma una massa amorfa e acefala di scrittori mediocri.
I grandi scrittori del fantastico sono per me il contrario del venditore o dell'avanguardista: persone molto ombelicali, narcisisti solo delle loro letture, autoriferiti, che attraverso il loro ombelico e le loro viscere pensanti  metabolizzano e inglobano il mondo (con le letture e la scrittura) e lo risputano dandone una versione interessante, che è solo "la loro", ed esige di per sè anche se non è venduta alle moltitudini, basta che sia edita.
Questo spiega perchè quando leggo o scrivo o creo - senza imporlo agli altri - mi sento meglio, la qualità della mia vita e della mia immaginazione creatrice mi sembra migliore; quando non vivo questo faccio le altre cose, cioè l'animatore culturale, promuovo eventi, incontro persone, faccio cose ecc ecc...però sento che mi manca qualcosa, vale a dire, il parlare della natura e del mondo senza preoccuparmi del mondo.
Questo è, per esempio, e per me, il motivo della grande fascinazione del Klondike e dei cani e dei lupi ululanti in libertà di Jack London: prima di essere "realtà" sono una leggenda, pura energia mitopoietica.
Questa è la grande gioia che ci dà la grande narrativa fantastica, questa è la qualita alta di vita che spero tutti i veri "dilettanti -intesi come cercatori di gioia -" cerchino e trovino nei libri(cartacei è meglio), almeno un pizzico, dai.

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L'AUTORE Mauro Banfi il Moscone

Utente registrato dal 2017-11-01

P.I.A.F. è come la mia passata quinta elementare, quando il maestro Crippa istituì la biblioteca circolante e con letture di pezzi scelti e di sinossi m'introdusse alla grande tradizione dell'avventura. Già allora imparai che Poe, Stevenson, Melville, Salgari, Defoe, Verne, Conrad e London si erano divertiti e appassionati a scrivere romanzi marinareschi proprio perché il filone già esisteva prima ( i vari resoconti di Colombo, Marco Polo e altri esploratori), e avevano provato il piacere intenso di essere una perla della collana di una tradizione letteraria. Anche in questo fantastico sito sta accadendo che il proverbiale narcisismo degli scrittori conta molto meno del piacere di far parte di una compagnia, come se la partecipazione fosse premio a se stessa. Questo è il grande gioco della letteratura: il comprendere che il nostro presente pullula di tracce del nostro passato. Noi siamo storie, racconti per noi stessi. Abbiamo solo questa forza per controbattere l'aumento costante dell'entropia, il vero It, il male che dobbiamo affrontare.

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Roberta il 2019-06-04 21:09:33

Lo scrittore è sempre solo con se stesso quando crea e credo che pubblicizzare il proprio libro sia una cosa tutt’altro che consona alla personalità dell’artista. Purtroppo al giorno d’oggi è la visibilità che conta è quindi chi non si mostra in pubblico rischia di scomparire nella massa delle pubblicazioni. Il problema infatti è che vengono pubblicati infiniti libri e il successo non dipende dalla qualità ma dalla visibilità dell’autore. Personalmente, piuttosto che presentare un mio libro in pubblico, se mai ne pubblicassi uno, scaverei una buca e mi ci siederei dentro, sola con me stessa ovviamente. Come lettrice, invece, diffido della propaganda editoriale e preferisco dedicarmi esclusivamente ai classici.

Se ci dovesse essere un nuovo Kafka in circolazione, confidiamo in un Max Brod.

Mauro Banfi il Moscone il 2019-06-05 14:04:50
Ciao, Roberta, commento quanto mai condiviso e apprezzato.
Ottima la trovata della buca, illuminante, mi ci sono davvero ritrovato.
Mi ha ricordato certe geniali soluzioni sceniche di Strehler per rappresentare il teatro di Beckett e di Ionesco e certe "anticonferenze" a cui ho assistitito: quelle di Claudio Magris e Michele Mari, miei punti di riferimento letterari.
I due autori sembravano passanti piombati lì per caso, parevano orsi nella caverna, ombre cinesi sul muro o silhouette dietro al paravento.
Entrambi, a loro modo, sostenevano questa idea che mi è rimasta marchiata a fuoco (anche se caratterialmente sono senz'altro un animatore culturale, estroverso e alquanto teatrale nel mio modo d'esprimermi): la letteratura è un mondo che non si deve preoccupare del mondo:
Grazie a Mari ho compreso che anche i miei amati romanzi classici d'avventura sono da intendere come leggende mitopoietiche e non come programmi da intendere alla lettera, e così li ho riletti e rigustati di più (come il mio libro preferito in assoluto "Il richiamo della foresta" di Jack London).
Con questo i moralisti, i saggisti, i politici, i venditori di saponette culturali, i mediocri giornalisti d'appendice, per la carità, facciano pure i loro teatrini; mi astengo solo dal parteciparvi, non voglio impedirli.
Ma l'idea alta e nobile di narrativa fantastica e classica mainstream è quella lì e non altro: scrivere di un mondo (tutto tuo) sbattendosene altamente del mondo "reale"; è tra l'altro dimostrato che così si raggiunge un più profondo grado di "realismo", pensiamo al Moby Dick di Melville o al Pinocchio di Collodi.
Con questo tipo di letteratura alta e profonda è possibile fare conferenze?
Sì, ma mascherati, intabarrati fino al mento, nascosti dietro a un muro, sinotizzando la storia espressa ma sopratutto leggendone brani integrali, e come dici bene, mentre li si legge, stare nascosti nella "buca" del pudore umano autentico.
Abbi gioia

Rubrus il 2019-06-06 14:05:52
Be', penso che la narrativa fantastica sia un po' una lente di ingrandimento, o un microscopio, o uno specchio della realtà, quasi che, allontanandosi da essa o esaminandola da altre prospettive, cerchi, a modo proprio e a volte riuscendovi ed altre no, di comprenderla meglio. Personalmente, non apprezzo molto la letteratura fatta di letteratura; a questo proposito ricordo una critica che Eco fece indirettamente a se stesso in non so più quale romanzo. La diatriba era nata da "cielo del colore di un Tintoretto". L'accusa era che, se uno non sapeva o non visualizzava che cosa fosse un Tintoretto, il paragone non serviva a niente. Alla fine l'accusa che l'altro rivolgeva allo pseudo - Eco era "tu sembri profondo, ma la tua profondità non è altro che una sovrapposizione di superfici". Insomma, tanto fumo e poco arrosto. Penso che l'esortazione a essere non solo "una sovrapposizione di superfici" sia corretta. Penso che sia meglio dire meno, ma con un senso, per quanto ridotto, senza paludarlo e affastellarlo al di là delle necessità della narrazione avvincente. Il fatto è che è molto più difficile andare al cuore delle cose , alla res catoniana, piuttosto che perdersi nel labirinto degli specchi dei rimandi e delle analogie. A volte, trovata la res, si può rimanere persino delusi della sua apparente semplicità.
Con riferimento alle presentazioni, penso, ancora una volta con Eco, che per sè si scriva solo la lista della spesa. Se uno pubblica, vuole un pubblico, lo dice la parola (e, come diceva Moretti "Mi si nota di più se non vengo o se vengo?"). Il punto di partenza è ammetterlo. La perversione, diciamo così, delle presentazioni scaturisce quando c'è uno sviamento dall'oggetto venduto. Quando cioè l'oggetto della presentazione non è più l'opera in sè e per sè, ma l'autore - e qui andiamo verso il peggio del peggio dell'ipertrofia di diarismo / soggettivismo che funesta troppa produzione (con tutto il rispetto: ma a me che mi frega di Aristide Scannagatti come autore?) oppure, peggio ancora, di questa o quella costruzione teorica. A questo punto inizio a sentire puzza di romanzo a tesi e giro al largo. A presto, e spero di ritrovarvi anche più numerosi.

Mauro Banfi il Moscone il 2019-06-06 19:50:16
"Se uno pubblica, vuole un pubblico, lo dice la parola (e, come diceva Moretti "Mi si nota di più se non vengo o se vengo?"). Il punto di partenza è ammetterlo. La perversione, diciamo così, delle presentazioni scaturisce quando c'è uno sviamento dall'oggetto venduto. Quando cioè l'oggetto della presentazione non è più l'opera in sè e per sè, ma l'autore."

Come sempre tante belle osservazioni, da cui ho molto da imparare, ma il nucleo che più condivido è questo: "Il punto di partenza è ammetterlo".
Vale a dire l'onestà intellettuale di comprendere che in una presentazione stai comunque "vendendo un prodotto" e un pò anche te stesso, ma perlomeno sapere che tipo di prodotto stai proponendo sul bancone del mercato.
E' un saggio? E' un libro di ricette? Sono tue opinioni politiche?
E allora c'è un codice da tenere e rispettare.
Ho scritto, edito e propondo una storia fantastica: e allora c'è un altro codice da tenere, vale a dire propongo un mio mondo sbattendomene del mondo cosidetto "reale".
Quello che vedo crescere tra le persone, lettori, scrittori o semplici passanti, è lo smarrimento e la confusione dei ruoli.
E mentre gli atteggiamenti saggistici, moralistici, politici e giornalistici non fanno che aumentare la confusione, invece la narrativa fantastica la sembra dipanare, per ognuno a suo modo.
Abbi gioia e quale sarà il futuro non possiamo saperlo, possiamo solo ognuno di noi tendere l'arco dell'avvenire con la propria freccia possibile e umanamente limitata.

Elisabeth il 2019-06-28 13:53:12

Ciao Mauro. Quello che scrivi vale per tutti i tipi di genere non soltanto il fantastico e lo trovo un ottimo spunto di riflessione. Ecco perché a mio avviso lo scrittore/autore dovrebbe pensare solanto a scrivere e non a vendere il proprio prodotto a quello dovrebbero pensarci le case editrici. Le presentazioni... si presenta un romanzo, una storia, non l'autore/scrittore. Quando ho tra le mani un libro e leggo, mi rapporto con la storia, trama etc, non penso mai al viso, alla vita dello scrittore. Insomma molto spesso viene dai più dimenticato che è la storia a parlare al lettore, non lo scrittore anche se lo fa attraverso alcune caratteristiche narrative che magari lo contraddistinguono e lo rendono riconoscibile al lettore.



Il connubio è storia-lettore. Quando l'autore porta se stesso e non la storia a mio avviso ha a che vedere con l'ego. Insomma l'autore deve rimanere dietro la trama e i personaggi e può anche non farsi mai vedere (che magari procura danni anche alla storia stessa). Se il prodotto è valido, parlerà lui per l'autore. Grazie per questo spunto di riflessione.


Mauro Banfi il Moscone il 2019-06-29 07:22:03
Cara Elisabeth, è fondamentale la priorità da te sottolineata opportunamente del connubio storia/lettore sull'imperante connessione Ego/Teatrino dell'io-me.

Dai tempi di Neteditor fino a PIAF, molti di noi eterni discenti e appassionati di scrittura creativa hanno compreso che la strada da seguire, in questi tempi di proliferazione degli ego sdruccioli e spiccioli, e quella del ritorno all'antico.
Abbiamo preso gli anticorpi dall'antica oratoria latina di Catone il Censore e da Cicerone, a questo andazzo egolatrico informatico:

"Rem tene, verba sequentur," tradotto letteralmente, significa: - "abbi nella mente e nel cuore un argomento profondo e pregnante -e possibilmente non il tuo Ego -, e le parole seguiranno-.
La paternità di questa "sententia" viene attribuita a Catone il Censore, scritta nelle "Orationes", testo didascalico nel quale viene delineata accuratamente la tecnica dell'ars oratoria interpretata secondo il mos maiorum.

Aggiunge Cicerone nel De oratore, 3.125:
"...rerum enit copia verborum copiam gignit".
(Infatti l'abbondanza della materia produrrà l'abbondanza delle parole).

E allora se fai narrativa, interesserà solo una buona storia e solo quella comanderà.
E se fari saggistica, interesserà solo un forte argomento e solo quello influenzerà il testo.
E così via.
Buona estate e abbi gioia

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