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Ho commesso il delitto perfetto

"PUNTO E A CAPO" Racconto Giallo / Noir / Thriller

di Massimo Bianco

pubblicato il 2019-05-29 10:52:31


Questo racconto, unico vero giallo da me scritto, vuole anche essere un omaggio a John Dickson Carr, l'ineguagliato maestro dei delitti nella camera chiusa, a cui mi sono ispirato. L'intestazione visibile qui a inizio testo è parte integrante del racconto. Altrettanto dicasi per quella in coda con i finti commenti, rigorosamente da non leggere in anticipo ma solo quando si giunge al termine.

 

1

 

Ho compiuto il delitto perfetto

Punto e a capo” Racconto giallo/noir/thriller

di Massimo Bianco

Pubblicato il 2019-04-16 11:31:33

 

La morte aleggiava per la casa come una plumbea cappa di nubi. I carabinieri si aggiravano circospetti per il vasto salone, arredato con poltrone e divano in pelle e raffinati mobili d’antiquariato, tra i quali spiccava una pregiata ribalta settecentesca olandese, su cui era posta una parigina, pendola in bronzo realizzata nel secolo successivo. Il grande tappeto persiano che occupava il pavimento era imbrattato di sangue e ricoperto di schegge di vetro.

Dalla stanza dovevano ancora essere rimossi i cadaveri di un uomo, steso schiena a terra davanti alla porta finestra che dava sullo spazioso giardino recintato, e di una donna, scompostamente riversa su una delle poltrone, la lunghissima chioma sparsa tra bracciolo e schienale. Mentre il medico legale esauriva il proprio compito, gli investigatori dell’Arma si guardavano attorno con attenzione.

Nel vicino e più raccolto soggiorno, ammobiliato invece quasi interamente in puro stile Art Nouveau, dai mobili, di Hector Guimard o della ditta genovese Issel, fino ai più minuti suppellettili, erano riuniti il padrone di casa e tre suoi ospiti, tutti visibilmente sconvolti.

“Mi spiace ma non posso rimandarvi subito a casa, prima ho delle domande da rivolgervi. Effettuo un breve sopralluogo e vengo, fatevi forza.” Aveva detto a questi ultimi l’ufficiale al comando, subito dopo aver ricevuto da loro le prime sommarie informazioni.

Nel frattempo erano già trascorsi dieci minuti, ma i tre ancora aspettavano.

“Morire così, Dio mio, ma perché, perché?” Esclamò dopo un lungo silenzio l’unica donna, il cui volto non bello ma simpatico era ancora deformato dal pianto.

Nessuno dei presenti se la sentì di rispondere, in compenso dopo averla udita il padrone di casa non poté più restar seduto e prese a passeggiare nervosamente per l’ambiente. Uno degli altri uomini, biondo scuro e sul metro e ottanta di statura, gli si avvicinò e gli posò una mano sulla spalla in un goffo tentativo di consolarlo, tuttavia pareva necessitare egli stesso di conforto.

La tragedia era avvenuta in un incantevole villino situato in cima all’altura residenziale della città, dove un tempo venivano innalzate le dimore della più facoltosa borghesia cittadina. Si trattava della prestigiosa Villa Bocca di leone, splendida palazzina liberty risalente ai primi del novecento, così chiamata per via degli omonimi fiori mediterranei scolpiti in aggetto sulla facciata. Era un edificio notevole, con ali laterali e corpo centrale a due piani su cui s’innestava una torretta balconata, dalla quale si godeva una straordinaria vista sul litorale. Sopra l’ingresso principale a colonne doriche si allargava un secondo poggiolo, le cui ringhiere in cemento erano a propria volta lavorate a figure fitoformi. Su ciascuna delle due facciate laterali si apriva inoltre un'ampia portafinestra. Quella a sinistra dava accesso diretto al salone in cui erano stati rinvenuti i cadaveri, l'altra a un locale adibito a taverna per le feste private.

Il caso si presentava piuttosto chiaro, il massiccio tenente dei carabinieri al comando non aveva dubbi in proposito. Si trattava di un omicidio suicidio: l'ospite aveva assassinato la padrona di casa e poi aveva rivolto l’arma contro se stesso.

Prima di esprimersi in maniera definitiva, avrebbe prudenzialmente atteso il referto autoptico, tuttavia la dinamica degli eventi era di facile interpretazione. La porta d’ingresso al salone era, difatti, chiusa a chiave dall’interno. La portafinestra era stata a sua volta serrata dal di dentro col chiavistello. Nella stanza non c’erano altre vie d'uscita né pertugi in cui nascondersi. Per quanto da giovane il tenente si fosse dilettato a leggere i gialli Mondadori, compresi quelli di John Dickson Carr, a cinquantanni suonati non era più così romantico da credere in un delitto nella camera chiusa. E poi perché crearsi grattacapi? Non intendeva sprecar tempo in sterili indagini. Tanto più che il morto impugnava ancora la pistola, una Beretta 98fs, di piccolo calibro, illegalmente detenuta e col numero di serie abraso: l'assassino non aveva porto d'armi.

Quest’ultimo, Riccardo Campagna, ospite a cena dei coniugi Massimo e Antonella insieme ad altre tre persone, era un vecchio sodale della signora, da questi conosciuta fin dai tempi di scuola.

Come Massimo spiegò al tenente quando costui si decise finalmente a interpellare i presenti, Campagna attraversava un difficile periodo finanziario. Si era d’altronde ancora in crisi economica e i tempi erano duri un po’ per tutti. Costui aveva urgente necessità di soldi e quella sera era venuto col proposito di chieder loro un prestito. Riccardo e Antonella si erano dunque trasferiti dalla stanza da pranzo alla sala allo scopo di discuterne.

Era stato Massimo stesso a suggerire alla moglie il comportamento da tenere. Pur non avendo in simpatia l'ospite, non gli sarebbe parso corretto farsi influenzare da mere opinioni personali.

“No, no, no, io non ho testa d’occuparmene, è amico tuo, non mio,” – le aveva quindi detto. – “Dopo cena ti apparti nel salotto con lui e decidi tu il da farsi. Io mi adeguerò senza batter ciglio.”

“Davvero non t'opporresti amore? Mi par di capire che la richiesta sarà ingente”. Aveva dubitato lei.

“Ma certo, altrimenti a che scopo abbiamo fatto la comunione dei beni?”

Temendo però che la cena a tre risultasse troppo cupa, aveva invitato anche alcuni amici suoi, grazie alla cui compagnia era certo di trascorrere la serata in allegria.

Si erano così tutti ritrovati alle venti in punto nello spazioso vano, modernamente arredato, adibito a stanza da pranzo. Al termine della cena, mentre il padrone di casa continuava a intrattenere i restanti ospiti a tavola per poi eventualmente spostarsi nell’adiacente soggiornino, la consorte e l’ingegner Campagna si erano trasferiti come previsto nel più appartato salone.

Lì però qualcosa era andato storto. Probabilmente Antonella, non convinta, aveva rifiutato il prestito, così l’ingegnere aveva perso la testa, aveva estratto la pistola e aveva fatto fuoco, centrandola al cuore. Poi, disperato per non aver risolto la propria situazione e forse anche in preda al rimorso per il delitto appena commesso, si era puntato l’arma da fuoco alla testa e aveva premuto il grilletto. D'altronde se si era presentato a cena armato doveva aver già messo in conto l'ipotesi di ricorrere a una qualche soluzione estrema.

Agli investigatori parve un po' strano che per discutere del prestito si fossero chiusi a chiave, ma la questione non bastò a insospettirli. Con tutta probabilità, stabilirono, il Campagna aveva mostrato imbarazzo per la presenza degli altri ospiti e la donna aveva agito così per metterlo maggiormente a suo agio. Mentre ancora ne argomentavano era giunto per un rapido sopralluogo anche il pubblico ministero di turno, un giovane appena entrato in ruolo, il quale si disse d'accordo con tale ipotesi, concordò anzi con l'intera prima sommaria ricostruzione dell'accaduto effettuata dal tenente.

Il giorno successivo il tenente convocò uno per volta i testimoni, cioè il padrone di casa stesso e i suoi tre commensali – tali coniugi Briano e il single Alessio Berruti – e inoltre alcuni familiari del morto, per ascoltarli in separata sede, ma si trattò di una semplice formalità, che non produsse sorprese.

Quando si erano uditi gli spari, gli intervenuti alla serata si trovavano ancora nella stanza da pranzo mentre l’anfitrione era in bagno. Benché timorosi che dei ladri si fossero introdotti in casa e perciò titubanti, i quattro erano accorsi, giungendo all’ingresso quasi in contemporanea, ma non erano riusciti a entrare. Il padrone di casa aveva pure chiamato la moglie a gran voce, senza ottenere risposta.

“Quella vecchia porta interna è troppo massiccia per abbatterla a spallate,” – raccontò in proposito la signora Briano – “e così Massimo, poverino, ha gridato di precipitarci tutti in giardino, è corso subito fuori senza aspettarci e noi ci siamo affrettati a seguirlo.”

“Se la sente di descrivermi la scena presentatasi alla sua vista?”

“Oh, è stato spaventoso. Le luci nel salone erano accese e i corpi della povera Antonella e del suo amico erano nella stanza, immobili e ben visibili attraverso i vetri.”

“Lì dentro c'erano soltanto loro?”

“Sì, erano da soli ed erano già morti. Dio mio, si capiva subito che dovevano essere morti.”

“In quel momento ha fatto caso, signora, se la porta finestra era serrata dall'interno?”

“Ah, sì, ho visto subito il grosso chiavistello inserito, me ne ricordo bene perché la prima cosa che ho pensato è stata: ah, ma allora i ladri come sono usciti?”

“E poi cosa è successo?”

“Massimo ha spaccato la vetrata tirandoci qualcosa contro, ha infilato la mano, ha aperto il chiavistello ed è entrato. Io non me la sono sentita di seguirlo, ero troppo sconvolta, gli altri invece sì, ma ormai non c'era più niente da fare.”

A chiarire la motivazione degli eventi provvidero inoltre il biondo Alessio Berruti, il comune amico che a suo tempo aveva fatto conoscere tra loro Antonella e Massimo, raccontando come durante la cena l'ingegnere gli fosse sembrato nervoso e angosciato, e Marco Campagna, che descrivendo la vita del fratello espose un quadro assai desolante.

Poco dopo il funzionario ebbe conferma che la signora Antonella e Riccardo Campagna erano stati uccisi dalla stessa arma trovata in mano a quest’ultimo, l'una colpita da circa due metri di distanza e l'altro a bruciapelo. Saputo inoltre che l'uomo aveva accumulato circa duecentomila euro di debiti, non ebbe più dubbi: in un momento di follia l'ingegner Campagna aveva sparato all'amica Antonella per poi uccidersi.

In seguito il pubblico ministero, letta l'informativa per il magistrato redatta dal tenente dei carabinieri, decise di archiviare il caso senza necessità di ulteriori indagini. Punto e fine della storia.

 

2

 

Che godimento ho ricavato dimostrando a me stesso di avere una mente superiore. Ho realizzato un omicidio in camera chiusa da manuale e ne sono orgoglioso. E nessun Gideon Fell o Hercule Poirot di turno è stato in grado di smontarlo. Nessuno mi ha mai nemmeno minimamente sospettato. Ho calcolato tempi e modi alla perfezione e tre stimate persone hanno potuto testimoniare la mia totale estraneità alla vicenda. D'altronde le avevo invitate apposta per procurarmi un alibi inattaccabile. Eh sì, sono stato davvero geniale. Mi spiace solo di non potermene vantare apertamente.

È vero che da quando mi sono iscritto ai siti specializzati in scrittura narrativa, compreso il nostro “Parole introno al falò”, cari amici utenti e lettori, qualche piccolo successo come autore di racconti l'ho pur ottenuto, ma un conto è ricevere complimenti per una semplice fiction e un conto è averla fatta in barba a tutti con un vero omicidio. Perciò mi bruciava parecchio non poterne parlare con nessuno. Che soddisfazione c’è a commettere un delitto perfetto se poi sei costretto a tenerti tutto per te?

Ma lasciatemi spiegare come si sono realmente svolti i fatti. Argomentarne sotto forma narrativa mi permetterà comunque di rinnovare il piacere. D'altronde non ho rimorsi. È spiacevole fare un'affermazione del genere e sono conscio, così dicendo, di mettermi in cattiva luce di fronte ai più, tuttavia so anche che se l'aveste conosciuta a fondo come l'ho conosciuta io sareste assai più indulgenti. Non sono lieto di averla dovuta uccidere, sia ben chiaro. Il mio è un orgoglio puramente intellettuale per come ho realizzato l'omicidio, ma sopprimere una vita non è mai gradevole, figurarsi poi se vi hai condiviso anni della tua esistenza. Eppure sono tutt'ora convinto che se lo sia ampiamente meritato.

Odiavo mia moglie da tanto tempo. Occorre spiegarne il perché per filo e per segno? Accade, purtroppo, che un rapporto iniziato bene deragli.

Il nostro primo incontro avvenne nell'aprile del 1998. All'epoca già da tempo, quando la vedevo passare per strada dalle parti della mia dimora, me ne sentivo attratto e desideravo attaccar bottone. Tant'è che ne fui perdutamente innamorato fin da quel lontano pomeriggio in cui inaspettatamente la vidi in compagnia del mio vecchio amico Alessio e ne approfittai per presentarmi.

Mi lanciai allora con entusiasmo alla sua conquista, inventando anche mille sotterfugi allo scopo d’incrociarla “per caso”. Ricordo ancora come fosse ieri l’intensità della mia emozione quando mi decisi, timoroso, a invitarla a cena e della mia felicità nel momento in cui ella accettò l’invito. E ricordo l’agitazione, se non autentica paura, dell’attesa. Pensavo che se lei, pentita, non fosse venuta o se la serata non fosse riuscita, la mia vita non avrebbe più avuto senso. Andò invece tutto bene, tre anni dopo esserci conosciuti ci sposammo e l’anno ancora successivo ci nacque pure un figlio.

Ero pazzo di lei e m’illudevo di essere ricambiato, ma non è durata. Con quel suo fisico statuario, l'incantevole fondo schiena, il volto quasi perfettamente armonioso, ben incorniciato dai lunghissimi e vaporosi capelli chiari, Antonella era una gran bella donna, per giunta dotata d’intelligenza assai acuta, ma purtroppo era anche algida, altera e meschina. Pur volendogli bene, neppure col piccolo riusciva a essere affettuosa.

Abbagliato com'ero dalla sua avvenenza e dalla sua profonda cultura, superiore alla mia, non avevo capito con chi avevo davvero che fare, anche perché quando eravamo ancora fidanzati appariva meno distaccata. Inoltre confidavo che col tempo ogni problema si sarebbe appianato. Poco per volta finii invece per aprire gli occhi. D'altronde me ne ha fatte passare talmente tante!

Era così indifferente nei miei confronti che neppure si ricordava di farmi gli auguri il giorno del mio compleanno o di commemorare il nostro incontro. Quanto accadde il terzo anniversario di matrimonio mi si è indelebilmente impresso nella memoria. Mi ero accordato con i miei suoceri affinché tenessero il bambino per una serata, spiegandogli che volevo farle una sorpresa, quindi avevo prenotato per due in un ristorante fuori città, infine le avevo preso una costosa collana.

Ma nel momento in cui gliela consegnai con un sorriso largo così, felice di dimostrarle il mio amore anche in maniera tangibile, il suo solo commento fu:

“Devi farti perdonare qualcosa?”

“Ma no, è il nostro anniversario, non ricordi?”

“Ah già. Embè? Resta un giorno come un altro, no?”

E non andammo neppure fuori a cena. A suo dire ero stato stupido a prenotare proprio per quella sera, quando in tv c'era Superquark, il suo programma preferito.

“Tu proprio pensi solo a te stesso”. Concluse.

Io! Allora ci rimasi molto male, non capivo la sua reazione. Soltanto in seguito mi resi conto appieno che era incapace di amare chicchessia. Mi aveva sposato solo per la mia posizione sociale e mi disprezzava. E come sempre accade in questi casi, tanto più intensa era stata l’illusione, tanto maggiore fu il disincanto successivo, che ben presto si trasformò in rancore.

Per qualche anno feci buon viso a cattivo gioco anche per il bene del bambino. Poi, quando non ci speravo neppure più, conobbi per caso una vera donna, che mi fece scoprire l’autentico significato dell’amore e per me tutto cambiò.

Non potevo più sopportare di vivere accanto a quell’arpia, ma di divorziare neanche a parlarne: Antonella mi avrebbe portato via una bella fetta di patrimonio e non ero disposto a permetterlo.

Restava un'unica soluzione: farla fuori. Come evitare però l’arresto per omicidio?

Temporeggiai a lungo, affettando sentimenti non più provati, finché un giorno l’ingegner Riccardo Campagna telefonò implorando il nostro aiuto e l'ideona si affacciò alla mia mente.

A me quel tizio non era mai piaciuto. Era un bassotto spiritoso e gran simpaticone, certo, ma fondamentalmente stronzo. Personaggio viscido e maligno, era un dannato scroccone e profittatore, di quelli che se gli dai un dito si prende l'intero braccio, convinto per giunta che gli sia dovuto. Del resto se così non fosse stato non mi sarei mai permesso di assassinarlo. Sapevo che la sua scomparsa non avrebbe rappresentato una gran perdita, per l'umanità.

D’altronde Campagna non era più lo sfrontato di un tempo. Indebitato fino al collo e separato, ma incapace di accettare la fine del suo matrimonio al punto da rifiutare alla moglie il divorzio, era disperato e depresso. Nessuno si sarebbe stupito più di tanto se si fosse tolto la vita.

Oltretutto, in concomitanza con il ponte per la festa patronale cittadina, Davide, nostro figlio, sarebbe stato assente, perché la sua scuola organizzava una gita scolastica premio prima degli esami di terza media. Dovevo proprio approfittarne.

Antonella sapeva che non potevo soffrire quell’uomo e fu ben lieta di sentire che rimettevo a lei ogni decisione sul prestito. Ovviamente fui io a insistere perché si chiudesse a chiave dentro, era necessario alla realizzazione del mio piano.

“Digerisco le sue richieste solo per il rispetto che ti porto.” – Le dissi con aria sincera, abituato com'ero a basare i nostri rapporti sull'ipocrisia. – “Ma tu sai bene come la penso. Guarda, sarà meglio evitare tentazioni da parte mia, perché non sono sicuro di resistere per più di dieci minuti senza entrare e mandarlo a quel paese.”

Ho scritto insistere? Ma la stima reciproca era talmente deteriorata che si lasciò convincere con estrema facilità: mi credeva davvero così gretto da irrompere in salotto a cacciarlo via a pedate.

Quando si allontanarono, attesi cinque o sei minuti intrattenendo i miei amici, poi mi alzai dicendo di dover andare ai servizi, quelli ubicati lì a pianterreno, a fianco della tavernetta. In quel momento avrei ancora potuto rinunciare, tuttavia ero deciso a procedere: l’importante era agire con tempismo, se ci fossi riuscito tutto sarebbe andato bene e poi sarei stato finalmente felice insieme alla mia nuova compagna.

Infilai un guanto in lattice e recuperai la Beretta, che mi ero illegalmente procurato parecchio tempo prima, quando avevo cominciato a fantasticare sul crimine. Uscii nel giardino immerso nel buio, passando dalla porta finestra della taverna, e mi piazzai davanti a quella del salotto. Era ben chiusa: prima di cena avevo provveduto io stesso a serrarla e l'aria era troppo frizzante perché venisse loro in mente di spalancare. Dall'interno i due non mi potevano scorgere, anche perché ero in abiti scuri, ma con le tende scostate e la sala illuminata io li vedevo benissimo. Campagna parlava andando avanti e indietro, era incapace di star fermo mentre trattava argomenti seri. Antonella invece sedeva come al solito nella sua poltrona preferita, posizionata di trasverso rispetto alla portafinestra.

Mi avvicinai e rumoreggiai per attirarne l'attenzione. Vidi Antonella irrigidirsi e il suo caro amico bloccarsi a metà di un passo. Un breve scambio di parole, poi quest'ultimo si avvicinò alla invetriata. Contavo che accadesse, con me era successo così tante volte! Mia moglie aveva la fobia delle rapine in villa e la sera, quando ci trovavamo in salotto e le pareva di sentire un rumore anomalo, evento che si ripeteva regolarmente almeno una volta alla settimana, subito mi implorava di controllare.

“Se vedi movimenti sospetti non uscire ad affrontare il pericolo, per carità, dammi una voce e io corro a chiamare il 112.” Mi ripeteva sempre. Poteva stavolta comportarsi diversamente? Ah, che donna prevedibile.

Proprio come facevo sempre io, Riccardo Campagna appoggiò il naso al vetro, unica maniera per intravedere qualcosa prima di arrischiarsi in esplorazione, e nello stesso istante io vi accostai la pistola, esattamente all'altezza dei suoi occhi, e feci fuoco. Quindi sparai ad Antonella, che si stava alzando, mirando dritto al cuore. La centrai e lei ricadde esanime nella poltrona. Ero considerato di gran lunga il miglior tiratore della caserma, durante il servizio militare.

Rientrai quindi di corsa nella taverna e da lì sbucai nel corridoio appena un istante dopo i miei amici, convinti che stessi uscendo dal gabinetto annesso. Nella concitazione del momento nessuno prestò attenzione al fatto che tenevo la mano destra in tasca. La tensione che mi aveva attanagliato alla vigilia era del tutto sparita e stavo agendo con soddisfacente rapidità e freddezza.

“Cosa succede? Erano spari?” Ricordo che domandò Alessio quando ci incontrammo.

“Sì, lo sembravano. Provenivano dal salotto.” Risposi mostrandomi spaventato.

Trovammo come previsto la porta chiusa. Io allora mi diressi in giardino e, approfittando dei pochi secondi di vantaggio che avevo sugli altri, raccolsi con la sinistra, sono difatti ambidestro, una paletta di metallo da me precedentemente lasciata apposta vicino al selciato e mi affrettai a scagliarla con forza, mandando in frantumi la vetrata prima che si potessero accorgere che era già forata e venata dai proiettili. Quindi entrai e mi avvicinai in fretta all’ingegnere, attento a nascondere col mio corpo la visuale a chi mi tallonava, mi accovacciai di sbieco e gli misi in mano la pistola. Infine mi sfilai il guanto destro e me l’infilai nel taschino della camicia.

Il tutto richiese pochi istanti e Alessio Berruti e i Briano non si resero conto di nulla. Una volta verificata la morte dei due pregai inoltre i presenti di recarsi in soggiorno, in modo da non contaminare ulteriormente la scena del delitto, richiesta accolta con sollievo, e di provvedere loro a chiamare il 112, perché io non me la sentivo.

A quel punto si trattava soltanto di approfittare dei minuti di tempo a disposizione prima dell'arrivo dei carabinieri, per recuperare i bossoli dal giardino e lasciarli a terra nel salone. Nessuno avrebbe più potuto comprendere che i proiettili erano partiti dall’esterno. Il delitto perfetto era compiuto.

 

 

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Richard Kongrosian il 2019-04/16 12:38:05 immagine

Complimentissimi! Mi sono goduto questo racconto dalla prima all’ultima parola. Un meccanismo davvero ben congegnato.

 

Runciter il 2019-04-16 16:26:04 immagine

Il racconto è un po’ lungo per il web e l’ho dovuto stampare, ma ne è valsa la pena: l’ideazione del delitto è assai convincente e ben condotta, così come gli antefatti. Ok pure la scrittura. Piaciuto.

 

B. Goltz dei Figli di Giobbe il 2019 -04-17 9:49:23 immagine

Il tema dei delitti nella camera chiusa è abusato: oltre a denotare forzature, l'improbabile metodo qui descritto mi sembra pure poco originale, chissà quanti in passato hanno ideato qualcosa di analogo. La trovata di porti tu stesso come omicida è buona, scusami però Massimo, ma il risultato complessivo non mi convince.

 

Gino Molinari il 2019-04-17 22:45:15 immagine

Sulle prime mi pareva lento, troppo descrittivo, devo però ammettere che ben presto mi ha intrigato. Nonostante la lunghezza la lettura non mi ha pesato e l'ho finito in un attimo. Piaciuto, ciao.

 

Manfred il 2019-04-19 – 15:05:44 immagine

Benché sia un tantino arzigogolato mi ha suscitato un’ottima impressione: è un autentico, credibile delitto perfetto. O meglio, le indagini sono state condotte con una certa superficialità, grave ad esempio che non sia stata fatta la prova del guanto di paraffina, ma la mia fiducia nelle capacità investigative e giudiziarie italiane è ben poca (quanto pressapochismo scorgo seguendo la cronaca nera!), quindi per me ci sta. Quasi tutti avrebbero preso l’assassinio per come appare e giudicato il marito innocente, bravo.

 

 

 Massimo Bianco il 2019-05-25 10:40:06

Vi ringrazio dei lusinghieri giudizi espressi per il mio nuovo racconto così come delle utili critiche e mi scuso per aver tardato oltre un mese a rispondervi: purtroppo la sua pubblicazione ha causato un risvolto imprevisto. Un ufficiale dei carabinieri di Savona è risultato, infatti, lettore appassionato di Parole intorno al falò e, nonostante io qui su Piaf usi uno pseudonimo e ci siano differenze rispetto al reale svolgersi degli eventi, ha creduto di riconoscere nella trama un suo caso risalente ad alcuni anni prima, ha riaperto le indagini e ora mi trovo in attesa di giudizio.

Colgo quindi l’occasione per ringraziare le autorità del carcere circondariale di Marassi, di cui sono ospite in quanto soggetto ritenuto pericoloso e passibile di reiterare il crimine, per avermi concesso per un’ora l’uso di internet. Mi hanno inoltre detto che forse dopo l’estate me ne permetteranno l’utilizzo regolare, benché controllato. Nel caso sarò lieto di redigere e proporre ulteriori miei scritti, da me già ideati. Altrimenti, considerate questa risposta come il mio addio. Saluti a tutti.

 

Massimo Bianco, Ho commesso il delitto perfetto, fine racconto QUI.

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L'AUTORE Massimo Bianco

Utente registrato dal 2017-11-01

Savonese e forte lettore, posto racconti (noir, di fantascienza e altro) e saggini su alcuni dei miei scrittori preferiti, sperando di offrire momenti di piacere e talvolta di riflessione. Ho pubblicato 2 romanzi cartacei, "Per gloria o per passione" sul calcio giovanile e "CAPELLI. Dentro la mente di un serial killer" più il saggio, scritto a 4 mani con A. Speziali, "Savona Liberty. Villa Zanelli e altre architetture". Altri miei scritti su http://www.truciolisavonesi.it dall'home page cliccate in alto su ARTICOLI PER AUTORI e poi su Massimo Bianco Buona lettura.

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Rubrus il 2019-05-31 15:12:08
Mi pare sia uno degli ultimi che hai pubblicato, ma non lo ricordavo alla perfezione e quindi mi ha fatto piacere rileggerlo. A conti fatti, il destino del protagonista sta già nell'incipit e che noi - ormai sparuti - frequentatori di questi siti siam tutti un po' narcisisti? Piaciuto.. Ne approfitto per dire che per cause di forza maggiore sarò costretto, tra un po', ad essere presente in modo sporadico. Ciao.

Massimo Bianco il 2019-06-02 11:57:37

Approfitto qui del tuo commento perchè prima di riSponderti urge una mia precisazione: Questo racconto in realtà è metaletterario, perciò LA MIA BIOGRAFIA COME RISULTA ALLA LETTURA DELLO SCRITTO IN REALTA' è quasi del tutto INVENTATA, FALSA, A PARTIRE DALLA MIA AFFERMAZIONE CHE IO USI UNO PSEUDONIMO. GARANTISCO A TUTTI I LETTORI CHE MI CHIAMO DAVVERO MASSIMO BIANCO, così come, ad esempio, non vivo in una villa.



 



Sì, "narcisismo" credo che sia la parola chiave di questo racconto. Racconto che in realtà risale al maggio del 2013, quindi appartiene ancora al mio primo periodo neteditoriano, il fatto che tu lo ritenessi più recente e lo ricordassi, anche se inevitabilmente non alla perfezione, significa che era riuscito a imprimersi bene nella tua memoria e a mio parere l'imprimersi nella memorai altrui è una delle cose che dimostra maggiormente la qualità di un racconto (ciò vale, oviamente, se ciò che si si è letto rientra appieno nei propri gusti). Prima di riproporlo qui ho apportato però alcune modifiche, tra cui allungarlo di un due o trecento parole e, come si può ben vedere, adattarlo per questo sito. In effetti ho voluto rinviare fino all'ultimo la prubblicazione di questo scritto, facendolo precedere da più d'uno maggiormente recente, perchè lo ritenevo il racconto ideale per concludere e andare in pausa estiva.



Cosa che infatti faccio a partire da oggi, mi conviene, visto che attualmente il sito è fermo e il tuo annuncio che ti vedi costretto a fermarti pure te lo rende ancora più fermo e quindi ancora più valida la mia decisione di andare in pausa. Quando terminerò la pausa estiva non dipenderà, temo, né dal calendario nel dal clima ma dai segni di vita di Piaf, attualmente quasi assenti. Ciao, grazie per la visita e del tuo l'apprezzamento per questo che è uno dei miei racconti prediletti. Buona estate, Roberto, peccato che non ci siamo mai incontrati di persona e che probabilmente non ci incontreremo mai.


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