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La festa della mamma

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Vecchio Mara

pubblicato il 2019-05-21 21:01:23


La festa della mamma

 

Serena e Bruna erano due mamme che non lo potevano festeggiare insieme ai figli il giorno della loro festa.

Le due, oltre ad essere madri di due splendide femminucce, condividevano la stessa professione. E se da un lato la maternità avrebbe potuto unirle, dall’altro ci aveva pensato la professione a renderle ferocemente rivali: vendevano abiti per bambini, da zero a dodici anni, in due negozi siti uno di fronte all’altro nella piazza centrale della cittadina dove erano nate e risiedevano insieme ai rispettivi mariti e prole.

Un altro e ben più grave motivo avrebbe dovuto sancire la loro rivalità. Un motivo che aveva un nome e un cognome: Raul Berlinghi, marito di Bruna nonché amante della sua rivale!

Ma all’inizio della storia che mi accingo a raccontare, la di lui dolce metà non era a conoscenza di questo “pruriginoso particolare”.

Dunque, il proseguo della storia potrebbe imboccare due strade divergenti; l’una condurrebbe a un finale più o meno romantico; l’altra a un epilogo tragico.

Indeciso se prendere l’una o l’altra strada, le ho scelte entrambe, disegnando due finali divergenti e lasciando a te che mi stai leggendo l’onore di scegliere la conclusione che più ti aggrada. Buona lettura… e buona scelta!

 

                                                      ******************************

 

La seconda domenica di Maggio, il centro della cittadina si colorava di bancarelle e attrazioni. Fermento e nervosismo tra i commercianti le cui vetrine si affacciavano sulla piazza e le vie adiacenti, iniziava a divenire palpabile già un mese prima e raggiungeva l’apice a una settimana dall’evento; quando si ritrovavano nella sede locale dell’Unione Commercianti, per decidere, insieme ad assessori e responsabili della protezione civile, tempi e modi degli eventi programmati dai titolari dei negozi, per lo più di abbigliamento, durante la giornata, oltre alla dislocazione delle bancarelle degli ambulanti, delle sedie e dei tavoli all’esterno dei caffè e dei giochi per i bambini.

E come ogni anno, quella si rivelò una serata molto calda, anzi, direi proprio bollente, considerando la temperatura quasi estiva e l’elettricità all’interno della sala dove, i commercianti, si scambiavano pareri sferzanti accompagnati da occhiate gelide sul modo di sistemare una pedana per la sfilata delle modelle piuttosto che su come orientare l’impianto stereo all’interno della piazza.

Battute al veleno e occhiatacce addirittura cariche di odio, erano quelle che si scambiavano Serena e Bruna. Il tutto era dovuto al fatto che le due trattavano lo stesso articolo: naturalmente non mi riferisco al bel Raul, ma all’abbigliamento bellamente esposto nelle due vetrine con affaccio sulla stessa piazza.

«I gonfiabili per far giocare i bambini, li metteremo qui», esordì il capo della protezione civile, puntando l’indice sulla pianta della piazza aperta sopra il tavolo.

«O bella!» saltò su Bruna. «Chi ha avuto la brillante idea? E’ tutta farina del suo sacco, o…» puntando gli occhi addosso a Serena, lasciò che fossero questi a sottintendere chi fosse il, neanche troppo misterioso, O.

«Smettila di dire cretinate!» ribatté prontamente Serena dall’altra parte del tavolo. «I gonfiabili hanno bisogno di spazio, di vie di fuga, lo richiedono le norme di sicurezza.»

«E te come lo sai? Non mi pare che faccia parte della protezione civile…. O forse hai ricevuto qualche lezioncina privata?» domandò in tono allusivo Bruna.

«Ehi! Stai bene attenta a quello che dici, sai?! Per chi mi hai preso?!» proruppe stridula, mentre due donne cercavano di calmarla.

«Ora basta!» comandò l’assessore al commercio, abbattendo un pesante pugno sul tavolo. «Siamo qui per sistemare le cose per bene, finitela di starnazzare! Tutti gli anni la stessa storia! Le vostre diatribe non interessano nessuno.»

Le due, pur restando accese in volto, parvero chetarsi.

Bruna alzò timidamente la mano, l’assessore con un cenno del capo le fece capire che poteva parlare. «Visto che i gonfiabili sono due, non si potrebbero dividere?» domandò, cercando di mantenere un tono calmo, ma l’affanno tradì il suo vero stato d’animo.

L’assessore guardò il capo della protezione civile. Che scosse il capo mortificato. «Mi spiace, non ci sono le condizioni minime di sicurezza», puntò l’indice sulla pianta della piazza. «L’unico posto dove li possiamo mettere è questo.»

«E questo direi che taglia la testa al toro. Ora passiamo ad altro!» tagliò corto l’assessore.

Serena sorrise beffarda all’indirizzo di Bruna; che da parte sua si limitò ad abbassare il capo delusa e sconfortata.

La riunione terminò un quarto d’ora prima della mezzanotte. I commercianti, dopo essersi confrontati e discusso duramente tra di loro, si salutarono e lasciarono la sala.

Serena, raggiante per aver segnato un punto a suo favore, se ne andò dopo un saluto collettivo, espresso elargendo sorrisi a tutti… a tutti tranne che a Bruna, che se ne stava seduta mogia a rimuginare sul trionfo della sua rivale. Solamente quando Serena se ne fu andata, si alzò e, dopo aver salutato in tono avvilito i pochi rimasti, se ne tornò a casa.

 

«Ciao, tesoro. Com’è andata?» la chiese Raul, stravaccato sul divano con il telecomando in mano.

«Valentina?» fece lei.

«L’ho mesa a letto. Voleva aspettarti, ma cascava dal sonno e non ce l’ha fatta.»

«Che tesoro», disse Bruna, forzando un sorriso. «Meglio così», sospirò poi, intristendosi.

Raul conosceva troppo bene sua moglie, per non capire che qualcosa era andato storto. «Ti sei scontrata di nuovo con Serena», realizzò, alzandosi dal divano. Spense il televisore, lanciò il telecomando sul divano e la strinse a sé. «Ma chi te lo fa fare… lascia perdere, amore…» sussurrava, accarezzandole il capo.

«Come faccio a lasciar perdere!» sbottò Bruna, interrompendolo mentre si sottraeva all’abbraccio. Si lasciò cadere sul divano e, stringendosi la testa fra le mani, proseguì in tono alterato. «Quell’incapace copia tutto quello che faccio. Cambio la vetrina? Lei attraversa la piazza, si ferma davanti e si mette a studiare gli abitini. Poi mi lancia un’occhiata in tono di sfida, torna nella sua bottega da due soldi e cambia anche lei la vetrina, esponendo abitini del tutto simile ai miei.»

«Non…» fece appena in tempo a dire Raul.

Prontamente zittito da Bruna con un’esclamazione stridula: «Non ho finito!»

«Okay, scusa», disse Raul in tono contrito.

«Settimana scorsa ho messo sulla mia pagina facebook e poi su instagram delle foto di abiti da cerimonia; la didascalia diceva: solo per la festa della mamma, sconti del trenta per cento. Due ore dopo vado a sbirciare la sua pagina, e ci vedo degli abiti simili ai miei, accompagnati dalla stessa didascalia, virgola compresa…» trasse un profondo, esasperato sospiro. «Dimmi tu cosa devo fare con quella?!» urlò stridula.

«Abbassa il tono, la bambina sta dormendo», le rammentò in tono pacato Raul.

Bruna annuì. «Un giorno o l’altro attraverso anch’io la piazza… ma non mi limiterò a guardare le sue vetrine. Proprio no! Quando mi deciderò a farlo, entrerò dentro e le strapperò quei capelli da strega!» garantì, digrignando i denti.

Raul le si sedette accanto, poi, stringendole le mani, provò a farla ragionare. «No, Bruna… così non va bene…»

«A no?! Cos’è che va bene, allora, che quella… puttana! Si prenda gioco di me?!» lo interruppe sempre più imbufalita.

Raul attese che si calmasse, prima di riprendere in tono pacato: «Ma chi te lo fa fare, di prenderti queste arrabbiature. Perché non lasci perdere tutto… vendi, e se non trovi un acquirente, chiudi il negozio. Hai una figlia da tirar su, potresti fare la mamma a tempo pieno: il mestiere più bello del mondo, per una donna. Per nostra fortuna, problemi finanziari non ne abbiamo».

«E dovrei lasciare campo libero a quella… no, mai!»

«Serena lavora per bisogno, non puoi prendertela con lei se s’impegna allo spasimo e si attacca a tutto per far quadrare i conti. Suo marito fa il camionista, per guadagnare qualcosa in più sta lontano da casa per giorni. Eppure, quello che prende non basta: hanno troppe spese, troppi debiti da saldare, un muto oneroso da onorare, le rate della macchina, l’affitto del negozio», elencò Raul.

Serena lo guardava basita. «E tu, come le sai tutte queste cose?» gli chiese poi.

«Dimentichi che sono il direttore della banca che ha concesso il muto per l’appartamento a lei e suo marito, e aperto un fido sul conto corrente dell’attività di Serena. E la banca, vuole sapere vita, morte e miracoli del cliente, prima di aprire una linea di credito», le rammentò, accarezzandole le mani.

«Sì, va beh, questi sono affari loro, che si arrangino!» sbottò Bruna, alzandosi dal divano. «E poi ne abbiamo già parlato: vengo da una famiglia di negozianti, ho il commercio nelle vene. Se sono diventata madre, l’ho fatto per te: per accontentare il tuo desiderio di diventare padre… Ora vado a letto, domani mattina mi devo alzare presto, ho un appuntamento a Milano per un campionario. Buonanotte, Raul!»

«Buonanotte, cara», replicò in tono sconsolato.

«Ah, Raul!» fece Bruna, prima di aprire la porta della zona notte. «Domattina, alle otto, ricordati di portare Valentina su, da mia madre.»

I genitori di Bruna risiedevano nell’appartamento sopra il loro.

«Sarà fatto», sospirò Raul.

Bruna annuì e sparì dietro la porta della zona notte.

 

Raul rimase lì, seduto sul divano con lo sguardo fisso sul televisore, spento, a rimuginare su un rapporto oramai deteriorato.

Sospirò. «Non era così, che lo avevamo immaginato il nostro matrimonio», concluse dieci minuti dopo, alzandosi dal divano per raggiungere Bruna in camera da letto.

 

                                                          ************************

 

Era stato il direttore della banca a presentare Raul, allora trentaseienne, come suo vice alla trentaquatrenne Bruna. E se non era stato amore a prima vista, poco ci mancò. Tre giorni dopo i due cenavano già nel miglior ristorante della città e quella sera stessa, il letto nell’appartamento di Raul aveva accolto le loro evoluzioni sessuali.

Raul e Bruna si erano sposati un anno dopo, giurandosi eterna fedeltà davanti a più di duecento invitati accalcati tra le navate della chiesa.

Raul aveva ben chiaro cosa attendersi dal matrimonio: una moglie che lo attendesse a casa tornando dal lavoro e almeno tre marmocchi che gli corressero incontro. Ma quando aveva esposto il suo progetto di vita all’innamoratissima Bruna, lei aveva nicchiato, cambiando sveltamente argomento.

Temeva, Bruna, che se le avesse rivelato le sue reali intenzioni, Raul l’avrebbe lasciata. Così aveva deciso di rimandare il chiarimento a dopo il matrimonio, convinta che dinanzi al fatto compiuto lui avrebbe accettato “obtorto collo” di non avere figli e di lasciare che lei continuasse a coltivare con passione la sua attività commerciale.

Dopo il matrimonio avevano discusso a lungo, per mesi, prima di addivenire a un compromesso: Bruna avrebbe accettato di renderlo padre, di un solo figlio o figlia, in cambio lui non avrebbe avuto più nulla da obiettare sulle sue priorità. Priorità che alla lunga avevano finito con lo stridere con il ruolo di madre: in pratica la bambina la prendeva in braccio alla mattina per consegnarla alla madre e alla sera per adagiarla nel suo lettino, il resto del tempo era dedicato al negozio e ad altre attività complementari.

Raul, che nel frattempo era stato nominato direttore della banca, era tornato alla carica; prospettandole che con il suo stipendio poteva mantenere una famiglia molto più numerosa, aveva insistito perché cedesse l’attività. Alla fine, esasperato dall’atteggiamento poco o per niente collaborativo di Bruna, era sbottato: «Tu sei malata! Ti devi far curare: il negozio, l’attività, il commercio è ormai la tua ossessione. Dedichi tutto il tuo tempo a vestire i figli degli altri, e tratti la tua come… come… come le chiavi di casa da consegnare a tua madre il mattino quando esci per passarle a ritirare la sera quanto rientri! Il tuo non è un comportamento da madre. No, proprio non lo è! A volte sono portato a credere che non la ami, nostra figlia!»

A quel punto, sentendosi ingiustamente accusata, sminuita nel suo ruolo di madre, Bruna aveva reagito da par suo. «Non permetto a nessuno di mettere in dubbio il mio ruolo di madre! Tu non puoi nemmeno lontanamente comprendere cosa significhi sentir crescere una vita dentro di te per nove lunghi mesi. Non ti permettere mai più di giudicarmi una madre indegna. Io amo nostra figlia più di me stessa… ma giunti a questo punto, non sono più tanto sicura del tuo amore nei suoi confronti… e anche nei miei. Forse è venuto il momento di prenderci una pausa di riflessione.»

Raul l’aveva ascoltata basito, alla fine si era anche scusato, ma oramai il sasso era stato lanciato, e a quel punto Bruna aveva tirato dritto, insistendo su un periodo di prova, necessario ad entrambi per chiarirsi le idee.

Alla fine Raul, per provare a salvare il matrimonio, si era visto costretto ad accondiscendere alle richieste di Bruna.

Il periodo di prova sarebbe durato circa un mese, durante il quale, per non allarmare i propri genitori, Raul sarebbe andato ad abitare in un monolocale arredato, di proprietà di Bruna. 

Un mese dopo, Raul era tornato sotto il tetto coniugale. Ma nell’animo di entrambi, le ferite di quel traumatico distacco non si erano mai del tutto rimarginate. L’amore si era come assopito, quello che riuscivano ad esprimere ora nell’intimità e agli occhi del mondo era più simile a una sorta di affetto.

Come potessero continuare a stare insieme, potrebbe essere difficile da capire, se non ci fosse stata la bambina sulla quale riversare il loro amore.

E così il loro rapporto si trascinava stancamente. Bruna aveva assorbito magnificamente il colpo, compressa com’era nel suo doppio ruolo di madre, invero assolto per poche ore al giorno, e in quello a lei più congeniale di donna d’affari, non aveva sicuramente tempo per stare a pensare alle paranoie del marito. Marito che, invece, soffriva come un cane vedendo che il loro rapporto si era ridotto a una sorta di scambio di convenevoli e sorrisi più o meno sinceri, almeno in presenza della bambina, per non traumatizzarla inutilmente.

Si potevano contare sulla punta delle dita, i rapporti intimi avuti nei tre anni successivi. Rapporti sessuali che alla fine avevano convinto Bruna, incapace di godere dell’intimità amorosa, di essere frigida.

Ma a soffrire maggiormente della straniante situazione che si era venuta a creare, era il povero Raul. E a lungo andare l’atteggiamento distaccato e poco propositivo di Bruna, lo aveva spinto a cercare conforto tra le accoglienti braccia di un’altra donna.

 

Serena e Raul si erano conosciuti in banca quando, lei e suo marito, si erano recati nel suo ufficio per il disbrigo delle pratiche di un mutuo per l’acquisto della prima casa. Si erano rivisti, in compagnia dei rispettivi consorti, all’inaugurazione del nuovo padiglione dell’asilo (i figli di entrambe le coppie, nati nello stesso anno, erano stati iscritti allo stesso asilo). E la passione era scoppiata un anno dopo, quando Serena si era recata in banca a richiedere un prestito per aprire la sua attività.

Raul si era mostrato perplesso: sapeva che lei e il marito erano già indebitati con il mutuo e le rate per la macchina. Era a tutti gli effetti un’operazione ad alto rischio, dove Raul poteva giocarsi la reputazione di buon amministratore degli interessi della banca.

Aveva provato a spiegarle che lei e il marito erano già troppo esposti, e che lo stipendio da camionista presso un’impresa edile, di lui, e la liquidazione da commessa in un centro commerciale, di lei, non bastavano a giustificare l’apertura di una nuova linea di credito.

Ma Serena aveva insistito accorata, confidandogli che suo marito stava per essere assunto da una ditta di trasporti nazionali e internazionali e che la magra busta paga che aveva percepito fino ad allora, grazie alle lunghe trasferte, sarebbe come minimo triplicata. Ne aveva spese di parole Serena all’interno di quell’ufficio, ed era stata così convincente che alla fine Raul, esausto, aveva ceduto; decidendo di concederle un po’ di fiducia, aveva messo ben in chiaro i paletti che non avrebbe comunque potuto e voluto superare: la banca le avrebbe concesso il prestito solo quando lei avrebbe mostrato, oltre ai locali risistemati, le fatture da quietanzare degli artigiani che li avevano messi a norma e arredati.

«Ecco qua, è ormai tutto pronto!» aveva esclamato inorgoglita, dopo che aveva lo aveva fatto entrare nel negozio.

Raul si era guardato attorno: c’era ancora la carta da pacco sulle vetrine. «Complimenti, Serena! Hai fatto davvero un gran bel lavoro. Quand’è che pensi di aprire?»

«Questa settimana dovrebbe arrivarmi la merce. Se tutto va come deve, conto di aprire alla fine della prossima settimana», aveva risposto. Poi con fare malizioso aveva aggiunto: «Se mandassi l’invito per l’inaugurazione Anche a Bruna, pensi che verrebbe?»

«Uhm», aveva fatto Raul, alzando un sopracciglio, «secondo me lo straccerebbe, ne farebbe dei coriandoli e mi lancerebbe addosso imprecando perché ti ho concesso il prestito», aveva risposto con ironia, facendola ridere.

«Vieni, ti mostro le fatture», aveva detto poi, invitandolo a seguirlo nel retrobottega.

Ed era stato lì che, mentre mostrandogli le fatture le mani si sfioravano, gli sguardi si accesero di passione sino a spingerli l’una tra le braccia dell’altro.

Raul non amava Serena, ma stare con lei lo faceva star bene. Il tempo trascorso con lei, gli faceva scordare, almeno per qualche ora, l’aria pesante che aleggiava dentro casa.

Era palese che lui amasse Bruna, e questo Serena lo aveva messo in conto; ma al contrario di quello che si potrebbe erroneamente supporre, non era un rapporto “di buon vicinato” fra debitore e creditore che la spingeva ad essere carina: stare con lui serviva a sconfiggere la malinconica solitudine che un marito, obbligato dagli impegni lavorativi a trascorrere le sue notti dormendo nella cabina di un TIR a centinaia di chilometri di distanza, non poteva certo aiutare a combattere.

 

                                                     ***********************************

 

Il fermento tra i negozianti del centro storico cresceva in modo esponenziale all’avvicinarsi della data fatidica. Chi più chi meno, erano tutti impegnati ad allestire le vetrine per partecipare al concorso ideato dalla “proloco” che premiava le tre vetrine giudicate migliori da una giuria creata per l’occasione.

Serena, dalla vetrina del suo negozio, osservava accigliata e con fare meditabondo quella della sua rivale all’altro lato della piazza.

Era solo martedì, e a cinque giorni dall’evento Bruna, per incuriosire i passanti, aveva coperto le vetrine con la carta da pacco e ci aveva scritto sopra in caratteri cubitali: “Vetrina in allestimento per la festa della mamma… vi stupiremo!!!”

Il giorno dopo Bruna fece accostare un furgone con le porte posteriori rasenti l’entrata del negozio, in modo che non si potesse vedere cosa stesse scaricando. E questo incuriosì ulteriormente Serena.

Erano rimasti tre soli giorni per preparare le vetrine, e Serena non aveva ancora deciso cosa fare. Solitamente prendeva spunto osservando quella della sua concorrente; ma Bruna questa volta si era rivelata molto più furba del solito: coprendo le vetrine l’aveva posta di fronte alla sua incapacità creativa.

Aveva provato, incontrandola la mattina al bar prima dell’apertura, a sfiorare l’argomento conversando con la commessa di Bruna. Ma questa le aveva spiegato che il giorno prima avevano spostato tutta la merce scontata da vendere durante festa in fondo al negozio, poi le aveva fatto pulire per bene lo spazio davanti alle vetrine e, infine, le aveva concesso tre giorni di ferie, fino a domenica mattina.

Era palese che lo aveva fatto per prevenire le mosse di Serena, e questo la mandò su tutte le furie. “Vuoi la guerra? L’avrai!”, pensò, lasciando il bar con un diavolo per capello, senza neanche salutare la commessa di Bruna.

 

Solitamente, una giornata nata male prosegue anche peggio. E così fu per Serena.

Stava rimuginando pensieri di vendetta dietro il banco del suo negozio quando, guardando le vetrine del negozio di Bruna coperte con la carta da pacco, si domandò cosa stesse architettando di così segreto da concedere tre giorni di ferie alla commessa nel timore che si facesse sfuggire qualche particolare.

“Lo chiederò a Raul, se sa qualcosa, me lo dovrà dire”, pensò, mentre afferrava il telefono e componeva il numero della banca.

Ma Raul non ne sapeva niente, e le fece capire che se anche avesse saputo qualcosa non glielo avrebbe comunque detto, perché erano affari di sua moglie.

A quel punto Serena sbraitò, rinfacciandogli che, appellandosi anche alla loro affettuosa amicizia, se lui, come era di fatto accaduto, le avesse chiesto un’informazione su qualche cliente della banca non si sarebbe sottratta.

«Bruna non è né un cliente né una conoscente: è mia moglie!» sbottò piccato Raul.

«E allora io… io cosa rappresento per te?!» ribatté a tono Serena.

Raul sbuffò. «Ora non ho tempo di stare a discutere. Sto lavorando, ne riparleremo un’altra volta. Ciao Serena!» taglio corto, chiudendo la comunicazione. Subito dopo pensò che quella storia si stava complicando, e che avrebbe dovuto trovare il modo di chiudere elegantemente il loro rapporto.

Mentre Serena cercava di sbollire l’arrabbiatura, il telefono squillò.

Era il titolare di un’azienda che, ruvidamente, le annunciava che non avrebbe consegnato la merce perché non gli era arrivato il bonifico e che, inoltre, l’avrebbe messa nella lista dei cattivi pagatori, con i quali in futuro non avrebbe voluto avere più niente a che fare. Subito dopo, mentre lei cercava di giustificarsi, chiuse la comunicazione.

Nel giro di pochi minuti, due uomini le avevano chiuso il telefono in faccia, e la giornata era solo agli inizi.

Serena sbiancò in volto, si sentì mancare: quella era la merce da vendere a prezzi scontatissimi il giorno della festa.

Sarebbe stata la sua fine, non poteva permetterselo. Attese cinque minuti prima di richiamare e implorare con voce rotta il titolare, garantendogli che entro un’ora la banca avrebbe bonificato la somma.

L’uomo, forse mosso a pietà da quella voce lamentosa, le concesse ventiquattro ore di tempo, dopodiché avrebbe cambiato l’indirizzo sulle bolle di accompagnamento della merce già imballata e pronta per essere spedita.

Serena lo ringraziò, poi chiuse il negozio e corse in banca a chiedere conto della mancata emissione del bonifico.

 

«Mi spiace, Serena, hai superato il limite del fido, non puoi più emettere assegni né richiedere di bonificare pagamenti dal tuo conto, fino a quando non rientrerai», le spiegò Raul, usando tutta la delicatezza che il caso e il loro rapporto personale richiedeva.

«Lunedì… lunedì ti prometto che rientrerò.»

«E se non riuscirai a vendere la merce?»

«La venderò! Non ti preoccupare.»

Raul si chiuse in una profonda riflessione, interrotta dalla voce implorante di Serena. «Ti prego, Raul, non mi puoi fare questo.»

Raul sospirò. «Abbiamo delle regole, mi spiace.»

Serena comprese che con le buone non avrebbe ottenuto nulla. Allora con fare distaccato buttò lì sibillina: «Chissà cosa direbbe tua moglie, se le venisse a orecchio che il suo fedele maritino la tradisce con la sua odiata concorrente.»

«Cos’è, mi stai ricattando?» fece lui, incredulo.

Serena si alzò. «Quel bonifico è vitale per la mia attività, mi spiace, Raul. Lunedì sistemerò il conto, dimenticheremo questa brutta storia e tutto tornerà come prima.»

«Come prima che cominciasse tutto quello che non avrebbe mai dovuto iniziare!» sbottò Raul, alzandosi a sua volta. E mentre si dirigeva verso la porta proseguì. «Entro oggi partirà il bonifico...» afferrò con rabbia la maniglia della porta, «dopodiché non avremmo più niente da dirci. Addio, Serena!» concluse in tono freddo, aprendo la porta.

«Quando ti passerà l’arrabbiatura, tornerai da me… siamo simili, noi due», sibilò, fermandosi davanti a lui.

«Ti sbagli. A differenza tua, io l’amo, mia moglie!» replicò sicuro.

Serrando le labbra Serena si trattenne dal reagire: fare scenate davanti agli impiegati non le sarebbe convenuto. E poi, alla fin fine aveva ottenuto quello che voleva; per rimettere a posto il loro rapporto, ci sarebbero state altre occasioni.

 

“Serena si sta prendendo troppe libertà. Non si era mai permessa di chiedermi di interferire con gli affari di mia moglie”, pensava Raul, tamburellando con le dita sulla scrivania.

“Chissà cos’ha architettato Bruna per la festa della mamma?” gli sovvenne di chiedersi, rammentando quello che gli aveva raccontato Serena. “Dev’essere qualcosa di stupefacente, se ha pensato bene di sigillare le vetrine e concedere le ferie alla commessa per non rovinare la sorpresa… Oggi pomeriggio, passerò a buttare un occhio”.

 

«Chi è?» chiese Bruna dall’interno del negozio, udendo bussare alla vetrina.

«Sono io, Raul!»

«Raul?!» fece Bruna, sorpresa.

Aprì la porta e lo fece entrare. «Che ci fai da queste parti?»

«Ho visto le vetrine incartate, e mi hanno incuriosito.»

«Guarda pure», disse Bruna, indicando con un ampio gesto il locale.

«Ti sei messa a vendere mobili?» domandò in tono ironico. «Dove li hai recuperati, da un rigattiere?»

Accatasti in un angolo c’erano: un armadio ad un anta con cappello da gendarme, un letto a una piazza, un comodino, una sedia a dondolo e una culla in vimini.

«Lunedì, dopo aver finito di visionare un campionario, sono andata in un magazzino che affitta materiale e costumi per spettacoli teatrali… e mi sono fatto portare questi», spiegò Bruna.

«Mi par di capire che vorresti ricreare una specie di cameretta dei bambini», osservò Raul, girando attorno all’armadio.

«L’idea sarebbe quella», confermò Bruna.

«Uhm… niente male… niente male davvero», fece Raul, lisciandosi il mento. Ci pensò su, poi si tolse la giacca.

«Che stai facendo?» domandò incuriosita.

«Ti do una mano.»

«Una mano… tu?» domandò incredula. «Ma se avrai messo dentro la testa un paio di volte da quando ci siamo sposati.»

«Beh, alla fine ce l’ho fatta, a entrare.»

«Uhm», fece Bruna, lanciandogli uno sguardo obliquo, «Cosa c’è sotto?»

Raul si strinse nelle spalle. «Nulla!» esclamò. Sorrise e, mentre si arrotolava le maniche della camicia, sorridendo le chiese: «Allora? La vuoi una mano, o no?»

«Se non mi costerà un occhio della testa» rispose, ricambiando il sorriso.

«Mi basterà un grazie… magari con un bacio come mancia», mormorò, avvicinandosi.

Mettendo le mani in avanti lo fermò. «Ora pensiamo a sistemare la vetrina, poi mi presenterai il conto», ribatté con imbarazzata ironia.

«Okay! Da dove iniziamo, capo?» domandò in tono allegro.

Bruna sorrise e gli spiegò cosa fare.

 

Due ore dopo, stanchi ma soddisfatti, guardavano la cameretta perfettamente ambientata, posizionata di fronte alla vetrina schermata con la carta da pacchi.

«Per oggi basta così. Domani sistemerò gli abiti nell’armadio, il bambolotto nella culla e il manichino della nonna sulla sedia a dondolo», spiegò Bruna.

«Se ti serve una mano, fammi un fischio.»

«Il più è fatto, ora posso cavarmela da sola.»

«Allora, non ti resta che pagarmi», buttò lì Raul con noncuranza, mentre si srotolava le maniche della camicia.

Bruna lo guardò stranita. «Cosa sta succedendo, Raul?»

Raul allargò le braccia. «Se chiedere un bacio alla donna che amo non è reato, non sta accadendo niente!»

Bruna non sapeva cosa dire, cosa fare: le effusioni romantiche non erano più nelle sue corde da troppo tempo. Alla fine, per chiudere in fretta un confronto che la stava imbarazzando, si avvicinò e lo baciò frettolosamente. Raul non si fece sfuggire l’occasione e, stringendola a sé, prolungò quell’atto d’amore, facendola vibrare di passione.

«Non ora…» mormorò, staccandosi da lui. «Stasera, a casa.»

«Ti amo, Bruna…»

«Ti amo anch’io, Raul», lo interruppe in tono soffice, e glielo dimostrò baciandolo con passione. «Ora però, lasciami lavorare… a stasera, amore», concluse, sorridendo.

Raul indossò la giacca, la salutò e uscì dal negozio.

Serena, che in quel momento stava scopando il marciapiede davanti al suo di negozio, lo vide uscire e, consapevole che per arrivare al parcheggio doveva passare davanti a lei, lo attese.

«Ciao Raul», lo salutò quando fu vicino.

«Ciao, Serena», replicò lui senza aggiungere altro, continuando a camminare.

«Volevo dirti che mi ha chiamato l’impiegato per informarmi che ha effettuato il bonifico. Ti ringrazio», lo informò mentre gli sfilava davanti.

Raul si fermò, sospirò, si volse e tornò sui propri passi. «Ho fatto solo il mio lavoro! Ma se lunedì non rientrerai, mi vedrò costretto a toglierti il fido», le rammentò in tono gelido.

Serena nemmeno lo ascoltò, quello che le interessava sapere era ben altro. «Ti ho visto uscire dal negozio di Bruna, cosa sta preparando di bello per la festa?»

«Qualcosa di veramente bello!» rispose seccamente, poi girò sui tacchi e se ne andò, lasciandola a rodersi il fegato per la curiosità.

 

                                                   ****************************

 

Epilogo 1

 

Quella sera, di comune accordo, Raul e Bruna decisero di lasciare Valentina a dormire dai nonni. Sentivano il bisogno di parlarsi, di capirsi, come non accadeva più da ormai troppo tempo.

«Ci stavamo facendo del male, e non ce ne accorgevamo», esordì Bruna durante la cena. Raul si limitò ad annuire.

«Dovrò rivedere le mie priorità,» riprese Bruna, «rimodulare i miei spazi… dedicare più tempo a te, a nostra figlia… e un po’ meno al lavoro.»

«Ti ringrazio» mormorò Raul. «Da parte mia, cercherò di non farti pesare le rinunce, supportandoti in tutto, anche nel tuo lavoro, se lo riterrai utile.»

A Bruna sfuggì un moto di riso. «Guarda che potrei prenderti in parola, e assumerti come commesso part-time. Chissà come reagirebbero le neo mamme di fronte a un bell’uomo che spiega loro come e di cosa è fatta una tutina da neonato?» si chiese ironicamente.

Raul rise. «Secondo me ti invidierebbero.»

«Dici?» fece lei, continuando a ridere

«Oh, Bruna, non sai come t’invidio: tutte a te capitano le fortune. Ma dove l’hai pescato l’uomo perfetto?» esprimendosi in falsetto Raul imitò la voce dell’ipotetica neo-mamma.

La serata proseguì in armonia e si concluse a letto dove, Bruna, scoperse di essere tutt’altro che frigida.

«Oh, Raul, è stato bellissimo, come la nostra prima volta, anzi, di più!» esclamò entusiasta, con ancora il fiato corto.

«Ora che ci siamo ritrovati, sarà sempre così, amore», le promise con trasporto, accarezzandole il viso accaldato.

Bruna s’intristì. «Quanto tempo abbiamo sprecato inutilmente…»

«Fa’ conto che tutto inizi ora», la interruppe in un sussurro, suggellando il patto con un bacio appassionato.

 

Raul faticava ad addormentarsi, lo tormentava il pensiero che Serena potesse rivelare la loro relazione a Bruna. Non solo per l’attrito palese fra le due, ma soprattutto per il desiderio di fargliela pagare il giorno in cui la banca le avesse tolto il fido. Già troppe volte era stato costretto a richiamarla perché aveva sforato il limite concesso; e la prossima, se non voleva subirlo lui un richiamo ufficiale dalla sede centrale, avrebbe dovuto chiuderle i rubinetti del credito. Ed ad aggravare la situazione, ora ci si era messo anche il fatto che aveva deciso di rompere qualsiasi rapporto con la sua amante.

«Raul, non dormi?» chiese Bruna con voce assonnata, svegliata dal suo continuo rigirarsi sotto le coperte.

Raul si tirò su. Appoggiandosi alla testiera trasse un profondo respiro. «Devo dirti una cosa» rispose.

Bruna volse lo sguardo su di lui. «Non puoi aspettare domani mattina?»

«E’ qualcosa di molto importante… riguarda il nostro futuro», rispose in tono ansioso.

Bruna non si scompose. «Al nostro futuro, penseremo giorno per giorno. Abbiamo deciso di cancellare il passato e iniziare un nuovo percorso da oggi. Perciò, non ti arrovellare inutilmente: nessuno può prevedere cosa accadrà domani.»

«E’ qualcosa che ho fatto… che se lo venissi a sapere da qualcun altro, potrebbe farti molto più male», insistette in tono contrito Raul.

Bruna sbuffò. «Raul, ti prego… una donna che ama, ci arriva da sola a capire che il suo uomo si sta allontanando... e il mio intuito, mi dice che ora sei tornato dove avresti desiderato essere da sempre. Il passato è una pagina scritta, letta e chiusa. Da qui in avanti, ne scriveremo molte altre, sicuramente migliori. Ora, cerca di dormire», concluse, chiudendo gli occhi.

Raul annuì rasserenato: lei sapeva e lo aveva perdonato, ora toccava a lui, dimostrarle di essere degno di cotanto amore.

 

                                                ***********************

 

Epilogo 2

 

Quella sera Raul e Bruna si parlarono a lungo, e alla fine suggellarono la ritrovata armonia con una notte da ricordare, dove Bruna scoperse che la sua presunta frigidità era frutto di un modo sbagliato di affrontare il quotidiano, che aveva finito di ridurre il rapporto coniugale a semplice routine, priva dello slancio necessario a rinnovare ogni giorno l’amore.

 

La vetrina addobbata da Bruna, fu la più ammirata il giorno della festa della mamma.

Mentre lei era impegnata a stringere mani e a servire i clienti. Raul, girando tra le bancarelle tenendo la figlia per mano, ringraziava inorgoglito le persone che si complimentavano con lui.

«Papà!» esclamò Valentina.

«Dimmi, tesoro?»

«Voglio andare anch’io dentro il castello», rispose la bambina, indicando i bimbi che si divertivano saltando all’interno del gonfiabile.

Raul la accompagnò accanto al castello. «Stai attenta, Valentina», si raccomandò, lasciandole la mano.

«Sììì», fece lei, ridendo mentre si arrampicava sul gonfiabile.

Raul sorrise e rimase a guardarla con apprensione.

«Ciao, Raul!» udì alle sue spalle. Si volse: era Serena che lo aveva visto dalla vetrina ed era uscita.

«Ciao, Serena», replicò lui, tornando a guardare la figlia.

«Si diverte, eh?» fece Serena, indicandola con lo sguardo.

«Già… la tua dov’è?»

«Dev’essere qui attorno con suo padre», rispose, volgendo lo sguardo verso la piazza.

Tornò a guardare Raul, che continuava a guardare la figlia. «Oggi a mezzogiorno deve partire… un viaggio breve, tornerà domani pomeriggio», lo informò in tono deluso.

«E’ un vero peccato che non possa godersi la sua famiglia nemmeno oggi», commentò in tono distaccato Raul.

«Oggi pomeriggio lascerò la commessa in negozio. Verso le due andrò a casa a riposare, tornerò per le quattro», preannunciò, abbassando il tono per non farsi udire dalle altre persone.

Raul si volse. «Non ti arrendi mai, eh?» sibilò con fare colpevolizzante. «Cerca di riposare, sarà una giornata lunga e dura!» E si allontanò, portandosi all’altro lato del gonfiabile.

Serena schiumava rabbia. “Bastardo, chi ti credi essere per trattarmi come una puttana?”, pensava, rientrando in negozio.

 

Alle sette di sera la piazza si stava ormai svuotando, e i negozi iniziarono a chiudere.

Raul, dopo aver lasciato Valentina dai nonni, era tornato da Bruna, e ora attendeva che chiudesse il negozio per recarsi al ristorante dove, dopo la premiazione per la miglior vetrina, si sarebbe tenuta la cena offerta dalla “proloco” ai commercianti.

 

L’impegno di Bruna fu giustamente premiato. Il trofeo per la miglior vetrina (un angelo in bronzo dorato con la spada sguainata verso l’alto) venne assegnato all’unanimità alla sua scenografia.

Serena, seduta a un tavolo poco distante, masticava amaro, osservando con occhi cattivi i commercianti che le si avvicinavano per complimentarsi.

Fu quando vide Raul stringerla a sé e baciarla con trasporto che, percependo quel gesto come un atto di sfida, la pietra tombale sui suoi inutili maneggi per riallacciare un rapporto insano, l’ira a stento trattenuta divenne incontrollabile.

Alzandosi scatto si avvicinò al tavolo. «Complimenti per il premio, meritatissimo!» esordì, ansimando nervosamente.

«Ti ringrazio, Serena», rispose lei in tono distaccato.

Serena volse lo sguardo su Raul, che la osservava agghiacciato: lo sguardo fisso e gli occhi strabuzzati non promettevano nulla di buono.

«Sarai contento, eh?» sibilò.

Raul si limitò ad abbassare il capo.

Allora Serena tornò con lo sguardo su Bruna. «Dovrebbero istituire un altro premio…», esclamò con voce squillante. Controllò che gli sguardi degli altri commensali volgessero su di lei e proseguì sempre più alterata. «Quello per la magnifica cornuta! Lo vinceresti a mani basse, con quel porco di marito che ti ritrovi!»

Bruna si alzò. «Ora stai esagerando, Serena» esordì, incredibilmente calma. «Tu non stai bene… Vattene a casa… Puttana!» sibilò acida alla fine

Serena, che spiazzata dal tono pacato si era ammutolita, si rianimò. «Puttana?!» proruppe stupefatta. «Puttana? Allora tu sapevi tutto, e non hai mai detto niente per tenerti stretto tuo marito. Ma che razza di donna sei?!»

Bruna non replicò, Raul la guardò stranito, il suo sguardo era una maschera impenetrabile: forse, da donna innamorata, lo aveva intuito fin da subito, forse sapeva tutto, o forse no… ma quello che veramente gli importava, era che lo aveva perdonato. Ammirato dal sangue freddo mostrato in quel frangente, le strinse forte la mano, lei si voltò a guardarlo. «Ti amo, Bruna…» ebbe appena il tempo di ribadire con voce vibrante di sincerità.

Quell’amore ribadito con forza davanti a tutti, nonostante lei avesse appena confessato di essere la sua amante, la destabilizzò totalmente.

Ascoltando e guardando il suo uomo con occhi pregni d’amore, Bruna parve sul punto di aprirsi al sorriso.

Questo era davvero troppo per Serena; fu questione di attimi: lanciò una rapida, folle occhiata al

trofeo, lo afferrò e brandendolo come un pugnale, infilzò la spada dell’angelo nel cuore di Bruna.

Un rantolo e ricadde sulla sedia. Mentre Raul la abbracciava gemendo di dolore, Serena, sghignazzando e urlando come una pazza, veniva afferrata e portata via di peso.

 

                                                                   FINE 

    

 

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Rubrus il 2019-06-10 18:00:53
Il primo finale mi pare un po' incompiuto, perciò, e solo per questo, preferisco il secondo. Ne approfitto per dirti che per cause di forza maggior dovrò assentarmi per un po' e ti saluto sperando di ritrovarvi preso anche più presenti e numerosi.

Vecchio Mara il 2019-06-10 22:32:09
il primo finale prevedeva, nonostante il tradimento la vittoria dei sentimenti. Il secondo è un noir, molto più in linea con il tempo corrente, ogni giorno si sente parlare di tradimenti che finiscono nel sangue. Ti ringrazio e ti auguro buone vacanze, sperando che con l'autunno il sitaioli, tornino a scrivere e commentare.

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