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L'ho uccisa io

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Gerardo Spirito

pubblicato il 2019-05-15 17:22:58


L'HO UCCISA IO

 

 

Speranza mi guarda, le lentiggini spolverate sul suo naso sottile, la pelle color miele. È il giorno del nostro secondo anniversario di fidanzamento, un giorno triste, un giorno di metà settembre.

“Perché mi tratti così? Lo fai sempre, mi hai sempre trattata così.” biascica lei. Il jukebox erutta Help Me di Sonny Boy Williamson, chitarra, batteria e armonica a bocca. Degli uomini mezzi ubriachi, in fondo al bancone, si raccontano ad alta voce barzellette sporche e storielle inventate. Fuori sta piovendo, dal retro del locale arriva il rumore della pioggia che tamburella sulla tettoia di metallo. L'aria nel bar è viziata da una coltre sbiadita di fumo. Sigari e tabacco, anche se su un davanzale dietro al bancone una targhetta recita VIETATO FUMARE.

Speranza ha il viso rigato dalle lacrime. Mi fissa con i suoi occhioni turchesi, sfrontata, come se sapesse tutto di me.

Questo mi imbestialisce.

Dice che mi vuole lasciare, che non ce la fa più a stare con me.

“L'alcol è un tuo problema.” insiste. È una storia che ho sentito un milione di volte.

Non le rispondo. Lei lo sa cosa potrei rispondere. Ma rimango zitto. Meglio per me, meglio per lei.

“Perché non dici niente?”

Silenzio.

Buttò giù una sorsata di birra. Inspiro. Espiro. Sento che i miei occhi si restringono, non posso farne a meno. Mi stacco dalla birra, mi asciugo con il dorso della mano le labbra e agito la bottiglia osservando la schiuma smuoversi dentro il vetro marroncino. Penso a Lisa, poi a Miriam. Dissolvenza. Miriam, che scopata mi sono fatta con Miriam. Eravamo in macchina, proprio la 500 parcheggiata fuori da questo locale, e l'abbiamo fatto sul sedile davanti, quello del passeggero, quello su cui si siede sempre Speranza. I vetri che si appannano, il sedile che crepita a ogni spinta. “Promettimi che lascerai Speranza”, è la voce di Miriam, un eco ridondante nei miei pensieri. Ma io non amo promettere, questo glielo dico. Altroché se glielo dico.

“Chiedo il conto, mi sono scocciata. Accompagnami da mia mamma.” dice Speranza. Assolvenza. Ha un'aria drammatica. Il tono della sua voce è risoluto.

Io non rispondo. Sto ancora, vagamente, pensando a Miriam.

Dopo un attimo Speranza chiama il barista. Con le sue dita sottili mima il gesto del conto. L'uomo annuisce e sorride. Che cazzo sorride. Sorride alla mia Speranza? Fottuto barista. Io amo Speranza. La amo. I suoi occhi sono due smeraldi. Il suo profumo per me è una sete irresistibile, ineffabile.

Dimentico Miriam. Ho, di nuovo, solo Speranza in testa.

Un ricordo, la prima notte che abbiamo trascorso insieme: lei è alla finestra con addosso la mia camicia. Lo scenario è una stanza d'albergo. Speranza profuma di sapone, anzi di miele, come il colore della sua pelle, e se ne sta in silenzio appoggiata al ripiano della finestra a fumare una sigaretta. Io sono disteso sul letto, sopra il copriletto di ciniglia, e ho i piedi leggermente intirizziti. Si sente, in strada, il richiamo di una madre, un cane che mugola e il gracchiare di alcune cornacchie appollaiate sugli eucalipti. Il cielo fuori è ribollente, color prugna, contaminato dai gas di scarico delle fabbriche sulle sponde della palude. Mi tiro su a fatica, stremato dall'eccitazione, e mi avvicino a lei con passo dinoccolato, le gambe nude, i piedi nudi. Mi accosto a lei, la mia bocca sulla sua guancia: “Non fumare.” le sussurro. Ma lei non mi ascolta. Sorride dolcemente, mi prende la mano e se la tiene stretta fra le sue accarezzandomi le vene del dorso.

Io amo Speranza, anche se dice che mi vuole lasciare, che non ce la fa più a stare con me.

Il conto è di otto euro. Pago il cameriere con una banconota da dieci e gli dico di tenersi il resto. Ci alziamo dalle sedie, lei indossa un soprabito in gabardina di cotone, bluette, io la mia giacca cashmere a due bottoni, beige. Gli uomini in fondo al bancone ci lanciano gli ultimi sguardi con occhi da ubriachi, anche il barista ci guarda per l'ultima volta: “Vai a fare in culo stronzo” vorrei dirgli, ma non lo faccio.

Mantengo la porta per far uscire prima la mia Speranza, lei ha gli occhi bassi, non mi guarda neppure. Nelle piccole cose sono un galantuomo, è una virtù ma anche, temo, una bugia. Voglio credere che, da qualche parte dentro di me, un bagliore di galanteria esiste ancora.

La porta sbatte richiudendosi alle mie spalle.

È il crepuscolo, piove, le ombre sono allungate, stormi di foglie ingiallite sul ciglio della strada svolazzano e girano su se stesse come alla deriva, l'acqua fuoriesce da un condotto di ferro e si accumula in una pozza. I pali della luce, ancora spenti, sono croci.

Camminiamo affiancati, regna il silenzio, meno che i nostri passi sull'acciottolato bagnato e le pozzanghere e il fruscio acquoso della pioggia. La bruma ci turbina attorno. I capelli si bagnano perché non ci siamo portati, dietro, nessun ombrello. Più in là, la mia 500 parcheggiata. Più in là ancora, i sobborghi della città, cantine umide e polverose, vicoli nascosti, soffitte e auto abbandonate: l'autostrada, la silhouette delle montagne a nord sovrastate da un cielo color cenere. Poi le nuvole, e ancora oltre, altre vite, altre storie.

Mentre ci avviciniamo alla macchina, infilo una mano nella tasca del soprabito: il portafogli, uno stuzzicadenti spezzato, un pacchetto vuoto di Marlboro, due monetine da dieci centesimi e le chiavi dell'auto. Un tizio in quel momento ci sfreccia a fianco, si tiene coperto dalla pioggia con un giornale ed è diretto al bar; mi saluta, “Ehi Tommy, già te ne vai?” mi dice.

Chi cazzo è Tommy? Per chi diavolo mi ha scambiato questo figlio di puttana?

Non gli rispondo. Lo guardo stranito correre verso il locale, è giovane, i capelli castani corti tenuti a posto da un impacco di gelatina. Indossa una camicia bianca formale, con gemelli d'oro, ma senza cravatta, scarpe nere con la punta tonda che spuntano da sotto i risvolti del pantalone gabardine grigio. La pioggia s'intensifica, l'uomo si ferma sotto il porticato del bar, si gira e mi guarda; strizza gli occhi per vedere meglio, e in quell'istante si rende conto di aver preso un abbaglio. Apre la porta del locale e scompare. Dissolto. Puff.

Sfilo le chiavi e un attimo dopo sono già sprofondato nel posto del guidatore, il posto che mi spetta. Giro la chiave nello starter e il motore rimbomba sotto il mio culo e il culo di Speranza, seduta al mio fianco, la mia amata Speranza.

Rilascio lentamente la frizione ed esco dal parcheggio immettendomi in strada; le mani sono sul volante, le pupille ondeggiano nell'oscurità crescente, la gomma del tergicristalli emette un sibilo fastidioso.

“Accompagnami da mia mamma.” è la voce sottile di Speranza. Insiste. Mi ricorda che non vuole più stare con me. Ha il respiro affaticato, gli occhi chiusi, sbarrati.

Io annuisco infastidito.

Ecco quello che vediamo mentre attraversiamo via dei Santi: insegne al neon dei locali, una Golf rosso corallo che transita nella corsia opposta, minimarket, vagabondi, vagabondi ubriachi e cartelloni pubblicitari. La striscia d'asfalto è una lastra nera di carbone lucido, gli edifici bassi e tarchiati della città, zona industriale, sembrano usciti da una fiaba dei fratelli Grimm.

Al rosso di un semaforo accendo la radio: c'è Pink Anderson, roba vecchia, ma la canzone non la conosco. Spengo la radio. Il mio occhio cade sullo specchietto retrovisore. Vedo me stesso, e nel mio riflesso ci vedo tre storie diverse, separate, inscindibili. Nella prima ci sono io che guido la mia 500 e sto portando Speranza a casa di sua madre.

Nella seconda storia io l'ho tradita e adesso lei se ne stata in silenzio sul sedile del passeggero perché mi odia, perché si è scocciata delle mie bugie. Ah, anche per quel problema con l'alcol. E i lividi.

In ogni caso, la terza e ultima storia è differente, in un certo senso remota, rispetto alle altre. Nel riflesso ci vedo un viso stanco, prostrato, che alle spalle si porta il fardello di una fattoria di campagna circondata da colline rocciose, brulle, e laghi d'acqua salata; non c'è pane perché il mais lì non cresce e mai crescerà. Papà lavora la terra e mamma un giorno si sveglia, prende un biglietto per l'autobus e scompare chissà dove, per sempre. In questa terza storia, dopo la scuola, sono un assicuratore, dice il mio biglietto da visita, ma anche un truffatore, asserisce l'ultimo briciolo di coscienza che mi è rimasto. Ho trentacinque anni e il mio metodo per fottere la gente è semplice: gonfio le perizie di falsi incidenti e incasso i premi. Ho molti amici in giro, sono cresciuto con ragazzi che non hanno mai avuto nulla, proprio come me, senza scrupoli, che per un paio di centoni si venderebbero persino la sorella. Ora fate voi: due più due, se sapete contare.

Scatta il verde. Torno a fissare la strada. Stormi di uccelli si disperdono nel cielo cupo come una colonia di gorgonie. Speranza ha gli occhi bassi, le mani le tremano, pallide, affusolate. Non mi guarda, fra le gambe ha la borsa di pelle scura marca Armani da duecentoventi euro (spedizione compresa) acquistata online dalla Francia. “È un regalo di mia madre.” mi aveva detto. Perché non crederle?

Sul cruscotto si accende una spia gialla, è quella della benzina. Non dico nulla a Speranza. Mi fermo al primo distributore che incontriamo. Ha smesso di piovere. Fermo l'auto, spengo le luci, tolgo le chiave del motorino di accensione, apro lo sportello e mi fiondo nel chiosco per pagare: il pieno, sessanta euro. Un attimo dopo ho già immesso la pompa nel bocchettone della macchina e lì, l'odore acuto, cancerogeno, ma anche piacevole della benzina arriva fino al mio naso.

Mentre aspetto il rifornimento vado a pisciare nel pisciatoio dietro il chiosco. Quando ho finito non mi pulisco neppure le mani; torno fuori, il crepuscolo è scomparso, la notte è fredda, umida, carica di nuvole minacciose. Il mio respiro è un vapore bianco. Mi sfilo da una tasca una sigaretta e me la fumo fissando dietro il finestrino la mia lei che se ne sta tutta sola, triste, corrucciata, a braccia incrociate in auto; vorrebbe sputarmi addosso tutto il male che le ho fatto, ne sono certo, vorrebbe prendermi a calci, vorrebbe, vorrebbe... ma non fa nulla perché, in fondo in fondo, Speranza è una debole.

Aspiro la sigaretta, il rosso della brace si ravviva e si affievolisce quando soffio il fumo dalle narici. In strada passa un camion, l'asfalto vibra. Più in là, un palo della luce fa corto circuito, si accende e si spegne come un segnale d'allarme. Mi strofino il naso, una boccata dalla sigaretta, strizzo gli occhi, alla fine del vialone c'è una casa in stile ranch, felci e palme nane, un furgoncino color limone parcheggiato sul vialetto. Le luci dalle finestre a libro sono spente, ma da un muro sulla facciata della casa riesco a scorgere dei blocchi incuneati di arenaria rossa. Sputo a terra. La benzina del distributore fa tac. Con un colpo del dito getto il mozzicone della sigaretta in una pozzanghera in cui affogano altri mozziconi. Stacco la pompa dal bocchettone della macchina e la risistemo lentamente nel distributore, cercando di non sporcarmi le mani. Mentre rientro in macchina fisso per un secondo Speranza, a cosa starà pensando? Magari al viaggio che, a marzo, abbiamo fatto a Balì o forse a quando, tre settimane fa, sono rientrato a casa ubriaco marcio e, visto che non aveva ancora preparato la cena, ho cominciato a prenderla a pugni, a calci, l'ho scaraventata contro il muro e gettata a terra; il suo occhio sinistro era pesto e blu come una prugna, la mascella era gonfia, illividita. Ero arrabbiato, lo ammetto. Deluso. Poi mi sono calmato, l'ho stretta fra le mie braccia e le ho ripetuto “Ti amo.”

Sì, perché io la mia Speranza la amo più di ogni altra cosa al mondo, anche se alcune volte mi fa davvero incazzare.

“Ti amo.” le sussurro, adesso. La mia mano si allunga per toccarle il viso ma lei si ritrae con un gesto rapido, chiaro.

Non mi risponde.

Accidenti.

Rilascio la frizione e ripartiamo. Il motore grugnisce, le luci dei fari guizzano disegnando nel buio fasci gialli e verticali. Continuo a guidare verso ovest, un disc jockey della radio ronfa il risultato di una partita di calcio. Parla delle semifinali di Coppa, è scherzosamente amareggiato perché la squadra per cui tifa ha perso. Cambio stazione con la rotellina, ci trovo i Pink Floyd, il brano si chiama Mother. Alzo il volume, questa canzone mi piace un sacco. Per qualche ragione la chitarra di Gilmour e la voce di Waters mi riportano alla mente mio padre; qualcosa che lui diceva che ha a che fare con le brutte abitudini e i desideri. Sì, ecco, il vecchio diceva sempre che bisogna allontanarsi dai desideri, che bisogna farlo il più presto possibile, perché il muro che separa i desideri dalle ossessioni è molto fragile, è molto sottile. Le ossessioni portano alle delusioni, e un uomo ossessionato e deluso, alla fine della storia, non farà altro che distruggere se stesso e chiunque gli orbita intorno. “L'ossessione è come un fottuto buco nero.” diceva. “Risucchia tutto e non risputa nulla.”

Beh, io sono ossessionato da Speranza. Questo lo so. Cosa c'è di male? In fondo l'amore è anche ossessione.

Cinque minuti dopo arriviamo a circa cinquanta metri dalla deviazione con la tangenziale e lì, se dovessi decidere di girare a destra – dove un grosso cartellone verde dice TORREFRANCA – ci ritroveremmo a percorrere la strada che ci porta giù fino alla casa di mia suocera, un buco fuori da tutto e dimenticato da tutti.

Io alzo il piede dall'acceleratore, schiaccio la frizione e scalo dalla quarta alla terza, la lancetta del tachimetro adesso punta ai settanta chilometri orari, ottanta, novanta. Getto lo sguardo a destra, oltre Speranza e il finestrino, le luci in lontananza, flebili, di Torrefranca brillano nel loro fitto reticolato come piccoli diamanti; mancano cinquanta metri, trenta, poi dieci, alla fine quelle luci scivolano via nella notte, svaniscono. Speranza mi guarda, i suoi occhioni azzurri come lapislazzuli sembrano dirmi “Che fai, perché non hai girato?” e in effetti l'impressione che ho è corretta, perché dopo un secondo dice:

“Non mi fare questo, no...” biascica le parole, Speranza, la voce impaurita, il viso pallido come quello di un fantasma.

Alzo di nuovo il piede dall'acceleratore, schiaccio con forza la frizione e ritorno in quarta marcia, il motore scoppietta con rabbia sotto il culo. “Tu sei mia.”, vorrei dirle ma non lo faccio, non ne ho il tempo; inchiodo di colpo, fischio di ruote sull'asfalto scivoloso, l'auto sobbalza, finisce fuori strada e sbatte contro un cassonetto della spazzatura. La mia testa picchia sul volante perché non mi sono allacciato la cintura di sicurezza – a differenza di Speranza.

Tutto si ferma, dopo il frastuono discende un silenzio di tomba, eccetto il sibilo del fumo che fuoriesce dal motore. Il parabrezza si è incrinato, è disseminato da piccole crepe che sembrano mappe su una superficie di vetro.

Quando mi tiro su, la vista mi va quasi a nero, la testa mi vibra, e sento un dolore lancinante al petto, tremendo. Abbasso lo sguardo e vedo che ho un coltello conficcato sotto la clavicola sinistra, appena sopra il cuore.

Un coltello?

La camicia è macchiata di sangue, e il sangue sgorga, goccia a goccia, dalla mia bocca. È stata Speranza, la mia Speranza.

I miei occhi a quel punto si arroventano e con un balzo di dolore mi scaravento su di lei: urlo, bestemmio, le stringo le mani intorno al collo e fisso i suoi occhi fuori dalle orbite, un big bang di capillari esplosi, la lingua livida, il viso pallido. Ma le forze mi mancano, mi sento come svenire, lei mi respinge, si toglie abilmente la cintura e mi stacca dal petto il coltello. Il dolore raddoppia.

Mentre mi tagliuzza l'addome, mi scortica a morsi uno zigomo, un orecchio e mi trapassa il fianco sinistro, non sembra lei; sembra un diavolo, Speranza, un demone che ha assunto un aspetto attraente. Sulle sue ciglia risplendono le lacrime, risplende il delirio, la sconfitta; il suo dolce e fragile visino non ha più quel sorriso, come impresso con lo stampo, che un tempo scoppiava come coriandoli; non ha più, indosso, quell'inconfondibile profumo di sapone o di miele, no; ora ha indosso quell'odore metallico, mortifero, del male.

Il male più buio e più profondo.

Adesso la mia lei è l'ombra di qualcosa di oscuro, indecifrabile, qualcosa evocato dal nulla e destinato al nulla, qualcosa di vivido e inaspettato proprio come un'apparizione o come la morte. E sono stato io a ridurla così, l'ho uccisa io a Speranza, la mia Speranza. I suoi occhi non mentono.

 

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L'AUTORE Gerardo Spirito

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Rubrus il 2019-05-29 19:18:48
Dici che l'avevi già pubblicato, ma non lo ricordavo. O lo hai rimaneggiato così tanto che mi confondo oppure - ed è più probabile - la memoria mi tradisce. Comunque l'ho letto volentieri e ovviamente il quid in più è dato dal doppio senso del nome "Speranza" . doppio senso che supplisce alle motivazioni, suggerite, più che dette, del protagonista. Ne approfitto per dire che cause di forza maggiore mi terranno lontano da PIAF per un po', o mi consentiranno di entrare solo sporadicamente. Ci torneremo dunque a leggere con maggior frequenza più in là.

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Paolo Guastone il 2019-09-04 18:32:54
E' proprio vero. L'ha uccisa lui.... Il racconto scorre via liscio e si legge tutto di un fiato. Le tue parole, unite all'ambientazione notturna, cupa e decadente, dipingono fin troppo bene il buco nero dove si e' catapultato il protagonista. Non serve quindi parlare di mostri, vampiri e zombi per fare inorridire i lettori. Basta il tuo imbuto. Dal quale non se ne esce, se non in quel modo.

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