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A proposito di Stanlio e Ollio - film del 2018

"VIRGOLETTE" Saggistica Recensioni (libri, film e qualsiasi forma artistica)

di Rubrus

pubblicato il 2019-05-06 11:51:24


Premetto: sono di parte. Mi porto dietro dall’infanzia una predilezione per Stanlio & Ollio... ma non vedo perché dovrei liberarmene. Anche facendo la tara però,  sono convinto che “Stanlio e Ollio” sia un bel film che valga la pena vedere. Non narra, come potrebbe sembrare, la vita del duo, ma, dato che non ci sono enigmi da risolvere o sfide al termine delle quali ne rimane solo uno, si può fare qualche spoiler senza problemi.
Nel 1937 i due sono all’apice della carriera: i loro film riempiono le sale e, doppiati (a differenza di molti colleghi, Stan e Ollie non hanno avuto difficoltà a passare al sonoro), sono venduti in tutto il mondo. Hanno però due problemi: devono pagare gli alimenti alle ex mogli – tutti e due si sono sposati più volte e in più Ollio gioca ai cavalli – e Hal Roach, che ha prodotto i loro film, li paga pochissimo. Il contratto di Stan Laurel è scaduto, ma quello di Oliver Hardy è ancora in essere e ridiscutere le condizioni non è per niente semplice. Dei due è Stan – che sullo schermo è lo “stupìdo”, ma nella realtà è un po’ la mente dei due: lavoratore instancabile, scrive i soggetti, i copioni, le scene, s’interessa alla regia – ad essere il più pugnace e insoddisfatto, mentre Ollie (che, tra i due, è forse l’attore migliore) ha un po’ le mani legate. La scena si sposta al 1953. La carriera di Stanlio e Ollio è sul viale del tramonto: gli americani, pubblico, produttori e registi, preferiscono loro Abbott e Costello (da noi Gianni e Pinotto) e il loro genere di comicità, il c.d. “slapstick”, appare superato. In Europa le cose vanno meglio e quindi Laurel, che è di origine inglese (quando è emigrato negli USA era sulla stessa nave con Charlie Chaplin, con cui ha avuto sempre una sottile rivalità) convince il socio a fare un tour teatrale in Gran Bretagna (nella realtà i due non girarono solo il Regno Unito, ma tutto il continente, e vennero anche in Italia, dove furono accolti trionfalmente). Se il tour andrà bene, Stanlio e Ollio torneranno sul grande schermo con un film su Robin Hood. L’inizio non è rose e fiori. I due sbarcano a Newcastle, alloggiano in alberghi di seconda categoria, recitano in teatri d’importanza secondaria e, in principio, non riempiono neppure quelli, mentre la gente, pur contenta di vederli, si stupisce perché pensa si siano ritirati dalle scene (tutti e due sono sulla sessantina). L’agente europeo, pur stimandoli, è un marpione che cerca di trarre il massimo profitto dalla situazione, mentre il produttore cinematografico che dovrebbe finanziare il film su Robin Hood si fa negare. Tra l’altro, le rispettive – nuove – mogli stanno per raggiungerli... e tra di loro non vanno per niente d’accordo, punzecchiandosi in continuazione. A poco a poco, però, i due riguadagnano la popolarità perduta e, gradatamente, e grazie anche ad un’efficace campagna pubblicitaria, la loro tourneè si trasforma in un viaggio trionfale, anche se offuscata da tre ombre: la latitanza del produttore cinematografico, che dovrebbe consacrare il ritorno sulle scene, certi trascorsi risalenti alla rottura, sedici anni prima, con Roach (Stan si rifiutò di lavorare ancora con il vecchio produttore, mentre Ollie girò un film con un diverso partner) e le cattive condizioni di salute di Ollio, che ha un collasso durante una premiazione e al quale il medico ha proibito di recitare.
Il film – recitato, per quanto posso dire, benissimo, con due attori strepitosi che riproducono esattamente la mimica del duo in scena (cioè sul palco dei teatri) e fuori scena  – a mio parere fa una scelta semplice, ma felice. Sarebbe stato facile buttarla sullo strappalacrime (c’è qualcosa di più triste di un attore sul viale del tramonto o di un comico che non fa più ridere?) oppure insistere sul “dietro le quinte” o addirittura sul pettegolezzo. Invece “Stanlio e Ollio” rimette in campo, con felice alternanza rispetto alle scene drammatiche o che comunque si svolgono nella vita reale, gli sketch comici di Stanlio & Ollio così come i due li riproponevano nei teatri inglesi. È come se il regista si fosse messo dalla parte dei due attori per dimostrare, con e attraverso di loro, che la coppia funziona, che lo slapstick può far ancora ridere. È la stessa scommessa che Laurel e Hardy giocarono nella realtà e il film la gioca su due tavoli, il primo, appunto, il palco teatrale, il secondo il rapporto – piuttosto complesso, come accennavo – tra i due e con le rispettive consorti, le quali giocano, a livello sia di scene che di storia, un ruolo tutt’altro che trascurabile. Assieme alle gag, questa scelta consente di narrare l’evoluzione del rapporto tra i due che, grazie anche alle crisi e alle difficoltà, evolve da sodalizio professionale ad amicizia reale e profonda – né mancano alcune scene toccanti come quelle di Stan al capezzale di Ollie o di Stan che si rifiuta di recitare senza il suo compagno o di Ollie che finge di non sapere che Stan sa (con relativo scambio di battute) che il fantomatico film su Robin Hood non si farà o che torna in scena un’ultima volta, contro il parere del medico e della moglie.. Tale amicizia si trasmette anche alle compagne dei due attori e la scena finale, in cui le riprese alternano inquadrature dei due bravissimi Coogan e Reilly ad inquadrature delle loro ombre sul palco, dicono che Stanlio e Ollio sono già archetipo, o leggenda.
Insomma, il film è sia la storia di un’amicizia, quella tra Stanley Jefferson Laurel e Oliver Norvell Hardy, che si rafforza nelle difficoltà, sia una dichiarazione d’affetto per la coppia comica Stanlio e Ollio. La pellicola ha infatti il suo punto di svolta nel momento in cui le due coppie persona / personaggio diventano o si rendono conto di essere una sola.
Personalmente, mi piace ricordare che altri attori comici dell’epoca, come Chaplin, si rivelarono così grandi da essere ricordati come registi o attori, ma non semplicemente come comici, mentre altri sono stati o dimenticati o sono ricordati con affetto dai cinefili (Buster Keaton, Harold Lloyd, Larry Seymour / Ridolini), ma sono usciti dalla memoria del grande pubblico, specie come attori “che fanno ridere”.
Stanlio e Ollio invece (che tra l’altro hanno la caratteristica piuttosto rara di essere stati comici “alla pari”: nessuno dei due era la “spalla” dell’altro – come invece può dirsi per altri grandi come Totò e Peppino) hanno avuto, come comici, una vita lunghissima, successiva alla loro uscita di scena e alla loro scomparsa. La loro è stata una comicità forse ingenua, ma mai puerile, ariosa e fanciullesca e mai volgare (sembra che da anni sia impossibile far ridere senza qualche parolaccia), che non suggerisce o implica sottotesti satirici, tragici, sociali (non che ciò sia un male) come per esempio quella di Chaplin o, da noi, di Villaggio (in un certo senso erede dello slapstick); la comicità di Stanlio e Ollio punta tutto su se stessa e, forse perché tocca certi meccanismi elementari, magari persino inconsci, ha attraversato le generazioni. Io stesso mi ricordo che, da bambino, quindi un bel po’ dopo che i due erano morti (Hardy morì nel 1957, Laurel nel 1965 e continuò a scrivere soggetti per “Stanlio e Ollio” anche dopo la morte del compagno) c’erano dei fumetti, o delle strisce, con loro storie. Ancora oggi, i loro film o sketch girano in tv non come metatesto o testimonianza, ma come prodotti comici in sé autosufficienti.
A questo proposito riporto un aneddoto.
All’inizio del film c’è Stan che lavora alla macchina da scrivere e, dietro di me, sento una bambina che domanda, riferendosi alla macchina: “Mamma, che cos’è quella?”.
A parte notare che Stanlio e Ollio, nel 2019, portano ancora al cinema le famiglie, molto probabilmente quella bambina non avrà afferrato per intero tutte le vicende umane e professionali di Laurel e Hardy.
Ma quando Stanlio e Ollio erano sullo schermo la sentivo ridere.     
 

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L'AUTORE Rubrus

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