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Nani

"PUNTO E A CAPO" Racconto Horror / Mistery / Pulp

di Rubrus

pubblicato il 2019-05-03 14:40:18


Giancarlo Favero trovò il nano sul vialetto di casa, uscendo di buon'ora
Sorrideva giulivo, nel suo completo rosso, giallo e blu, le labbra stirate in un vermiglio sorriso di terracotta. 
Era tutto in terracotta, in effetti, compreso il cappello a punta e il martello levato per aria, in procinto di abbattersi sull'incudine che teneva tra le gambette rachitiche.  
Per un secondo, gli parve quasi grazioso e l'uomo si scoprì a sorridere nell'aria tersa del mattino. Ma durò poco. A guardarlo da vicino, come Favero fece chinandosi in un lieve scrocchiar di ginocchia, il nano non era del tutto simpatico. 
Nella sinistra, appoggiata sull'incudine, reggeva una pentola, ma non sembrava aggiustarla. Pareva piuttosto che la stesse sfasciando e che ci prendesse gusto, i denti che baluginavano tra i labbroni scarlatti.
Favero si rizzò in piedi e, questa volta, le ginocchia protestarono sonoramente. 
«Bastardi» disse ad alta voce.
 
«Ma ti rendi conto? Un nano da giardino in... in... in giardino ecco!» Favero disse le ultime parole urlando, come a soffocare il senso di ridicolo che vi si nascondeva  
«Beh, sempre meglio di una testa di cavallo morto nel letto»
«È intimidazione, no? Non è così? Non ti pago perché sia intimidazione? Che razza di avvocato sei?». 
«Quello che probabilmente eviterà che il PM si faccia quattro risate alle tue spalle»
«I giudici! Buoni, quelli. A proposito, come va il processo per concussione?»
«Come deve andare. Lentamente. C'è la questione della pregiudiziale amministrativa. Il TAR ha respinto la sospensiva chiesta dal Comitato per il Bosco Vecchio e quindi, allo stato, la variante del PGT appare legittima, anche sotto il profilo del fumus boni iuris. Direi che c'è abbastanza fumo perché il GIP proceda coi piedi di piombo, se mi permetti il gioco di parole. È la faccenda dell'evasione fiscale che mi preoccupa, piuttosto»
«Oh, andiamo... non siamo nella Chicago degli anni '30 e io non sono Al Capone. Non finirò dentro per quello. Be’, forse hai ragione tu: meglio farsi quattro risate. Quella è gente contraria al progresso. Nani... tzè. E perché non il lupo cattivo? Tanto non mi spavento lo stesso. Sono dei poveri malati, altroché. Come si chiama quella malattia?»
«NIMBY. Not In My Backyard. Non nel mio giardino. E non è una malattia: è l'atteggiamento di chi si oppone alla realizzazione di opere necessarie, ma non nelle proprie vicinanze»  
«Ci potresti fare un articolo sopra» 
«Non io. Come hai detto prima, sono una “razza di avvocato”».
Giancarlo Favero scorse mentalmente la nutrita serie di insulti di cui disponeva, poi lo sguardo gli cadde sul plastico che rappresentava il centro commerciale che avrebbe dovuto sorgere al posto del Bosco Vecchio, proprio davanti a casa sua, e lasciò perdere. 
Se l'unica arma di cui il Comitato disponeva era un nano di terracotta...
Chiuse il telefono senza salutare il legale dall'altro capo del filo e non ci penso più per tutto il giorno.
Trovò il secondo nano quella sera, tornando a casa. 
 
Mentre guidava l'auto dentro il garage, Favero aveva notato una luce non allineata con i faretti infissi nel terreno ai lati del viale, così era sceso a controllare e aveva trovato un altro di quei maledetti nani in terracotta, con tanto di pancia sporgente e venerabile barba candida. 
Reggeva una torcia accesa, probabilmente alimentata da qualche batteria. Una minuscola fiamma finta spandeva una vivida luce dorata. 
Quando, accosciatosi, allungò un dito per toccarla, la plastica (o qualunque cosa fosse) lo ustionò con uno sfrigolio quasi impercettibile. Favero lanciò uno strillo e ritrasse la mano, mentre sull'indice gli si andava formando una microscopica, dolorosa bolla. 
Fece un passo indietro, sollevò la gamba per mollare un calcio, poi, all'ultimo secondo, si fermò sogghignando.
Si chinò di nuovo, afferrò la statuina, che si rivelò molto più pesante di quanto pensasse (forse non era fatta solo di terracotta) e la tenne dritta davanti alla faccia, mentre quella sembrava restituirgli un sorriso beffardo. 
«Ti chiamerò “Brucialo”» disse a voce alta, quindi, a grandi passi, ripercorse il viale ed appoggiò la statuina sul muretto di recinzione, poi si diresse verso casa, prese il primo nano, il calderaio, e lo pose accanto all'altro.
«Brucialo, ti presento “Schiaccialo”» declamò.
Forse qualcuno del Comitato era venuto a godersi lo spettacolo. Be’, che se lo gustasse.
Fece un plateale gesto dell'ombrello all'immaginario spettatore – anche se ci fosse stato non lo avrebbe visto: la sua casa era l'ultima del paese e, appena dopo le rade luci dei lampioni, iniziava il buio fitto del bosco – e tornò all'auto.
 
Il terzo nano faceva il vasaio.
Durante la notte, qualcuno doveva essere andato a posarlo accanto ai compagni. Si era anche premurato di girarli tutti e tre verso la casa e, quando Favero si affacciò alla finestra, lo salutarono coi loro sorrisi odiosamente bonari.
Il nano vasaio aveva un abito giallo e marrone. Gli avambracci erano scoperti e muscolosi e reggevano il collo di un'anfora in miniatura. Ancora una volta, malgrado l'aspetto pacioso, accentuato dai pomelli rossi sulle guance, aveva un che di minaccioso e dava l'impressione di voler spaccare l'anfora con la sola pressione delle dita.
«Tu sei “Stritolo”» ridacchiò Giancarlo Favero, ma il suono della sua risata non gli piacque per niente. Era troppo nervosa.
 
Per tutto il giorno non riuscì a concentrarsi sul lavoro. Quei nani in terracotta erano un messaggio chiaro: “possiamo colpirti quando vogliamo”.
Per la prima volta, Favero fu pentito di avere preso quella villetta isolata, fuori dal paese, che solo una vecchia e malmessa strada provinciale separava dal Bosco Vecchio – lo stesso che in capo a un paio d'anni avrebbe dovuto sparire per fare posto al centro commerciale.
All'epoca, aver scelto quella casa gli era sembrata una buona idea: non solo era destinata a salire di valore, non solo gli avrebbe permesso di controllare lo svolgimento dei lavori, ma era la dimostrazione evidente che lui non era uno di quei palazzinari che rovinano ambienti incontaminati ed innalzano monumenti al degrado urbano mentre si godono le loro ville con piscina. Diamine, lui avrebbe abitato davanti al frutto dei suoi progetti e delle sue fatiche.
Per un paio di volte fu sul punto di chiamare la presidentessa del Comitato e, per un paio di volte, lasciò perdere. Mica avrebbe confessato di perseguitarlo con quegli scherzi idioti. Lui, di certo, non l'avrebbe mai fatto.
E poi quella era mezza matta. Non solo era animalista e ecologista e ambientalista e chissà quanti “ista”. Si diceva che fosse una specie di sacerdotessa di qualche strano club o setta o chissà cos'altro... zucca, mucca, wicca... qualcosa del genere.
Capace che si facesse ingroppare una sera sì e una no dall'alano che le scodinzolava intorno...
Al pensiero del cane della Presidentessa un sorriso si dipinse sul volto di Favero, distendendogli, per la prima volta in quella giornata, le rughe di preoccupazione che aveva disegnate sul volto.
Afferrò il telefono e, questa volta, compose un numero.
 
«È sicuro di volerselo portare a casa, dottore?» disse Gregorio, l'uomo della sicurezza, passandogli il guinzaglio «Rusty non è esattamente un cane da salotto».
Pochi minuti prima, Gregorio gli aveva detto che l'animale era un incrocio di dobermann, dogo argentino e chissà quali altre bestiacce che Favero si era già dimenticato. L'essenziale era che fosse un bastardo e che fosse pericoloso.
«È vero che Rusty la conosce... la conosce abbastanza, ma io mi occupo di lui da tre anni e, prima di avvicinarmi, mi sincero sempre che sia di buon umore. Non si sa mai».
Quando Favero strinse il guinzaglio, il cane lo fissò con occhi iniettati di sangue, piccoli e diffidenti, emise un brontolio come quello di un grosso motore in folle, ma non fece altro.
«È solo per qualche giorno. E poi lo terrò alla catena» precisò Favero. Che Greg non facesse troppe storie. Era un suo dipendente e doveva badare alla sicurezza dei suoi cantieri, quindi che non alzasse troppo la cresta.
«Mi auguro che sia una catena robusta» insisté l'uomo.
Favero annuì. Aveva un vecchio catenaccio nel garage. Non era molto lungo, ma sarebbe andato bene lo stesso. 
«Non ha intenzione di lasciarlo libero di notte, vero?» 
Ovviamente quella era stata l'originaria intenzione di Favero; per come la vedeva, quel sacco di pulci era di sua proprietà e quindi tenuto ad obbedirgli, ma ora che ce l'aveva accanto...
L'animale si sdraiò al suolo. Non fu un movimento aggraziato, come quello della maggior parte dei cani. Si lasciò semplicemente cadere, come un sacco di sabbia mollato di colpo.    
Favero immaginò Rusty che si svegliava a mezzanotte con l'idea di uno spuntino e si accorgeva di quanto sottili fossero i vetri di casa sua, ad appena un metro e mezzo da terra.  
«Questa belva è capace di salti di un paio di metri» lo avvertì l'uomo, come se gli avesse letto nel pensiero.
Favero trascurò di informarlo che il muretto intorno a casa sua era alto appena un metro, tirò il guinzaglio e invitò la bestia a seguirlo. Il cane sbadigliò e si alzò con degnazione.
«Ci starò attento, al suo cane, tranquillo. Ho bisogno solo un... dissuasore».  
Rusty, tirandosi dietro Favero, trotterellò verso l'auto. Pareva intenzionato a salirci e l'uomo non vedeva motivi per contrariarlo. 
Un dissuasore? Favero aveva l'impressione di avere al guinzaglio l'equivalente canino di una testata nucleare tattica, ma, dopotutto, era proprio quello che cercava.      
  
Dopo Schiaccialo, Brucialo e Stritolo era la volta del nano giardiniere.
Stava nascosto (acquattato, fu la prima parola che venne in mente a Favero) ai piedi di un cespuglio di agrifoglio che cresceva accanto all'ingresso (non che Favero amasse particolarmente il verde, ma, se per dare l'impressione di un cittadino attento all'ambiente anche nelle piccole cose era necessario pagare un giardiniere... be’, tanto valeva farlo).   
La statuina indossava una salopette verde e reggeva un grosso paio di forbici, che teneva aperte. All'altezza del petto c'era una targhetta gialla su cui era scritto qualcosa in caratteri neri come gocce di petrolio: “Con me, le vostre piante non daranno più problemi”. La bocca era spalancata in una risata sguaiata che rivelava la gola vermiglia e non c'erano dubbi su quale fosse l'esatto senso della frase. 
Il nome del nano non poteva che essere  “Taglialo”.
«E con questo siamo a quatt...» disse Favero avvicinando la statuina a Rusty e rendendosi conto, troppo tardi, di avere appena commesso un terribile errore. 
L'animale era appena sceso dall'auto, si trovava in un ambiente sconosciuto e avrebbe potuto interpretare il gesto come una minaccia: gli sarebbe bastato spiccare un balzo e probabilmente gli avrebbe staccato un braccio con la facilità con cui si strappa un'ala di pollo troppo cotto.
Rusty invece puntò le zampe a terra, rizzò, per quanto poteva, il pelo raso e, sbavando, emise dei latrati che avrebbero intimidito un leone... ma non si mosse.
Anzi, arretrò verso l'auto, facendo sbilanciare Favero in avanti.
La statuetta gli cadde di mano, finendo sul cemento, ma non si ruppe, continuando a rivolgere verso di loro il suo eterno scoppio di ilarità.
Cautamente, Favero la raccolse e la mise sul muretto, accanto alle altre. Nella luce calda della sera, il rosso dei loro cappelli a punta aveva  una tonalità sanguigna. 
Quando la statuina fu messa a debita distanza, il cane scese dall'auto, continuando a fissarla con un sordo ringhio sommesso, come se nel petto gli ronzasse uno sciame di calabroni impazziti.
Favero si accorse di sudare in tutto il corpo e, delicatamente, molto delicatamente, tirò il guinzaglio. 
Il cane si lasciò condurre, affrettandosi a superare i nanetti, ora in fila in cima al muretto  come per un beffardo comitato di accoglienza, poi corse verso casa trascinando l'uomo come se fosse un bambino di tre anni. 
Pian piano, Favero riuscì a portarlo verso il garage, assicurò il guinzaglio a un anello che era infisso al muro (era provvidenzialmente infisso al muro, pensò), entrò nel garage, cercò la catena e sostituì il guinzaglio con essa, poi tornò all'auto, vi salì e parcheggiò, infine uscì e si diresse verso la casa.
Per tutto il tempo, Rusty stette immobile, rivolto verso l'ingresso, là dove, sul muretto, erano allineate le statuine dei nani.
Prima di entrare in casa, Favero si fermò sull'uscio, tergendosi il sudore con un fazzoletto.        
«Per la miseria» mormorò «per la miseria»
 
La mattina successiva, ancora in pigiama e ciabatte, Favero perlustrò l'intero giardino, frugando tra i cespugli, dietro ai mucchi di terra, in mezzo alle aiuole di fiori, poi uscì ed ispezionò l'ingresso, spingendo lo sguardo lungo la strada che si perdeva ad est ed ovest tra scintilli di rugiada ed ombre notturne che si ritiravano. Di tanto in tanto, si voltava verso Rusty, che sonnecchiava nel sole placido d'inizio giorno. Solo un orecchio roteava metodico qua e là, come un minuscolo radar peloso.
Niente nani.
Applaudì in un irrefrenabile, quasi puerile slancio di contentezza e guardò Schiaccialo, Brucialo, Stritolo e Taglialo allineati come scolaretti sul muro dove li aveva lasciati.
Tutto stava tornando come doveva essere... anzi, per essere esatti, tutto stava tornando ad avere le giuste proporzioni. E i nanetti non erano che statuine in terracotta colorata, alte circa un metro, cappello compreso.
Si avvicinò loro, studiandoli. 
E non erano fatti neanche male. Il ceramista era stato davvero bravo. Allungò la mano verso Taglialo, sfiorandolo. Inaspettatamente, la torcia di Brucialo fiammeggiava ancora, anche se in modo molto meno evidente, nella luce del giorno.
Non avevano niente di minaccioso.
Erano ilari, giocondi, chiassosi nani da giardino. Kitsch, se Favero avesse conosciuto l'esatto significato della parola “kitsch”.  
Se (se) sembravano inquietanti era perché, ai loro sorrisi, alle loro risate, si accompagnavano occhi neri, fissi, senza espressione.
La brezza mattutina attraversò la stoffa leggera del pigiama di Giancarlo Favero, facendolo rabbrividire.
Anzi no. Non erano del tutto inespressivi. 
Si passò le mani sulle braccia, massaggiandole. Gli era venuta la pelle d'oca.
Se li si fissava a lungo, se li si fissava con la luce giusta, se li si fissava intensamente, vi si scorgeva uno sguardo intento, ostile. Occhi che ti scrutavano. Che sembravano seguirti. Che sembravano...
Favero non era quel che si dice un esperto ed espresse, ad alta voce, quello che per lui era il massimo apprezzamento che si potesse riservare a un prodotto artistico.
«Sembrano veri»
Il rombo lontano di un'auto lo scosse dalle sue riflessioni.
Che diavolo. Era in pigiama su una strada pubblica.
Balzò dentro il giardino e si diresse frettolosamente verso casa, tutte e due le orecchie del cane che si erano rivolte verso di lui, benché l'animale sembrasse ancora addormentato. 
Si stava facendo... sì, si stava facendo suggestionare. 
Prima di entrare si voltò verso il bosco al di là della strada. In effetti, si può dire che lo vide per la prima volta e rimase lì, incantato, ignaro dell'aria diaccia che gli si infilava sotto il pigiama. 
Non si era mai reso conto che gli alberi fossero così grandi. 
Quelli che si affacciavano sulla via avevano un diametro di almeno un metro e mezzo ed alcuni avrebbero potuto essere abbracciati solo da due uomini. E non erano che i primi. Dietro, là dove l'ombra era più fitta, ce ne dovevano essere di più grossi. Di molto, molto più grossi.
Avrebbero sovrastato la sua villetta, sperduta alla periferia del paese, a quasi mezz'ora dalla casa più vicina, come, come... oh accidenti, come una casetta di nani sperduta nel folto della foresta.   
Entrò in casa, sbattendosi la porta alle spalle.
Rusty reagì con un sommesso, infastidito ringhio di protesta, gli occhi porcini rivolti, vigili, verso l'ingresso.
 
«Come sarebbe a dire che non puoi andare all'udienza?»
Giancarlo Favero stava urlando al telefono, coprendo la risposta che, a dire il vero, l'avvocato gli aveva già dato tre volte.
Un accesso di tosse lo costrinse a smettere e il legale ne approfittò per inserirsi nella conversazione.
«Sarebbe a dire che ho avuto un... incidente»
Aveva esitato solo un secondo, ma, in quell'attimo, Giancarlo Favero aveva scorto un istante di debolezza e vi ci si era avventato sopra con un istinto simile a quello di Rusty, ancora alla catena in giardino.  
«Non è stato un “incidente”, vero? Ti hanno minacciato, vero? È andata così?»
«Senti, mettiamola in questi termini: non posso provare che non sia stato un incidente e quindi è stato un incidente, ma mi sono reso conto che “Giancarlo Favero gli pagava delle laute parcelle” non mi piacerebbe, come epitaffio. In ogni caso...»
Favero non stette ad aspettare il seguito. Sbatté il telefono sulla forcella – era senza cellulare da due settimane perché aveva già rotto il quinto, in quel modo, e, se rimpiangeva qualcosa dei vecchi telefoni in bachelite era la loro resistenza – e si precipitò in strada.  
Urlò qualcosa che era a metà tra un saluto, una minaccia e un avvertimento alla guardia all'ingresso e si catapultò nell'auto.
Che glie lo dicesse in faccia, quello smidollato azzeccagarbugli, che non intendeva lavorare più per lui. E tutto perché... perché... aveva blaterato qualcosa circa i bulloni allentati di una ruota.
L'abitazione dell'avvocato si trovava dal lato opposto del paese e qualcosa – più il timore degli autovelox che la preoccupazione per la sicurezza di innocenti passanti – indusse Favero ad imboccare la provinciale.
Superò due camion e quattro autovetture – di cui una sulla destra, prima di inchiodare di colpo, tra bruciare di gomme e stridore di freni, in prossimità di casa sua.
In mezzo, esattamente al centro della carreggiata, stava il quinto nanetto.
Come gli altri, sorrideva tutto contento nella sua tenuta da lavoro: una tuta da meccanico con tanto di macchie di grasso.
In mano, reggeva una chiave inglese a grandezza naturale, su cui era inciso il nome che Favero compitò sillabando, come uno scolaro un po' tardo.
“Svitalo”. 
 
Antonio Nocito era grosso e massiccio, col viso squadrato. Un po' ricordava Brian Dennehey, l'attore che interpreta lo sceriffo cattivo del primo “Rambo”. La somiglianza però, finiva lì.  Era tranquillo e sornione e, dopo trent'anni a capo della polizia municipale, aveva risolto più questioni col buon senso e con la tecnica del lasciar correre, piuttosto che facendo il muso duro.
In quel momento, però, Giancarlo Favero avrebbe preferito avere davanti un vero poliziotto cattivo.
Uno sceriffo, poi, con tanto di stella e Colt alla cinta, sarebbe stato il massimo.
«È violazione di domicilio, minacce, danneggiamento!» urlò per la terza volta. Dopo anni passati nei tribunali, di solito dalla parte scomoda del banco degli imputati, aveva acquistato una certa dimestichezza col gergo legale.
«Allora lei sostiene che ignoti si sarebbero introdotti nel suo giardino e vi avrebbero posato dei... mmh... nani da giardino»
Calcò l'accento su “ignoti” e Favero comprese immediatamente il sottinteso: stai per caso accusando qualcuno, amico? Qualcuno di preciso? Perché se è così e se mi costringi ad aprire una pratica... be’... è meglio che tu abbia degli elementi precisi.       
Favero si acquietò o, per meglio dire, si sgonfiò e, quando lo ripeté per la quarta volta, lo disse in modo diverso.
«Sì. Da un po' di giorni mi trovo in giardino dei nani di terracotta, senza che io ce li abbia messi» e certo non ci sono arrivati da soli fu sul punto di aggiungere, ma si zittì. Perché, c'era bisogno di dirlo? No, non c'era bisogno.
«Mmmh» muggì Nocito «e, per caso, ci sono stati danni, segni di scasso...»
«Be’... no, non..»
«Magari qualche pianta rovinata, l'erba calpestata…»
Favero non disse nulla. Nocito emise un lungo, pacioso sospiro. Favero rifletté che, malgrado tutto, il capo della polizia locale somigliava allo sceriffo cattivo di Rambo. Anche lui ostile, anche lui prevenuto. Ma in  modo diverso, sottile. Insidioso.
«E... ha con sé qualcuno di quei... nani?»
Favero si morse la lingua. No che non ce l'aveva. E non poteva mica dirgli che era sceso dall'auto, si era avvicinato alla statuina come chi si accosta a un marchingegno dall'aspetto equivoco che fa tic – tac / tic – tac, poi aveva girato i tacchi, era salito in auto ed era ripartito badando bene di girargli alla larga perché... oh, accidenti lo si poteva anche dire: perché aveva avuto una fifa blu.
«Senta» protestò «so che può sembrare una faccenda assurda, o ridicola, ma chiedo se non si può avere non dico una qualche forma di protezione, ma così, magari una volante che passa di lì più spesso e... io voglio essere protetto! Io pago le tasse e...»
Lo sguardo gli cadde sul quotidiano che il capo della polizia locale teneva sulla scrivania. Era aperto alla pagina di cronaca ed il resoconto della prima udienza nel processo che vedeva Giancarlo Favero imputato per frode ed evasione fiscale era il primo titolo, in corpo venti. 
Nocito sorrise, conciliante. «Certo» disse «capisco»
  
Ariella Brandi, Presidentessa del Comitato per il Bosco Vecchio, era una professoressa universitaria ridottasi a insegnare al liceo locale.
Favero era al corrente di tutta la faccenda; “conosci il tuo nemico” era il suo motto.
Un paio di anni prima era venuto fuori che la Brandi era una sacerdotessa di quella specie di religione (“picca”, “micca”... prima o poi si sarebbe ricordato il nome giusto). Il fatto aveva destato  un certo scalpore nel ristretto ambiente universitario e, contro di lei, c'erano stati parecchi mormorii: i benpensanti temevano che i loro teneri virgulti venissero traviati e si mettessero ad andare in giro vestiti di arancione e suonando cembali – o qualunque cosa facessero gli adepti della... wicca, sì, doveva essere “wicca” il nome esatto.
La Brandi aveva sostenuto che, se frequentava certa gente, era solo in quanto docente di storia medioevale – e che, dopotutto, erano affari suoi. Per evitare grane, però, aveva deciso di cambiare città e sede di insegnamento.
E a quel punto erano cominciate le grane di Favero.
Il dannato Bosco Vecchio era più che vecchio: era Antico, una testimonianza del passato, una reliquia della Foresta Planiziale Primaria, un prezioso punto di sosta per gli uccelli di passo e per chissà quale altra bestiaccia dal nome impronunciabile.
E via di comitati, petizioni, marce, interviste, manifestazioni e ricorsi al TAR.  
Favero considerava i ricorsi degli ambientalisti come le zecche sui cani: ogni volta che cercava di costruire qualcosa in questo maledetto paese i ricorsi si attaccavano al progetto come... come le zecche... e iniziavano a succhiare sangue.
La Brandi si era rivelata oltremodo tenace e gli costata parecchio sangue – alias denaro finito in tasca agli avvocati, a cominciare da quello smidollato che l'aveva piantato in asso poco prima.
Eccola lì, comunque, la Brandi, carica di libri che anche la dea Kalì avrebbe fatto fatica a reggere e con accanto, al solito, quell'alano che sembrava un cavallo camuffato da cane.   
Curioso. Favero aveva sempre pensato che i gatti fossero animali da streghe, ma, negli ultimi tempi, era un po' meno saldo nelle sue opinioni. Non tanto incerto, comunque, da dubitare delle proprie capacità di persuasione.
Immaginò di essere a una cena elettorale, sfoderò il suo sorriso migliore e si diresse verso la Brandi come un ambasciatore verso uno sceicco che trasuda petrolio da ogni poro.  
«Mia cara dottoressa» esordì «Immagino abbia saputo l'esito della decisione del TAR».  
Il cane si volse verso Favero manifestando un vitreo interesse, di poco superiore a quello della padrona.   
L'uomo si fermò a distanza di sicurezza, in atteggiamento così amichevole che si sarebbe detto che, dei tre, era lui quello che doveva scodinzolare.
La donna si spinse gli occhiali sul naso, reggendo tre libri con una mano e tenendo fermo col gomito un quarto che minacciava di cadere «Non la credevo così spregevole da vantarsi della vittoria con l'avversario sconfitto, ma lei riesce sempre a sorprendermi».
Favero assunse un'aria contrita.  «Suvvia, dottoressa... ha detto bene: “avversario”, non “nemico”. E poi non è affatto una vittoria. Diciamo che... ho segnato un punto a mio favore».
La Brandi riequilibrò i libri, dando prova delle sue abilità di giocoliere. 
«Certo... i lavori potranno proseguire, per ora... ma è una decisione provvisoria, i suoi avvocati glie lo avranno spiegato. Insomma, la Sentenza potrebbe darle ragione».
La donna lo guardò con un misto di curiosità ed ammirazione: sembrava persino dispiaciuto.
«Sta cercando di dirmi qualcosa?» chiese. Dal tono sembrava disporsi a una lunga conversazione. L'alano si sedette a terra con la dignità di un maggiordomo inglese e Favero si fece ancora più sotto, persuaso che quel bestione non fosse affatto pericoloso... o almeno non volesse esserlo. Fugacemente, si domandò che esito avrebbe avuto uno scontro tra lui e Rusty. 
«Ecco, vede... ho voluto vederla qui, informalmente, senza avvocati di mezzo. Si sa come sono gli avvocati, tentano sempre di tirare le cose per le lunghe. Ed è proprio questo il punto. La lunghezza». Allargò le braccia ed assunse un tono da uomo di mondo, che passa da un consiglio di amministrazione all'altro. Un problem solver, come amava definirsi.  
«Immagini che cosa succederebbe se un domani il TAR ribaltasse l'ordinanza. Mi troverei coi lavori a metà e non potrei proseguirli. Anzi, dovrei distruggere gran parte di ciò che ho fatto. Un vero disastro. D'altro canto, se la Sentenza confermasse l'ordinanza, sarebbe un disastro per lei» non riuscì a trattenersi dal sollevare un indice, in tono vagamente ispirato «ma la vera catastrofe sarebbe per il Bosco Vecchio. Quello, sarebbe rovinato comunque».
La Brandi ebbe un impercettibile sussulto. Per mesi Favero aveva parlato della “boscaglia”, della “macchia”, dello “ammasso di verdura”, ma mai del “bosco”.  
Portò tutti i libri sotto l'ascella destra e grattò con la mano sinistra la testa del cane, che reagì con un mugolio quasi gattesco.
«Vede, dottoressa Brandi, io non sono un mostro, anche se mi dipingono così. Certo, credo nel progresso, certo, credo in quello che faccio ma...» certo che ci credi – pensò la Brandi – soprattutto mentre lo dici. Ci credi davvero. Per questo menti così bene. «... ma comprendo il valore naturalistico del bosco. Persino quello culturale. Così pensavo... pensavo che potremmo studiare un progetto alternativo, io e il Comitato. Qualcosa che salvaguardasse le reciproche esigenze, tenesse conto della diversità di posizioni e si basasse sui punti che riusciamo a condividere» ok le stai proponendo una tregua disse una voce nella testa di Favero, una voce che ricordava quella dell'infermiera che, quand'era bambino, gli faceva le punture ricostituenti Non farne una tragedia. Una tregua non è una resa. E questo tu lo sai bene.  
Rimasero in silenzio per qualche secondo. I libri sotto il braccio della donna oscillarono ancora, ma non caddero e un corvo gracchiò da qualche parte nel cielo sopra di loro. 
L'alano drizzò le orecchie, fissando Favero. Forse aveva sentito qualche suono che gli umani non potevano udire, ma l'uomo ebbe l'impressione che l'animale avesse percepito i suoi pensieri.
Un soffio di vento attraversò la strada facendo frusciare una siepe ornamentale lì accanto e Favero non poté evitare di pensare ai grandi alberi del bosco davanti a casa sua che stormivano a quello stesso vento. Agli alberi e a ciò che si poteva nascondere tra essi.
Quando la Brandi parlò, la sua voce sembrò più vecchia e più saggia.
«Le sta succedendo qualcosa» disse «non so cosa, ma è qualcosa di strano, non è così?»
Favero non disse nulla. Guardava quella donna alta e segaligna, dinoccolata, e si ricordò del vecchio detto “il cane assomiglia al padrone”. O era il padrone che somigliava al cane?.
«Qualcosa di molto strano, decisamente» la sua voce era quasi triste «Non riesce a capirlo, non riesce a spiegarlo... e ha paura» sospirò e sorrise. Un sorriso amaro. Di colpo, sembrava molto vecchia. 
«Lei e quelli come lei... oh, maledizione, la maggior parte della dannata umanità se è per questo, vivete come accanto a un grosso orso addormentato. Acquistate confidenza e vi avvicinate. Parlate a voce alta, lo toccate con bastoni sempre più corti e poi anche con le mani. Ma non è morto, è in letargo. La maggior parte di voi è fortunata e, per tutto il tempo della vostra vita, l'orso continua a dormire. Ma qualche volta si sveglia».
Il cane, senza preavviso, si alzò in piedi e la Brandi si mosse con lui, aggiustandosi di nuovo gli occhiali.
«È stato sfortunato, dottor Favero» disse la donna «ma certe forze sono al di là del mio controllo, anche se volessi provare a dominarle».
E se ne andò, col cane che le caracollava accanto come un bizzarro destriero senza cavaliere. 
 
Seduto al tavolo del “Gargantua”, il miglior ristorante del paese, Giancarlo Favero sbocconcellava minuscoli frammenti di cibo.
Il maitre gli si era avvicinato già due volte per domandare se la cena fosse di suo gradimento e, tutt'e due le volte, aveva ricevuto in risposta un grugnito affermativo. La terza volta, quando ormai la sala mostrava il vuoto malinconico della tarda serata, gli si era avvicinato per chiedergli se desiderasse compagnia. Favero aveva emesso un grugnito negativo.
Era azionista di maggioranza del locale e non aveva mai avuto problemi a ordinare al personale qualunque cosa desiderasse, senza eccezioni. I più svegli avevano fatto il possibile per accontentarlo.
Per come la vedeva lui, chi censura i desideri lo fa solo perché non può permettersi di soddisfarli e la morale è un nome ipocrita che si usa per definire la mancanza di potere.
Non si era mai fatto illusioni sugli esseri umani, a cominciare da se stesso, e non c'era malumore che potesse essere scacciato da una buona cena, una buona bevuta e quattro capriole tra le lenzuola. Tolto di mezzo il malumore, rimaneva il problema e quello lo si poteva risolvere, di solito, con l'intelligenza, la grinta e, se necessario, qualche colpo basso.
Solo che quella sera…
Schioccò le dita, ordinando il conto che si sarebbe detratto dalla dichiarazione dei redditi. 
Quella sera il malumore non se ne voleva andare.
Analizzò la faccenda. In effetti, non era successo niente. Non si poteva parlare di danni, né di minacce, neppure “velate” come ci si premurava quasi sempre di aggiungere. Il problema era la sensazione che tutta la vicenda gli procurava. 
Forze all’opera.
Ecco, era quella l'impressione che riceveva. Quell'esaltata della Brandi l'aveva espressa a parole meglio di quanto lui potesse fare e, nel cervello, gli si era accesa una luce. Non una lampada, piuttosto una candela, ma sempre meglio di niente. L'impressione di una forza ostile, aliena, incomprensibile e vicina. La stessa impressione di forza che gli pareva di avvertire (anche se, fino a quel momento, non se ne era reso conto) quando osservava il bosco al di là della strada davanti a casa sua. 
Il cameriere gli portò il conto, Favero controllò se ci fosse apposto il timbro “pagato” e lo mise automaticamente in tasca. Il fatto che lo ordinasse non significava che dovesse saldarlo.
Prima di andare a cena aveva dato un'occhiata alle panzane (panzane? Sì panzane, se stanno sul web non possono essere che fesserie) messe in giro dal comitato circa l'importanza del bosco sotto il profilo archeologico: druidi, driadi, culti matriarcali della natura… 
Si accese un sigaro. Se fosse stato proibito fumare, qualcuno sarebbe venuto a dirglielo.
Le religioni, tutte le religioni erano una marea di sciocchezze. Per quel che lo riguardava, non c'era nessuna differenza tra la statua di un santo, quella di un dio pagano e… be’, per la miseria… un nano da giardino. 
Si alzò rumorosamente dalla sedia e, per un attimo, riconsiderò l'idea di mandare a chiamare una puttana (escort, si chiamavano adesso), poi lasciò perdere. Aveva l'impressione che non avrebbe combinato granché e sarebbe stato denaro buttato. Diamine, per come si sentiva, avrebbe potuto persino mettersi a chiacchierare, come certi patetici sfigati solitari.
E poi quel giorno aveva parlato abbastanza: con l'avvocato, con la polizia, con la Brandi. 
Non c'erano altri con cui tirar fuori quello che si sentiva sullo stomaco. 
Si era sempre vantato di essere un tipo solitario, che risolveva i problemi da sé senza chiedere aiuto a nessuno.
Ma, per la prima volta, quella sera si sentì solo.  
 
Fuori dal “Gargantua”, Favero rabbrividì.
Un vento umido e freddo soffiava da nord – ovest, spingendo masse compatte di nuvole che parevano cancellare le stelle come un immenso straccio nero che venisse passato sul cielo.
Salì in auto, sentendosi intorpidito come se avesse mangiato un montone, benché non avesse quasi toccato cibo e il caldo luminoso dell'abitacolo lo avvolse in un abbraccio protettivo.
Qualche goccia di pioggia iniziò a cadere, lenta, pesante, come se precipitasse per la stanchezza, più che per la forza di gravità.
Giancarlo Favero si ricordò di certi viaggi in auto con suo padre nelle sere di pioggia, in compagnia del ronzio del riscaldamento e del fruscio liquido delle gomme sull'asfalto, quando, per qualche istante, riusciva a convincersi che lui e il suo vecchio fossero in viaggio insieme, da soli nel mondo buio, che suo padre l'avrebbe protetto e che non gli sarebbe successo nulla di male...
Scacciò il pensiero scuotendo la testa come un cane che si scrolla l'acqua di dosso e mise in moto.
Il paese gli sfilò intorno, rapidamente, mentre le case si facevano sempre più distanti l'una dall'altra e le luci più rare nell'oscurità crescente. In breve, imboccò la provinciale, diretto a casa.
Il temporale lo raggiunse e si scoprì a rallentare, benché la pioggia o la scarsa visibilità non fossero mai riuscite a farlo andare più piano.
Non ho voglia di tornare a casa.
Il pensiero lo colpì con l'evidenza dei tuoni che rombavano sopra la sua testa, tra un lampo e l'altro  e Favero accostò, parcheggiando sotto un platano flagellato dalla pioggia. Foglie e rametti cadevano incessantemente a terra, come abbattuti da sventagliate di mitra.
Improvvisamente si sentiva stanco, molto stanco.
No, non aveva voglia di andare a casa, in quella villetta sperduta, circondata dal bosco dove grandi alberi antichi agitavano i rami nella tempesta.
Non era... non era prudente, ecco.
Avrebbe fatto meglio a fermarsi un attimo. Mica per niente. Aveva mangiato poco, aveva bevuto... non aveva bevuto tanto, ma un paio di bicchieri se li era scolati e non era il caso di andarsene in giro con quell'acqua.
Poteva starsene lì, per un po' almeno, in attesa che smettesse di piovere.
Sì, e magari spegnere il motore e chiudere un po' gli occhi e riposare e...
 
Lo svegliò Antonio Nocito. Batteva sul vetro da chissà quanto e gli teneva la torcia puntata addosso come per un interrogatorio.
Quando Favero, dopo avere smanacciato a caso, aprì il finestrino, l'aria fredda lo svegliò del tutto.    
«Si sente bene dottor Favero?» chiese Nocito con una curiosa voce mielata.
Favero sbatté le palpebre e alzò la mano per proteggersi dalla luce.
Bene?  No, non si sentiva bene, si sentiva...
«Io... credo di essermi addormentato. Mi sono fermato. Pioveva».
Il poliziotto sorrise, spostando la luce. «Saggia decisione» confermò annuendo «ora ha smesso».
Favero sporse la testa oltre le spalle dell'uomo. La notte era ancora fonda e buia.  Doveva essere mezzanotte, l'una.
«È diretto a casa, vero?»
«Sì, io... » controllò l'orologio. Le undici e quarantacinque. Aveva dormito circa un'ora.
«Già» disse Nocito annuendo di nuovo «dove altrimenti dovrebbe andare?» A Favero parve di percepire un tono canzonatorio nella voce dell'uomo. Il poliziotto sorrise di nuovo e all'altro venne in mente la scena in cui lo sceriffo Teasle incontra Rambo, gli offre un passaggio, gli dice dove potrebbe fermarsi a mangiare e dormire... ma fuori città perché “non ci piacciono i reduci del Vietnam, da queste parti” e lo fa scendere dopo il ponte, dove il paese finisce e inizia la foresta.  Rambo si fa accompagnare, non dice una parola e scende dall'auto. Ma poi attraversa il ponte e torna indietro. E a questo punto cominciano i guai.
Favero pensò che Antonio Nocito, tutto sommato, assomigliava proprio a Will Teasle. Un poliziotto cattivo, pronto a farti il mazzo, che cerca solo il pretesto per chiuderti in una cella dove può prenderti a manganellate senza che nessuno senta le urla.
E che diavolo ci faceva il capo della polizia, in giro a quell'ora di notte, come una recluta di pattuglia?
«Le serve qualcosa, signor Favero?»
Già. Forse ad Antonio Nocito non piaceva Giancarlo Favero, anzi, a nessuno, in paese, piaceva Giancarlo Favero... e adesso il poliziotto non vedeva l'ora di dimostrarglielo.
«Ha bisogno di aiuto?» chiese ancora Nocito. A Favero venne in mente che anche suo padre gli faceva la stessa domanda, quando lui falliva in qualcosa. Poi prendeva la cinghia.
«No... io» farfugliò Favero mettendo in moto «...io vado a casa».
Il poliziotto si scostò quel tanto che bastava perché Favero potesse immettersi sulla strada e partire.
Lentamente, Favero si allontanò, guardando di tanto in tanto nello specchietto retrovisore.
Nocito non si mosse finché le luci dell'auto non scomparvero del tutto. 
 
Il cancello si aprì, lentamente. A Favero parve ci mettesse più del solito e che cigolasse, persino, come le porte delle case stregate.
Per un momento sperò che si rompesse, che lui non potesse entrare nel box e che avesse così un motivo per girare l'auto ed andare in qualche parcheggio custodito dove, già che c'era, passare il resto della notte. 
Ma il cancello si spalancò.   
I fari illuminarono il vialetto, lucido per la pioggia caduta, le file gemelle delle luci segnavia, la basculante del garage che si apriva rispondendo all'ordine silenzioso del telecomando mentre l'auto si avvicinava come un boccone pronto a essere inghiottito. 
Era già arrivato a metà strada quando si accorse che Rusty non c'era.
Favero inchiodò di colpo e l'auto avanzò per un buon metro, scivolando.
Vedeva l'ingresso del garage, gli attrezzi da giardinaggio e le lattine di olio per motori riposte ordinatamente sulle mensole in legno, ma non il cane.
Rimase interdetto per qualche secondo, poi scorse la catena a terra, avviluppata in un groviglio contorto che lanciava deboli baluginii metallici.
Aprì la portiera e scese, sbattendo ripetutamente le palpebre, quasi si aspettasse che, in un batter d'occhio, riapparisse la mole massiccia dell'animale, poi fece due passi avanti, portandosi all'altezza del muso dell'auto, i fumi di scarico e il suo fiato che si condensavano nell'aria della notte, raffreddata dalla pioggia.
Superò la macchina e distinse nettamente, sul muro del garage, il foro al posto dell'anello cui era infissa la catena. 
E a quel punto se ne rese conto.
Non c'erano nani all'ingresso.
Certo, la statuina dell'ultimo nano (Svitalo) era scomparsa, ma questo non era strano. Qualcuno poteva averla tolta di mezzo. Meglio ancora, qualcuno poteva averla travolta e ridotta in mille pezzi (almeno sperava, anche se qualcosa gli diceva che non era andata così). Però mancavano anche i nani posati sul muro accanto all'ingresso.
«Schiaccialo, Brucialo, Stritolo e Taglialo» si scoprì a compitare con voce quasi infantile. Be’,  potevano averli portati via. Già. E per metterli dove
Raggiunse la catena e la raccolse da terra. Che cosa aveva detto Gregorio? “spero che sia molto robusta”. Appunto. Forse non era abbastanza robusta. 
Si rialzò e si guardò intorno. L'erba e i cespugli lì accanto erano calpestati, strappati e scomposti, come se si fosse svolta una lotta furiosa. Spingendo lo sguardo nel buio, ebbe l'impressione che l'area devastata fosse molto ampia.
«Qualcuno è entrato, magari per mettere un altro di quei nani del cavolo, Rusty ha strappato la catena e adesso mi ritrovo brandelli di ambientalista sparsi per tutto il giardino» disse ad alta voce. Era l'unica spiegazione sensata, l'unica spiegazione logica, l'unica spiegazione che desiderasse, ma, nel momento stesso in cui la pronunciava, sapeva che non era vera.
Un soffio di vento, forse un tardivo colpo di coda del temporale, attraversò il giardino e Favero  credette di vedere (vide) minuscole ombre aggirarsi tra i cespugli cercando di nascondersi, ma non riuscendoci del tutto.
Sobbalzò, mentre si riempiva di sudori freddi. La catena, viscida, gli scivolò e lui la posò cautamente a terra, mentre spingeva lo sguardo tutt'intorno nel buio.
Quando fece per pulirsi le mani, si avvide che non erano bagnate di pioggia o sudore, ma di un liquido nero. Avrebbe potuto essere scambiato per olio per motori, o inchiostro, ma Favero aveva visto abbastanza incidenti nei cantieri da sapere che colore aveva il sangue di notte.
La calma che era riuscito a conservare fino a quel momento lo abbandonò del tutto e fu colto da genuino, puro, agghiacciante terrore.
Corse verso l'auto, che ancora rombava sonnolenta, con le luci accese, il tubo di scappamento fumante e la portiera spalancata. L'aggirò e si preparò a balzare al posto di guida, pronto a pigiare l'acceleratore, a invertire la marcia ed a filarsela il più lontano possibile.
C'era un nano, al volante.
O meglio, non era al volante. Le sue braccine, stando seduto al posto di Favero, non avrebbero potuto raggiungerlo.
Erano riuscite ad arrivare al cruscotto, però, e ora da esso pendevano cavi rossi, gialli, verdi e blu che la statuina reggeva tra le mani come brandelli d'intestino strappati. 
Il viso del nano era rivolto verso Favero e aveva il sorriso di un ghiottone che si è appena rimpinzato del suo piatto preferito.
La barba era sporca di qualche strana sostanza ed arrivava sopra all'etichetta gialla sulla tuta da elettrauto, dove si poteva leggere il nome di quel distruttivo artigiano: Sfascialo.     
Giancarlo Favero arretrò di qualche passo, pensando confusamente “se si muove impazzisco”, ma il nano restò fermo.
Quando la portiera glielo nascose alla vista, riuscì a recuperare un barlume di pensiero coerente. Doveva andarsene a piedi, percorrere il tratto di giardino fino all'entrata e quindi tutta la provinciale  che costeggiava il grande, venerabile Bosco Vecchio fino a...
Sbatté la portiera e si precipitò verso casa, mentre il suo cervello, lontano da quell'immagine intollerabile, riprendeva in qualche modo a lavorare, come un meccanismo che cerca di mettersi in moto dopo essersi ingrippato.
Come poteva funzionare, l'auto, se i fili erano stati strappati? Oh certo, avrebbero potuto manomettere solo lo sterzo, ma quello non era il problema principale, vero? Il problema più grosso era come avessero fatto a mettere il nano lì mentre lui stava osservando la catena.
Raggiunse la porta di casa, frugando nelle tasche mentre cercava le chiavi. Di solito era quello il momento in cui ti fregavano: quando la salvezza sembrava a portata di mano.
Riuscì a controllare il tremito delle dita, afferrare le chiavi, inserirle nella serratura e girare. Non aveva disattivato l'allarme, ma a quello avrebbe pensato dopo.
Spalancò la porta, mentre la luce sulla pensilina disegnava un piccolo, sbilenco, rassicurante quadrato luminoso sul pavimento.
Era già entrato in casa e stava già accendendo la luce, quando vide il settimo nano.
Era in mezzo al corridoio e vestiva un grembiule bianco, coperto di vivide macchie rosse. Nella destra stringeva una minuscola mannaia che dava l'idea di essere affilatissima. Gocce rosse stillavano copiose lungo la lama. 
A sinistra, tanto alto da arrivargli con la testa alla spalla, in modo da rispettare le proporzioni, stava un alano del tutto identico a quello di Ariella Brandi. Gli occhi erano microscopici frammenti di pietra rossa e le labbra erano serrate in un ringhio silenzioso. Con la bocca reggeva un collare in cui Favero non ebbe difficoltà a riconoscere quello di Rusty e dal quale penzolavano due anelli di catena strappati.
Il nano lo cingeva con un braccio, come se lo carezzasse. Teneva gli occhi chiusi e, sul volto l'espressione di un uomo prossimo all'orgasmo.
Non c'erano etichette col nome del nano, ma Favero sapeva esattamente quale fosse: Squartalo.
Cercò di urlare, ma dalla bocca non gli uscì alcun suono, poi le sue gambe parvero prendere una decisione al posto del cervello: girò su stesso e fuggì.
E si trovò in mezzo al bosco. 
Era la foresta della sua infanzia, la foresta delle fiabe, la foresta che aveva sempre abbattuto e, senza avvedersene, temuto in tutti i suoi trent'anni di attività di palazzinaro.
Ogni traccia del giardino era scomparsa e i suoi piedi poggiavano su un terreno coperto di erba e foglie, selvaggio e antico. Intorno, gli alberi erano colossali e solenni, come se dovessero reggere la volta del cielo, e protendevano i rami come se volessero stritolarlo, mentre le radici gli si avviluppavano alle caviglie come serpenti. Alle sue spalle, là dove c'era stata casa sua, s'intravedeva ora un lumicino lontano lontano, tra le fronde mosse dal vento.
E improvvisamente l’avvertì tutt’intorno. Una forza che era la semplice vita del bosco e tuttavia di più, che era impersonale ed inumana, ma che conteneva in sé individualità ed umanità, che era femminile senza essere femminea.
Lo stupore e la consapevolezza, per qualche istante, presero il sopravvento, e Favero rimase immobile, la bocca aperta, gli occhi spalancati,  radicato alla terra come una nuova, insolita specie di fungo. 
Poi, insieme a un odore aspro, metallico, di sangue rappreso, gli giunse, tra il fruscio costante del fogliame, una canzoncina che conosceva bene, molto bene, come la maggior parte degli abitanti del mondo occidentale negli ultimi ottant'anni... anche se non con quelle parole.
«Andiam, andiam... andiamo ad ammazzar...».
E questa volta riuscì a urlare.
Si fiondò attraverso la boscaglia, là dove credeva di aver intravisto la luce di casa che però era scomparsa, inghiottita dalla notte e dal bosco. Non c'erano strade, lì, né palazzi, né capanne, né sentieri: solo la foresta.
Incespicò e cadde più volte, costretto a cambiar direzione da tronchi caduti, corsi d'acqua, improvvisi rialzi nel terreno e, per quanto cercasse punti di riferimento, evitando di girare in circolo, e provasse a sfuggirgli, la canzone dei nani risuonava sempre più vicina, ben presto accompagnata dal suono di passi cadenzati che battevano il terreno e avvolta da quell'odore sempre più feroce, omicida.
Non scappò per molto tempo, in realtà. Era un uomo di città e di cantiere, non di foresta e, negli anni, c'era stato troppo poco sport e troppe cene in posti come il “Gargantua”.
Scendendo da un dislivello, le sue morbide scarpe di pelle, già ridotte a brandelli, persero la presa. Urlando, precipitò verso un ruscello scivolando su un tappeto di foglie, poi un dolore atroce gli perforò la gamba mentre una radice esposta gliela squarciava. Il suo grido lacerò le tenebre.
Strillò e berciò, reggendosi la coscia, mentre il sangue caldo gli inzuppava i pantaloni e gli inondava le mani sprizzando in getti imperiosi.          
“L'arteria femorale, deve avere reciso l'arteria femorale” pensò, e sperò che fosse così, pregando di morire dissanguato prima che i nani lo raggiungessero.
Attese, mentre il freddo e la perdita di sangue gli intorpidivano le membra...
E, inaspettatamente, la canzone si affievolì, il rumore dei passi scomparve, l'odore del branco in cerca di preda svanì.
Riuscì in qualche modo a sorridere, poi a ridere, ferocemente, incurante degli spasmi di dolore alla gamba, come a cancellare i suoni tenui del bosco immerso nelle tenebre... e poi udì un rumore di qualcosa di molto più grande dei nani che si avvicinava veloce. 
Il rumore divenne un fragore e il fragore una forza. Sentiva la foresta chiudersi sulla sua testa e aprirsi in lontananza, come sventrata da una volontà che era la linfa stessa, che era il silenzio che non si può ascoltare, la strada che non si ritrova, il labirinto dei rami, dei corsi, degli scoscesi, era la morte e la rinascita. Era la forza primigenia che non si controlla e non si doma e non si spiega. 
Una forza che generava e uccideva, partoriva e divorava, femminile e molto più che donna, madre senza essere materna, una venere omicida che si avventava su di lui, schiantando tutto quello che si trovava davanti: arbusti, rami, piccoli alberi, distruggendo ogni cosa in un impeto di furia selvaggia. 
E arrivò Biancaneve.  

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Vecchio Mara il 2019-05-03 17:37:11
Questo non lo avevo letto, è lungo ma scorre bene. Si potrebbe definire un horror ecologista. Quel Favero è il prototipo dell'imprenditore di successo, dell'uomo del fare, per lo più cose contrarie al buon senso e pure alle leggi vigenti. Piaciuto molto. Ciao Rubrus..

Rubrus il 2019-05-04 09:18:06
I racconti horror hanno spesso un sottofondo moralistico che deriva dalla loro remota origine, cioè dalle storie di paura nate per ammaestrare, e che personalmente apprezzo pochissimo, anche perchè è estremamente "furbo": ti racconto una vicenda in cui un cattivo finisce male e il bene trionfa: come fai a non apprezzarla? Insomma, un espediente di marketing abbastanza rozzo e, a ben guardare, ben poco etico. Cerco sempre quindi di camuffare tale senso - perchè comunque un senso deve esserci nelle storie - sfumando i caratteri, complicando le relazioni, dando loro spessore. Questa però, per via dei nani, è una storia con toni latu sensu favolistici e quindi ci si può spingere solo fino a un certo punto, anche se ho cercato di dare al protagonista una.certa tridimensionalità e il "buono" a ben guardare non c'è.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Elisabeth il 2019-05-03 18:06:54
Un racconto bellissimo. E' un crescendo continuo e si ferma lì, con un finale che ho apprezzato nella forma, precisione e ultima riga. Da " il rumore divenne un fragore e i fragore una forza, ..." fino alla chiusura è la descrizione di molte cose, suoni, immagini, tutto si fonde e fonde. Bello davvero.

Rubrus il 2019-05-04 09:20:14
E' lungo perchè i nani erano sette e quindi dovevo dare una scena a ciascuno. Come sempre ho lasciato che fosse la storia a comandare. E poi ho cercato di dare concretezza alle apparizioni sia cercando di dare un certo spessore al protagonista sia mettendo un certo nupero di particolari concreti. Grazie.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Mauro Banfi il Moscone il 2019-05-05 18:57:35
"Nani" è una porta, - insieme ad altri racconti adorati da noi ammiratori di Rubrus, "La buca", "Casa dell'Ade", "Semi di zucca", "Cambiamento di pelle" e via discorrendo e piacendo... - che immette nel grande salone/ anfiteatro dei romanzi del Nostro sanguigno: "Dark Summer" e "Sosta di mezzanotte". Nella narrativa del Nostro Rubino Rubrus pathos, mythos e logos giocano una partita avvincente e partecipe di tutta la tradizione del fantastico occidentale. Il patologico sta nell'antica, greca ybris: quando mythos e logos vogliono essere pessimi tiranni e non utili servi succedono guai grossi, e come nessuno, in Italia, Rubrus sa raccontare queste antiche ma novissime dinamiche narrative. Racconto della tracotanza che sfocia sempre in un neoumanesimo importante e spesso struggente: l'essere umano sciolto dalle catene coatte del fanatismo del razionalismo dell'Ego e dell'irrazionalismo, sempre dell'Ego. A livello formale, il controllo delle tecniche narrative del Nostro rossigno mi ha sempre ricordato un certo Alfred Hitchcock: la capacità - stupefacente per me che sono iconofiliaco e imagomaniaco - di creare l'immaginazione con il sapiente e dosato artigianato della parola. Vedasi in questo racconto l'arte del suspense, il crescendo, le dinamiche tra i personaggi e le situazioni. Che altro dire se non grazie! Nel luogo dove si manifestano i racconti di Rubrus la dignità del leggere e dello scrivere non finisce e non si arrende mai... Fino a quando Rubrus appare qua dento, P.I.A.F. vive...

Rubrus il 2019-05-06 18:04:08
In particolare a te non sarà sfuggito che i nani da giardino sono gli ultimi esponenti di una stirpe antichissima: i nani sono detti anche gnomi (facendo un po' di confusione) e gli gnomi sono... vabbè, che te lo dico a fare?

Mauro Banfi il Moscone il 2019-05-06 20:43:01

"Sono una razza per lo più robusta e resistente, segreta, laboriosa, fedele ai ricordi del male (e del bene) ricevuto, amante della roccia, delle gemme, delle cose che prendono forma nelle mani degli artigiani più che di ciò che vive di una vita propria. Ma non sono di natura malvagia, e pochi di loro servirono spontaneamente il Nemico, nonostante ciò che raccontavano le storie degli uomini. Questi infatti invidiavano la loro ricchezza e l’arte delle loro mani, e fra le due razze regnava l'ostilità."
—Il Signore degli Anelli, Appendice F, "Popoli e Lingue della Terza Era".

Derivazione moderna del mito dei Cureti/Coribanti, figli della terra, quando Rea partorisce Zeus, essi sono pronti a proteggere il bambino dalla famelicità di Crono. Le loro danze e il frastuono delle armi battute contro gli scudi riescono a nascondere i vagiti del piccolo Zeus.
Curiosamente ho conosciuto alcuni seguaci degli Iron Maiden, amanti delle buone letture, che si ritengono i nuovi Coribanti.
Tornando ai nani, agli gnomi, i figli di Madre Terra sembrano piccoli borghesi accumulatori, ma è solo distorsione moderna.
Testimoniano con il loro servizio la bellezza, la ricchezza, la fertilità della Terra, come ben facevi notare.
Se Favero avesse letto Tolkien, ben diverso sarebbe stato il suo destino.
Ma in lui il pensiero logico si è reso pessimo tiranno e non utile servo, e così il pensiero mitico, scacciato dalla porta, ritorna potenziato dall'infrazione dell'ybris DALLA FINESTRA.
Attenzione, lo stesso vale quando lo stesso pensiero mitico/imagistico diventa tracotante, e l'hai narrato egregiamente altrove.
Questo è il cuore pulsante dell'originalità classica, legata a una lunga tradizione, della mitologia di Rubrus.
Certo, in ogni tuo racconto, se vai ad approfondire certi archetipi di base che animano l'intreccio, si scoprono miniere di conoscenze e conversazioni.
Bisogna solo aver passione per la lettura, attività non molto di moda in questi nefandi tempi di Whats'Cakk e Instagramm.
Abbi gioia

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Massimo Bianco il 2019-05-05 22:12:49
Ti dirò che non ho avuto alcuna necessità di rileggere questo racconto perchè lo ricordo molto bene, quindi questo testo qua non è un commento ma uno spot, un invito alla lettura rivolto a chi dovesse incapparvi. Sì ne vale la pena, cari lettori: oltre a essere uno dei 2 o 3 Rubrus-racconti (e se amate l'horror e non conoscete l'autore bisogna proprio che rimediate alla mancanza) che ricordo meglio è anche uno dei 2 o 3 (vabbè, magari anche 5 o 6) migliori, e non semplicemente un horror a mio parere, ma piuttosto un crossover, un po' horror, appunto, un po' noir, un po' fantasy. Chi ama tutto ciò dovrebbe apprezzare.

Rubrus il 2019-05-06 18:07:13
Parlando, per un momento, di cinema, discorriamo un secondo di jumpscare. Sono l'equivalente filmico dell'arrivare alle spalle di qualcuno e fargli: "buh!". Ovvio che funziona, ma mica puoi puntare tutto sempre e solo su quello. Ecco perchè alle volte preferisco scrivere storie più complesse. Ne ho giusto in ballo una che... ma non dico altro per scaramanzia.

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Blue il 2019-05-06 16:01:37

Mi trovo d'accordo, soprattutto, con il commento di Massimo Bianco: sarebbe riduttivo catalogare questa storia come semplice "horror", perchè la paura si instilla lentamente in maniera molto più "cerebrale" che pratica. Anche qui niente scene macabre, ad annunciare la fine (tra l'altro, più che meritata, è fin troppo facile schierarsi dalla parte della professoressa, in questa disputa) inevitabile del protagonista... ma un crescendo di particolari, e descrizioni che sfociano in un finale decisamente prevedibile (comparsa di Biancaneve a parte), ma non per questo meno spaventoso e inquietante.
Mi sembrava di avere già letto una storia in cui i protagonisti erano nanetti cattivi, ma forse non era tua.
Certo che se sei stato capace di ricavare un adattamento così cupo della favola di Biancaneve, cosa riusciresti a fare con quella di Barbablù?   :-)

Rubrus il 2019-05-06 18:12:15
Come dicevo sopra a Mauro, i nani da giardino, malgrado il loro aspetto rassicurante e innocuo, sono gli ultimi esponenti di una storia antichissima. In effetti, e anche se pochissimi ne sono consapevoli, sono gli eredi degli gnomi, cioè degli spiriti della terra e vengono o venivano collocati nella stessa per favorirne la fertilità. Favero stesso, senza accorgersene, o senza comprenderne la portata, arriva a formulare questo concetto per semplice analogia. E' possibile che altri abbiano usato lo stesso spunto di partenza. Barbablù? oh... magari ne tirerei fuori una storia tenera e delicata ;-).

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Gerardo Spirito il 2019-05-15 17:06:16
Questo lo ricordo benissimo tanto che lo reputo insieme e "L'oracolo" e a altri due o tre, il tuo racconto migliore. E' stato un piacere tornare a leggerlo e a rileggerti dopo un periodo di assenza. Ho quasi concluso la stesura del mio primo romanzo per cui sono stato un po' distante dal sito (e anche perché non ho scritto alcun nuovo racconto, ma anzi, ne ho iniziati da poco due nuovi). Ci risentiamo presto!

Rubrus il 2019-05-17 18:45:26
Ciao, be', praticamente ci stiamo scambiando di posto, tra racconti e romanzi (o aspiranti tali, per quanto mi riguarda) - ecco perchè anche io sono poco presente, anche se ovviamente - tocco ferro - non conto di essere definitivamente, anzi, è mia intenzioni di rifarmi vivo a breve.

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