697 OPERE PUBBLICATE   3816 COMMENTI   76 UTENTI REGISTRATI

Utenti attivi:

RICERCA LIBERA E FILTRI DI VISUALIZZAZIONE

Sezioni:    Narrativa   |    Saggistica   |    Poesia   |    Narrativa di gruppo e collaborazioni tra utenti   |    Momenti di gioco e umorismo a premio e turismo culturale.   |   

Ricerca per genere e utente (work in progress)

Rapina a mano armata

"PUNTO E A CAPO" Racconto Giallo / Noir / Thriller

di Vecchio Mara

pubblicato il 2019-05-14 23:22:41


Rapina a mano armata

 

«Ma quanto c’impiega?» chiese Tino, innervosendosi.

«Ti vedo agitato», fece Edo, sorridendo, probabilmente per darsi coraggio.

«E non dovrei esserlo!» sbottò Tino. «Mica stiamo andando a festeggiare...» osservò l’orologio che portava al polso, «sono le nove e un quarto, quello è più di venti minuti che lo abbiamo lasciato al parcheggio. E se si fosse fatto beccare?»

«Ma va’ là!» esclamò Edo. «Riccardo sa il fatto suo… Tu, piuttosto, sei sicuro di farcela?»

«Ti ho mai dato modo di dubitare?»

«No, ma il tuo nervosismo potrebbe farci finire male. Cerca di stare calmo, eh?»

«Ci proverò… ci proverò», rispose Tino, guardando la strada. Poi volse lo sguardo su Edo che, seduto al posto di guida del furgone, picchiettava con i polpastrelli sul volante e gli chiese: «Secondo te, stavolta con che macchina arriverà?»

Edo ci pensò un attimo. «L’ultima volta era una Lancia… una Fulvia per la precisione.»

«Sì!» confermò Tino. Ci pensò su e aggiunse: «E delle Fiat 1500, le due volte precedenti».

«Le Fiat sono le vetture più facili da trovare nei parcheggi… credo che anche stavolta…»

Prima che avesse il tempo di terminare la frase, Tino saltò su: «No?! Non ci posso credere?! Una Giulia Super!» esclamò incredulo, indicando l’Alfa Romeo Giulia 1600 Super, color argento metallizzato, che si avvicinava attirando la loro attenzione lampeggiando con i fari abbaglianti.

«Oggi è il nostro giorno fortunato. Con quella, potremmo anche ingaggiare un inseguimento con le Pantere», sentenziò Edo, mettendo in moto il furgone Volskwagen T1 verde.

Riccardo si arrestò sul ciglio della statale, attese che il furgone s’immettesse nella careggiata e lo seguì.  

 

Quel caldo mercoledì di fine Luglio dell’anno 1965, i tre si apprestavano a compiere la loro quarta rapina. Dopo gli assalti ai danni degli uffici postali di due piccoli paesi sparsi nella campagna Lombarda, e il terzo ad uno sportello di una banca in un paesotto della bassa padana; si erano spinti fin nella ricca Brianza per tentare un colpo un po’ più consistente.

I tre precedenti colpi avevano fruttato loro un totale di seicento-trentamila lire. «Se vogliamo trovare i milioni, dobbiamo colpire dove girano», aveva tirato le somme Edo, dividendo l’ultimo magro bottino.

E così, dopo aver studiato bene l’obiettivo e le vie di fuga, avevano deciso di tentare il gran colpo.

 

Il furgone, seguito dalla Giulia super, dopo aver svoltato in una strada sterrata che andava a perdersi dentro un boschetto di robinie procedette per un paio di chilometri; poi, sterzando repentinamente verso destra, si arrestò in un sentiero che s’immergeva nel folto della vegetazione.

Edo e Tino scesero dal furgone e salirono a bordo della vettura. Il primo si accomodò accanto a Riccardo e l’altro sul sedile posteriore. «Usciamo dall’altra parte», ordinò Edo, indicando la strada bianca illuminata dai baluginii che filtravano attraverso le fronde.

Proseguirono per un altro paio di chilometri, concentrati e in silenzio, prima d’intersecare la strada asfaltata che li avrebbe condotti verso l’obiettivo.

Mentre Riccardo guidava, buttando un occhio alle macchine che incrociava con fare circospetto; Edo, con fare fintamente tranquillo, controllava che le pistole fossero cariche; osservato da Tino che, invece, stringeva nervosamente tra le mani il passamontagna che avrebbe indossato al momento di scendere per precipitarsi, armi in pugno, all’interno dell’istituto di credito.

Anche questa volta filò tutto liscio, o quasi.

Mentre Riccardo attendeva all’esterno con il motore acceso, Edo e Tino, dopo aver indossato i passamontagna, si precipitarono all’interno. «Questa è una rapina!» la solita frase, urlata da Edo, spaventò i due impiegati che alzarono prontamente le mani.

Subito dopo, mentre Tino li teneva sotto tiro, saltò il bancone con il sacco in mano ed iniziò a raccattare quanto più contante poteva dai cassetti.

Inebriato da tanta opulenza, non si accorse che uno degli impiegati gli si era avvicinato e stava tentando di sfilargli la pistola, che aveva precedentemente infilato nella cintura dei pantaloni per poter riempire il sacco.

 Con una vigorosa spinta, dopo aver mollato il sacco, riuscì a toglierselo di dosso, mandandolo ad impattare con la schiena sul piano di una scrivania. «Spara! Spara!» urlò all’indirizzo di Tino, che stava a guardare pietrificato dalla paura.

Tino, continuando a guardare con occhi sgranati, proprio non se la sentiva di colpirlo; ma in virtù del fatto che l’impiegato, lungi dal desistere, dopo essersi tirato su stava tornando alla carica, qualcosa doveva pur fare.

«Cosa aspetti, sparagli!» urlò ancora Edo.

Solo allora lo spaesato Tino realizzò che avrebbe potuto sparare, non per uccidere ma solo per spaventare l’impiegato.

Puntando la pistola in alto sparò un colpo e si mise a urlare. «Vuoi morire! Vuoi morire! Metti le mani in alto! O il prossimo colpo ti arriverà dritto in fronte!»

Solo allora l’impiegato, spaventato, alzò le mani e arretrò fin contro la parete.

Edo lo fissò con gli occhi fuori dalle orbite. «Se muovi un solo muscolo, sei un uomo morto!» ringhiò. Prese il sacco da terra e terminò di riempirlo di banconote, poi saltò il bancone e corse fuori, seguito da Tino.

Come furono a bordo, Riccardo partì sgommando; mentre Edo sacramentava con Tino perché non aveva sparato quando glielo aveva ordinato. «Per poco non ci facevi prendere, sei un cretino!» urlò all’indirizzo di Tino, girandosi all’indietro; mentre questi se ne stava accucciato, tremante e bianco come un cencio, sul sedile posteriore.

«Volete smetterla!» li redarguì Riccardo. «Non siamo ancora al sicuro! Se dovete regolare i conti, aspettate almeno di arrivare al furgone!»

Edo sbuffò, annuì e tornò a guardare la strada; mentre Tino si tirò su e riacquistò un po’ di colore.

 

«Buttala lì», ordinò Edo, indicando il sentiero dalla parte opposta dove avevano parcheggiato il furgone.

Riccardo attese che i due fossero scesi, poi parcheggiò la macchina in mezzo alle robinie.

Nel frattempo Edo aprì la porta posteriore sul lato destro del furgone, salì a bordo, tolse i coperchi a due grossi contenitori cilindrici di latta, infilò il sacco con il denaro dentro quello vuoto, lo occultò versandoci sopra una parte della polvere di gesso contenuta nell’altro secchio e rimise a posto i coperchi; poi prese tre tutte da imbianchino, appese con dei ganci alla traversa di ferro che divideva il vano di carico dalla cabina di guida. «Salite e indossatele!» ordinò alla fine, lasciandone cadere un paio sul piano di carico.

 

«Un posto di blocco!» esclamò in tono apprensivo Tino, seduto tra Edo, alla guida del furgone, e Riccardo.

«Stai calmo. Siamo tre imbianchini che stanno andando al lavoro, mica dei rapinatori di banche», lo informò ironicamente Edo, cercando di tranquillizzarlo.

L’agente, usando la paletta, fece cenno di accostare; mentre l’altro se ne stava accanto alla Pantera con la mano destra sul grilletto della mitraglietta.

«Buongiorno, agente», fece Edo, salutandolo militarmente e mettendo in mostra una calma olimpica.

«Patente e libretto!» rispose l’agente in tono di comando.

Edo, mentre consegnava nelle sue mani patente e libretto, gli chiese: «E’ un posto di blocco? E’ successo qualcosa?»

L’agente rimase in silenzio, terminò di leggere i dati poi rispose, seccamente: «C’è stata una rapina… buona giornata!» salutandolo militarmente mentre con l’altra mano gli restituiva i documenti.

«Visto! Non c’è niente da temere: il mio lavoro da imbianchino è una copertura perfetta», osservò soddisfatto, guidando verso casa.

 

Impiegarono quasi due ore per raggiungere il vecchio cascinale appena fuori dal paese, dove Edo viveva insieme alla madre e al padre infermo.

Lì giunti, Edo parcheggiò il furgone all’interno della stalla adibita ad uso garage, deposito per le vernici e l’attrezzatura. «Spranga la porta della rimessa!» ordinò a Tino. E mentre questi eseguiva aprì la porta laterale del furgone e ne trasse il contenitore dove aveva occultato il malloppo.

Dopo aver rovesciato in un recipiente la polvere di gesso, prese il sacco e lo pose sul banco da falegname, illuminato dalla lama di luce proveniente dalla finestra alla sua destra.

Poi tirò la tenda, ricavata da un sacco di juta, in modo che sua madre, dalla casa prospicente, se mai si fosse affacciata alla finestra non potesse osservare i movimenti all’interno del magazzino.

«Coraggio, contiamoli», fece dopo aver rovesciato il sacco sul banco, mentre gli altri due sgranavano gli occhi sulle mazzette di denaro.

«Due milioni… e trecento venticinque… mila… però! Non male, direi!» tirò le somme soddisfatto, guardando il denaro sparso sul banco.

«Che colpo, ragazzi!» esclamò un entusiasta Tino. «Coraggio, dividiamo!» aggiunse.

Edo prima annuì, poi ci pensò su e rilanciò: «Prima di divedere il denaro, vorrei mettere ai voti una proposta».

«Quale proposta?» chiese allora Tino.

«Una proposta che ci possa permettere di avere un volume di fuoco tale, da lasciare letteralmente paralizzati dalla paura gli impiegati», rispose Edo, lanciandogli uno sguardo colpevolizzante.

Tino comprese che non aveva ancora sbollito la rabbia per l’incomprensione durante la rapina e non replicò.

«Cosa intendi di preciso, per volume di fuoco?» chiese allora Riccardo.

Edo trasse di tasca la pistola, la posò sopra al denaro. «Con questa specie di scacciacani, risalente al primo conflitto mondiale, non riusciresti a colpire un bue a due metri di distanza… E gli impiegati più scafati lo sanno bene.»

Tino pose anche la sua pistola sul banco. «Beh, non mi pare il caso di fare un dramma, solo perché un deficiente si voleva immolare per difendere il denaro della banca.»

Un ghigno feroce attraversò il volto di Edo. «Se c’era un deficiente in quella banca… son mica tanto sicuro che fosse l’impiegato», buttò lì con noncuranza.

«Che cazzo volevi che facessi! Che gli sparassi un colpo in fronte a quel povero cristo, eh!?» proruppe Tino, facendosi avanti serrando i pugni.

«Calma ragazzi… buoni… buoni…» disse Riccardo in tono pacato, frapponendosi tra i due che si guardavano in cagnesco.

«Io sono calmissimo», fece Edo allargando le braccia.

«Anch’io!» ribatté prontamente Tino, anche se tono ed espressione parevano dire tutt’altro. Trasse un profondo respiro e puntualizzò: «Comunque, ti ricordo che le due pistole ce le hai procurate tu».

«Queste ho trovato… E meno male che alla fine della guerra, mio padre le ha nascoste in soffitta», replicò Edo. Era solo il prologo di una stilettata, che giunse puntuale come i treni durante il bieco ventennio. «Prova a cercare nella tua di soffitta, magari ci potresti trovare qualcosa di meglio…» si batté la fronte con il palmo della mano e concluse: «Ah! No, che stupido! Mi ero scordato che tuo padre non è stato un partigiano».

«Vero, ma non è mai stato nemmeno un fascista della prima ora!» replicò a tono, rammentandogli la metamorfosi politica del padre.

“No, è stato molto peggio; un imboscato pronto a genuflettersi davanti al potente di turno!» insistette con sguardo torvo Edo.

«Ora basta! Sembrate due bambini dell’asilo. Datevi una calmata, altrimenti vi prendo a ceffoni!» alzò la voce Riccardo, ottenendo, presumibilmente grazie alla stazza da peso massimo, l’effetto voluto. Squadrò, accigliato, prima uno e poi l’altro. «Molto bene. Ora, prima di dividere il denaro, sentiamo la tua proposta», concluse, rivolgendosi ad Edo.

«Ho sentito un po’ in giro…» esordì Edo, prendendo una mazzetta dal banco, «con due di queste… ci potremmo fare un paio di mitragliette della Wehrmacht.»

«Uhm… centomila al pezzo. Carucce, direi», fece Riccardo, alzando un sopracciglio.

«Trovale tu a meno», lo esortò senza scomporsi Edo, «se ci riesci», aggiunse dentro un ghigno.

«Sì, e dove le trovo, dal pizzicagnolo?» gli chiese ironicamente Riccardo.

«Da un ex ufficiale della decima MAS», rispose Edo, lasciando cadere la mazzetta sopra le altre.

«Ora ci mettiamo a trattare pure con i repubblichini… No. Mi spiace, ma io mi tiro fuori», sbottò Tino.

«Se non te ne sei ancora accorto, t’informo che la guerra è finita da vent’anni», ribatté sarcastico Edo.

«Sì, e allora? Quello sempre un fascista rimane… E tu, almeno per rispetto nei confronti di tuo padre, non dovresti nemmeno avvicinarti a certi individui.»

«Ma senti questo! Se poco fa ce l’avevi con lui perché era stato fascista. Cerca perlomeno di andare d’accordo con te stesso.»

«Lo sai benissimo che è stato solo uno sfogo, e che ho sempre ammirato tuo padre per quello che ha fatto durante il conflitto. Non è sicuramente l’unico ad aver buttato alle ortiche la camicia nera per mettersi al collo il fazzoletto rosso delle Brigate Garibaldi… e a quegli uomini, e donne, che hanno lottato per la nostra libertà, la patria ha reso l’onore dovuto», provò a rimediare con pacatezza Tino.

«Come parli bene, si vede che hai studiato…» replicò ironicamente Edo. «Il politico, non il rapinatore, avresti dovuto fare.»

Effettivamente, Tino era sicuramente il più istruito dei tre, essendo arrivato a frequentare per un paio d’anni l’università; mentre Edo si era fermato al liceo classico e Riccardo non era andato oltre la scuola dell’obbligo.

«Politico e rapinatore, due facce della stessa medaglia», tirò le somme Riccardo, trascinando al riso gli altri due.

«Pero, una lezioncina su come va il mondo, la voglio dare al nostro professore», saltò su poco dopo Edo.

«Ti prego…» provò a ribattere in tono accorato Riccardo.

Prontamente interrotto da Edo: «Non temere, non litigheremo. Lui pensa che mio padre abbia ricevuto l’onore dovuto, dalla patria… Beh, a sentire lui la patria gli ha dato solo fregature… prima da fascista, poi da partigiano… e, infine, da suddito della Repubblica Italiana!»

«Sono cose che pensi tu, lasciamo perdere», tagliò corto Tino, scrollando le spalle.

Ma Edo non aveva nessuna intenzione di lasciar cadere l’argomento. «Sarò pure una carogna, ma non mi permetterei mai di mettere in bocca falsità a mio padre, solo per giustificarmi con te!»

Tino sbuffò. «Di’ quello che devi una volta per tutte e chiudiamola lì. Ti ascolto.»

Edo annuì soddisfatto e cominciò, da molto lontano: «Nel quarantadue, quando la guerra iniziò a farsi davvero dura, noi avevamo solo tre anni, e non potevamo certo comprendere in quale inferno ci aveva cacciato il duce. Mio padre, invece, l’aveva capito già da tempo che il fascismo era stato un affare solo per industriali e latifondisti. Per questo, dopo aver partecipato con l’entusiasmo dei suoi vent’anni alla marcia su Roma, cinque anni dopo, deluso e sconfortato si era chiamato fuori. Anche se mio padre ne è certo, io mi limito a ritenere altamente probabile che il non aver rinnovato la tessera del partito fu uno dei motivi, se non il motivo, grazie al quale, appena l’Italia entrò in guerra a fianco dei nazisti, fu richiamato e spedito al fronte. Si fece pure l’intera campagna d’Africa. Fu dopo l’otto settembre del quarantatré che, approfittando della confusione generale nei ranghi dell’esercito, disertò per unirsi, insieme ad altri sbandati, ai partigiani… rossi!»

«Da Mussolini a Stalin, un bel salto mortale doppio, direi!» commentò ironicamente Riccardo, disegnando una doppia piroetta con l’indice. Poi, rigirando l’indice al contrario, aggiunse velenoso: «Però non è stato abbastanza sveglio. A guerra finita, annusato il vento, avrebbe dovuto fare un salto mortale all’indietro e passare con i baciapile».

«Scherza pure, tu. Ma lui ci credeva veramente alle promesse tradite dei fascisti. E pure a quelle mai realizzate dei comunisti… non per colpa loro, almeno, così la pensa ancora adesso, mio padre.»

«A sì? E chi avrebbe messo i bastoni fra le ruote ai nipotini di Stalin? La chiesa?» lo punzecchiò ancora Riccardo.

«Anche… ma non solo. Quando comprese che molti burocrati messi nei posti che contano, erano sempre gli stessi, con qualche annetto in più e una camicia candida a coprire la loro anima nera, gli caddero le braccia. Allora lasciò perdere la politica e si dedicò a quello che gli riusciva meglio: il lavoro d’imbianchino. Lavorando duro riuscì ad acquistare questo vecchio cascinale, e mettere da parte qualcosa perché potessi completare gli studi… Immaginava una laurea in legge, per me. Mi aveva anche iscritto all’università. Ma quando rimase offeso dopo il primo ictus, fui costretto a lasciar perdere i sogni di gloria per mettermi a lavorare. E fu sempre lui, nonostante faticasse a deambulare e a farsi comprendere, ad insegnarmi i trucchi del mestiere…» sospirò commosso.

«Cinque anni fa, quando il secondo ictus lo inchiodò su una poltrona non aveva ancora raggiunto l’età della pensione. Ci volle più di un anno, un chilo di scartoffie e l’interessamento del prevosto per fargli ottenere… briciole di niente! Una misera pensione d’invalidità che non basta neanche a coprire la spesa per i pannoloni!» sibilò astioso, afferrando e poi sbattendo una mazzetta di banconote sopra le altre. Si ricompose e proseguì: «Fu un colpo durissimo per lui, dopo che si era messo in gioco, rischiando la pelle combattendo da partigiano per un’Italia democratica ed egualitaria, era certo di ottenere, anzi, di meritare qualcosa di meglio, che una semplice elemosina… Evidentemente, nulla è cambiato, se non in peggio, d’allora… se non si hanno santi in paradiso».

«Mi spiace, per tuo padre», disse Tino in tono sinceramente partecipato.

«Non dispiacertene. Siamo tutti dei perdenti nati, non solamente lui che ha creduto in due rivoluzioni, una fallita e l’altra abortita. O l’ufficiale della decima MAS che per vivere non trova di meglio che raccattare armi recuperate chissà dove, e che, oltre a venderle, spera in cuor suo che gli possano tornare utili in occasione di un golpe ordito da militari nostalgici», osservò con disincanto Edo. E guardando lontano tirò le somme: «Sono trascorsi vent’anni dall’ultima guerra… Tre anni fa, con la crisi dei missili a Cuba, abbiamo sfiorato l’olocausto nucleare… no, non disperate, è solo rimandato. Tra la prima e la seconda guerra mondiale, trascorsero ventidue anni… ce ne rimangono due di buono, da godere alla grande, prima del gran botto finale!»

«Prospettiva abbastanza lugubre, direi», fece Tino, toccandosi le parti basse.

Edo, indicando il denaro, cambiò repentinamente tono e argomento: «Ma ora, bando alle chiacchiere: dobbiamo decidere se prendere le mitragliette, oppure dividere in tre parti l’intero bottino».

«Dividiamo tutto. E prima che qualcuno si faccia davvero male… finiamola qui! Abbiamo abusato fin troppo della fortuna», rispose prontamente Tino.

«Vuoi ritirarti?» gli chiese Riccardo.

«Sì. Ho avuto una proposta interessante, ero indeciso se andare a vedere le carte o passare la mano. Ma oggi ho compreso che vale la pena provarci… La settimana prossima faccio un salto in città per un colloquio.»

Diego s’incupì. «Dunque ci pianti in asso,» fece schioccare le dita, «così! Senza troppi complimenti.»

«Non pianto in asso nessuno. Sto solamente cercando di farvi ragionare: rapinare banche o uffici postali, non è un lavoro.»

Edo divise mentalmente il malloppo per tre. «Quasi ottocentomila lire, in mezza giornata, sono otto mesi di stipendio di un operaio… Hai idea di quanto sarà la tua busta paga, se mai dovessero assumerti?»

«Sicuramente molto meno. Ma sarà un salario guadagnato onestamente, e lo percepirò ogni mese senza patemi d’animo», rispose Tino.

«Guadagnare onestamente, in una società disonesta, è un ossimoro. In ogni caso, ti auguro buona fortuna», lo liquidò Edo, iniziando a dividere il denaro.

«E voi, che farete?» chiese Tino, rivolgendosi a Riccardo. Che indicando Edo rispose: «Chiedilo a lui».

Tino girò la domanda a Edo. Il quale, sventagliando la propria parte di bottino davanti allo sguardo allibito dell’amico, rispose, sorridendo: «Con questi, ci faremo un mesetto di ferie, al mare».

«Rimini!» esclamò Riccardo.

«No! Quella è sabbia per poveri cristi!» lo corresse prontamente Edo, indurendo sguardo e tono. «Pianteremo l’ombrellone in un posto d’alta classe. Ci sdraieremo accanto ai ricconi… e la sera, ci siederemo con loro attorno al tavolo verde della roulette.»

«Wow! San Remo!» urlò Riccardo, saltellando. «E tu, ti vuoi perdere tutto questo?» chiese poi a Tino.

«Sì!» esclamò lapidario questi, fulminandolo con uno sguardo colpevolizzante. «E se fossi furbo, lo faresti pure tu!»

«Perché?» chiese Riccardo a muso duro.

Tino non si tirò indietro. «Perché alla fine… quelli resteranno ricchi sfondati… e voi, due poveri illusi costretti a rapinare altre banche per continuare a sognare di credervi come loro. Fino al giorno che vi beccheranno e vi sbatteranno in galera per il resto dei vostri giorni.»

Una previsione infausta, espressa con un tono così duro e crudo, che sapendo tanto di sentenza sbattuta in faccia al condannato, fini per spaventare Riccardo, che si ammutolì.

Ci pensò Edo a rimettere le cose a posto. «Meglio vivere i due anni che mancano da qui all’eternità alla grande, che un secolo da pezzenti!» tagliò corto, con una di quelle frasi ch’era solito usare per caricarli e caricarsi prima di una rapina.

Riccardo parve riprendersi, allora, prima che Tino trovasse il modo di destabilizzarlo nuovamente, Edo, sbattendogli la sua parte sul petto, ghignò: «Toh! Prenditi il salario del vigliacco e vattene! Ti auguro buona fortuna!»

Tino, serrando la mascella, trattenne a stento la rabbia dentro di sé. Avrebbe voluto dire altro, trovare le parole giuste per convincere Riccardo, l’amico titubante; e dopo averlo convinto, insistere per convincere anche Edo. Ma alla fine convenne che se non se ne fosse andato via di lì subito, gli altri due avrebbero finito di convincere lui a restare. Allora prese il denaro, salutò i due amici e se ne andò.

Ma già nel gesto di afferrare il frutto del peccato, era racchiusa l’incertezza, l’indecisione sulla strada da prendere.

 

                                                       FINE

 

 

SEGNALA ALL'AUTORE IL TUO APPREZZAMENTO PER QUESTA PUBBLICAZIONE

SEGUI QUESTO AUTORE PER ESSERE AGGIORNATO SULLE SUE NUOVE PUBBLICAZIONI

L'AUTORE Vecchio Mara

Utente registrato dal 2017-11-01

Pedalo per allenare il corpo, scrivo per esprimere pensieri e leggo per ristorare la mente

ALTRE OPERE DI QUESTO AUTORE

Le lettere segrete Narrativa

La festa della mamma Narrativa

Rapina a mano armata Narrativa

Ipnositerapia Narrativa

Sequel Narrativa

Il fumo fa male Narrativa

Correvo Narrativa

Paolo e Francesca Narrativa

Gli esploratori della Galassia Narrativa

L'uomo dalle forbici d'oro Narrativa

Cervelli in fuga Narrativa

Il boia e l'impiccato Narrativa

L'ultimo negozio Ikea Narrativa

Il figlio del falegname Peppino Narrativa

Il re della valle Narrativa

Una vita tranquilla Narrativa

La ricerca dell'ispirazione perduta Narrativa

Immortali Narrativa

L'amico ricco Narrativa

La farina del diavolo Narrativa

Giudici o giustizieri? Narrativa

Il mediatore (volo low cost) Narrativa

Lui, lei e l'altro Narrativa

Il divo Narrativa

Lo scrivano dell'archivio Narrativa

Lussuria Narrativa

Superbia Narrativa

Gola Narrativa

Avarizia Narrativa

Accidia Narrativa

Ritorno ad Avalon Narrativa

La città di sabbia Narrativa

Cechin Narrativa

Bughi Bughi (boogie woogie) Narrativa

Don Nicola e il partigiano Narrativa

Don Ruggero torna dalla grande guerra Narrativa

Effetto butterfly Narrativa

Confessioni di un prete gay Narrativa

Lugano addio (dolce morte) Narrativa

Via dalla felicità Narrativa

Una ragione per cui vale la pena vivere Narrativa

I magnifici sette racconti Narrativa

Natale: volgarità vere o presunte e altre amenità Narrativa

Il guardiacaccia Narrativa

La bellezza del gesto Narrativa

Dialogando, presumibilmente, con Dio Narrativa

La moglie del partigiano Narrativa

Bat box Narrativa

I ragazzi del Caffè Centrale Narrativa

Quarto reich Narrativa

Il vampiro del Gatto verde Narrativa

Prostituta d'alto bordo Narrativa

Il signore degli abissi Narrativa di gruppo e collaborazioni tra utenti

Lo spettro della trincea Narrativa

La grande mente Narrativa

La porta dell'Ade Narrativa

Alexander... un grande! (Una storia vera) Narrativa

La maschera di Halloween Narrativa

Il rifugio degli artisti Narrativa

La cena delle beffe Narrativa

K2 Narrativa

La solitudine del palazzo razionalista Narrativa

Signora solitudine Narrativa

I tre fiammiferi di Lilith Narrativa

Sono sempre i migliori a lasciarci Narrativa

El Camino de Santiago Narrativa

La rivolta degli insetti Narrativa

Mosè e le tavole della legge Narrativa

Il cattivo maestro Narrativa

Predatori di anime Narrativa

Tre corse in tram Narrativa

Il miracolo di Halloween Narrativa

Las Vegas gigolò Narrativa

La tredicesima orbita (viaggio al termine del paradiso) Narrativa

Poeta di strada Narrativa

Vorrei andarmene guardandoti surfare Narrativa

Alveari metropolitani Narrativa

Sotto la diga Narrativa

Il casale misterioso Narrativa

Prima che sorga l'alba Narrativa

Il boschetto di robinie Narrativa

Agente segreto doppio zero Narrativa

Il bambino di Hiroshima Poesia

L'estate dell'acqua Narrativa

Sindrome del vampiro. vietato ai minori di 18 anni Narrativa

La memoria di San Pietroburgo Narrativa

Augh! Narrativa

Habemus papam Narrativa

L'ultima indagine Narrativa

La spada del samurai Narrativa

Tra moglie e marito non mettere... Narrativa

Delitto nella Casba Narrativa

La diversa percezione del tempo Narrativa

L'indagine Narrativa

Scacco Matto Narrativa

Sei bellissima Narrativa

Domenica è sempre domenica Narrativa

L'uomo che uccise Doc Holliday Narrativa

Lettera a un'amica Narrativa

Gli spiriti del mondo oscuro Narrativa

Buche pontaie Narrativa

Il portagioie cinese Narrativa

Tutto o niente Narrativa

Semidei dell'Olimpo Narrativa

La notte che Sigfrido ha ucciso il drago Narrativa

Il killer degli scrittori Narrativa

Funeree visioni Narrativa

Conversando d'invisibilità Narrativa

Aida come sei bella Narrativa

Invidia Narrativa

Cazzateland (La democrazia del sondaggio) Narrativa

Il mondo delle cose Narrativa

Il vaso di Pandora Narrativa

Ira Narrativa

Nutrie assassine Narrativa

Addio fratello crudele Narrativa

Mastro Tempo Narrativa

Il ranger di Casasisma Narrativa

La fossa settica Narrativa

Nostalgia Poesia

Eterei amanti di penna Poesia

Chiamatemi Aquila Narrativa

Ulisse riflette Narrativa

L'inverno è dentro di noi Poesia

Non rimpiangermi Poesia

Senza luce né amore Poesia

Il potere dei santi Narrativa

Musa ispiratrice Poesia

Il milite ignoto Narrativa

Citami, se lo vuoi Poesia

Lupo sdentato Narrativa

Liscio, Gassato e Ferrarelle Narrativa

I moschettieri del "Che" Narrativa

E' così vicino il cielo Poesia

Con mani a giumella Poesia

La casa degli specchi Narrativa

I vecchi Poesia

Il libraio Narrativa

Dicembre è già qui Poesia

Il misterioso evento di Tunguska Narrativa

Il segreto della grande piramide Narrativa

Surreality Little Bighorn Narrativa

Vale la pena morire per il Gardena? Narrativa

L'esperimento di Filadelfia Narrativa

Scie lanciate verso l'infinito Narrativa

Il pianeta dei giganti Narrativa

L'uomo caduto dal futuro Narrativa

Crocevia per l'inferno Narrativa

Cento anni da pecorone Poesia

L'isola felice Narrativa

Le marocchinate Narrativa

Alba Poesia

Il Golem della foresta Narrativa

L'albino (ricetta di Monidol) Narrativa

Chiedi alle pietre Poesia

Trincee Narrativa

Attimo condiviso Narrativa

Narrami, o amica Poesia

Stupratore occasionale Narrativa

Il ritorno dell'anticristo Narrativa

Guida autonoma Narrativa

Il seme dell'incubo Narrativa

L'estate dei fuochi Narrativa

Il paese dei mostri Narrativa

Musulmania Narrativa

La rimpatriata (PROGETTO STARDUST) Narrativa

DIVIETO DI RIPRODUZIONE

E' assolutamente vietato copiare, appropriarsi, ridistribuire, riprodurre qualsiasi frase, contento o immagine presente su di questo sito perché frutto del lavoro e dell´intelletto dell´autore stesso.
É vietata la copia e la riproduzione dei contenuti e immagini in qualsiasi forma.
É vietata la redistribuzione e la pubblicazione dei contenuti e immagini non autorizzata espressamente dall´autore.