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Ipnositerapia

"PUNTO E A CAPO" Racconto Giallo / Noir / Thriller

di Vecchio Mara

pubblicato il 2019-05-08 12:57:39


Ipnositerapia

 

Una tenue luce soffusa illuminava l’ambiente dalle pareti color pesca, come le pesanti tende tese davanti all’ampia finestra per impedire il prorompere del Sole; il gradevole aroma al sentore di cannella che impregnava l’atmosfera, assieme al suono lieve prodotto dall’acqua di un ruscello che scorre cheta, registrata e diffusa in sottofondo dall’impianto stereo, contribuivano a rendere, forse piacevole, sicuramente meno stressante la seduta.

 

«Ero ormai convinta che l’ipnosi l’avesse cancellato definitivamente dalla mia mente… invece, stanotte è tornato a palesarsi», spiegava con voce stanca, quasi sussurrata, la diafana Anna; affascinante cinquantenne in lotta con i propri incubi, non solo notturni.

«Descrivimelo con parole tue, Anna», le chiese con voce calma e suadente il professor Roberto Gervasassi, psichiatra di chiara fama, seduto sulla poltrona posta di fianco al lettino dov’era mollemente distesa la paziente.

«E’ presto detto, Roberto… uguale alle altre volte: osservo mio marito steso nudo sul letto accanto a me, poi, girandomi dall’altra parte, noto l’attizzatoio del camino appoggiato al comodino. Allora, senza far rumore, mi alzo, lo afferro… guardo il suo petto che si gonfia ritmicamente col respiro… stringo forte l’attizzatoio e… a quel punto come al solito mi sono svegliata di soprassalto, ansimando sudatissima. Ho guardato il comodino: dell’attizzatoio, naturalmente, non v’era traccia. Stava al suo posto, accanto al camino. Allora mi sono girata per osservare Giulio, che dormiva pacifico sotto le coperte, sono scesa dal letto e sono andata a farmi una doccia.»

«Uhm…» fece lo psichiatra, premendo l’indice contro le labbra e riflettendo un attimo prima di esprimere il proprio parere. «Devi fare delle scelte, Anna. Lo devi lasciare, non puoi continuare a stare con un uomo che non ami più, ormai da troppo tempo», sentenziò alla fine, spostando la mano sul bracciolo della poltrona.

Anna scosse il capo. «Non lo posso fare, Roberto. Tu non lo conosci, Giulio non me lo permetterebbe mai!» replicò angosciata.

«Come pretendi che possa aiutarti, se non riesci a comprendere che non sei una sua proprietà?» ribatté col solito tono pacato Roberto.

«Questo lo so benissimo…»

«E allora diglielo in faccia… Digli che non provi più niente per lui, e che vuoi il divorzio», la spronò Roberto, interrompendola alzando solo lievemente il tono.

«Non posso. Mi terrorizza il solo pensarlo, non riuscirei mai ad affrontarlo», confessò un’esausta Anna.

«Sono trascorsi più di due anni da quando hai messo piede nel mio studio… Due anni che mi sto impegnando ad aiutarti a trovare il coraggio di fare la cosa giusta. Io, per quel che mi è concesso, ho fatto tutto il possibile. Ma se oggi, siamo tornati ancora una volta al punto di partenza, significa che è stato un lavoro inutile», tirò le somme uno sconfortato Roberto.

«No, non lo è stato!» esclamò Anna. Poi, staccando la schiena dal rivestimento capitonné in pelle testa di moro del lettino, assunse una posizione seduta, strinse la mano che Roberto teneva appoggiata sopra il bracciolo della poltrona e proseguì accorata: «Ti prego, Roberto, non mi abbandonare… aiutami, ti prego».

«Cosa vorresti che facessi, hai qualche idea in proposito?» le chiese allora Roberto.

«Proviamo ancora con l’ipnosi», rispose con voce spenta e poco convinta, dopo una breve pausa.

«Lo sospettavo… anzi, lo temevo», fece Roberto, sospirando.

«Ti prego, proviamo ancora una volta, una soltanto… Poi, se non dovesse funzionare…» insistette, lasciando la frase in sospeso.

«Se non dovesse funzionare, cosa?!» la redarguì in tono grave. «Ti rendi conto di quello che stai pensando di fare?» E prima che Anna avesse il tempo di rispondere, provò a farle capire perché lo ritenesse un azzardo. «Se dopo più di due anni di terapie, l’incubo ricorrente ti si ripropone, sempre uguale… non sarà una seduta in più a cacciarlo dalla tua mente. Sì, ti potrebbe anche dare un po’ di ristoro, per due, tre, al limite anche sei mesi… ma poi, saresti nuovamente da punto e daccapo.»

«Può darsi, ma in questo momento ne ho estremo bisogno, mi pare d’impazzire. Sento che potrebbe essere la volta buona… E se non lo sarà… ti prometto che prenderò in considerazione la proposta di lasciare Giulio. Ti prego, Roberto, non mi abbandonare anche tu», lo supplicò Anna, continuando a stringergli la mano.

«Non sarà la volta buona… e non lascerai Giulio. Ed io, se fossi furbo, visti i risultati ottenuti, dovrei chiudere il nostro rapporto e indirizzarti presso un altro studio.»

«No, non lo fare! Ti prego Roberto. Di te mi fido ciecamente, non accetterei di mettere la mia mente, la mia stessa vita nelle mani di nessun altro», lo implorò, agitandosi.

«Calmati, Anna. Era solo un’ipotesi», la rassicurò in tono suadente Roberto.

«Ti ringrazio, senza di te sarei perduta. Solo tu sai come scacciare i fantasmi dalla mia mente.»

«Già…» fece Roberto, accennando un amaro sorriso, «purtroppo, però, una volta scacciati non mi riesce di tenerli lontani.»

«Ci riuscirai… prima o poi, ci riuscirai. Ne sono certa!» affermò Anna in un tono, più o meno, convinto.

Roberto osservò l’ora sull’orologio appeso alla parete. Allungando la mano prese l’agenda dalla scrivania. «Vediamo…» disse mentre iniziava a sfogliarla. «Potremmo fare… venerdì della prossima settimana, di pomeriggio, alle quindici.»

«Dieci giorni. Prima non sarebbe possibile?» chiese l’ansiosa Anna.

«Ho l’agenda piena. Già per farti star dentro devo spostare un’altra paziente… l’ipnosi richiede tempo e cura meticolosa dei particolari.»

«Ti ringrazio, a venerdì, allora», replicò, forse più rassegnata che sollevata.

Mentre Roberto scriveva il suo nome accanto al giorno stabilito; lei si alzò dal letto e lo salutò con fare mesto: «Ciao, Roberto, grazie di tutto».

«Ciao, Anna, cerca di stare tranquilla, mi raccomando… E in caso di bisogno, chiamami», replicò Roberto, chiudendo l’agenda.

 

                                                             *********************     

 

A mezzogiorno in punto, lo psichiatra Roberto Gervasassi lasciò lo studio per la pausa pranzo, da consumarsi, immancabilmente, al ristorante Giapponese sito nella stessa via.

«Professor Roberto Gervasassi!» esclamò un autista in livrea, fermo sul marciapiede accanto alla portiera posteriore di una limousine nera.

Lo psichiatra arrestò il passo, squadrò il tipo, alto e prestante, e gli chiese: «Ci conosciamo?»

«Artemio Liquori, autista del dottor, Giulio Strozzi», rispose, presentandosi.

Pur non avendolo né conosciuto né tantomeno mai incontrato, bastò il nome a mettergli addosso una certa pressione. “Che vorrà da me, il marito di Anna?” si chiese, tornando con la mente a tre giorni prima, data dell’ultima seduta psicanalitica con la moglie dell’individuo citato dall’autista.

Ci pensò lui, l’autista, a chiarirgli le idee. «Il dottore avrebbe urgenza di parlarle», disse, indicando la portiera chiusa.

Roberto, puntando lo sguardo sui vetri oscurati, provò a scrutare all’interno: senza apprezzabili risultati.

«Di cosa?» chiese allora, rivolgendo sguardo e attenzione all’autista.

In quel mentre il ronzio del vetro che scendeva lo spinse a spostare nuovamente l’attenzione.

«Dei problemi di moglie», rispose una voce dal timbro grave, proveniente dall’interno.

Roberto, piegandosi in avanti, vide un uomo elegantemente vestito, dalla folta capigliatura argentea pettinata all’umbertina, sprofondato nell’ampio sedile dalla parte opposta che, indicando la seduta libera accanto alla portiera, lo invitava ad accomodarsi, dicendo: «Salga, la prego».

Roberto tentennò. «Ho prenotato al Giapponese», provò a giustificarsi, indicando il locale in fondo alla via.

«Non la tratterrò a lungo, la prego», insistette l’uomo, mentre l’autista apriva la portiera.

Roberto si guardò attorno, sospirò e s’infilò all’interno.

L’autista chiuse prontamente la portiera e rimase in attesa sul marciapiede.

Il sessantenne Giulio Strozzi, mentre premeva in rapida successione il pulsante sul bracciolo per far risalire i vetro e quello per bloccare la portiera, arrivò subito al punto: «Sono molto preoccupato per mia moglie».

«La deontologia professionale, non mi consente di parlare dei problemi dei miei pazienti con chicchessia. Nemmeno con i parenti più stretti, senza il loro consenso», lo informò Roberto, mettendo subito in chiaro la propria posizione.

«Anna sta male… molto male», proseguì in tono grave Giulio.

«E lei, la vorrebbe aiutare… a stare un po’ meglio», tirò le somme con un filo di sarcasmo Roberto.

Giulio non colse. «Lo sa, in questo ultimo anno e mezzo, quante volte ha tentato il suicidio?» gli chiese, usando un tono che lo psichiatra percepì più deluso che preoccupato.

«No, me lo dica lei?» rispose, pur essendo a conoscenza di almeno tre tentativi abortiti.

«Deontologia professionale… la comprendo, ma non le credo», ribatté prontamente l’altro. «In ogni caso, con quello dell’altra sera… fanno quattro», concluse, mostrandogli il dorso della mano aperta con il pollice piegato contro il palmo.

«Mio Dio!» esclamò agghiacciato Roberto.

«Vorrei tanto aiutarla… ma non saprei proprio come e da dove iniziare», riprese Giulio, scuotendo il capo sconfortato.

Roberto rifletté. «Ama sua moglie?» gli chiese poi.

«Ha importanza?»

«Sì!» rispose lapidario Roberto.

«Vorrei vederla felice.»

«Non è quello che le ho chiesto!» sbottò Roberto, infastidito da quella che lui percepiva come reticenza nel rispondere alle sue domande.

«Ripeto: vorrei vederla felice! Ora, tiri lei le somme. Se non erro, dovrebbe essere il suo mestiere», ribatté Giulio, concludendo con una stoccata sarcastica.

Roberto sbuffò. «Beh, se la vuole davvero vedere felice… la lasci libera!» gl’intimò, indurendo tono e sguardo.

«Non lo posso fare», rispose Giulio. «Per degli ottimi motivi, mi creda.»

«Me li elenchi», insistette Roberto.

«Non son qui a farmi psicanalizzare da lei!» sbottò piccato Giulio. Si ricompose e aggiunse, lasciandolo allibito: «Diciamo… che la mia posizione sociale non me lo consente; perderei il mio prestigio».

«Prestigio?!» esclamò esterrefatto Roberto, osservandolo con disprezzo. «Tutto mi sarei aspettato, ma mai, mai e poi mai di sentirmi dire che si tiene stretto Anna, solamente per prestigio… Lei… lei sì che avrebbe bisogno di un ottimo psichiatra.»

«Infatti, la sto assumendo», ribatté con distacco Giulio.

«No, guardi che si sbaglia, non sono in cerca di un lavoro… Sono un libero professionista e, ringraziando Dio, posso permettermi di scegliere, e non essere scelto dai miei clienti.»

Un sorriso sinistro attraversò lo sguardo di Giulio, come se fosse quello che si aspettasse d’ascoltare. «Oh, lo so benissimo che nell’alta società è considerato il genio degli strizzacervelli. Ma basta poco, molto poco; una voce che conta, sussurrata a un orecchio che conta produrrebbe un venticello, che spargendosi tra la gente che conta, la potrebbe ricacciare nella polvere.»

«Cos’è, una minaccia?» chiese Roberto, senza riuscire a celare una certa preoccupazione.

Prontamente colta da Giulio, che affondò il colpo. «Una promessa!» esclamò con sguardo torvo.

Roberto lo osservò allibito, afferrò la maniglia e provò a congedarsi. «Beh, credo di averle dedicato fin troppo del mio prezioso tempo. Arrivederci, signor…»

«Lasci quella maniglia! Se ci tiene ad avere ancora del prezioso tempo da dedicare ai ricconi di questa città, la consiglierei di starmi ad ascoltare!» lo interruppe, usando un tono ruvido e ultimativo.

«Vada al diavolo!» sbottò digrignando i denti, mentre spingeva la portiera senza riuscire ad aprirla.

«E’ bloccata… si apre solo da qui», lo informò Giulio, indicando i pulsanti sul bracciolo.

Ora Roberto era veramente impaurito. «Cos’è, un sequestro di persona?» chiese angosciato.

«Sto sequestrando un po’ del suo prezioso tempo, tutto qui! Le chiedo solo di starmi a sentire, poi, che accetti o meno la mia proposta, la lascerò andare», rispose Giulio, usando il tono pacato dei forti, penetrandolo con due occhi neri e profondi.

Roberto lasciò la maniglia e appoggiando la testa allo schienale del sedile trovò un modo elegante per liberarsi dallo sguardo indagatore del suo interlocutore. «L’ascolto, si sbrighi», lo esortò, sospirando.

«Come le stavo dicendo poc’anzi… la mia posizione non mi permette di concederle il divorzio…» cominciò a dire.

Prontamente incalzato da Roberto: «Anna lo potrebbe chiedere ugualmente. Come spera di fermarla, il giorno che si decidesse a farlo?»

Giulio sorrise, scuotendo il capo. «Non lo farà, mai!» fu la lapidaria risposta,

Che non soddisfece Roberto. «Se fossi in lei, non ne sarei troppo sicuro. Anna, prima o poi, potrebbe liberarsi dalla sudditanza psicologia… compiendo un gesto eclatante.»

«Tipo… un suicidio, intende?» chiese l’interessato Giulio.

Roberto non rispose. Limitandosi ad abbassare lo sguardo, bisbigliò: «Ho già detto fin troppo, tiri lei le somme».

«Le somme, si tirano alla fine», osservò Giulio, facendo scorrere l’indice dall’alto in basso davanti al proprio sguardo e concludendo tirando un’immaginaria linea orizzontale. «Vede…» fece poi, mettendosi di tre quarti piegando il busto alla propria destra, «i matrimoni con l’abito bianco, i fiori, il pranzo e tutto il resto, è roba proletaria. Nell’alta società, quel che conta non è il “Sì!” pronunciato con tono commosso davanti all’altare; ma quello che sta scritto, nero su bianco, sul contratto prematrimoniale; stilato senza tante inutili pantomime davanti a un notaio… Ma questo, visto gli ambienti che frequenta, lo dovrebbe sapere.»

«Dunque, sarebbe solo questo: la stipula di un contratto capestro, ad impedire ad Anna di lasciarla», tirò le somme Roberto.

Giulio annuì. «Più o meno!» esclamò soddisfatto.

«Mi tolga una curiosità: ma c’è mai stato amore, tra di voi?» gli chiese allora il disincantato Roberto.

Giulio guardò lontano. «L’ho amata. Ci siamo amati…» Sospirò e precisò: «Beh, forse lei ha amato più il potere che rappresentavo… ed io gli sguardi ammirati di chi, mangiandosela con gli occhi, m’invidiava».

«Che tristezza», scappò detto a Roberto.

«Non creda, a modo nostro, siamo stati felici. Molto felici, direi.»

«Da un lato: un bel corpo da esibire in società. Dall’altro: una carta di credito illimitata nella borsetta… è così poca cosa la felicità?» si domandò sconcertato Roberto.

«Se denaro e potere, non la possono dare, creare o comprare… significa che non esiste, la felicità», provò a rispondere in modo pragmatico Giulio.

«Dev’essere per forza così», convenne deluso Roberto

«No che non lo è!» salto su Giulio. «Se la gente si affanna ad inseguire il successo, ci dovrà pur essere un motivo… La felicità sta lassù, sull’ultimo ramo del successo; il più difficile da raggiungere e il più fragile sul quale accomodarsi; che potrebbe spezzarsi da un momento all’altro trascinandoti nella polvere.»

«Niente di nuovo sotto il Sole… filosofia spiccia di miliardari perennemente in lotta per accrescere potere e capitale», tirò le somme Roberto.

«Un’ottima autoanalisi. E’ questo che vede al mattino, sbarbandosi davanti allo specchio nel bagno del suo attico superlusso?» domandò con sarcasmo Giulio.

«Veramente, stavo analizzando… chiamiamola l’ansia di prestazione, il desiderio di salire sempre più in alto pur sapendo che cascando rischierà di farsi ancora più male; che accomuna lei, ed altri come lei», rispose a tono Roberto.

«E come lei che, a soli quarantacinque anni, grazie alle lucrose parcelle che mogli e figli di quelli come me pagano per distendersi sul suo miracoloso lettino, si è comprato l’intero palazzo dove tiene lo studio. Oltre ad altre proprietà immobiliari», ribatté Giulio.

«Ora basta!» sbottò Roberto. «Chi le dà il diritto di ficcare il naso nei miei affari?» gli chiese in tono alterato.

«Abbassi le ali! Non è ancora abbastanza avvoltoio per volare in circolo sopra le carogne. Mi reputo in grado di giudicare le persone al primo sguardo… e lei, è un bel soggetto. Ma ne ha ancora di strada da fare, prima di poterselo permettere!» ribatté a tono Giulio, prima di rispondere alla domanda: «Il diritto del più forte. Solo questo conta, ed io l’ho usato per fare le pulci ai suoi affari».

Roberto ascoltava attonito, mentre Giulio, recuperando il tono calmo dei forti, proseguiva: «Lei non può permettersi di perdere nemmeno uno dei sui preziosi pazienti. Si è indebitato per i prossimi vent’anni con investimenti immobiliari poco accorti; questa è la realtà, che sta lì a sentenziare che ha più bisogno lei di me, che io di lei. Tutto il resto, è solo inutile chiacchiericcio!»

«Se vuole coprire le mie esposizioni bancarie, si accomodi pure. Le garantisco che non mi offenderò», replicò scocciato Roberto.

«I debiti che ha contratto, se li pagherà col suo lavoro! Io, al massimo, potrei impegnarmi… o forse e meglio dire: a non impegnarmi a far sì che il fatturato del suo studio non cali in modo drastico.»

«Una minaccia, un ricatto in piena regola!»

«La prenda come vuole. La sto solo avvertendo che la mia parola, ha un certo peso tra il ceto sociale che si fa mungere stravaccato sul divano del suo studio», disse Giulio, confermando l’impressione di Roberto.

«Okay… okay… okay…» fece Roberto mentre riordinava le idee. «In buona sostanza, cosa dovrei fare per entrare nelle sue grazie?» gli chiese alla fine.

«Il suo lavoro», rispose seccamente Giulio.

«Presumo, esercitandolo sulla psiche di sua moglie… Potrebbe essere più chiaro?»

«Presume bene», confermò Giulio, battendo la mano sulla coscia di Roberto. Prima di scendere nei particolari. «E’ da tempo che Anna balla sull’orlo del precipizio. Quattro volte ha rischiato di cadere di sotto… ma all’ultimo momento, qualcosa o qualcuno… sa di che parlo, vero?»

«Dei tentativi di suicidio», rispose Roberto.

«Appunto, tentativi non andati a buon fine… grazie a lei e alle pratiche ipnotiche che, dandole un po’ di sollievo, la facevano desistere.»

“E’ completamente pazzo”, ebbe a pensare Roberto. Poi, certo di aver compreso dove stesse andando a parare, provò a spiegargli: «Se anche non le avessi praticato l’ipnositerapia, sono certo che sua moglie non si sarebbe suicidata ugualmente. Dunque, trovo la sua richiesta di interrompere le sedute, priva di fondamento…» fece una pausa e concluse con un colpo di teatro. «Se proprio la vuol vedere morta; si compri un revolver e veda di fare da solo.»

Giulio non fece un plissé. «Ha capito male; non sono e non sarò mai un assassino, desidero solamente aiutare Anna. Guardi che non le sto chiedendo di non praticarle la ipnositerapia», lo informò, sorridendo sornione.

«A no?» fece il sempre più sconcertato Roberto.

«No. La deve usare… diciamo... in modo meno conservativo, non so se mi spiego?» rispose criptico.  

Roberto dapprima lo osservò inorridito, poi replicò: «Forse non l’è ben chiaro cosa può e non può fare l’ipnosi».

«Per esempio?» chiese pacifico Giulio

«Per esempio, non può spingere il soggetto a compiere atti contrari alla propria volontà!» sbottò Roberto, innervosendosi.

«Mi crede uno sprovveduto?» domandò Giulio. Poi, prima che Roberto avesse il tempo di rispondere, aggiunse: «Ho preso informazioni: l’ipnosi, tra le altre cose, può aumentare l’autostima nel soggetto, può aiutarlo a mantenere uno stato di calma anche nei momenti difficili, attribuendo ad essi il giusto valore…» fissò nello sguardo Roberto. «L’altra sera è mancato tanto così!» disse, facendo schioccare i polpastrelli dell’indice e del medio della mano destra. «Era salita sopra il parapetto del terrazzo… poi, guardando di sotto non era riuscita a mantenere la calma; allora, singhiozzando era scesa dal parapetto.»

«E lei, era lì, che la osservava senza dire una parola! Ma si rende conto di quello che mi sta dicendo?!» proruppe incredulo Roberto.

«Si calmi. Io non ero in casa, altrimenti sarei intervenuto prontamente… Dovermi difendere dal sospetto di aver contribuito al suicidio di mia moglie, non è la mia massima aspirazione, mi creda. La scena è stata ripresa dalle telecamere esterne dell’impianto antifurto», spiegò tranquillamente Giulio. «Detto ciò, tornando all’argomento che più ci interessa: l’ipnositerapia potrebbe regalare ad Anna, il coraggio che finora le è mancato, permettendogli di portare a compimento il disegno imprigionato nel suo inconscio.»

«Non lo farò mai! Non l’aiuterò a far fuori sua moglie!» ribatté in tono fermo Roberto.

«Non sia stupido, pensi al suo di futuro… Mia moglie non vuole più soffrire, ci ha già provato quattro volte, e ad ogni fallimento, il desiderio di farla finita aumenta in modo esponenziale, accentuando il suo disagio.»

«Agghiacciante! Da brividi! Non voglio più starla a sentire, mi faccia scendere, la prego», lo implorò uno sconvolto Roberto.

«Mia moglie mi ha confidato che, fra sette giorni, si sottoporrà ad un’ultima seduta di ipnositerapia… Decida lei il da farsi… Le rammento solo che ho il carisma e i mezzi per fare terra bruciata attorno al suo studio, mandando in fumo la sua rampante carriera da psichiatra dei VIP!» lo minacciò Giulio, sbloccando la portiera.

«Addio, dottor Giulio Strozzi», lo salutò con disprezzo Roberto, afferrando la maniglia.

«Aspetti!» esclamò Giulio, trattenendolo per il braccio. «Attenderò un tempo congruo… Diciamo tre, quattro mesi al massimo; più che sufficienti perché il devastante desiderio di farla finita saturi irrimediabilmente la sua mente… Poi, se nulla di spiacevole dovesse accadere alla mia consorte, la rovinerò! E’ una promessa!» concluse astioso.

Solo allora Roberto ebbe contezza che, sì, lo avrebbe fatto veramente; inspirando profondamente trattenne dentro sé rabbia e paura, aprì la portiera e scese senza aggiungere altro.

 

                                                          **********************

 

Il traumatico incontro con il marito di Anna gli aveva rovinato la pausa pranzo: osservando con fare pensoso gli sfiziosi e gustosi stuzzichini dentro il piatto, si vedeva a far la fila alla mensa dei poveri.

Consapevole che sarebbe bastata una sola parola, pronunciata dalla bocca di uno degli uomini più potenti e ascoltati della città, a far allontanare definitivamente la danarosa clientela dal suo studio, si macerava cercando una soluzione che salvasse capra e cavoli: la tormentata vita di Anna e il proprio gratificante lavoro.

«Se ne va già, professor Gervasassi?» chiese stupito l’ossequioso titolare del ristorante.

«Oggi non è giornata, ho un mal di testa terribile», rispose automaticamente, pensando ad altro, mentre saldava il conto.

Salutò il titolare, lasciò il locale e si incamminò per raggiungere lo studio.

 

La segretaria, ancora in pausa pranzo, sarebbe rientrata di lì a un’ora.

Roberto, sdraiato sul lettino dov’era solito far stendere i suoi clienti, rimuginava su come uscire dalla delicata situazione dentro cui si era incolpevolmente cacciato. “Non posso mandare in malora anni di sacrifici, spesi per raggiungere una posizione agiata… Già, ma come fare, mica lo posso denunciare per istigazione al suicidio della moglie…” iniziò a ragionare, levando subito dal tavolo le ipotesi impraticabili o comunque inefficaci.

Dopo una buona mezz’ora, passata ad analizzare tutte le soluzioni possibili, convenne che l’unica praticabile fosse quella di aiutare Anna a trovare il coraggio di compiere quel piccolo passo tante volte tentato.

Si alzò dal lettino e, guardando dalla finestra il traffico e le persone giù in strada, esclamò: «Farò quello che mi hai chiesto, caro il mio arrogante, testa di cazzo!»

Un ghigno cattivo gli attraversò il volto. «E’ come pensi tu: l’ipnosi non può spingere il soggetto a compiere atti contrari alla propria volontà, ma può instillarle il coraggio che fino ad oggi le è mancato. Così, come hai previsto, Anna potrà realizzare il suo più intimo desiderio.»

Si allontanò dalla finestra e stravaccandosi sulla poltrona dietro la scrivania, mentre gli occhi si accendevano di una luce sinistra concluse, ghignando: «Quello che non sai, è che il suicido era solo il palliativo dettato dallo sconforto di non riuscire a trovare il coraggio per tramutare il sogno in realtà… E il bello è che, alla fine di questa storia, quando tu marcirai sotto un metro di terra, tua moglie si godrà il tuo denaro senza fare neanche un giorno di galera! Non lo sai, testa di cazzo! Che l’incapacità d’intendere e volere, è una patologia, non una colpa… Ed io, sarò ben lieto di confermare davanti al giudice che tua moglie soffriva di una gravissima sindrome depressiva che, oltre alle manie suicide, esaltava inconsciamente anche quelle omicide nei confronti di chi, a suo giudizio, non fosse in grado di comprenderla ed aiutarla».

 

Una grassa e liberatoria risata, accompagnò il gesto di aprire la scatola di sigari cubani posta sulla scrivania.

 

                                                           FINE

 

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L'AUTORE Vecchio Mara

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Citami, se lo vuoi Poesia

Lupo sdentato Narrativa

Liscio, Gassato e Ferrarelle Narrativa

I moschettieri del "Che" Narrativa

E' così vicino il cielo Poesia

Con mani a giumella Poesia

La casa degli specchi Narrativa

I vecchi Poesia

Il libraio Narrativa

Dicembre è già qui Poesia

Il misterioso evento di Tunguska Narrativa

Il segreto della grande piramide Narrativa

Surreality Little Bighorn Narrativa

Vale la pena morire per il Gardena? Narrativa

L'esperimento di Filadelfia Narrativa

Scie lanciate verso l'infinito Narrativa

Il pianeta dei giganti Narrativa

L'uomo caduto dal futuro Narrativa

Crocevia per l'inferno Narrativa

Cento anni da pecorone Poesia

L'isola felice Narrativa

Le marocchinate Narrativa

Alba Poesia

Il Golem della foresta Narrativa

L'albino (ricetta di Monidol) Narrativa

Chiedi alle pietre Poesia

Trincee Narrativa

Attimo condiviso Narrativa

Narrami, o amica Poesia

Stupratore occasionale Narrativa

Il ritorno dell'anticristo Narrativa

Guida autonoma Narrativa

Il seme dell'incubo Narrativa

L'estate dei fuochi Narrativa

Il paese dei mostri Narrativa

Musulmania Narrativa

La rimpatriata (PROGETTO STARDUST) Narrativa

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