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Sequel

"PUNTO E A CAPO" Racconto Rosa / Sentimentale / Romance

di Vecchio Mara

pubblicato il 2019-05-03 17:38:24


Sequel

 

«Hai provveduto alle rose?» le chiese Gustavo Girando, osservandola dall’alto in basso; e non certo per quei venti centimetri e oltre di svettamento fisico, ma per l’arroganza tipica del regista, un tempo di successo, che imputava all’altrui ignoranza e non al di lui girato il flop al botteghino dei suoi ultimi, per lui comunque sempre e solo “capolavori”.

«Sì, maestro. Il fioraio farà precedere il suo arrivo da undici bouquet, composti con undici rose rosse ciascuno», rispose la segretaria con un filo di voce.

«Bravissima, Costanza. Il successo o meno dell’incontro, dipende in gran parte dall’umore della “Divina” … Undici bouquet di rose rosse saranno comunque un buon inizio, serviranno a far credere all’ingrata di essere, sempre e comunque… quella che non è più!» spiegò acido, compiacendosi per la brillante idea, avuta il giorno prima, messa in atto per ammorbidire il carattere ruvido e, spesso, iracondo della Diva.

Con movenze delicate, come se temesse di strappar via gli ormai radi lunghi capelli argentei, raccolti in un giovanile codino dietro la nuca, adagiò il panama sopra la testa, salutò la segretaria, uscì dall’ufficio e, prima di essere investito dal caldo soffocante di Roma, si fiondò attraverso la portiera che l’autista, vedendolo sopraggiungere, si premurò di spalancare, atterrando dentro la grossa BMW nera.

 

Gustavo Girando, regista settantenne in cerca, se non di sé stesso, almeno di un soggetto che lo riportasse agli antichi fasti dopo una lunga serie di flop clamorosi, si era visto costretto dalla casa produttrice, alla quale era legato da un lauto contratto pluriennale, ad accettare di girare il sequel del film che lo aveva innalzato nell’olimpo della cinematografia, al pari degli autori d’immortali capolavori.

Consapevole che, pur se accettata obtorto collo, quella sarebbe stata la sua ultima occasione per risalire la china del successo, aveva curato meticolosamente ogni particolare: dall’ambientazione, ai costumi indossati financo dalla più insignificante comparsa che avrebbe attraversato la scena alla velocità della luce. Di un solo particolare non si era curato, e ora quel piccolo neo rischiava di mandare all’aria tutto quanto.

L’uomo era troppo pieno di sé, per mettere in conto che la protagonista, da lui portata al successo quindici anni prima ed ora sul viale di un precoce tramonto, potesse ripagarlo con la moneta dell’ingratitudine; rifiutando, dopo aver letto il copione, di rivestire i panni dell’eroina strappalacrime di una love story che aveva fatto epoca.

Così, a due mesi o poco più dall’inizio delle ormai programmate riprese, si trovava nella scomoda posizione di dover, lui, l’orgogliosissimo maestro, abbassare la cresta di fronte alla scontrosa Diva in disarmo.

 

Alzava dietro sé una lunga scia di polvere, la BMW nera, salendo paciosa la strada bianca disegnata tra le morbide colline toscane. “Strapparla al suo eremo non sarà impresa facile”, rifletteva Gustavo, osservando ora vigneti e più avanti uliveti decorare i fianchi delle colline che parevano rincorrersi come onde verdi. “Ecco il casale. A noi due… Divina!” pensò ancora, preparandosi psicologicamente alla dura pugna verbale, mentre l’autista parcheggiava nell’ampio spiazzo difronte al roseo fabbricato.

 

«Buona giornata, maestro. La signora l’attende in giardino», annunciò la domestica, accompagnandolo attraverso l’ampio corridoio.

Notando lo sguardo del maestro cadere sulle rose rosse, anticipò la successiva domanda: «La signora, le ha gradite», lo informò in tono asciutto, indicando gli undici bouquet sistemati su un tavolo rotondo al centro dell’ampio ingresso che dava sul giardino.

Mentre Gustavo Girando annuiva visibilmente soddisfatto, la domestica indicò la porta aperta e, senza variare tono ed espressione, lo invitò a proseguire: «Prego, maestro, la signora l’attende».

Al che Gustavo, puntando l’indice prima sul vialetto a destra che si perdeva tra coloratissime varietà floreali, poi su quello che, a sinistra, entrava in un arco disegnato dal glicine, le chiese: «Da che parte?»

«Mi meraviglio di lei, maestro!» fece, quasi inorridita. «Non rammenta? E’ l’ora del quotidiano bagno di sole, per la signora.»

Poi, senza attendere oltre, prima di girare sui tacchi e andarsene impettita, non gli risparmiò un’ultima velenosa frecciata: «Ah… dimenticavo che sono tre anni che non la si vedeva da queste parti», sospirò. «Purtroppo, con l’avanzare dell’età, la memoria in alcuni scricchiola, molto prima che in altri… mi scusi, maestro».

L’imponente Gustavo Girando, avvolto nel suo completo di lino bianco, come il panama e le ciabatte arabe in pelle, immobile come una cariatide la guardò allontanarsi con occhi fiammeggianti. “Se il buon giorno si vede dal mattino, non oso pensare a quel che mi aspetta in giardino… Lo so che vorresti saltare al collo di quell’arpia, ma devi stare calmo… è solo una povera serva plagiata nel carattere dalla Diva… Ora, fai un bel respiro, calmati, metti su un bel sorriso e vai”, rifletteva, trattenendo a stento la rabbia, prima di uscire e prendere il vialetto alla sua sinistra.

 

Anna Mastroni, in arte Belle Somme, si crogiolava al sole stesa sul lettino accanto alla piscina. Quando udì il frusciare dei passi sul ghiaietto tese l’orecchio; poi, quando lo sciabattare sulle piastrelle di cotto del bordo si arrestò accanto a lei, accennò un sorriso che non prometteva niente di buono.

«Ciao, Gustavo, siediti. C’è della limonata fresca sul tavolo, serviti pure», esordì, salutandolo con voce stanca, senza alzare la testa o aprire gli occhi, mentre indicava con un live movimento dell’indice il tavolino e le quattro sedie sotto un gazebo di tela bianca alle proprie spalle.

«Ciao, Belle, grazie!» fece lui, andando a sedersi.

Si versò la limonata, ne bevve un sorso e posò il bicchiere sul tavolo.

Belle, seguendo il tintinnare del ghiaccio dentro il bicchiere, intuì l’intero iter e, nell’esatto istante che lui lo posava… «Il copione fa schifo!» sentenziò lapidaria.

Al che Gustavo strinse i pugni. “Conta fino a dieci prima di replicare”, s’impose di pensare, inspirando profondamente.

Arrivò giusto al numero sette, prima che Belle sbottasse stizzita: «Sei a corto d’argomenti?! Eppure sei mesi fa, nel tuo ufficio, porgendomi il copione da studiare declamavi le lodi di un sequel, persino migliore del tuo capolavoro».

«E ne sono sempre più convinto!» confermò sicuro, mentendo spudoratamente, prendendo la palla al balzo.

Belle appoggiò le mani sul lettino e si tirò su. Fissò Gustavo, poi si alzò e, lentamente, si diresse verso di lui.

Gustavo la osservava con l’occhio del professionista venire verso di sé. “Il fisico non è più tonico come un tempo, ma lo sguardo… lo sguardo e i grandi occhi color del mare, son quelli di sempre… Dovrò puntare su molti primi piani e togliere qualche scena di nudo… La trama non ne risentirà sicuramente, ma il botteghino ne soffrirà. E questo è un bel guaio”, pensava sconfortato, guardandola nel suo duepezzi minimal, blu notte.

«Ora che mi hai squadrato da cima a fondo…» cominciò a dire, mentre si versava la limonata dopo essersi seduta di fronte a lui; e dopo averla sorseggiata concluse, chiedendogli: «sei ancora convinto che possa indossare i panni della venticinquenne Eva?»

«Beh!» fece lui, togliendosi il panama. Lo posò sulla sedia alla sua destra e provò a spiegarle che: «Eva aveva venticinque anni il giorno del suo matrimonio, alla fine del film. Il sequel riprende la storia di Eva e Bruno dal giorno della loro separazione, cinque anni dopo».

La grassa risata di Belle lo lasciò allibito. «Ma io ne ho quarantacinque suonati, non trenta… E Bruno, che nel film dovrebbe averne trentatré… ora, se non sbaglio: e visto che l’ho conosciuto a fondo, quello stronzo, non sbaglio! Di anni ne ha cinquantadue! Detto ciò: se mi dici che intendi fare un film comico, ti posso capire. Ma tu mi hai presentato un copione romantico, scritto per far emozionare, che vedrei bene interpretato da due giovani attori, se non alle prime armi, perlomeno a caccia del copione che li faccia svoltare; come lo eravamo io e Rodolfo, ai tempi che furono!» replicò, infervorandosi.

«Leggo rabbia nel tuo sguardo…» provò a dire Gustavo.

Prontamente interrotto: «Sì, lo so dove vuoi arrivare. E allora? Non ne dovrei avere, dopo tutto quello che mi ha fatto passare?»

«L’odio che provi parlando di lui… certifica che lo ami ancora», rispose calmo Gustavo.

«Non dire cazzate!» sbottò, volgendo lo sguardo dentro la piscina.

«Non mentire a te stessa, ogni tuo gesto è una prova d’amore.»

Belle sorrise amaramente, rivivendo in pochi attimi il loro felice tempo. «Tu lo capisti, mentre dirigevi le scene d’amore, che quella non era finzione.»

«Lo avrebbe capito anche un bambino che non stavate recitando… E quello, forse… anzi, sicuramente, fu uno dei motivi, se non “il motivo”, del grande successo della pellicola.»

«Ero combattuta come non mai… amavo un altro uomo e capivo che mi stavo allontanando da lui… E lui lo comprese, ma non fece nulla per impedire che accadesse… perché?» gli chiese in tono supplichevole.

Gustavo sospirò. «Forse perché aveva capito che la vostra love story… gli sarebbe stata più utile di una storia che non poteva durare.»

«Non sarebbe potuta durare, non vuol dire niente! E’ una frase buona per ogni stagione… Dimmi un solo motivo che la giustifichi?» insistette Belle.

«Venticinque anni di differenza, possono bastare?»

Belle scosse il capo. «No, non mi bastano!»

«Due caratteri troppo forti, simili in tutto, possono solo respingersi, non attrarsi.»

Questa volta Belle parve accettare supinamente la giustificazione. Allora Gustavo provò a spostare la discussione su quello che più gli interessava, giocando sporco con gli affari di cuore. «Rodolfo è un uomo solo. Parlando con lui ho capito che sarebbe disposto a riallacciare un rapporto… se tu non accetterai altro, diciamo amichevole… anche se, lui spererebbe qualcosa di più.»

Belle lo accarezzò. «Mi fa star male vedere l’uomo sicuro di sé, per il quale un tempo persi la testa, ridursi a servo di un essere intellettualmente insignificante. Ti ringrazio. Ma non serve. Io non lo amo più, credimi!» disse, commuovendosi. Poi, dopo aver riflettuto sorseggiando dell’altra limonata, riprese: «Sai, ripensandoci oggi a distanza di tempo… mi sento d’affermare di non averlo mai amato veramente. Rodolfo è stato solo l’infatuazione di una ragazza, che nel bailamme di un successo troppo grande da gestire, è rimasta per anni attaccata al corpo scultoreo dell’attore; immaginandolo nella sua miglior interpretazione, quella del bel tenebroso, Bruno. Lui sì un personaggio ricco di sentimento… come lo sanno essere solo le eteree figure che, seppur imprigionate dentro lo schermo, fanno innamorare milioni di spettatori».

«Dunque, non c’è possibilità che torni sopra la tua decisione?» le chiese sconfortato Gustavo.

«No!» rispose lapidaria. Aggiungendo subito dopo: «Mi permetto di darti un consiglio spassionato: devi trovare… guarda che non lo sto dicendo per fare un dispetto a Rodolfo, eh? Due attori giovani se vuoi perlomeno sperare che la critica non ti faccia a pezzi e, conseguentemente, che il pubblico diserti le sale».

«Sincerità per sincerità… ci avevo pensato, sai», confessò Gustavo, abbassando il capo, quasi avesse a vergognandosene.

«Lo supponevo», fece lei, sorridendo.

«Ma il produttore non volle sentir ragione. Senza voi due non avrebbe sganciato un euro. Così mi vidi costretto a rivolgermi a te…» spiegò Gustavo, lasciando la frase in sospeso.

«E a Rodolfo», la terminò Belle in un sospiro.

«Che accettò la parte al volo… quasi per un tozzo di pane.»

«E’ così messo male?» gli chiese Belle.

«Sono tre anni che va mendicando parti. Ma se per lavorare ti devi affidare solamente al fisico scultoreo e non alla recitazione, devi mettere in conto che la tua sarà, per così dire: una parabola meteorica.»

«Una parabola meteorica!» esclamò Belle, ridendo di gusto. «Che bella espressione, mi piace.»

Poi, imbrunendosi, osservò: «Però, la stessa etichetta si potrebbe appiccicare pure a me».

«Ti assicuro che questo, non l’ho mai né detto né pensato, di te», provò a giustificarsi contrito, mentendo spudoratamente.

«Suvvia, avrai detto anche di peggio. Conosco troppo bene l’ambiente per non sapere come vanno le cose, quando le stelle cadono dallo schermo», ribatté, indurendo il tono. Poi, vedendolo in difficoltà cambiò registro: «Ma non te ne faccio una colpa. Quando è toccato a me salire in alto, ne ho dette e fatte di sciocchezze per segare le gambe a chi minacciava il mio breve regno».

Gustavo sorrise e, mentre si versava dell’altra limonata, buttò lì con noncuranza: «Ti piaceva stare in alto, eh? Fossi in te, non rinuncerei alla possibilità che ti si offre».

«Quale possibilità?» chiese lei, pur sapendo dove volesse andare a parare.

«La possibilità di guardare ancora gli altri dall’alto in basso», rispose prima di portare il bicchiere alla bocca.

«Si è mai vista una stella cadente, tornare nel firmamento?» domandò Belle e, prima che Gustavo terminando di sorseggiare la limonata avesse il tempo di rispondere, lo fece da sé: «No, le stelle del cinema cadendo…» volse lo sguardo malinconico dal cielo al pavimento in cotto, «si spiaccicano al suolo. E li rimangono, a farsi calpestare da chi, adorandole, le aveva sistemate lassù», concluse amara.

Gustavo ci pensò su, prima di chiederle: «Dunque è solo questo; la paura di non farcela a tornare agli antichi splendori, che frena la Diva?»

«Guardami!» esclamò Belle, alzandosi. Girò lentamente su se stessa. «Dieci chili di troppo, stratificandosi, hanno sepolto le forme della Diva… Sarei patetica, nei panni di una trentenne!»

«La Diva che è dentro di te, accende di vivida luce lo sguardo… Se ti lasciassi guidare, con la giusta luce, sapienti inquadrature…» provò a circuirla con voce suadente.

Ma prima che giungesse all’apogeo del pathos, Belle lo interruppe bruscamente: «Una dieta da fachiro e qualche punturina spiana-rughe…» tornò a sedersi. «Ora sei tu il patetico, smettila!» concluse torva.

Gustavo s’adombrò, e serrando le labbra si trattenne dal replicare a tono.

«A quanto pare, gli anni qualcosa ti hanno regalato… un po’ di saggezza. Noto con piacere che hai imparato a trattenere l’antica ira… Mi sarei aspettato un torrente d’improperi, e invece te ne stai lì, mansueto, disposto a farti fustigare pur di strapparmi un, sì!» infierì con sarcasmo Belle.

A quel punto si sarebbe aspettata una reazione, perlomeno stizzita, da parte del grande regista; che lasciandola allibita, confessò in tono dimesso: «Il cinema è la mia vita… ho rinunciato a tutto, per amore della settima arte…» si alzò dalla sedia e deambulando lentamente riordinò i pensieri. Raggiunse il bordo della piscina, osservò l’acqua cristallina, poi gettò lo sguardo lontano e tornò sui propri passi.

Conoscendolo a fondo, Belle attese silente che, com’era solito fare, riemergesse dalla lunga riflessione con un altrettanto lunga e articolata analisi inerente l’argomento poc’anzi accennato.

«Hai ragione, il copione che ti ho dato da studiare… non è un granché. Ma è la mia ultima spiaggia», riprese, tornando a sedersi.

«Te lo hanno imposto, eh?»

Gustavo annuì, abbassando lo sguardo.

«E tu! Gran maestro di cinema, hai accettato di farti umiliare pur di restare dietro la macchina da presa!» sbottò incredula Belle.

«Nell’ultimo anno e mezzo, io e i miei collaboratori abbiamo preparato tre storie differenti; tutte regolarmente cassate dal consiglio d’amministrazione. Così, sei mesi fa, mi presentai davanti all’amministratore delegato con un quarto soggetto, sicuro che la commissione avrebbe dato parere favorevole alla sua realizzazione… Sai come andò a finire?»

«Come con gli altri tre, presumo.»

«Peggio! Molto peggio», rispose, sorridendo amaro. «Perlomeno gli altri si era degnato di farli leggere e giudicare. Mentre l’ultimo, lo usò per umiliare me e la mia squadra di sceneggiatori.»

«Immagino la scena: senza nemmeno aprirlo, ti disse che non era quello il copione che si aspettava di vedere sulla sua scrivania», provò a riassumere Belle.

«Lo avesse almeno detto», sospirò Gustavo. Poi, alzando la mano destra, mimò il gesto di prendere qualcosa tra l’indice e il pollice. «Lo afferrò, così, come si fa con qualcosa di schifoso e, senza proferire verbo, spostò la mano sul cestino e lasciò cadere dentro il copione», concluse rabbioso con mento tremolante, spalancando l’indice e il pollice.

«Che uomo squallido e odioso!» esclamò schifata Belle.

«Non ci siamo mai presi… Tre anni fa, quando il nuovo amministratore delegato si presentò, dicendo che era venuto a portare una boccata d’aria fresca e che avrebbe fatto piazza pulita delle scelte sbagliate, togliendo la muffa che appesantiva il bilancio della società; compresi che il cambiamento in atto sarebbe stato il capolinea per molti di noi», rammentò Gustavo. Sentendo le fauci seccarsi si tacque e sorseggiò dell’altra limonata.

Approfittando del momento di pausa, Belle provò a tirare le somme: «E così, dopo il gesto infame del gran capo, per ingraziartelo hai deciso di proporgli il sequel del tuo capolavoro».

«No, non andò esattamente così, fu lui a propormelo. Con la delicatezza di un elefante dentro una cristalleria, mi disse: “Ai giovani non interessano più le melense storie d’amore! Lei come regista è superato. Usando una metafora, si potrebbe dire che è rimasto al muto mentre imperversa il technicolor in stereofonia!” E già lì, mi aveva steso. Ma quello era solo l’antipasto. Con un ghigno disegnato nello sguardo che non prometteva niente di buono, affondò il colpo: “Recidere unilateralmente il suo contratto, alla società non converrebbe. Perciò, devo cavare qualcosa di buono da lei. E qualcosa di profittevole, credo che lo possiamo trovare”, così mi disse, trattandomi come un cavallo da frustare per spremergli le residue energie in vista del traguardo.»

«E tu, non reagisti?» gli chiese incredula Belle.

«No. Ero come ipnotizzato, davanti all’arrogante discernere di quell’energumeno dei bilanci societari… Ma quando mi propose il sequel, provai a spiegargli che non avrebbe funzionato, che la magia insita nei capolavori è irripetibile… Una risata sguaiata interruppe la mia perorazione e diede il là ad una nuova stoccata: “Lei è come quei vecchi cantanti che non riempiono più gli stadi, ma che, remixando i loro successi, riescono perlomeno a riempire qualche teatro di provincia. Con il sequel del film, che per inciso non comprendo per quale recondito motivo si ostina a chiamare, capolavoro, riusciremo almeno a riportare nelle sale gli spettatori di mezza età che, al tempo, riempirono le sale di lacrime”. Poi mi liquidò, dicendomi che voleva il copione sulla scrivania entro quaranta giorni e che non avrebbe accettato scuse o ritardi… Ma non aveva ancora finito d’infierire: “Se il copione mi soddisferà e riusciremo a contenere le spese di produzione, alla fine ne potrebbe uscire un sia pur magro profitto…” Fece una pausa e scrutandomi nello sguardo si sentì in dovere di chiedermi: “Cos’è quella faccia da funerale? Non avrà mica creduto che una stucchevole storia d’amore sbancasse il botteghino, vero?” E concluse con una risata sguaiata.»

“Bisogna saper fermarsi, un attimo prima del baratro», commentò Belle, scuotendo il capo.

«Non sai quanto ho sognato di sbattere in faccia a quella bestia un incasso da capogiro… E poi, dall’alto della mia arte, dirgli quello che veramente rappresenta, lui, per il cinema di qualità», riprese irato Gustavo, serrando i pugni.

«Non accadrà!» sentenziò Belle.

«Cosa?»

«Non accadrà, rinuncia al contratto», rispose Belle, esortandolo in tono deciso.

«Sì, e poi… che faccio?»

«Ti ritiri in bellezza.»

«Non posso farlo. Il cinema è la mia vita!» confessò in tono accorato Gustavo.

«Lo è stato anche per me», iniziò a dire con voce incrinata Belle, volgendo con lo sguardo alla sua destra per celare l’attimo di commozione. «Tre anni fa, accettai di interpretare una donna molto più giovane, certa di riuscire ad entrare nel personaggio. Ma quando la critica stroncò con cattiveria la mia interpretazione; scrivendo, lo ricordo come se avessi ancora l’articolo davanti agli occhi: di aver visto una nonna che, coraggiosamente tentava, invero con scarsi risultati, d’interpretare la nipote… decisi che se non mi fossero stati offerti ruoli da donna matura, mi sarei ritirata.»

«Eppure, in questi ultimi anni ce ne sarebbero stati di ruoli calzanti al tuo personale di donna matura. Mi viene difficile credere che non te ne sia stato offerto nemmeno uno», obiettò Gustavo.

«Beh, se devo essere sincera, è un po’ anche colpa mia», spiegò Belle, disegnando ghirigori con l’indice sul cristallo appannato della caraffa che conteneva ghiaccio e limonata. «Dopo il trauma delle stroncature alla mia ultima interpretazione… chiamiamola “sopra le righe” e stendiamo un velo pietoso, va’! Caddi in una profonda depressione. Mi guardavo allo specchio e, contando le rughe nello sguardo, mi sentivo persa, inutile, una stella precocemente tramontata! Con l’autostima finita miseramente sotto i tacchi, trovai sollievo rimpinzandomi di cibo… In poco più di un anno mi buttai addosso una trentina di chili: era ormai bulimia conclamata. Mi facevo orrore, osservandomi allo specchio, eppure continuavo a ingurgitare di tutto… dovevo fare qualcosa, sì, ma cosa… Insomma, per farla breve: alla fine mi decisi a mettere la mia vita nelle mani di un bravo psicologo e di un’ottima nutrizionista, che nel giro di un anno mi portarono alla, perlomeno accettabile, forma attuale.»

Afferrò la caraffa, si versò quel che restava della limonata, la sorseggiò lentamente e poi concluse in tono amarissimo: «Invidio la Divina, che a soli trentasei anni, dopo il primo inaspettato insuccesso, trovò il coraggio di consegnarsi al mito!»

«Di Garbo, c’è n’è stata una», sospirò Gustavo. Poi guardò l’orologio da polso. «Nonostante il viaggio a vuoto, mi ha fatto piacere rivederti», disse, prendendo il panama dalla sedia.

«Te ne vai già?» chiese delusa Belle.

«Sono le quattro. E quel rompiballe mi aspetta a Roma, nel suo ufficio.»

«Cosa gli dirai?»

Gustavo allargò le braccia. «Semplicemente, che dovremo cercare un’altra attrice.»

«E lui, come reagirà?» gli chiese ancora, mostrandosi apprensiva.

«Non ti preoccupare, al massimo cestinerà anche questo copione… Non sarà comunque un gran perdita per la settima arte», si schernì, sorridendo.

Belle notò trasparire delusione dal sorriso forzato di Gustavo. Allora, appoggiando delicatamente la mano sopra quella che lui teneva ancora sopra il tavolo, gli propose in tono suadente: «Buttati alle spalle il passato. Cambia verso alla tua, e alla mia vita… proviamo a recuperare il tempo perduto».

«Belle… Belle…» fece Gustavo tra un sospiro e l’altro. «Quanto tempo potrei concederti… dieci, forse quindici anni, se la salute mi assiste…»

«Fosse anche per un solo minuto…» lo interruppe con enfasi, «ti vivrò, mi vivrai, vivremo quell’attimo… facendolo durare un’eternità!»

Gustavo corrugò la fronte. “E’ come un déjà-vu”, pensò, cercando di rammentare. La risata che seguì la riflessione la lasciò allibita. «Scusa, Belle. Ma non ho potuto trattenermi… Questo non è amore, ma la battuta della scena madre della tua più grande interpretazione… la scrissi io stesso.»

«Non è così. E tu lo sai, anche se fingi di non sapere!» ribatté stizzita. «Nonostante tu, agitando le mani, m’invitassi a guardare in camera; io fissavo il tuo sguardo dietro la macchina da presa… No, non recitavo! T’imploravo di amarmi, di togliermi dalle grinfie di Rodolfo! Ma tu, forse eri troppo compresso nel ruolo di regista del tuo capolavoro, per comprenderlo.»

«Lo compresi benissimo. Ma non trovai il coraggio di anteporre l’amore alla mia, e anche alla tua carriera», confessò candidamente Gustavo, immalinconendosi, mentre si alzava dalla sedia. Poi, dopo essersi sistemato il panama sul capo, si avvicinò a Belle, le prese delicatamente la mano e, piegandosi in avanti la sfiorò con le labbra.

«Avrei gradito, tutt’altro bacio», si lagnò commossa, accarezzandosi il dorso della mano.

«Poi, non avrei trovato la forza, il coraggio di lasciarti», replicò lui, sfiorandole il volto con le dita.

«Allora, non mi lasciare», sussurrò, trattenendogli la mano.

«Sono vecchio, Belle… troppo vecchio per certi voli pindarici nell’universo dell’amore», ribadì il concetto, commuovendosi.

«Ora basta!» sbottò Belle, allontanando stizzita la mano che tratteneva contro la guancia. «L’amore non invecchia, mai! Devi fare delle scelte, ora!»

«Non posso, mi spiace… Addio, Anna», fu la laconica risposta che parve precludere futuri ripensamenti.

La voce commossa di Belle si sovrappose allo scricchiolio del ghiaietto smosso dai passi di Gustavo, giunto ormai a metà vialetto. «Mi hai chiamato con il mio vero nome, come facesti la prima volta che ci incontrammo, prima di battezzarmi con il nome d’arte… Rammenti?»

Gustavo, arrestando per un attimo l’incedere, parve sul punto di tornare sui propri passi; ma subito dopo si avviò deciso verso l’uscita, dal giardino e dalla vita di Belle.

«Mi hai chiamato per nome. Ora so che tornerai» insistette lei, alzando il tono. «Ti aspetterò, a presto, Gustavo», concluse con voce rotta, mentre lui spariva all’interno del casale.

 

La grossa BMW scendeva lentamente lungo la strada bianca. Gustavo non vedeva colline scorrere di lato, ma lo srotolarsi dell’intera sua carriera; dalle prime regie teatrali, ai primi film, sino al quarto decisivo lungometraggio che consacrò, lui maestro e Belle Diva. Intristendosi sempre più rivisse i primi insuccessi e l’inizio della parabola discendente.

Il suono del cellulare interruppe la sua personale via crucis professionale, riportandolo alla realtà. “Ecco il rompiballe”, ebbe a pensare, guardando il numero sul display.

«No, sto tornando a Roma», rispose all’amministratore delegato che, facendo del pesante sarcasmo, gli chiedeva se stesse ancora coccolando la Diva.

«E’ riuscito a convincerla?» gli chiese allora.

«No, non ha voluto sentir ragione. Vedrò di trovare un’altra attrice. Ne ho già adocchiate un paio che potrebbero sostituirla degnamente», spiegò in tono dimesso.

Mandandolo su tutte le furie. «Non ci provi nemmeno! Credevo di essere stato chiaro: o lei riesce ad ingaggiare entrambi i protagonisti del primo film, o non se ne fa niente!» Urlava così forte, che Gustavo si vide costretto a tenere il cellulare a debita distanza dall’orecchio, permettendo in tal modo anche all’autista di ascoltare la concitata conversazione. «Ora giri immediatamente la macchina! Torni da quella… befana! E la convinca!»

Avrebbe accettato supino di farsi sbeffeggiare, pur di girare il suo film; ma quell’offesa alla Diva, da lui creata e da sempre amata, non poteva lasciargliela passare. «Questo non glielo permetto», cominciò, usando un tono leggermente alterato. Ma quando l’altro reagì, usando termini ancor più pesanti nei confronti di Belle; Guastavo non si trattene e, ritrovando l’antica, iraconda baldanza per la quale andava famoso, urlò a squarciagola: «VAI A FARE UN CULOOO! BRUTTO STRONZO! Ma chi ti credi di essere! Sai che devi fare, eh? Prendi quello schifo di copione che mi hai costretto a scrivere, strappa le pagine, appallottolale, poi infilatele, una dopo l’altra, DENTRO IL CULOOO!» Poi allontanò il cellulare dal volto fiammeggiante, lo spense e lo sbatté a terra.

Seduto dietro la scrivania, l’amministratore delegato osservava basito lo schermo del cellulare. «Ha staccato!» esclamò. Allora lo appoggiò sulla scrivania e, rimuginando in silenzio, prese il copione dal cassetto e lasciandolo cadere dentro il cestino, trovò comunque il modo di rendere profittevole il gesto. «Ma sì, ora posso stracciare il contratto senza dover pagare nessuna penale… A conti fatti, ci guadagnerò di più che a girare una storia che non interessa a nessuno», tirò le somme, gongolando, certo di aver concluso un ottimo affare.

 

«A dotto’! Quanno ce vo’ ce vo’!» esclamò l’autista, usando il suo particolare idioma, chiamiamolo: italo-romanesco; rompendo dopo cinque minuti il pesante silenzio calato dentro l’abitacolo.

«Come, scusa? Non capisco?» fece Guastavo, riemergendo da una lunga riflessione.

«Sì, dotto’, ha fatto bene a dare dello stronzo a quel pezzo di merda… Mi sa che un giorno di questi lo faccio pure io. Ne ho abbastanza di farmi prendere a pesci in faccia da lui ogni volta che restiamo bloccati in mezzo al traffico.»

«Stai attento, Giulio, fossi in te non lo andrei a dire in giro. Quello è uno che non perdona. Se gli dovesse venire a orecchio quel che pensi di lui, sarebbe capacissimo di licenziarti in tronco», lo avvertì bonariamente Gustavo.

«E che me frega, dotto’», ribatté lui, ridendo. «Ho sessant’anni e quarantadue di contributi, tra quindici giorni vado in pensione… e chi s’è visto s’è visto.»

«Ah, non lo sapevo», fece Gustavo, mostrandosi sorpreso. «Hai già deciso cosa farai? Ti cercherai un altro impiego, magari par time?»

Altra gran risata di Giulio. «Dotto’… nun ce penso proprio! Abbiamo comprato un bilocale ad Ostia; mia moglie, con l’aiuto del mi figliolo e dalla mi nora, lo sta arredando. Appena stacco da qui, nun voglio più vedere un volante per almeno tre mesi… Senti che bel programmino me so’ fatto: letto, mare e delle gran magnate de pesce… Insomma, vorrei provare a vivere qualche annetto rilassato, accanto alla mi’ signora», concluse ilare.

«Bel programma, davvero», confermò Gustavo, immalinconendosi.

L’autista, osservandolo dallo specchietto retrovisore, comprese che non era il caso d’insistere oltre e si tacque.

Passarono poco più di tre minuti, prima che Gustavo prendesse il cellulare da terra e, gettandolo sul sedile del passeggero, dicesse: «Il cellulare della società non mi serve più. Riportalo indietro». L’autista, dopo aver osservato l’oggetto sul sedile alla sua destra, stava per chiedergli ragione. Ma Gustavo lo anticipò. «Io invece non appartengo alla società… Al prossimo slargo, gira la macchina e riportami indietro. Mi hai convinto, voglio provare pure io a vivere qualche annetto rilassato… accanto all’amata», concluse rasserenato.

«E bravo dotto’!» esclamò entusiasta l’autista. «Qui se po’ girà», aggiunse, alzando un gran polverone facendo inversione a U.

 

                                                                  FINE

 

 

 

  

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L'AUTORE Vecchio Mara

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