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Vivere a Miracoli (colonia su Marte)

"PUNTO E A CAPO" Racconto Fantascienza / Cyberpunk / Steampunk

di Massimo Bianco

pubblicato il 2019-04-17 11:10:34


Un uomo e una donna attraversavano il silenzioso bosco di neo-larici tenendosi per mano. La luce solare si faceva strada con facilità tre le fronde rade delle conifere geneticamente modificate. Si approssimava l'estate e la temperatura sfiorava oramai i venti gradi centigradi. Zaini in spalla, i due risalivano con calma e a passi cadenzati, quasi senza sforzo nella bassa gravità, l'ampio sentiero della montagna la cui imponente massa nascondeva a Miracoli, la metropoli in cui vivevano, la vista dell'oceano boreale.

Erano circa a metà percorso e gli alberi già cominciavano a essere soppiantati dagli arbusti d'alta quota, quando il cielo violetto si oscurò e un'indefinita e disagevole sensazione di freddo colse entrambi. Istintivamente alzarono lo sguardo. Nel suo eterno peregrinare intorno a Marte, il satellite Phobos, piccolo ma visibile per la sua prossimità al pianeta, neanche diecimila chilometri, stava eclissando uno degli immensi specchi solari in orbita duecentomila chilometri sopra le loro teste.

Alle loro spalle la città si estendeva, tentacolare e brulicante di attività, ben distinguibile in distanza anche alla sola pallida luce naturale del sole. Con i suoi trenta milioni di abitanti, in buona parte di origine italiana, – componente che da sola rappresentava quasi la metà della popolazione – francese o iberica, con inoltre una significativa minoranza albanese, era la più grande dell'ampia regione colonizzata da Europa e Unione mediorientale associate e la quinta del pianeta.

L'uomo e la donna si fermarono a riposare e contemplarono il panorama, ampliando la visuale con la funzione telescopica delle lenti a contatto computerizzate. Grattacieli di oltre trecento piani svettavano spavaldi nelle loro linee fantasiose, mentre al centro quasi geometrico della sconfinata conurbazione s'innalzava una collina dal morbido declivio, alta circa seicento metri e dal diametro di svariati chilometri. Nell'immensa acropoli, realizzata sul prato dell'altipiano artificialmente spianato in cima, spiccavano le copie esatte in scala 5:1 dei monumenti di Piazza o Prato dei Miracoli di Pisa, del Duomo di Milano, dei romani Colosseo e San Pietro, della parigina Torre Eiffel, della Torre di Belém di Lisbona, della Alhambra di Granada, della Sagrada Familia di Barcellona, del palazzo Ducale veneziano con la basilica e il campanile di San Marco e infine dell'agrigentino Tempio della Concordia: i miracoli, come venivano familiarmente chiamate per estensione. Erano queste mirabili opere architettoniche, scelte attraverso un referendum a imperituro ricordo del genio italico e latino, a fornire il nome alla megalopoli. Si trattava di realizzazioni pacchiane, forse, nello loro smisuratezza resa fattibile dalla bassa gravità marziana e nel loro essere estrapolate dal contesto originario, ma gli emigrati ci erano affezionati.

Tutt'intorno a Miracoli si estendevano verdi pianure coltivate e fattorie ipertecnologiche, mentre ancora più oltre, verso sudest, ombre e riverberi rivelavano la presenza delle torri in vetro e materiali speciali di Beethoven, terza metropoli regionale. Infine, alcune centinaia di chilometri a sudovest di Miracoli s'innalzava, a stento visibile in lontananza, la vetta circondata da nubi del Monte Olympus, a un tempo il più alto picco e il più vasto cono vulcanico del sistema solare.

“Valeva la pena di sfruttare la settimana programmata di bel tempo per uno spettacolo così, vero Giuliana?” Disse l'uomo quando la luminosità tornò ad accrescersi.

“Sì, è magnifico, però non capisco l'urgenza. Venirci domani cosa ci cambiava? Oggi eravamo invitati al rinfresco dei Brochart per festeggiare la promozione di Serge.” Rispose la donna.

“Hai ragione cara, scusami, ma potrebbero esserci mille invitati! Non sopporterei una tale folla. Stamane mi sono svegliato coi nervi a fior di pelle e mi dovevo scaricare. Avevo bisogno di venire qui. Mi è bastato prendere la decisione di compiere l'ascensione per sentirmi meglio. ”

“Scarpinando dalla fermata della linea super-veloce sotterranea.”

“Ma certo, sai come sono fatto, lo trovo molto più gratificante che noleggiare un rover elettrico.”

“Te lo concedo Fausto, camminare fa bene e finora non è stata la faticata che mi aspettavo, la gita è piacevole. Ora però una pausa me la prenderei volentieri.”

“Perché no? Abbiamo tutto il tempo che vogliamo. L'oceano può attendere.”

“E poi possiamo sempre ammirarlo in rete. Aspetta che cerco qualche bella ripresa.”

“No dai, vederlo di persona è tutt'altra cosa.”

“Usare la funzione web-panoramica delle lenti a contatto è esattamente come vederlo di persona.”

“Scollegati da Miracoli, per favore, quassù oggi ci siamo solo noi e mi piace l'idea di essere isolati dal mondo, almeno per un po'.”

“Come vuoi tu, caro.”

“Ti amo come il primo giorno, Giuli, lo sai, vero?” aggiunse allora Fausto, stringendola con passione a sé con le smisurate braccia da orango, sproporzionate rispetto ai suoi centottantotto centimetri di statura. La compagna, piccola e paffutella, quasi ci scompariva dentro.

Poco dopo si accomodarono su una roccia talmente piatta da sembrare un sedile. Un movimento a sinistra attirò la loro l'attenzione. La coppietta si voltò giusto in tempo per scorgere uno scoiattolo rosso ricambiare un istante lo sguardo per poi infilarsi fulmineo nel sottobosco. I due sorrisero divertiti, quindi Giuliana estrasse dalla borsetta refrigerante una bolla d'acqua e la infilò in bocca. A contatto con la saliva, in pochi secondi la pellicola esterna si sciolse e il liquido le scese giù per la gola.

“Ah, ci voleva. Sto davvero bene, sai? … Peccato solo che... se almeno ci concedessero il permesso di procreare. Dopotutto ho quarant'anni e aspettiamo l'autorizzazione da tre anni marziani. Nel computo terrestre sono quasi sei, ti rendi conto?”

“Cosa ne riparliamo a fare, conosci le regole.”

Giuliana sbuffò platealmente e fece il broncio come una ragazzina, con quella sua espressione da marmotta che Fausto tanto adorava.

“Sì, sì, uffa, ma sono stufa di attendere, ecco.” Brontolò poi, a metà tra il serio e il faceto.

“Certo, sei anni non sono pochi, eppure possiamo attendere altri cento. Non siamo più costretti dai limiti fisiologici del passato, noi vivremo per secoli. Tu sei ancora molto giovane. E bellissima.”

“Secoli da trascorrere senza figli? Vivere a Miracoli insieme a te è dolce e piacevole e il mio lavoro è appagante, ma non mi basta più. Sento il bisogno di un bambino da accudire e coccolare ora.”

“Hai ragione amore, però non ci pensare proprio adesso. Non guastiamoci questo momento.”

 

***

 

Nell'enorme e quadrata Piazza Roma, centro nevralgico di Miracoli, l'attività era frenetica. Gente percorreva rapida i portici delle quattro torri gemelle che la delimitavano. Gente si lasciava trasportare dalle strade mobili centrali a doppia velocità, sparendo rapidamente lungo i due corsi che incrociavano la piazza in diagonale. Gente si soffermava a studiare le vetrine real-virtuali dei negozi per poi digitare e pagare le proprie ordinazioni, destinate a giungere a domicilio in capo a un'ora. Gente infine entrava e usciva dai vari portoni. In ciascuno dei quattro grattacieli si svolgeva qualcuna delle operazioni che permettevano alla macchina burocratica locale di far funzionare lo Stato. I circa trecentosettanta milioni di esseri umani residenti in quello spicchio di pianeta dipendevano da essa.

Negli uffici amministrativi ubicati al penultimo piano della torre governativa settentrionale, l'asciutto supervisore generale Marzio Rotella, laureato in giurisprudenza e in scienza delle comunicazioni, svolgeva con abbondante anticipo le abituali operazioni di chiusura della giornata. Quel giorno lui e la moglie avevano in programma un breve atto di presenza al rinfresco dei Brochart, una cena nel miglior ristorante della città e infine uno spettacolo teatrale, recitato dal vivo come esigeva la tradizione. Si trattava di un'antica commedia italiana, interpretata da una prestigiosa compagnia appena giunta in tournée dalla Terra. Il supervisore lavorava sempre troppo, perché aveva la tendenza a sentirsi insostituibile, e per una volta voleva concedersi un po' di relax, dedicandosi a se stesso e alle proprie passioni.

D'altronde, se i governatori cambiavano ogni sei o al massimo ogni dodici anni, lui restava sempre al suo posto, inamovibile. Col suo incarico ricevuto direttamente dal segretario generale dell'ONU a New York, il dottor Rotella aveva piena coscienza di essere fondamentale al funzionamento del sistema come nessun altro sul pianeta, a parte i tre colleghi dell'emisfero boreale e i quattro dell'emisfero australe. A novantatré anni terrestri si trovava nel pieno fulgore fisico e aveva ancora tanto da dare a quella che considerava ormai la sua gente. Come amava ripetere nei rari discorsi ufficiali:

“Dopo aver trascorso su Marte due terzi della mia esistenza mi sento indissolubilmente legato a voi tutti. Per il bene della comunità sarei disposto a qualunque sacrificio.”

Nella Torre Nord, chiunque sapeva che lavorava per loro fin da prima che fosse completata la principale fase di terraformazione, quando ancora l'aria era irrespirabile e i coloni risiedevano all'interno delle dodici originarie cupole isolanti trasparenti e stavano aprendo la strada alla grande massa destinata a giungere in varie ondate successive.

Sulla superficie planetaria posta sotto il suo controllo tutto sembrava tranquillo. Erano le sedici in punto. Inoltrata un'ultima informativa al collega di Mars Delhi, la megalopoli, sorta presso il Reull Vallis, più popolosa dell'ex pianeta rosso, si sentì libero di tornarsene a casa.

Volse quindi un rapido sguardo al di là della vetrata. Il cielo, sgombro da nubi, era dominato dalla mastodontica versione locale della torre Eiffel, distante cinque chilometri. Irritato, pensò per l'ennesima volta all'errore commesso nel realizzarla all'identica scala degli altri miracoli. Lunedì mattina, decise, appena entrato in ufficio avrebbe regolato il finestrone panoramico real-virtuale in modo che la facesse sembrare due o tre volte più bassa. Infine mise in funzione le attività routinarie del computer centrale e uscì.

Se si fossero verificate emergenze sarebbe stato subito avvisato. Rotella si piccava di essere reperibile ventiquattrore su ventiquattro – ore marziane, circa un minuto e mezzo più lunghe di quelle terrestri – e si organizzava in modo da poter raggiungere una delle postazioni di sorveglianza sparse per il pianeta entro venti minuti dall'allarme. Ne aveva installato una pure nella cantina di casa. Prese l'ascensore rapido e si trasferì un chilometro e mezzo più in basso, all'ingresso della sua fermata privata dei treni sotterranei a getto d'aria.

 

***

Dopo un ultimo tratto di comoda arrampicata, Fausto e Giuliana raggiunsero la vetta, a tremilaquattrocentosessantotto metri di quota. Era di gran lunga il punto più elevato del modesto massiccio e sovrastava i cucuzzoli circostanti di circa un chilometro. Certo non era come trovarsi sul Monte Olympus, da dove pareva di abbracciare l'infinito, tuttavia anche da lassù la vista spaziava parecchio.

Osservarono assorti l'oceano boreale che si estendeva sconfinato a nord, a partire da una ventina di chilometri di distanza, e il maestoso fiume Letimbro che vi sfociava a occidente, in un ampio estuario immerso nel verde. Oltre quest'ultimo si riconosceva Superba, sbocco portuale di Miracoli, abitata da oltre due milioni di persone. Solo pochi decenni prima quella era una morta e polverosa landa grigio rossastra, mentre ora le acque, che occupavano il cinquanta percento della superficie marziana, offrivano vita e prosperità.

Era il ventiquattresimo secolo e l'umanità dilagava nell'intero sistema solare. Marte era già stato adattato alle necessità umane e altri progetti altrettanto ambiziosi erano in via di realizzazione.

Fausto guardò l'ora. Le quattro erano scoccate da pochi minuti, c'era ancora tempo. Prese a gironzolare nei dintorni, soffermandosi infine ad ammirare un magnifico olivo solitario, basso ma dall'enorme circonferenza, le cui radici parevano affondare direttamente nella roccia. Era sorpreso di trovarne uno così ad alta quota. Si avvicinò e ne accarezzò il tronco. Si aggirava sui quattro metri di diametro. Doveva essere ultracentenario, pensò con piacere.

Appena il dato gli si impresse nella mente ne colse l'inverosimiglianza. Su Marte non esistevano olivi plurisecolari. La precedenza era stata assegnata ad altri alberi da frutto. I primi ulivi marziani risalivano ad appena cinquanta anni prima e per motivi logistici erano stati tutti seminati oppure trasportati e piantati quando erano ancora virgulti. Quell'esemplare non avrebbe dovuto trovarsi lì. Perplesso, l'osservò con attenzione. Pareva davvero vecchio, il tronco era perfino cavo. Si sporse, col batticuore, a guardar dentro il buco e sul fondo vi scorse un inconfondibile intrico rotondeggiante di erbe e rametti secchi, su cui erano poste quattro uova. Un uccello vi aveva costruito il nido.

Eppure uno dei principali sacrifici sofferti emigrando su Marte era stato il dover rinunciare agli uccelli. La struttura ossea e l'apparato muscolare di questi animali, nati per affrontare la gravità terrestre, erano inadatti all'ambiente marziano. Erano allo studio versioni geneticamente modificate, ma non erano ancora state introdotte sulla superficie planetaria. Lo sapeva con certezza assoluta, perché lui era un bio-ingegnere ed era proprio il suo studio a occuparsi di una parte del problema: l'aerodinamica della coda. Stava dunque osservando un evento impossibile.

Fausto scosse la testa. Non era davvero sorpreso della scoperta. Da tempo intuiva che qualcosa non quadrava e cercava risposte ai propri dubbi. L'incongruenza rappresentata dalla massiccia oleacea gli parve una chiara risposta. L'albero e il suo contenuto non erano autentici. Si guardò intorno. Cos'altro di quanto vedeva era falso? In preda a una furia incontenibile, raccolse un sasso acuminato e cominciò a colpire il tronco. Pezzi di corteccia si staccarono a caddero sul terreno, in maniera perfettamente naturale.

Perché un così accurato raggiro? Non riusciva a capirlo, gli pareva privo di senso. Non se la sentiva di tenere la scoperta per sé. L'avrebbe condivisa, stabilì, con più gente possibile, poi tutti insieme avrebbero preteso delle spiegazioni. Il problema era a chi chiederle. Chi o cosa era responsabile di tutto ciò?

Al termine delle sue elucubrazioni sfruttò le lenti multiuso per scattare alcune foto, dopodiché fece dietro front e iniziò precipitosamente la discesa, seguito dalla moglie, che gli arrancava dietro senza ancora capire il motivo di tale urgenza. Nel frattempo tornò a connettersi. Era deciso ad attirare l'attenzione delle autorità. Grazie alle innumerevoli conoscenze di cui godeva, non gli sarebbe risultato arduo riunire una folla alla stazione a piè del monte.

Avrebbe scatenato un bel casino, promise solennemente a sé stesso.

 

***

 

Nel principale teatro di Miracoli il pubblico ascoltava la recita nella penombra della sala gremita.

 

Il supervisore generale seguiva concentrato l'antica commedia pirandelliana, quando il chip d'allarme impiantato nella sua testa si attivò, dirottandone l'attenzione.

Cosa diavolo starà succedendo proprio adesso? Si domandò irritato, mentre già si connetteva alla rete parallela della sicurezza. Un attimo dopo i primi dati iniziarono ad affluire, al che Rotella si alzò bruscamente in piedi e imprecò in silenzio, si scusò in fretta con la moglie e s'avviò nel buio verso l'uscita. Giunto all'esterno entrò in comunicazione diretta col suo nuovo secondo assistente, Serge Brochart.

“Spiegami tutto a voce, Serge, lo preferisco.”

“È presto detto, capo, contestazioni alla stazione e sulle pendici stesse del Monte Celeste e anche nel quartiere Pontelungo a Miracoli, con atti di vandalismo.”

“E sai cos'ha scatenato questi eccessi?”

“Un difetto nel programma, a quanto pare. La reiterazione di una precedente ricostruzione erronea e perciò eliminata. Per motivi ancora ignoti la vetta del Celeste causa di continuo problemi. Per fortuna siamo riusciti a bloccare le immagini che la ritraevano prima che diventassero virali, altrimenti forse sarebbe nel caos l'intera popolazione.”

“Si sa già chi ne è responsabile?”

“Sì, la fonte è un bio-ingegnere di primo grado di Manutenzione e sviluppo, Fausto Massa.”

“Ah, certo, me lo ricordo bene, un dannato piantagrane. Va bene, rimetti mano al sistema e sterilizza tutto, stavolta di lui me ne occuperò di persona.”

 

***

 

Fausto Massa si sentiva oppresso e confuso. Cercò di muoversi, ma con crescente agitazione costatò di non poterlo fare, come se non avesse più corpo. La sua mente corse freneticamente in mille diverse direzioni, sull'orlo della follia, poi cominciò a recuperare la lucidità. Ritrovato infine l'autocontrollo, Fausto analizzò la situazione. Doveva essere prigioniero da qualche parte, col sistema nervoso bloccato. Le sue smanie evidentemente non erano passate inosservate.

In quel momento il suo campo visivo era ridotto a un anonimo soffitto poco illuminato. Poi sul bordo di esso apparve un volto familiare. Gli occorse qualche istante per capire di chi si trattava. Apparteneva al supervisore generale Rotella, visto in qualche notiziario della rete. Appariva molto più vecchio e stanco di come se lo ricordava. Era quello il suo aspetto reale, ne era sicuro. Stava osservando il Marzio Rotella in carne e ossa, non un simulacro.

“Ti ho collegato vista, voce e udito in modo da poterti spiegare, te lo meriti.” Disse quest'ultimo, con tono sommesso.

“Chi è lei? Chi è veramente, intendo.” Chiese allora Fausto.

Udiva la propria voce come se provenisse da un qualche luogo esterno e gli pareva del tutto priva d'intonazione. Era una strana sensazione, che lo faceva sentire ancora più spaventato. D'istinto tentò di portare una mano al volto, ma non aveva nulla da muovere e la sua angoscia si accrebbe.

“Qualcuno deve assicurarsi che tutto funzioni secondo i parametri previsti. Quel qualcuno sono io.” rispose intanto Rotella.

Fausto avrebbe voluto urlare a squarciagola, invece si fece forza e continuò a porre domande.

“Noi crediamo di vivere su Marte, invece non è così. No, non lo neghi per favore, ormai non serve più. È evidente che siamo prigionieri e non certo sul pianeta rosso. Allora dove ci troviamo veramente? Non abbiamo mai lasciato la Terra, vero?”

Il dottor Rotella spostò lo sguardo altrove, poi lo riportò su di lui e sospirò, affranto.

“Non esattamente” – spiegò quindi – “sulla Terra mancava lo spazio per ospitarvi. Ci troviamo sulla Luna. Miliardi di capsule criogeniche in cui sono conservati i vostri corpi, in caverne scavate sotto l'intera superficie del satellite.”

“Miliardi.”

“Tre, per l'esattezza. Tre miliardi tondi per altrettante persone. Tante quante in base ai nostri calcoli potrebbero essere ospitate sulla superficie marziana una volta completato il terraforming.”

“E Marte? Nulla di ciò che credevo di conoscere è reale, vero? Il pianeta è ancora morto.”

“Beh, Fausto, posso chiamarti per nome, vero? Mi spiace che tu abbia scoperto la verità, non sarebbe dovuto accadere.”

“Dunque è proprio tutta una finzione, non mi ero sbagliato. Ancora non riesco a crederci, cazzo. Ma perché? Perché un inganno così crudele?”

“Abbiamo inquinato la Terra e mutato il clima, riempiendo l'atmosfera, le acque e il terreno di veleni e causando uragani, alluvioni, siccità, caldo e carestie. L'abbiamo sovrappopolata fino a sfiorare i quattordici miliardi di abitanti, scatenando violenti sommovimenti interni, devastazioni, guerre e genocidi. Cinque milioni di chilometri quadrati di superficie sono inabitabili per la radioattività causata da guerre nucleari locali e altrettanti sono al limite. Ogni altro angolo del pianeta, Sahara compreso, è ormai abitato e cementificato, a parte pochi parchi nazionali rigidamente tutelati, arrivando a sfruttare perfino il fondo degli oceani ed esaurendo qualsiasi risorsa. Innumerevoli specie animali sono estinte o vivono solo negli zoo. La natura non reggeva più l'impatto umano. L'equilibrio ecologico era irrimediabilmente compromesso e perfino i rimedi ci si ritorcevano contro, eppure la popolazione continuava ad accrescersi. Siamo stati addirittura capaci di distruggere Venezia, la mia città natale! Occorrevano provvedimenti drastici, perciò ventiquattro anni fa si è dovuto assumere il controllo politico a livello mondiale, causando purtroppo anche mezzo miliardo di morti. Ma grazie a ciò, all'operazione Marte e a uno spietato controllo sulle nascite, oggi la popolazione è ridiscesa sotto i nove miliardi e contiamo un po' alla volta di farla calare ancora, fino a stabilizzarla a sei.”

“Ma non potevate spedirci sul serio su Marte? Io sarei stato ben disposto ad affrontare l'avventura, cosa crede.”

“Lo so, Fausto. Voialtri marziani siete stati selezionati in seguito a una ricerca internazionale. Siete i più ricettivi al cambiamento.”

“E avreste costruito questo folle ambaradan a nostro esclusivo uso e consumo? Non ha senso.”

“Mi spiace davvero, amico mio, credimi, ma non si è trattato di un autentico inganno. Il progetto di terraformare il pianeta è davvero in via di realizzazione, solo che con le tecnologie e i mezzi economici disponibili occorreranno secoli per completarlo. Non ci troviamo nell'anno 2401 come credi, ma nel 2098. E nel frattempo cos'altro potevamo fare? Perseguire il genocidio della popolazione in soprannumero? Vi abbiamo selezionato e, col vostro consenso, vi abbiamo rallentato il metabolismo in modo da ridurre al minimo i consumi energetici e collegato i cervelli a macchinari per creare questa illusione, alterandovi i ricordi. Era necessario mantenere le menti attive, altrimenti non si sarebbero più riprese e alla lunga tutti voi sareste stati ridotti per sempre a vegetali, ma pochi, conoscendo la verità, avrebbero mantenuto intatto per così tanto tempo l'equilibrio psichico.”

Fausto restò a lungo assorto in meditazione. Rotella decise di non disturbarne i pensieri e se ne stette a sua volta zitto, in attesa. Infine l'ingegnere tornò a parlare:

“Ora cosa ne sarà di me?”

“Niente di male, spero. La tua vita riprenderà come prima e così quella di tutti quegli altri che a causa tua abbiamo dovuto disconnettere.”

“E io non ricorderò nulla di quanto è accaduto, immagino. Nessuno ricorderà nulla.”

“Per gli altri sarà così, tu invece ricorderai, se vorrai. Abbiamo già provato a cancellarti i ricordi, ma non è servito. Tu non puoi saperlo, ma questa è la terza volta che scopri l'inganno. Quando resettiamo, evidentemente ti resta qualcosa nel subconscio che ti spinge a porti le stesse domande e a intraprendere ricerche analoghe.”

“In effetti sentivo da tempo che qualcosa non quadrava ma non capivo cosa e quando ho visto la cavità ho compreso tutto in un sol colpo, proprio come se lo avessi sempre saputo. Non ero neanche giunto lì per caso, chissà come percepivo la criticità di quel luogo.”

“Non possiamo permettere che accada ancora e che ogni volta tu ponga migliaia di persone di fronte alla realtà, perché se dovesse ripetersi, l'unica alternativa sarebbe sopprimerti, come è già accaduto con altre menti inquiete.”

“Dunque è questo che siete, dei volgari assassini.”

“No, non è così, tutti voi per noi siete preziosi, perciò ti sto spiegando. Ti assicuro che aborriamo le soluzioni drastiche. Io spero che tu ti convinca della necessità di quanto abbiamo fatto e mantenga il segreto. Confido che la tua psiche sia sufficientemente coriacea per reggere la pressione. E un giorno ciò che ora sognate sarà reale. È solo una questione di tempo, te lo giuro.”

“Nel frattempo però noi non abbiamo scopo.”

“Tutto il contrario, ad esempio le tue ricerche sull'aerodinamica torneranno utili davvero, quando realizzeremo una biologia marziana.”

Lo pseudo colono restò in silenzio per un altro po'.

“E mia moglie?” – sbottò infine – “lo sa quanto intensamente desidera un bambino? Come potrei far finta di nulla pur sapendo che non ne avrà mai uno? Sarebbe un pupazzo, cazzo, come quei pochi bambini che nascono... eppure... sembrano crescere... ma come?”

“Ti sento perplesso, forse cominci a capire. I bambini sono veri. Ti ho detto prima che la Terra è soggetta a un draconiano controllo delle nascite. Talvolta qualcuno riesce a violare le regole e a farla franca, prima o poi però la verità viene a galla, è inevitabile: non si può tener nascosta a lungo la presenza di un neonato non programmato. Quei bambini allora vengono sottratti ai genitori.”

“Cosa? E ciò vi pare etico?”

“È necessario. D'altronde qui accadono guasti o incidenti e ogni tanto qualcuno muore. Appena ciò accade i piccoli rimpiazzano le perdite. Dapprima i loro corpi sono tenuti in sospensione, poi sono fatti crescere in speciali incubatrici e il loro aspetto reale viene riprodotto nella realtà virtuale. Nel contempo le loro menti vengono collegate al sistema.”

“Dunque solo per questo otteniamo il permesso di procreare? Per introdurre qualcuno di loro?”

“Ti pare così terribile? Dopotutto per loro voi sarete davvero dei genitori. Grazie anche alle vostre cure, la loro mente si svilupperà al medesimo ritmo sia dell'organismo reale sia di quello virtuale, è stato organizzato accuratamente affinché ciò sia possibile. Tra tutti coloro che fanno richiesta di riprodursi scegliamo quelli ereditariamente più adatti e apportiamo perfino alcune mutazioni genetiche nei bambini, per rafforzare la somiglianza coi genitori adottivi, in attesa che possano vivere davvero insieme su Marte. Lo riteniamo un compromesso accettabile. Quando i piccoli vengono ufficialmente consegnati, dopo l'illusione del parto e un più o meno lungo periodo di apparente ricovero nelle nursery marziane, è come ricevere davvero il proprio figlio. E un giorno verrà anche il vostro turno, te lo prometto. Allora, Fausto, sei disposto a mantenere il segreto?”

“Io... forse... non lo so.”

“Non sei costretto a decidere subito, ti posso concedere un poco di tempo, mentre i tecnici lavorano per rimettere in funzione il sistema. Se poi decidessi di mantenere intatti i ricordi, potresti diventare un controllore alle mie dirette dipendenze. Periodicamente il tuo organismo verrebbe rivitalizzato, così potresti perfino recarti in licenza sulla Terra, se lo volessi, ma non ne varrebbe la pena, credimi. Ormai non c'è più nulla per noi laggiù, il nostro futuro è su Marte.”

“E quanto tempo dovrà passare ancora prima di...?”

“Almeno tre secoli, ma all'interno dell'illusione sembreranno trascorrerne molti meno.”

 

***

 

Fausto e Giuliana attraversavano il bosco di neo-larici tenendosi per mano. La luce solare si faceva strada con facilità tre le fronde rade delle conifere geneticamente modificate. Si approssimava l'estate e quel giorno la temperatura toccava i venti gradi. Zaini in spalla, i due risalivano con calma e a passi cadenzati lo sterrato semi roccioso della montagna.

Giuliana era entrata nel quarto mese di gravidanza e sprizzava buon umore da ogni poro.

“Ti senti stanca?” Chiese tuttavia lui, timoroso.

“No, sto benissimo, non ti preoccupare” – rispose lei, raggiante – “l'anno scorso c'eravamo fermati in questo punto, ricordi? Facciamo una sosta anche oggi?”

“Volentieri.”

“All'epoca cercavo di non fartelo pesare troppo, ma mi sentivo triste.” – disse poi Giuliana, contemplando la metropoli lontana – “temevo di non veder mai realizzato il mio desiderio di maternità. Oggi invece sono così felice. Un giorno torneremo qui tutti e tre insieme. Nostro figlio guarderà con noi il panorama e si innamorerà anche lui di questa terra, vero amore?”

“Sì, sono sicuro che sarà così.” Rispose Fausto, abbracciandola.

Un quarto d'ora dopo ripresero la salita. Volevano riveder l'oceano. Giunti sulla vetta si fermarono ad ammirare il paesaggio di fianco a un'enorme e solitario rododendro arboreo. Quell'albero doveva essere ultracentenario.

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L'AUTORE Massimo Bianco

Utente registrato dal 2017-11-01

Savonese e forte lettore, posto racconti (noir, di fantascienza e altro) e saggini su alcuni dei miei scrittori preferiti, sperando di offrire momenti di piacere e talvolta di riflessione. Ho pubblicato 2 romanzi cartacei, "Per gloria o per passione" sul calcio giovanile e "CAPELLI. Dentro la mente di un serial killer" più il saggio, scritto a 4 mani con A. Speziali, "Savona Liberty. Villa Zanelli e altre architetture". Altri miei scritti su http://www.truciolisavonesi.it dall'home page cliccate in alto su ARTICOLI PER AUTORI e poi su Massimo Bianco Buona lettura.

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Rubrus il 2019-05-03 12:23:18
Non so a quanto risalga questo racconto: un po' di tempo fa, suppongo. All'epoca le storie [spoiler] sulla realtà virtuale erano la novità, mentre adesso paiono già fuori tempo massimo: la SF si evolve velocemente, direi che è più che mai nel suo DNA. D'altra parte ancor più vecchi, oggi, sembrerebbero racconti sulle esplorazioni spaziali... a meno che, naturalmente, non accada qualcosa in tempo scientifico e tecnologico che li riporti in auge. Il pregio maggiore del racconto è la cura con cui è stata ordita l'illusione, Riletto con piacere, ciao.

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Massimo Bianco il 2019-05-05 22:30:51
Mm, ciao Roberto, hai letto sul numero dello scorso novembre di Urania i 3 racconti fantascientifici scelti dalla giuria come finalisti del concorso di quella collana? Io sì: sarebbero parsi vecchi persino 30 anni fa, figuriamoci oggi, eppure sono arrivati in finale. E 2 di essi (per fortuna quelli che alla fine hanno perso), io li ho trovati francamente MEDIOCRI, al punto che questo mio racconto, secondo me (che sono l'autore, e vabbè, nessuno è buon giudice di se stesso, ma in questo caso...) come finalista avrebbe figurato assai meglio per lo meno del secondo di questi due, davvero brutto e che, infatti, quasi nessun lettore lo ha votato (erano i normali acquirenti di Urania a dover scegliere, con una scheda, il vincitori tra i tre finalisti, e hanno scelto l'unico decente).

Rubrus il 2019-05-06 12:12:37
Eh... è come se tanti, troppi, racconti di SF non si rassegnassero a essere solo racconti di SF e facessero il passo più lungo della gamba, magari o a svantaggio della credibilità scientifica oppure a svantaggio della storia. Questo racconto quel difetto non ce l'ha.

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