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Rubrus

A proposito di... un western italiano

"VIRGOLETTE"

Saggistica

Saggistica

pubblicato il 2019-04-15 14:50:36

Prima di scrivere due parole su questo libro mi sento in dovere di fare una precisazione: è vero che conosco l’autore, ma non è questa la ragione che mi spinge a parlare del romanzo. Il motivo per cui scrivo queste poche righe è che si tratta di un romanzo raro. Sto parlando infatti di un western, genere poco rappresentato nelle librerie, e, oltretutto, di un western italiano, un tipo di libro che può dirsi pressoché inesistente, benché noi italiani, in questo genere, ci siamo fatti notare sia a livello cinematografico che nel mondo del fumetto. Tanto per menare un altro po’ il can per l’aia, già che ci siamo, e prima ancora di parlare del romanzo, racconto un aneddoto riferito da un cabarettista e cantante milanese, Walter Valdi. Siamo alla fine degli anni ’40 / primi ’50 del secolo scorso. Milano è piena di macerie, ma la ricostruzione è iniziata. Il nostro, all’epoca ancora ragazzino, si trova tutti i pomeriggi in cortile a giocare all’aperto – non c’era tv, non c’era internet e soprattutto non c’erano soldi. Quel giorno lì, però, il nostro Walter trova gli altri della banda radunati sugli scalini di casa, silenziosi e come in procinto di intraprendere chissà cosa. Si avvicina curioso e un po’ timoroso e chiede:  «Se giugum?» (“A che cosa giochiamo?”). Risposta del capobanda: «Incoeu giugum no» (“Oggi non giochiamo”) «E perché?» «Perché incoeu andemm in Texas» (“Perché oggi andiamo in Texas”). Sgomento, un po’ di timore, ma si parte. C’è una dignità da difendere. E soprattutto c’è voglia di avventura. I ragazzini raggranellano i (pochi) spiccioli che hanno nelle tasche e prendono il tram. Cammina cammina – e chi conosce le sferraglianti vetture in legno e ferro della serie 1928, tuttora in uso, sa che davvero, con un po’ di fantasia, possono ricordare i treni che attraversavano il vasto Ovest – percorrono tutta la città – che allora, chissà, in certi punti, coi palazzi bombardati e vaste aree incolte poteva sembrare davvero, agli occhi di qualche bambino, una versione meneghina della Monument Valley. I ragazzini arrivano al capolinea, scendono e (cammina cammina) fanno un altro po’ di strada a piedi (ma a loro sarà sembrata una spedizione in territorio indiano), giungono a un vasto spiazzo, Qui ci sono casse, cassoni, uomini che corrono da tutte le parti, muletti (ma meccanici) e, in fondo, dalla parte opposta di un cortile grande come la piazza d’armi d’un forte, un capannone. «Ecco!» annuncia il capobanda «Ch’es chì l’è El Texas!» (“Questo è il Texas”). Era la sede dell’editore del fumetto “Tex”: il capobanda aveva letto l’indirizzo sulle prime pagine degli albi e tirato le somme.
Tutto questo per provare a riferire il fascino che il western deve aver avuto e aveva sulle generazioni che ci hanno preceduto. Negli anni seguenti, questo fascino attirerà frotte di spettatori al cinema, prima a vedere i film giunti d’oltreoceano e poi quelli di produzione europea, fino agli spaghetti western. Il genere conoscerà il suo declino, ma non sparirà mai del tutto: film western se ne girano ancora, anche se certo non come in passato e le opere hanno subito una notevole evoluzione, nel corso degli anni, con declinazioni e interpretazioni a volte tra loro diametralmente opposte. Se devo dire quale sia, secondo me, l’elemento che accomuna queste opere, spesso così diverse tra loro, è l’idea di frontiera, luogo tanto di opportunità quanto di pericoli ed in cui l’individuo può tanto affermarsi e affermare, quanto smarrirsi e smarrire. Sempre a mio parere, la differenza tra il western americano e quello europeo (e quindi italiano) è che, per il primo, la frontiera è un luogo anche (e forse prima di tutto: “western” è un’indicazione geografica) fisico, per gli europei prima di tutto metafisico: quando il western è arrivato da noi, la frontiera (oltre a trovarsi dall’alta parte del mare) non c’era già più e stava trascolorando nel mito, specie grazie al cinema. Forse il fatto che proprio il cinema sia stato il mezzo che ha fatto conoscere da noi il western ha fatto sì che il linguaggio che gli italiani usano per approcciarsi a questo genere sia l’immagine – film e fumetto. Insomma, e per venire (“finalmente!” dirà chi mi ha seguito sin qui) al romanzo, ci vuole una certa dose di coraggio, o spirito di avventura, o incoscienza, per scrivere e pubblicare in Italia un romanzo western. Per questo, come dicevo all’inizio, ne parlo. Tra i vari approcci possibili, “Gunfighter” sceglie di seguire la tradizione, o meglio, due tradizioni, come si evince dai pochi accenni di trama. Hogan, ex colonnello sudista, si vendica di un ex ufficiale nordista che, durante la Guerra di Secessione, era a capo di un campo di prigionia e si era reso colpevole di soprusi e angherie ai danni degli internati. Hogan riesce nel suo intento, ma, dopo un po’ viene catturato dagli uomini della Pinkerton. Gli viene però offerta una chance: deve infiltrarsi in una banda di criminali che, a volte dopo averle rubate allo stesso esercito, vende armi sia agli indiani ribelli (la guerra contro Cochise si è conclusa, ma ci sono ancora diversi irriducibili) che alle bande criminali che imperversano nel Messico, in preda agli sconvolgimenti della Rivoluzione juarista.  Per raggiungere il suo scopo dovrà, per cominciare, finire in prigione sotto falso nome. Chi mastica un po’ il genere ritroverà spunti presi da due film di Leone “Il buono il brutto e il cattivo” (con Lee Van Cleef nella parte del Sergente Sentenza che angaria Eastwood e soprattutto Eli Wallach) e “Per un pugno di dollari”, più un western di Curtiz (il regista di “Casablanca”) interpretato da John Wayne, Stuart Whitman e Lee Marvin. In effetti la continuità e la combinazione tra le due tradizioni è un po’ la caratteristica principale di questo romanzo in cui vediamo scene classiche come duelli, spedizioni e cariche di cavalleria, assalti e agguati degli Indiani, vendette, tradimenti, inseguimenti, antiche fortezze azteche trasformate in fortilizi in nome di un folle sogno di riscatto dell’Impero Coloniale spagnolo. Sarà a questo punto chiaro che, e proprio perché, vuole porsi nel solco della tradizione, (direi: vuole riproporre le storie che facevano salire sul tram i ragazzini di cui parlavo all’inizio e nel modo in cui essi le sognavano) Gunfighter è soprattutto una storia e racconta eventi. Insomma, è un romanzo di genere, che piacerà a quelli cui piace il genere e non piacerà a quelli a cui il genere non piace. Lo sa benissimo e gli va bene così. D’altra parte, è storicamente accurato e non è difficile scorgervi dietro, per chi vi possa essere interessato, un appassionato, prima ancora che documentato, lavoro di ricerca, partendo dalle armi (un vero appassionato di western sarebbe in grado di farvi una testa così sugli anacronismi dei film, anche americani, su questo punto) passando per la situazione politico militare (c’è una pattuglia di Buffalo Soldiers, militari di colore detti così per via dei capelli crespi e, siccome il politicamente corretto è ancora al di là da venire, nessuno se ne lamenta) al complesso scacchiere delle tribù indiane – che non sono né i bruti dei primi western, né gli hippie ecologisti di certe pellicole più tarde.. a questo proposito, mi è capitato di leggere in rete che gl’indiani non conoscevano la guerra.. si vede che gli Apache, parola che vuol dire “nemici”, avevano acquistato questa nomea, sostitutiva della precedente “Tinneh” (popolo dei boschi) al tavolo del bridge... su questo il romanzo, senza farci lezioni di storia, ha il pregio di non correre dietro certe proiezioni fantastiche. Gunfighter insomma è un romanzo un po’ di nicchia, solo per appassionati, o al massimo curiosi, di questo genere che nessuna grande casa editrice avrebbe mai pubblicato e su cui mi è parso interessante dilungarmi un po’. Naturalmente non avrà una grande risonanza: quella generazione che andava in Texas col tram ci sta lasciando, ma non importa. Il western, si sa, non morirà mai. 
                  

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Il romanzesco è la verità dentro la bugia

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