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Le cose per cui rimani

"PUNTO E A CAPO" Racconto Fantasy / Favola

di Rubrus

pubblicato il 2019-04-12 15:12:30


Quando Alberto vide l’Ufo non si chiese se fosse reale.
Se l’era domandato un sacco di volte, mentre si avvicinava di soppiatto dopo averne visto la sagoma luminosa, quasi accecante, adagiarsi senza rumore nel pascolo appena sopra il podere del Frigerio, oltre il boschetto di abeti, e si era risposto di sì.
Ciò che si chiese – una domanda che lo poneva pericolosamente in bilico tra la follia e una grave forma di deformazione professionale – fu se l’alieno avesse pagato i diritti d’autore alla Toei Animation… o forse era la Bandai?
Perché quello che vedeva non era un Ufo qualunque, ma Atlas Ufo Robot.
Goldrake, insomma.
Si fece più sotto, avanzando nella radura, incapace di distogliere lo sguardo dalle forme che, con assoluta, inaspettata precisione, ricordava in ogni dettaglio.
Erano esatte, sorprendentemente nitide, sorprendentemente concrete, in colori quasi privi di ombre e di sfumature, luccicanti nel sole di primavera.
«L’ho tenuto bene, vero?» disse una voce alle sue spalle.
Non c’era ragione perché Alberto stramazzasse a terra dalla sorpresa, non dopo aver visto un disco volante del diametro di oltre trenta metri che avrebbe dovuto esistere solo nei cartoni animati, tuttavia cadere al suolo fu esattamente quello che fece.
«La manutenzione è un lavoraccio, amico, mio, ma… be’, non è forse qualcosa di cui andare orgogliosi?».
Actarus (o Duke Fleed o Goldrake o come diavolo si chiamasse – in tanti anni Alberto non l’aveva mai capito) uscì allo scoperto, tenendo il casco sotto il braccio e schermandosi il viso con la mano finché non fu all’ombra delle ali che reggevano le lame rotanti.
Alberto arretrò di qualche metro, strisciando sul posteriore, poi lasciò perdere.
Actarus gli si accomodò accanto, sedendosi sull’erba umida di rugiada e fissando il gigantesco robot alloggiato nella pancia del disco. Qualche foglia, mossa dal vento, andò a posarsi sul filo dei magli perforanti, nel punto in cui aderivano agli avambracci.
«Ho deciso di prendermi una vacanza» disse Actarus. Anche la voce era come Alberto la ricordava.  Nelle vicinanze, però, non si vedeva nessun doppiatore.
«Sai com’è» proseguì Actarus. «Ricostruire un pianeta è una gran seccatura. Devi pianificare una politica d’immigrazione, predisporre un piano industriale, cercare finanziamenti, allacciare buone relazioni diplomatiche, progettare un piano di governo del territorio, pensare alla tutela dell’ambiente, al reperimento e alla gestione delle risorse… insomma, un mare di scartoffie da compilare».
Strappò un filo d’erba e prese a masticarne un’estremità, lentamente.
«Mia sorella s’è sposata sai? Adesso ha tre marmocchi che mi fanno dannare… zio di qua, zio di là…».
Actarus sospirò. Anche la tuta era esattamente quella che Alberto ricordava, ma non gli tirava un po’ sui fianchi, adesso? E non era una stempiatura, quella che vedeva? E tra i capelli, ancora lunghi, dal taglio vagamente hippie, non c’erano dei fili bianchi?
«Eh sì, amico mio» disse Actarus piantandogli gli occhi in faccia (e Alberto ebbe modo di notare, con dolorosa nitidezza, le zampe di gallina che li incorniciavano) «quando viaggi alla velocità della luce il tempo rallenta, ma lassù, su Fleed, scorre come in qualunque altro posto e questa è una dannata legge che vige in ogni parte del maledetto universo».
Piegò il filo d’erba e ci soffiò dentro, tirandone fuori una specie di nenia.
«Alle volte mi sorprendo a chiedermi come sarebbero andate le cose se non avessi affettato quello zuzzurellone di Re Vega con l’alabarda spaziale e lui fosse ancora lassù, da qualche parte, a escogitare piani per la conquista dell’Universo … un chewingum?».
Si frugò in uno scomparto della cintura (sì, gli tirava un po’, decisamente) e ne estrasse una barretta avvolta in carta argentata, porgendola ad Alberto.
«È il tuo gusto preferito, se non sbaglio» spiegò «menta piperita. O negli anni hai cambiato idea?».
Non l’aveva fatto. Alberto lo scartò e, lentamente, prese a masticare.
«Oh sì» continuò Actarus posando lo sguardo sulle doppie corna di Goldrake, illuminate dal sole morente «per lui è tutta un’altra cosa, ma per noi…».
Scagliò via il filo d’erba e prese una gomma da masticare anche per sé.
«La giovinezza è come un chewingum. Puoi stirarla, puoi allungarla, ma non all’infinito e, a un certo punto – un momento che ti coglie sempre di sorpresa e, soprattutto, troppo presto – ti accorgi che il sapore non c’è più, tanto che ti chiedi se è davvero esistito o se è stato solo un’illusione venduta per qualche centesimo».
Gonfiò un pallone e lo fece scoppiare, per poi riprendere a masticare, ma con più intensità e meno gusto.
«Allora pensi che era meglio quando combattevi contro i mostri lanciati da Vega, quando pensavi che avresti trascorso l’esistenza intera a vagabondare tra le stelle... oh, le distanze erano infinite, certo, ma avevi la vita a disposizione e non era più che sufficiente?... così ti dici che puoi ancora salire su Goldrake, anche se forse non ci sono più mostri da combattere e lo spazio è un vuoto freddo e deserto come quello che ti capita di sentire nel cuore a una certa ora della notte. Pensi che potresti salire su quel dannato Ufo Robot e partire, tanto da qualche parte arriverai, ma forse non importa poi tanto… Ma poi pensi a tutto il resto. A quello che lasci. Alle responsabilità. Immagino che sia così anche per te. Le ragioni per cui stai qui. Le cose per cui rimani…».
Si alzò in piedi con gesto elastico, agile (avrebbe potuto essere uno dei suoi balzi spaziali, oh sì, forse non come ai vecchi tempi, ma quasi) e appallottolò il chewingum dentro la carta argentata.
«Be’, io invece ho deciso di farmi un altro giro».
Estrasse un aggeggio notevolmente simile al telecomando di un’auto (e che, come Alberto ebbe modo di notare, stava al posto della pistola laser) e lo puntò verso la sommità del disco, appena sotto la pinna vermiglia striata di nero. 
Schiacciò un tasto (il telecomando trillò, proprio come quello di un’auto) e una specie di raggio traente si adagiò ronzando sull’erba.
«Ho fatto montare un sedile supplementare» disse Actarus «e, anche se viaggiamo a velocità fotonica, non devi neppure allacciare la cintura di sicurezza».
Si avvicinò al cono di luce, poi, prima di entrare, si voltò verso Alberto.
«So che cosa stai pensando… che cosa stai di nuovo pensando» disse «ti stai chiedendo se è reale».
Accennò a Goldrake, adagiato sul pascolo dietro il podere del Frigerio. «Se devi decidere se salire o no è una domanda sbagliata».
Actarus indossò il casco. Dietro la visiera gli occhi erano gli stessi che Alberto ricordava dall’infanzia. Assolutamente gli stessi.
«Quello che devi chiederti è se è importante che lo sia».
 

 

 

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L'AUTORE Rubrus

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Il romanzesco è la verità dentro la bugia

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Mauro Banfi il Moscone il 2019-04-15 18:25:46
"I superpoteri alla fin fine non contano, sono i personaggi a essere importanti. Così come non conta se io o tu o il lettore acquistassimo l’abilità di correre più veloce della luce e indossassimo un bel costume. Non farebbe alcuna differenza per noi. Se sei uno stronzo ora, sarai uno stronzo con un bel costume che può correre più veloce della luce. E la cosa non migliorerà per nulla l’universo. La cosa importante è che le persone ordinarie sono fantastiche. Sono fantastiche per quello che possono fare e per quello che non possono essere. Possono fare delle cose fantastiche per il mondo, nel bene e nel male. Non hanno bisogno di un costume e di un simbolo sul petto. Con Watchmen e molte delle mie opere successive ho cercato di comunicare questo messaggio: avere dei superpoteri non ti rende necessariamente una brava persona e le persone comuni sono quelle con cui abbiamo a che fare… qui non c’è nessun supereroe." Alan Moore Questo bellissimo racconto mi ha riportato dentro a quell'Esperienza, un'esperienza per antonomasia, che è stata per me la prima lettura di Watchmen di Alan Moore, il testo che, insieme alla filosofia di Giorgio Colli, è stato capace da solo di ridimensionare la volontà di potenza nicciana del criminale Novecento. Umano e preciso il realismo psicologico che riporta Actarus sulla terra; già, perchè in questo Terzo Millennio dobbiamo appendere in casa nostra questo imprescindibile post-it di Alan Moore, l'umanissimo mago, genio del ritorno al possibile: " Se sei uno stronzo ora, sarai uno stronzo con un bel costume che può correre più veloce della luce. E la cosa non migliorerà per nulla l’universo. La cosa importante è che le persone ordinarie sono fantastiche. Sono fantastiche per quello che possono fare e per quello che non possono essere. Possono fare delle cose fantastiche per il mondo, nel bene e nel male. Non hanno bisogno di un costume e di un simbolo sul petto." Questa è l'esperienza per antonomasia del nuovo terzo millennio. Abbi gioia

Rubrus il 2019-04-16 17:55:01
Le persone normali possono essere fantastiche e le persone fantastiche possono essere normali, benchè questa consapevolezza non ci sollevi del tutto dalla malinconia che sopraggiunge quando si percepisce la lontananza da quel fantastico che, un tempo, sentivamo così normale (è un pensiero contorto, lo so). Una nota sulla canzone e sul filmato, che è più centrato di quanto sembri. Go Nagai, il creatore di Goldrake, ebbe l'idea dei robottoni anni '70 (il primo fu Mazinga, ma da noi arrivarono in ordine diverso rispetto alla loro nascita, e quindi per noi il primo è Goldrake) mentre era imbottigliato nel traffico di Tokio. Immaginò un automa gigante fatto di auto che scavalcava la fila dei veicoli, portandolo a destinazione, o forse da un'altra parte.

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Massimo Bianco il 2019-04-17 12:47:01
Il vantaggio di un racconto del genere e che dopo averlo letto una volta è difficile scordarselo, almeno in grandi linee. E lo si rilegge comunque sempre con piacere. Tra parentesi: surrealismo perfetto, degno di De Chirico e Savinio, eh, eh. Ma, ok, come dici nella presentazione, se sono qui a commentarlo vuole dire che evidentmente non sono giovane come in genere fingo di credere, ahimè. E dopo così tanti anni, in questo momento, mi viene da chiedermi: chissà che effetto mi farebbero se li rivedessi oggi, quei cartoni animati? Mi piacerebbero ancora come allora? Perché allora mi piacevano un sacco e ti dirò che mio padre li guarvava insieme a me e direi proprio che li apprezzava a sua volta, anche se immagino che non potesse esserne altrettanto affascinato. Ciao.

Rubrus il 2019-04-17 16:29:30
Mah... la risposta è forse più semplice di quanto si creda. Relativamente poco tempo fa si trovava in edicola una serie di DVD con quegli anime - e a poco a poco li stanno rivendendo tutti. Sempre di recente è uscito un film dal titolo "Lo chiamavano Jeeg Robot" segno dell'impatto culturale, se si può dire così, di quei programmi su coloro che, grosso modo, hanno oggi un'età compresa tra i 55 e i 40 al massimo - altre età avranno altri immaginari. Il fatto è che possiamo anche andare alla ricerca del tempo perduto e, fatalmente, ne subiamo il fascino, o il ribrezzo, a seconda dei casi, ma la memoria è una lente deformante.

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