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Tallone da Killer

"PUNTO E A CAPO" Racconto Giallo / Noir / Thriller

di Rubrus

pubblicato il 2019-03-29 12:28:01


«C’è ancora una macchia».
Samir sospirò.
Sapeva che, presto o tardi, il vecchio l’avrebbe beccato.
Ciondolava per la ditta tutto il giorno con uno strano passo oscillante, come se fosse un po’ sbronzo o avesse problemi d’equilibrio.
Gli piaceva soprattutto girovagare per il parcheggio e correva voce che, una volta, fosse il padrone di tutta la baracca.
Samir non gli l’aveva mai chiesto. Anzi, l’aveva sempre evitato.
Ma adesso eccolo lì che puntava il dito contro una macchiolina di grasso nascosta nell’incavo della maniglia della portiera.
Samir afferrò lo straccio e prese a strofinare.
«Cos’è, una roba tipo “togli la cera, metti la cera?”».
Il vecchio gli lanciò un’occhiata interrogativa. Non aveva capito.
Ovvio: mica li conosceva, i vecchi film.
Il guaio era che non li conoscevano neanche i coetanei di Samir e lui si sentiva come se vivesse fuori sincrono: troppo giovane per i vecchi e troppo vecchio per i giovani.
Per questo preferiva le macchine. O i camion, come quello. Un Mercedes 1223 del 2001, con la decalcomania di un felino sulla portiera. Presto una qualche direttiva europea anti – inquinamento lo avrebbe messo fuori legge e quindi anche il camion, in un certo senso, era fuori sincrono.
Forse per questo a Samir non dispiaceva che fosse sempre pulito, e togliere anche quell’ultima macchia non gli pesava.
Quando ebbe finito, il vecchio zoppo si avvicinò e passò una mano sulla decalcomania. Non si capiva che razza di animale fosse: un leone, un puma o solo un grosso gatto. «Una volta ne guidavo uno così anche io» disse lo zoppo «anche quello aveva un qualche animale sulla portiera. Un bisonte o un rinoceronte. Io lo chiamavo “il Bestio”».
«Domani sarà di nuovo sporco» disse Samir.
«Mi piaceva guidare» proseguì lo zoppo, come se non avesse sentito, poi, voltandosi verso Samir: «E a te?».
«Non ho l’età».
Lo zoppo sogghignò «Davvero?».
Samir non rispose. Aveva fatto qualche giro. Senza patente, senza foglio rosa e, naturalmente, senza doppi comandi. Più di qualche giro, per essere precisi. E qualcuno anche su un camion. Sì, gli piaceva guidare. Ma non era il caso di dirlo.
«Scartoffie» sentenziò il vecchio «Non è un pezzo di carta che può dire se sai davvero portare un camion, ma il mondo è governato dalle scartoffie ed è meglio che te lo ficchi in testa il prima possibile».
Samir si infilò lo straccio nella tasca posteriore dei jeans, con un lembo di stoffa che penzolava come una specie di bandiera, e non disse niente.
«Sì, lo so» disse lo zoppo «pensi che tutto quello che conta sia guidare bene e conoscere le macchine. Essere il migliore. Anche io lo pensavo, alla tua età. E per un po’ lo sono stato».
«Il migliore?» il tono di Samir era stato ironico. Forse lo zoppo si sarebbe offeso, ma ormai era fatta.
Il vecchio annuì «Una specie di leggenda».
Samir non riuscì a trattenere un ghigno sarcastico. Se lo zoppo se la prendeva, pazienza. «Sul serio?».
«C’erano i CB allora. Una specie di internet prima di internet. Solo per i camionisti. Avevamo tutti dei soprannomi. Il mio era “Tallone da Killer”».
Samir scoppiò a ridere. Lo zoppo proseguì imperterrito. «Potevo guidare per venti ore di fila, non ho mai avuto incidenti, ero in grado di riparare qualsiasi mezzo, ma soprattutto...». Si interruppe.
«Soprattutto?». Samir sapeva che, oggi, con cronotachigrafi, gps, app e tutto il resto c’era poco da scherzare, ma all’epoca dello zoppo doveva essere stato diverso. A quei tempi, se ci sapevi fare, potevi davvero guidare per intere giornate evitando i controlli della stradale, senza fermarsi neanche per mangiare, bevendo litri di caffè e usando come cesso una bottiglia di plastica.
«Soprattutto avevo un sesto senso per le volanti e le auto civetta» rispose lo zoppo «Le... sentivo, come se ne captassi l’odore. Una specie di istinto... non so... come certi animali che prevedono i terremoti. Quando mi capitava, rallentavo, e, quando capivo di essere al sicuro, via a tutta birra».
«Piedino pesante, eh?».
«Tallone da killer» puntualizzò il vecchio. «Quello sull’acceleratore».
Con la coda dell’occhio, Samir notò alcuni dipendenti della ditta sgattaiolare via. Avevano visto lo zoppo attaccare bottone con Samir e se la battevano all’inglese.
«E non ti hanno mai beccato».
«Sapevo quando fermarmi e quando accelerare. Comprai un camion, il primo di molti, che ero poco più vecchio di te. Feci un sacco di viaggi e un sacco di soldi. Come ho detto, credevo che il trucco fosse tutto lì: saper guidare».
Toccò a Samir annuire. Aveva capito dove stava andando a parare il discorso. «Ma avevi dimenticato le scartoffie».
Lo zoppo gli diede una pacca sulla spalla. Leggera, quasi un buffetto. Ma, dal peso della mano, Samir comprese perché, una volta, il vecchio era stato “Tallone da Killer”.
«Le scartoffie e gli uomini. Ma lo capii tardi. Dopo aver comprato tutta questa baracca». Fece un gesto che abbracciava l’intero parcheggio. Un gesto ampio, solenne, come se volesse indicare l’intero universo. E forse per il vecchio Tallone era proprio così.
«Devi sapere – lo devi proprio sapere – che più mezzi hai più si presume che tu guadagni. Al fisco non glie ne frega niente se i clienti non ti pagano, o ti mollano perché in giro c’è qualcuno più disperato di te che si fa sottopagare. Quelli del fisco se ne sbattono se un autista non porta a termine un viaggio perché preferisce andare a cogliere i pomodori. Sì, ragazzo, quelli se ne infischiano. E se non paghi le tasse che loro pensano tu debba pagare, vengono in ditta a ficcare il naso e ti dicono quanto devi sganciare per metterti in pari. E se ti ribelli, ci sono gli avvocati, e i commercialisti e li devi pagare, e...».
«Meglio guidare e basta?».
«Io questo non l’ho detto. Ho solo parlato di limiti. Di sapere quando accelerare e quando fermarsi».
Un camion poco lontano partì con un rombo improvviso come un tuono nel cielo sereno. Qualcuno che faceva il turno di notte. L’autocarro accelerò e infilò l’uscita emettendo una nuvola di fumo. Lo zoppo l’odorò come se fosse stato profumo di rose. Samir aveva sentito dire che, una volta, i ragazzi correvano dietro i camion annusando i gas di scarico per sballarsi. Gli era sembrato incredibile, ma, guardando la faccia del vecchio Tallone, si chiese se, tutto sommato, la storia non fosse vera.      
«Si chiamava Donato, ma tutti lo chiamavano “Nato”. Da “Nato pronto” » riprese il vecchio.
«Era il suo nome da CB?».
«CB Baracchino, esatto. Lo conoscevo da un po’ Un giorno viene da me e mi racconta la sua storia. Sai, a volte capita, nella vita, che gente con cui, fino a quel momento, hai scambiato qualche “buongiorno e buonasera” venga a spiattellarti i fatti suoi. Forse se li sono tenuti dentro così a lungo che rischiano di scoppiare e allora devono raccontarli a qualcuno, uno qualunque. Oppure ti hanno girato intorno, come gli squali».
«Era uno squalo, Nato?».
«Aveva avuto un incidente. Per come la raccontava lui, si era fermato a prestare soccorso a un automobilista di passaggio ed era stato investito a sua volta».
«Era vero?».
«Molta gente non ci ama. I camion sono grossi, rumorosi, ti fanno rallentare e possono fare paura. Ma tu non puoi sapere a quanta gente abbiamo prestato soccorso, a volte anche salvato la pelle. Un camionista conosce la strada, ha sempre dietro un kit di emergenza e sa come usarlo e anche come farne a meno. A me piace pensare che abbiamo un nostro codice. Una specie di “legge del mare” che vale sull’asfalto: se serve, intervieni e al diavolo tutto il resto. Anime erranti che a volte si rivelano angeli».
«E questa da dove salta fuori?».
Tallone scompigliò i capelli di Samir. «Tu cerca di tenerla a mente e basta, ok?». Guardò il cielo come se si aspettasse di vedere qualche ala candida, ma non c’era niente. Neanche un piccione.
«Stavi parlando di Nato. Nato Pronto».
«Giusto. Scusa. Divagavo. Comunque sì, la sua storia poteva essere vera, anche se forse aveva omesso qualche particolare. Gli avevano tolto la licenza per gli autotrasporti, anche se non la patente. Lui diceva perché, secondo il giudice, Nato, nel fermarsi a prestare soccorso, aveva arrestato il camion nel posto sbagliato: una Golf che viaggiava a tutta birra ci era finita contro e il conducente ci aveva rimesso la pelle. Il classico tamponamento a catena, ripeteva Nato, lui non aveva colpa. Ma durante il processo qualche maledetta scartoffia doveva essere finita fuori posto».
«Può essere».
Lo zoppo annuì. «Comunque, Nato aveva perso la licenza. Un giorno viene da me e mi propone di acquistare un camion e di metterci in società. Eravamo diventati amici. Mi spiaceva di quello che gli era accaduto. Poteva capitare a me. Può capitare a tutti».
«Ma ti sei rifiutato».
«”Nato”, gli dico “ho già troppi mezzi. Quelli delle tasse mi ammazzano. Se devo pagare un altro dipendente, poi...” Ma lui mi fa “Non c’è problema. Io mica lavoro solo per te. Sono in affari con altra gente. Una cooperativa. Tu intesti il camion a loro, io lo guido, facciamo più viaggi, fatturiamo di più e dividiamo. La colpa di quel dannato incidente è anche loro e, in qualche maniera, devono ripagarmi”».
«Ma allora perché non l’ha intestato direttamente a loro, a quelli della cooperativa? Perché ha messo di mezzo te?».
«L’idea era che il camion lo pagasse lui, Nato, ovviamente in contanti. La fattura doveva essere intestata a me. Io poi avrei rivenduto il camion alla cooperativa, che però in tasse non avrebbe pagato quello che avrei pagato io se fossi stato al loro posto. Non chiedermi perché. È una dannata faccenda di scartoffie e non l’ho mai capita».
«Ma se dovevi rivendere il camion alla cooperativa, dove stava il tuo guadagno?».
«Nel prezzo del camion. I soldi per comprarlo ce li metteva Nato, quelli della rivendita io. “E” conclude Nato “tutto quello con guadagno con quel camion ce lo spartiamo noi due. Con la cooperativa me la vedo io”».
«Ma la cooperativa la pensava diversamente»
La mano dello zoppo si abbatté di nuovo sulla spalla di Samir. «E bravo ragazzo. Vedo che sei veloce di testa. Io invece mi illudevo di esserlo. O forse credevo che tutti i camionisti fossero angeli erranti con le ali sporche di nafta».
«Comunque, a me, tutta ‘sta storia pare assurdamente complicata. Perché ci sei rimasto invischiato?».
«Il fascino dell’esentasse, suppongo. La cooperativa avrebbe dovuto pagarmi cash. I passaggi di proprietà servivano anche a nascondere il nero».
«Chissà che cifra». Di nuovo il tono ironico. Ma Samir sapeva che il vecchio Tallone non se la sarebbe presa.
«Una miseria, figliolo, una dannata miseria di cui però avevo bisogno. Quando arriviamo al dunque, però, la cooperativa non solo non vuol pagarmi cash. Non vuole pagarmi affatto. Se davvero voglio rifilargli quel bidone di camion, mi fanno sapere, gli devo fare un paio di trasporti gratis, giusto per andare in pari. Altrimenti posso tenermelo e pagarci le tasse sopra. Esattamente il contrario di quel che volevo».
Samir non disse nulla.
Tallone proseguì: «Ne parlo con Nato e gli dico chiaro e tondo che, finché la faccenda non è chiarita, io il camion me lo tengo. È intestato a me, no?. Posso rivenderlo a un altro, oppure usarlo io. Se devo pagarci le tasse, almeno che frutti qualcosa. Glie lo dico in faccia, qui, in ditta, e lui risponde che l’ha pagato lui e quindi è suo. Qualche giorno dopo viene a trovarmi a casa e la scena si ripete. Qualche giorno dopo ancora lui mi telefona...».
«… e Nato registra tutto quanto».
«Aveva uno di quei nuovi maledetti telefoni, gli smartphone. Non mi sono mai abituato a tutta questa nuova tecnologia. Sono rimasto fermo ai CB».
«Un bel guaio» disse Samir senza specificare a che cosa si riferisse.
«Siamo finiti in mezzo alle scartoffie, questo è il guaio. Nato può provare di aver pagato il camion – praticamente l’ho confessato e infatti lui mi denuncia per appropriazione indebita – ma non può usarlo perché non ha la licenza per i trasporti. La fattura di acquisto è intestata a me e quindi tutti i costi e le tasse sono mie. D’altra parte, la cooperativa non vuole comprarlo e per obbligarla a farlo ci vorranno tempo e soldi, anche perché mica c’era, la cooperativa, quando io e Nato abbiamo architettato la faccenda; può sempre ribattere che abbiamo fatto i conti senza l’oste».
«Ma se il camion era intestato a te, la cooperativa non lo voleva e Nato non poteva averlo, potevi sempre usarlo».
«E qui ti volevo, ragazzo. Perché, una notte, Nato sgattaiola qui dentro e smonta l’antifurto dell’autocarro. Senza quello, il dannato arnese non parte. “Se non posso usarlo io, non lo userai nemmeno tu” deve aver pensato». Il vecchio zoppo sogghignò. Non era un sorriso da killer, ma non era del tutto piacevole. «Stavolta però la fortuna gioca a mio favore.  Un mio dipendente che  sta tornando da una corsa notturna vede Nato sgusciare via dal camion quatto quatto come Gatto Silvestro. Stavolta tocca a me denunciare il buon Nato Non Tanto Pronto. Violazione di domicilio, furto, danneggiamento, violenza privata, quel diavolo che è. Salta fuori la vecchia storia dell’incidente, quello per cui gli avevano tolto la licenza. Tutta la storia, anche la parte che Nato non mi aveva riferito».
«Come è andata a finire?».
«Nel peggiore dei modi. Il pm del processo di Nato è una ragazzina alle prime armi che cerca di farsi notare. Lui si è già giocato la condizionale e finisce dentro, quanto a me...».  Lo  zoppo frugò nel taschino ed estrasse un pacchetto di sigarette. Era mezzo vuoto e gualcito come la sua faccia. «Con tutto quel casino era inevitabile che la finanza venisse a ficcare il naso, ma a ficcarlo sul serio. Mi hanno rivoltato la ditta come un calzino. Mesi e mesi di lavoro bloccato. E poi qualche scheletro nell’armadio salta sempre fuori, specie se non è un armadio, ma l’archivio della contabilità». Sospirò. «Ho dovuto chiudere. Me la sono cavata per il rotto della cuffia e solo perché non mi ero scordato come si guida. Ho dovuto tornare a lavorare sotto padrone. Avevo ancora il Tallone da Killer».
Diede un colpetto da sotto al pacchetto e una sigaretta saltò fuori come una scimmia ammaestrata. Indicò il camion, quello con la decalcomania, che il giovane stava pulendo prima che iniziassero a parlare e disse: «Breve storia triste: l’uomo scese dal camion, si accese una sigaretta e controllò se nel serbatoio c’era ancora benzina». Fece un cenno a Samir di seguirlo e i due si allontanarono. L’ombra del vecchio, davanti, allungata dal sole al tramonto, era tutt’uno con la figura smilza del ragazzo.
Raggiunsero una panchina vicino all’ingresso e si sedettero. Tallone non offrì una sigaretta al ragazzo, ma accese la propria soffiando il fumo verso l’alto. Un uccello scuro, forse una cornacchia, forse un piccione, attraversò il cielo. Parve metterci molto, come se volasse lentamente o come se lo spazio del parcheggio fosse diventato più grande, fino a contenere l’intero universo.
«Perché ho l’impressione che la storia non sia finita?» chiese Samir.
«Anni dopo, sere dopo. Sere arrivate bevendo litri di caffè e usando come orinale una bottiglia di plastica. Avevo il camion di cui ti avevo parlato all’inizio, quello simile a quello che stavi pulendo. Quello che chiamavo “Il Bestio”» rispose lo zoppo «Ci avevo montato sopra il CB, fa niente se non era più di moda. Di colpo sento una voce che conosco bene: è proprio lui, il caro Nato Pronto, ladro di confessioni e di antifurto». Chiuse gli occhi, come se rivivesse la scena. Come se la rivivesse per l’ennesima volta. «Non so che mi ha preso, ragazzo. Nato era a una manciata di chilometri da me, e allora ho fatto quello che non avevo fatto, mai: ho mandato al diavolo il trasporto, ho cambiato strada e ho iniziato a inseguirlo. Non so cosa volessi… anzi, no… non voglio sapere che cosa volessi. Avevo davvero il Tallone da Killer, in quel momento».
Il sole scomparve dietro un palazzo. Le ombre si infittirono e spirò una folata di vento. Da qualche parte, una lattina vuota rotolò sul cemento.
«Raggiungo Nato. È su una strada provinciale, poco più che un viottolo di campagna. Si è fermato a mangiare in una trattoria, sta salendo sul camion e, senz’altro, ha intenzione di tornare in autostrada. Mi vede che gli piombo addosso. Non so come abbia fatto a riconoscermi: non aveva mai visto il Bestio. Lo avevo comprato prima che tutto andasse in malora. Dell’intera baracca, era l’unica proprietà che ero riuscito a salvare».
Lo zoppo finì la sigaretta, la buttò per terra e la spense con la punta del piede, schiacciandola ben bene. «Fatto sta che Nato capisce chi sono, balza sul camion e parte in quarta» riprese Tallone. La sua espressione era quasi trasognata «È stato un gran bell’inseguimento, figliolo, anzi, è stato un inseguimento da pazzi. Non so perché Nato non abbia imboccato l’autostrada, ma non passa giorno senza che ringrazi Dio che non l’abbia fatto. Perché, se Nato avesse preso l’autostrada. io gli sarei andato dietro. E se avesse sfondato la barriera del casello gli sarei andato dietro. E se si fosse messo a correre come un pazzo sulla corsia di emergenza gli sarei andato dietro. E se avesse travolto chi gli sbarrava la strada gli sarei andato dietro. E...».
«Ho afferrato il concetto».
«Sarebbe stata una strage. Non so se Dio esista o se si intrometta nelle faccende degli uomini. A volte mi convinco di no. Ma poi penso a quella notte e ho dei dubbi». Il vecchio Tallone guardò di nuovo in alto, ma subito abbassò gli occhi, come deluso da non aver trovato risposte. «Nato rimase sulla provinciale, invece, e per fortuna non c’era nessuno. Solo le curve, la banchina non transitabile, i campi e qualche riccio che non faceva in tempo a scansarsi».
«E tu dietro» disse Samir.
Lo zoppo ridacchiò. «Avevo un carico di cassette di frutta. Ho smesso di pagarlo sei mesi fa, dopo tre anni, e non l’ho pagato tutto. Il proprietario si è stufato e mi ha condonato una parte del debito. Una scelta saggia. Se c’è un principio cui devi attenerti quando ci sono di mezzo i soldi è “non fare questioni di principio”. Avrei voluto saperlo allora».
«Ma l’hai raggiunto o no, Nato?».
«Te l’ho detto, è stato un bell’inseguimento. Non come nei film americani, dove si vedono quelle strade deserte, dritte e lunghe, perfette come se le avesse tracciate l’Onnipotente in persona, ma è stato un bell’inseguimento. Però...».
«Però?».
«Però a un certo punto mi si è risvegliato l’istinto. Non importa che cosa dicono gli scienziati e i poeti, che i pensieri si trovano nel cervello o nel cuore, o al massimo nella pancia. Io ce l’avevo nel tallone. Il Tallone da Killer».
Il sole spuntò da dietro il palazzo. Un ultimo saluto prima di tramontare.
«Stavo rallentando prima ancora di accorgermene. Sapevo che c’era una pattuglia nelle vicinanze. Dovevo calmarmi o sarei finito in un mare di guai, sempre che non ci fossi già» disse il vecchio «Ma Nato no. Lui non ce l’aveva il tallone magico. Si accorse che mi stava distanziando e prese coraggio. Diede gas, perse il controllo del camion e finì in un fosso».
«È morto?».
«Saprai già che non è come nei film. Un veicolo non prende fuoco, a meno che non sia lesionato il serbatoio, che, come sai, è ben protetto, e non ci sia qualche scintilla nel posto sbagliato al momento sbagliato. Il camion di Nato si rovesciò nel fosso, con la motrice dentro e il rimorchio in bilico sull’orlo, ma non si incendiò». Tossì. «Ma non era messo bene. Avevo visto abbastanza incidenti da capire che era questione di minuti. Bastava che chiamassi aiuto, mi mettessi di lato e aspettassi. Il rimorchio sarebbe scivolato, avrebbe preso l’abbrivio e tutto il mezzo sarebbe finito dentro il canale. Non c’era molta acqua, ma abbastanza da affogare un uomo. Specie se era svenuto o non poteva muoversi, imprigionato nella cabina».
Si udì un frullo d’ali. Nessuno dei due guardò se era un angelo o un piccione.
«E lo feci» continuò lo zoppo «mi misi di lato, mi fermai, chiamai soccorso e attesi. Come nel proverbio cinese: “siediti vicino al fiume e aspetta che il cadavere del tuo nemico passi”. Nel mio caso era un fosso, ma poteva andare. Però...» si strofinò la bocca, come se volesse pulirsela «però era iniziato tutto per una stupida furberia da quattro soldi. L’avevamo fatta diventare una questione di orgoglio, o forse di principio. Ma l’unico principio da seguire in faccende come questa... »
«...è non fare questioni di principio» terminò Samir.
Tallone annuì e riprese:  «Vidi un lampeggiante lontano e capii che l’istinto non mi aveva tradito: c’era una pattuglia nelle vicinanze... ma non abbastanza vicino. Prima di riflettere ero sceso dal camion e correvo verso Nato. Il rimorchio stava scivolando. Pochi istanti e sarebbe finito tutto in acqua. Passai sotto il cassone che scricchiolava, gemeva e ruggiva come una bestia che volesse divorarmi. Raggiunsi la cabina, afferrai la portiera e tirai. Non cedette e tirai ancora, e ancora. I miei strattoni accelerarono il movimento del camion, che minacciava di cadermi addosso. Se fosse successo, saremmo morti tutti e due schiacciati, prima ancora che affogati. Però tirai ancora. Dicono che una madre possa sollevare un’auto, se si tratta di salvare il proprio figlio. Io non sono una madre, e senz’altro Nato non era mio figlio, ma un po’ di quella forza speciale deve essermi venuta perché la portiera cedette. Afferrai Nato, che era svenuto, e lo tirai fuori, trascinandolo. Ricordo di aver sentito uno schiocco e, più tardi, seppi che gli avevo rotto una spalla. Sia come sia, quando fu fuori me lo issai sulla schiena come se davvero fosse un gigantesco poppante. Il camion sopra di noi, più che scivolare, precipitava. Il cassone si era inclinato di quarantacinque gradi e non vedevo più il cielo. I tiranti cedevano, le gomme si deformavano, i cerchioni saltavano via e pezzi di ferro e lamiera schizzavano da tutte le parti. Scivolai, mi tirai su, sempre con Nato sulle spalle, e percorsi gli ultimi due, tre metri piegato ad angolo retto. Il camion ci cadde addosso, ma ormai eravamo fuori. Quasi».
Si fermò, ansimante, come se stesse ancora sgusciando da sotto il camion con il peso morto di Nato sulle spalle.
«Ed eccomi qui» concluse semplicemente.
Si era fatto tardi e il parcheggio era al buio. La luce mutevole del sole era stata sostituita da quella imperturbabile dei lampioni. Le stelle non si vedevano ancora. Samir non era mai rimasto in ditta così a lungo. Il giorno dopo, gli altri gli avrebbero chiesto se lo zoppo gli avesse attaccato bottone e lui avrebbe risposto di sì senza aggiungere altro perché voleva che quella storia rimanesse tra lui e il vecchio.
«Perché me l’hai raccontata?» chiese.
«Non credo che i camionisti siano degli angeli della strada – neanche dei diavoli, se è per questo. Però credo che anche negli esseri umani possa esserci qualcosa di buono. Possiamo fare delle enormi fesserie, possiamo lasciarci macchiare dal peccato, ma se siamo fortunati possiamo cavarcela all’ultimo minuto, e uscirne, anche se un po’ ammaccati. Forse tutto sta nel togliere certe piccole macchie, perché, senza accorgertene, e senza sapere come, rischi di trovarti sporco per sempre. Perciò, anche se non potrai mai essere pulito del tutto, e anche se ogni giorno ti sporcherai di nuovo, non importa: tu metti la cera, togli la cera».
Il vecchio diede un’ultima pacca sulla spalla di Samir, poi si alzò con fatica, allontanandosi con passo sbilenco, come se avesse una protesi al posto del tallone e, quella sera, gli facesse più male del solito.

 

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Mauro Banfi il Moscone il 2019-03-31 18:52:25
Molto bella e riuscita praticamente la tecnica del dialogo/racconto che manifesta la narrazione celata in sè; una tecnica che amo molto nei film, come Big Fish di Tim Burton, dove un genitore conversa con il figlio e quella conversazione cela storie e le storie portano memorie, pensieri, emozioni e quant'altro.. Una resa dei conti a 360 gradi, la cui lezione finale mi ha ricordato il bell'assunto umanistico rinascimentale di Machiavelli: (vado a spanne in italiano moderno dal capitolo XXVI del Principe) "qui si vedono eventi straordinari, senza precedenti, operati da Dio; il mare si è aperto, una nube miracolosa ha mostrato il cammino; la pietra ha versato aqcue; qui è piovuta manna. Tutto è confluito nella vostra grandezza.Il resto lo dovete fare voi.Dio non vuole fare ogni cosa, per non toglierci il libero arbitrio, e per non privarci in nulla di quella gloria che a noi spetta". Qua più che gloria c'è una fottuta voglia di sopravvivere e di vivere almeno qualche ora al giorno in piena dignità umana, e di questi tempi è già una bella gloria minore, forse relativa, ma bella densa e necessaria... abbi gioia

Rubrus il 2019-04-01 13:06:14
E' una tecnica cui ricorro abbastanza spesso, ma cui non voglio ricorrere sempre per non annoiare il lettore. Mi andava di raccontare una storia in cui SPOILER il protagonista non muore, non impazzIsce, non ammazza nessuno. Un finale non lieto, un po' ammaccato, ma in cui, in extremis, le persone si rivelano meglio di quel che sono.

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Massimo Bianco il 2019-03-31 19:54:56
No, no, non era lungo questo, anzi, è volato via in un attimo, semmai era forse troppo breve il precedente perchè io riuscissi a trovargli un qualsiasi modente. Invece questo l'ho letto davvero con interesse, non sono bravo come te a fare commenti, ma mi ha preso dall'inizio alla fine vedendo e tanto mi basta. Quel "narrato non spiegato" di cui scrivevi giorni addietro, e che nella narrativa a mio parere è importante ma che non sempre riesco a eseguire, penso che valga anche per questo tuo, compreso la morale finale in un racconto in cui, nel corso della storia, i toni moralistici sono stati invece felicemente evitati. Piaciuto. Una solo particolare non ho capito e mi dovresti spegare ma è un punto del tutto secondario e irrilevante (almeno credo): ma perchè Tallone da killer dice di aver impiegato tre anni a ripagare la frutta che trasportava il giorno dell' inseguimento? Dopotutto al suo camion e di conseguenza al carco non era accaduto nulla e nulla dunque dovrebbe avergli impedito di consegnarlo, nulla quindi dovrebbe averlo trasfomato in un suo debito, no? Ciao... mm mentre scrivevo mi è venuto in mente, ma non starò a cancellare quanto ho già scritto: forse il camion non era coperto e a furia di correre ed effettuare curve troppo brusche un po' alla volta il carico di frutta è volato via. Chissà perchè, scemo che sono, non ci ero arrivato, vabbè meglio tardi che mai, ciao. Piaciuto.

Rubrus il 2019-04-01 13:07:32
Sì, esatto, la fine del carico è quella che hai immaginato, perdita e danneggiamento. Come al solito, ho cercato di compensare la lunghezza col ritmo. Grazie e ciao.

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Blue il 2019-05-06 12:13:14

Riecco quella malinconia di fondo che riecheggia in più di qualche tuo racconto... e, sono sincera, sono quelli che mi piacciono di più. Niente di truculento, niente di "irreale", ma vicende che potrebbero essere accadute davvero... o quasi. Emozionare senza ricorrere a "trucchi" del mestiere... o del "genere", se preferisci. Un po' come far ridere senza sfruttare il dialetto, o le parolacce, insomma. Roba di classe.

Rubrus il 2019-05-06 13:58:55
Ah.. da questo punto di vista si può dire che "scrivo come parlo" nel senso che nella vita reale di parolacce ne dico veramente poche. Mi rendo conto che tutto questo può rendere un po' irreali, almeno in certe occasioni, certi scritti - perchè i personaggi le userbbero - ma, insomma, credo che seguiterò così ugualmente ;-)

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Paolo Guastone il 2019-07-02 16:17:35
Un racconto che rapisce ed incolla il lettore al video. Fino alla fine. E il bello è che la morale arriva dopo, alle ultime righe, quando ormai il lettore si è già fatto un'idea tutta sua. Ed è una morale assai edificante che dall'ultima riga stende un flebile nodo con le prime. Togli anche ogni piccola macchia per non rimanere sporco per sempre.

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