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Gli esploratori della Galassia

"PUNTO E A CAPO" Racconto Fantascienza / Cyberpunk / Steampunk

di Vecchio Mara

pubblicato il 2019-04-23 20:45:40


Gli esploratori della galassia

 

“E’ come stare in un giardino dove l’impianto d’irrigazione è programmato per innaffiare il verde ogni notte”, pensò il comandante Tony Robins, svegliato dal crepitio della pioggia battente sulle fronde degli alberi.

Aprì gli occhi, guardò fuori dall’apertura della capanna e notando la luce pallida della luna del pianeta baluginare tra le fronde e le nuvole in fuga, commentò: “Ecco fatto! Come da copione, prima dell’alba torna il sereno».

Sorrise, si alzò dal giaciglio e uscì all’aperto; un brivido gli attraversò il torso nudo e sudato, allora rientrò, indossò un’ormai consunta maglietta intima e dei pantaloni militari tagliati poco sopra il ginocchio, calzò gli anfibi e uscì di nuovo.

Osservò le capanne. «Dormono tutti», mormorò, pensando agli uomini dell’equipaggio che ancora dormivano all’interno; quei pochi che, come lui, avevano deciso dopo oltre un anno di tornarsene a casa.

 

Le capanne ai piedi del pianoro (un monolite di roccia nera, dura e compatta dalla forma troncoconica del diametro di un chilometro e alto duecento metri, forse eruttato dalle viscere ribollenti in epoca primordiale, oppure precipitato come un bolide proveniente dallo spazio profondo e nemmeno scalfito dall’esuberante vegetazione che, nel corso dei millenni, invadendo il suolo emerso dell’intero pianeta gli era cresciuta attorno) erano state erette dagli indigeni per accogliere gli Dei usciti dal lucente e fiammeggiante carro sceso sul pianoro quando, attirati dal frastuono provocato dall’accensione dei retrorazzi del tender per frenarne la discesa, alzando terrorizzati gli occhi al cielo assistettero allo sbarco.

 

Arrancando sul ripido e stretto sentiero che s’avvitava a spirale attorno al cono, si rammentò di ciò che videro il suo sguardo stupefatto e gli occhi sgranati, pregni di meraviglia dell’equipaggio, appiccicati agli oblò mentre l’astronave orbitava, dopo un viaggio interstellare durato più di vent’anni, attorno al pianeta WJK215.

Il verde della vegetazione, l’azzurro delle acque degli oceani; e poi, quell’unico punto scuro, liscio e piatto, che aveva strappato entusiastici applausi, dovuti al fatto che pareva messo lì apposta per permettere al tender degli esploratori di toccare il suolo in sicurezza e, alla bisogna, poter far da spola con l’astronave Santa Maria (così battezzata in onore dello scopritore del nuovo mondo). Sorridendo gli parve di riascoltare il potente “Hurrà” che, allora, si era propagato all’interno dell’astronave, alla disperata ricerca di un luogo sicuro dove sbarcare uomini e materiale.

Poi, quando giunse in cima, si commosse ricordando il portello del tender che si apriva, l’inspirare finalmente dopo molti anni aria pura e, infine, l’enfatico prostrarsi dell’intero equipaggio per baciare il suolo; mentre lui declamava con enfasi la formula con la quale si apprestava a battezzare il nuovo pianeta, con il nome di “San Salvador”.

 

Il sentiero, scavato dai nativi nella pietra, terminava sul pianoro; lì, dove ora troneggiava la sagoma argentea del tender illuminata dalla luna, prima che dal carro fiammeggiante scendessero gli Dei venuti dal cielo, la tribù era d’uso offrire sacrifici umani per ingraziarsi gli spiriti maligni che albergavano la foresta, gettando una giovinetta dal dirupo.

 

Passando accanto alla sagoma metallica del tender batté con le nocche contro il portello e proseguì, andando a sedersi sul bordo del pianoro con le gambe penzoloni contro la roccia a strapiombo del precipizio. E lì, inspirando afrori umidi in risalita dall’immensa foresta pluviale che partendo dalla base del monolite andava a perdersi sin dove l’occhio riusciva a vedere, attese, riflettendo, il sorger dell’alba. “Abbiamo bruciato vent’anni della nostra vita dentro un’astronave spinta da una vela, che s’inoltrava nello spazio profondo al sessanta percento della velocità limite, per raggiungere un pianeta assimilabile alla Terra, distante appena dieci anni luce… Ma questa, a parer mio, potrebbe benissimo essere veramente la Terra, così com’era prima che l’uomo la riducesse ad un maltratto campo sul quale giocare a farsi del male. La vegetazione, gli animali, i lineamenti dei nativi così simili a quelli riscontrabili nelle tribù di quella piccola parte ancora vergine della foresta amazzonica, tutto propende ad alimentare più di un dubbio. Ho come l’impressione d’aver viaggiato a ritroso nel tempo. Se guardo gli uomini dell’equipaggio, all’inizio della missione poco più che venticinquenni, non vedo uomini di mezza età… e se osservo Steve, mio coetaneo, non riesco a trovarci i tratti somatici di un sessantenne… Possibile che abbiamo viaggiato vent’anni, mettendosene addosso non più di dieci, per arrivare al punto di partenza migliaia di anni prima di essere partiti?” si chiedeva.

Tendendo le labbra in un amaro sorriso, rammentò quel che gli aveva detto il responsabile della missione, il fisico settantenne, Gardo Semplicius.

 

«Se Einstein c’ha visto giusto, quando tornerete ne avrete ancora di vita da spendere… o sprecare! Ma, purtroppo, io non ce la farò ad essere qui ad accogliervi», gli aveva detto Gardo Semplicius.

«E se il paradosso dei gemelli si rivelasse solo un gran rompicapo?» gli aveva chiesto allora il comandante Robins.

Semplicius, alzando un sopracciglio, aveva risposto lapidario, mandando a nero lo schermo del pc: «Non tornerete!»

 

 «Che ci fai qua alla buon’ora, comandante!» l’esclamazione, facendogli ruotare il capo alla sua sinistra, lo distolse dalle sue elucubrazioni.

Era il tenente Steve Carlis, uscito dal tender dopo aver sentito battere contro il portello.

«Hai controllato tutto?» chiese al tenente.

«Sì, tutto in ordine», rispose questi. Poi si accomodò accanto a lui e gli chiese: «Allora è deciso, è per oggi?»

«Sì», rispose laconico Tony Robins.

«Quanti ne hai trovati disposti a seguirti?»

«Otto… nove con te, se non hai cambiato idea.»

Steve Carlis sorrise e completò la conta: «Dieci in tutto. Dunque, rimarranno quassù in venti… un terzo dell’equipaggio».

«Già!» fece Tony, guardando lontano con occhi a fessura.

Steve osservò dove andava a cadere lo sguardo dell’altro. «Ecco, l’orizzonte verde si sta incendiando… Ogni nuova alba, è sempre uno spettacolo stupefacente da quassù», commentò, vedendo una sottile linea rossa sovrastare le chiome, mentre gli uccelli diurni iniziavano a volteggiare sopra la foresta.

«Stupefacente», replicò con voce emozionata Tony.

Attesero entrambi in religioso silenzio che la stella si palesasse in tutta la sua maestosa lucentezza. E alla fine, Steve chiese al suo comandante: «E se laggiù, tutto questo non esistesse più?»

«E’ una possibilità!» rispose Tony.

«Direi più che una possibilità… sono oramai sette anni che non riceviamo segnali dalla Terra», aggiunse Steve.

«Non posso rassegnarmi… Morire quassù, senza vedere, senza capire cosa diavolo è successo laggiù, è devastante… devastante!» replicò con rabbia il comandante.

«Lo sai benissimo cosa potrebbe essere accaduto… C’era una guerra in corso, la situazione era già gravemente compromessa prima che partissimo, non illuderti! E se per ipotesi fosse andata diversamente da come immaginiamo… sarà comunque straniante incrociare gli sguardi ottuagenari della nostra generazione che, osservandoci con invidia, si domanderanno se abbiamo venduto l’anima al diavolo in cambio dell’eterna giovinezza», gli rammentò Steve, infervorandosi.

“Forse è meglio che tu rimanga quassù con gli altri… ora scusa, ma devo fare le verifiche di rutine», tagliò corto Tony, dirigendosi all’interno del tender.

«Dove andrai tu, verrò anch’io», chiosò con tono di sfida Steve, seguendolo.

 

Tony, tenendo tra le mani il tablet usato da Steve precedentemente, effettuò, come da regolamento, il doppio controllo a prova d’errore sui pannelli di controllo del tender; mentre l’altro lo seguiva annuendo ad ogni verifica.

«Ok! Tutto a posto!» esclamò soddisfatto al termine delle verifiche.

«E’ da un po’ di tempo che me lo sto chiedendo, praticamente d’ancor prima che c’imbarcassimo in questa avventura», disse poi, uscendo dal tender.

«Cosa?» fece l’altro mentre chiudeva il portello alle proprie spalle.

Tony, perso ad osservare la stella che, staccandosi dall’orizzonte, accendeva d’un verde intenso le chiome degli alberi, parve non ascoltare.

«Cosa ti stai chiedendo?» domandò nuovamente Steve.

«Ho dedicato gran parte della mia vita all’esplorazione spaziale, lasciando tutto il resto in disparte…» iniziò a rispondere, volgendo lo sguardo sul tender illuminato dalla stella. «Quando mi fu offerta la possibilità di vivere un’avventura unica, non ebbi difficoltà ad accettare l’incarico… l’unica persona che amavo, mia madre, se n’era andata un anno prima, non lasciavo rimpianti dietro di me...» si tacque, lasciò scorrere lo sguardo sull’ombra lunga che il Tender proiettava sulla roccia, poi su quella di Steve, risalì sino ad incrociare il suo sguardo e proseguì, convinto: «io sono certo d’aver fatto la scelta migliore… ma tu, puoi dire altrettanto?»

«Uhm…» fece Steve, lisciandosi il mento. «L’avvocato di quella zecca di Mery, mi tormentava; gli alimenti concordati non le bastavano mai… così, firmando il contratto per volare nello spazio alla ricerca di un mondo dove non esistono avvocati divorzisti, ho lasciato nelle mani del contribuente, l’onere e l’onore di passare gli alimenti a quella sanguisuga» rispose con pungente ironia, trascinando al riso Tony.

«In verità…» aggiunse poi, facendosi serio, «credo che ognuno, per ambizione o altro, abbia comunque avuto dei validi motivi per imbarcarsi… E non parlo solo di noi, ma anche di quella ciurma di disertori che si sono imbarcati per salvare la pelle!» concluse astioso.

Tony s’imbrunì. «Quelli che tu, con disprezzo apostrofi come “ciurma di disertori”, erano ragazzi poco più che ventenni, cacciati dentro una guerra globale alla quale avrebbero volentieri fatto a meno di partecipare. Così, dopo aver visto razzi e bombe sganciate dai propri cacciabombardieri radere al suolo intere città, e i piloti con i quali avevano condiviso l’addestramento non rientrare alla base; fecero la loro scelta… una scelta, pur consapevoli di quel che andavano incontro, che rivendicarono con orgoglio davanti ai giudici della corte marziale.»

«La pena di morte, a questo sarebbero andati incontro, se non avessero accettato d’imbarcarsi sulla Santa Maria… Poi, una volta a bordo, cosa avrebbero potuto fare, come sarebbero potuti fuggire da un’astronave lanciata nello spazio profondo? Ma al momento opportuno, la vera natura di buona parte di loro, è tornata prepotentemente a galla…»

Tony, irritato, l’interruppe bruscamente: «Dimentichi che sono stato io, dopo aver spiegato che molto probabilmente non ci sarebbe stata nessuna fanfara, ma solo un cupo silenzio ad accogliere il nostro rientro, a lasciar loro libertà di scelta».

«E cos’altro avresti potuto fare? Eravamo in inferiorità numerica: quattro ufficiali e sei di loro contro gli altri venti… non avevi scelta», insistette Steve.

«Ti sbagli!» sbottò Tony. Indicò un punto della foresta sotto di loro e proseguì: «Pur non conoscendo la lingua dei nativi, sono riusciti ad integrarsi alla perfezione; alcuni di loro hanno trovato delle compagne; altri degli amici con cui dividere cibo e tempo… Io sono certo che se glielo avessi ordinato d’imbarcarsi, loro, seppur a malincuore, avrebbero ubbidito! Ma di strapparli, dopo i sacrifici e le privazioni per giungere sin qui, da un breve o lungo tempo sereno, garantendo a loro come a voi, solo altri vent’anni di solitudine per raggiungere… forse il nulla, non me la sono sentita, mi spiace».

«Decidere in taluni frangenti, è tremendamente complicato! Comprendo il tuo tormento interiore, ma...» ribatté Steve, aggrottando le sopracciglia sospirò e proseguì: «c’è un ma grosso come il pianeta: sapranno comportarsi da uomini e non da codardi, quando ce ne saremo andati?»

Tony ci penso su, prima di rispondere partendo da lontano: «Iniziamo col dire che quando l’umanità venne a conoscenza dell’esistenza di un pianeta dove avrebbe potuto svilupparsi la vita come noi la conosciamo, distante soltanto dieci anni luce dalla Terra, i veleni che avrebbero innescato la guerra globale erano già in circolo…»

«E con ciò?» lo interruppe Steve, non riuscendo a comprendere dove volesse andare a parare.

Tony sbuffò. «Con ciò voglio dire che non sono nemmeno lontanamente, complici o garanti di una situazione andata incancrenendosi, settant’anni prima che nascessero; ma che alla fine hanno dovuto subire, trovandosi sbattuti dentro una guerra della quale faticavano a comprenderne i motivi scatenanti!» rispose infervorandosi.

«Continuo a non capire…» provò a interloquire Steve.

Prontamente interrotto da Tony: «Se adesso mi fai finire senza interrompere continuamente, vedrai che alla fine tutto si tiene!»

«Non alterarti… ti ascolto», ribatté senza acrimonia Steve.

Tony dapprima annuì, poi proseguì pacatamente: «La corsa alla conquista di un nuovo mondo così alla portata di mano, era partita il giorno stesso della sua scoperta. Le ingentissime risorse necessarie all’impresa messe in campo dalle superpotenze, ebbero il merito di distogliere energie alla produzione di armi sempre più sofisticate, allontanando, di fatto, i venti di guerra. Che tornarono a soffiare impetuosi, sino a sfociare in aperto conflitto, quando il programma aveva superato il punto di non ritorno. Ormai nemmeno la priorità rappresentata da una guerra totale e globale, poteva annullare una missione epocale: la possibilità di posare per primi il piede su un pianeta abitabile non era stata mai così vicina e fattibile; le navette deposito con viveri, acqua e ossigeno, lanciate anni prima, avevano ormai raggiunto i punti di rifornimento lungo la rotta interstellare, ed ora erano lì, dislocate nel vuoto cosmico con il loro prezioso carico; mentre la grande nave madre “parcheggiata” in orbita terrestre, attendeva soltanto l’equipaggio che avrebbe disteso l’immensa vela solare di grafene per prendere l’abbrivio e inserirsi sulla rotta interstellare prescelta. Trovare trenta uomini con potenzialità fisiche e psicologiche fuori dalla norma, disposti a sobbarcarsi vent’anni chiusi dentro un, molto poco confortevole, tubo di metallo lanciato al sessanta per cento della velocità della luce nel buio pesto dello spazio profondo, tenendo anche conto che l’esacerbarsi del conflitto sconsigliava di distogliere i migliori piloti dallo scenario bellico, si rivelò l’ultimo durissimo scoglio da superare. La brillante idea che salvò capra e cavoli, l’ebbe il professore. “Ventisei piloti giudicati per codardia e diserzione, e condannati a morte mediante fucilazione, hanno accettato, in cambio della grazia, di partecipare alla missione”, m’informò un eccitato Gardo Semplicius. Poi, posandomi le mani sulle spalle e guardandomi negli occhi, aggiunse commosso: «Sono solo dei ragazzi disposti a tutto, anche a morire piuttosto che uccidere… Tocca a lei e ai suoi ufficiali farne un manipolo di astronauti degni di essere i primi a posare i piedi sul nuovo mondo”.

«Al che risposi, irrigidendomi sull’attenti: “Professore! Farò il possibile per farne degli uomini veri!”

«Semplicius annuì e mi congedò con voce squillante: “Bravo! Da questo momento ha due mesi esatti per tirar fuori il meglio da ognuno di loro! Dopodiché, qualunque sia il risultato, sarete imbarcati sulla Santa Maria… Ogni minuto è prezioso, si dia da fare!”

«Lasciai il suo ufficio perplesso: due mesi mi parevano davvero pochi. Eppure quei ragazzi, bollati come disertori perché non volevano né uccidere, né tantomeno essere ammazzati… riuscirono a stupirmi», terminò inorgoglito. Si tacque un attimo e, con voce increspata, chiosò: «Dopo ventidue anni trascorsi vedendoli crescere, umanamente oltre che nel fisico, li considero come fratelli… anzi, di più, come figli… E con un figlio si può discutere anche duramente, ma non gli si può imporre il futuro; spetta a lui e a lui soltanto, scegliere quale strada prendere».

Steve ascoltò, silente e ammirato, il suo comandante. «Sei il miglior comandante che un pilota possa sperare di avere durante il corso… e poi di ritrovare come capo missione da astronauta», si complimentò con sincero slancio, battendogli una mano sulla spalla.

«Ti ringrazio, Steve», replicò in evidente imbarazzo Tony. Sospirò e si tolse d’impaccio, aggiungendo: «Ma ora andiamo, i ragazzi ci aspettano al villaggio. Uno di loro mi ha confidato che le donne e gli uomini della tribù hanno preparato qualcosa di particolare per salutare la nostra partenza».

 

Mentre l’astronave Santa Maria, dopo aver disteso la vela solare prendeva l’abbrivio per lasciare l’orbita del pianeta, il comandante Tony Robins, osservando San Salvador dall’oblò rifletteva; ponendosi domande che, allo stato dell’arte, non potevano avere risposte: “E se avessimo viaggiato veramente nel tempo? E se quella là sotto fosse realmente una delle tante ere geologiche vissute dalla Terra? Oppure, chissà, un’era ancora di là da venire: l’era della rinascita, dopo che l’olocausto nucleare ha spazzato via l’umanità decretando, di fatto, un nuovo inizio dopo la fine?” Rimase con lo sguardo incollato all’oblò, ponendosi domande fino a quando il buio cosmico inghiottì San Salvador, ma non le sue riflessioni.

 

                                              *************************************

 

Pianeta Terra: anno 2020

 

Tre notizie sconvolsero e stupefecero l’umanità nel corso dell’anno.

 

Il dodici marzo: in un enclave ancora inesplorata della foresta Amazzonica venne scoperta una tribù, mai venuta in contatto con altre popolazioni, dai tratti somatici contrastanti con quelli riscontrabili nelle altre tribù indigene; la successiva analisi del DNA confermò la contaminazione con genie di etnia bianca e afroamericana.

 

Il dieci agosto: la NASA confermò che la sonda ARCIBALD aveva scoperto un pianeta dotato di atmosfera e habitat compatibile con la vita di organismi vegetali e animali come noi la conosciamo, distante appena dieci anni luce dalla Terra.

 

Il ventiquattro dicembre: i notiziari dei telegiornali e dei siti internet informarono l’umanità, agghiacciata, che gli astronauti a bordo della stazione spaziale avevano visto accostarsi all’orbita terrestre una grande astronave, sicuramente aliena, spinta da un’immensa vela; il giorno dopo i tecnici della Nasa, guardando sugli schermi le immagini rimandate da un satellite orbitante in zona, sgranando gli occhi leggevano allibiti il nome impresso sulla prora, “Santa Maria!”

 

                                                       FINE  

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