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LA SIGNORA DEI TRENI E DEI PICCIONI - e - IO, PEDOFILO

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Massimo Bianco

pubblicato il 2019-02-27 10:39:24


Sono due racconti del tutto indipendenti, accumunati solo dalla caratteristica di trattare entrambi seri - ma diversi - problemi sociali. Potete leggerne uno solo - magari quello il cui titolo vi attira di più - entrambi o nessuno, a ogni modo in totale superano appena le 3000 parole. Buona lettura

 

1)  La signora dei treni e dei piccioni.

 

Un pomeriggio aspettavo il treno da Torino su cui viaggiava la mia famiglia, di ritorno da una settimana di vacanza a Parigi e a Disneyworld. Alcuni piccioni si muovevano indisturbati tra le gambe dei presenti. Ogni tanto guardavo l'ora, spazientito. Tanto per cambiare l'interregionale era in ritardo. I minuti trascorrevano e intanto i colombi aumentavano di numero. Infine un vero e proprio stormo atterrò, in un gran sbatter d'ali, nella zona dove mi trovavo. Mi guardai attorno perplesso. Gli uccelli zampettavano placidi a dozzine lungo il marciapiede del mio binario, lasciando deserte tutte le altre banchine e ignorando la gente in attesa. Ma perché? Non pareva esserci nulla lì, per loro. Poi il treno arrivò a destinazione, uno dei miei figli si sbracciò dal finestrino gridando un allegro saluto e non ci pensai più.

In quell'occasione, oltre all'assembramento di volatili, in stazione avevo notato anche due persone fuori posto, un vecchio e un quarantenne in abiti logori. Sbocconcellavano un panino, di certo acquistato nella rivendita interna, ma parevano sfaccendati. Il motivo della loro presenza lo scoprii in seguito. In un epoca di crisi economica, in cui sempre più gente finiva in mezzo alla strada, le ferrovie rappresentavano un rifugio per molti barboni. Me lo raccontò un amico ferroviere, capotreno nel nord Italia. Per avere un riparo sicuro, bastava abbonarsi a una linea qualsiasi, economizzando parecchio rispetto all'affitto di un appartamento con annesse spese condominiali, di luce e di gas. Viaggiando avanti e indietro per l'intero arco della giornata lungo la tratta prescelta, nessuno li poteva cacciare. Inoltre, siccome al capolinea, il mattino presto, alcuni convogli programmati erano già pronti in attesa, avevano anche modo di dormire tranquilli, salendo a bordo in anticipo sull'orario di partenza. E quanti oggetti venivano abbandonati o dimenticati dai passeggeri, cibi avanzati ma ancora utilizzabili, libri e riviste da leggere, abiti in buone condizioni da indossare, oggetti vari da rivendere, tutti prodotti che per quei poveri diavoli rappresentavano un'autentica manna.

Tempo dopo fui io a dovermi assentare. Un corso d'aggiornamento a cui non mi potevo sottrarre mi chiamava a Torino, con pernottamento in hotel pagato dalla ditta. Per un intero mese in famiglia mi avrebbero visto solo nei fine settimana oppure in eventuali scappate occasionali. L'istituto in cui si svolgevano le lezioni era a due passi dalla stazione di Torino Porta Nuova, perciò preferivo viaggiare in treno piuttosto che in auto, risparmiando così una discreta cifra.

Giunto per la prima volta nel capoluogo piemontese, scesi a terra e notai centinaia di piccioni davanti alla carrozza successiva alla mia, come se fossero in attesa di qualcuno. Sembrava che tutti i membri locali di quella specie si fossero raccolti lì, cosicché la gente per passare doveva letteralmente scansarli. Il fenomeno si ripeté il venerdì sera in cui mia moglie mi fece la bella sorpresa di raggiungermi a Torino: una buona occasione per fare shopping e turismo in una grande città. Andai a prendere lei e i ragazzi in stazione e vi trovai l'intero stormo, che occupava in parte la banchina del binario 8 e soltanto quella. Appena in lontananza apparvero le luci del locomotore, per una volta in perfetto orario, i colombi presero ad agitarsi, frenetici. Subito mi tornarono alla mente le mie precedenti esperienze in materia. Non ne capivo il significato, per me quelle scene rappresentavano un vero arcano. Dopo esserci ritrovati, ci trattenemmo però in saluti e abbracci e la breve sosta portò con sé la parziale soluzione dell'enigma. Per ultima, infatti, quando già tutti gli altri passeggeri si erano allontanati, dallo stesso vagone da cui erano scesi i miei sbucò un'anziana signora male in arnese. Piccola, magra, ingrigita e ingobbita com'era, dimostrava circa settanta anni. Ebbi però la sensazione che le vicissitudini della vita l'avessero invecchiata precocemente e non ne avesse più di sessanta. Appena mise piede a terra, i pennuti le si accalcarono intorno urtandosi l'un l'altro e lei estrasse un pacco da sotto l'ampio vestito, lo aprì e prese a distribuire cibarie.

Su, su, state calmi, non fate così, ce n'è per tutti. Piccioncin, piccioncin, simpatici piccioncin. Ecco, bravi, buona la pappa, vero?” Cantilenò costei con voce rauca, interrotta a tratti da qualche colpo di tosse.

Al suo apparire sul predellino, era parsa una donna atavicamente stanca e affranta, eppure quando si era vista circondare le si erano illuminati gli occhi.

Mi parve ovvio che i pennuti aspettassero ogni volta lei. Ma come facevano a sapere in anticipo che sarebbe arrivata proprio con quel treno? Sembrava impossibile, tuttavia i fatti parlavano da soli: chissà come sentivano che si stava avvicinando e si riunivano.

Tempo dopo mi capitò di parlarne col mio mio amico capotreno.

Oh sì, ci ho fatto caso già da alcuni anni” – mi spiegò costui – “non perdono mai un appuntamento, puntuali come un orologio svizzero.”

Ma lei chi è?”

Solo una barbona come tanti altri. Ricordi che una volta te ne ho parlato? In giro per l'Italia ce n'è più di quanti si creda, ma è tutta gente con una propria dignità, che si sforza di mantenersi pulita e in ordine. Lei in pratica vive sui treni, senza mai dare fastidio né chiedere niente a nessuno. Era una madre di famiglia e lavorava, così almeno mi hanno riferito. Doveva avere una vita molto piena, poi però le è accaduto qualcosa ed è finita qua.”

La visualizzai come mi era apparsa l'ultima volta che mi era capitato d'incrociarla, diretta con aria avvilita ai servizi della stazione con indosso il solito pastrano, assorta in chissà quali cupi pensieri. Mi venne spontaneo chiedermi quale tragico destino l'avesse ridotta così, poi però tornai all'argomento che mi affascinava.

Viaggia sempre con lo stesso treno, dunque?”

Niente affatto. Non ha orari fissi, eppure loro sanno sempre quando sta per giungere. Quando li vedo planare da tutte le parti e raggrupparsi, so con certezza assoluta che è in arrivo.”

Mi accadde altre volte di scorgere l'anziana signora dei treni e dei piccioni, sempre più grigia, ingobbita, sciupata e tossicolosa. Ogni volta i “suoi” animali l'attendevano puntuali e altrettanto puntualmente venivano sfamati. Sapevo che accadeva con regolarità sia a Torino sia all'estremo opposto della linea, cioè a Savona. Non erano gli stessi, ovviamente, ma “colleghi” accomunati dall'istinto.

Un giorno avevo tempo a disposizione e mi trovavo per caso in stazione mentre già i primi colombi cominciavano a raccogliersi, così pensai di trattenermi per osservare la pantomima. Li vidi però frementi, mentre di solito finché lei era lontana apparivano piuttosto tranquilli, e sentii che qualcosa non quadrava. Presto altri ne arrivarono, ma si misero a loro volta a svolazzare senza requie e io provai l'assurda sensazione che fossero tristi. Infine si alzarono in volo tutti insieme e si allontanarono. Il marciapiede rimase deserto, a parte pochi viaggiatori in attesa. Disorientato, mi fermai ad aspettare e quando, dieci minuti dopo, giunse finalmente l'interregionale da Torino, la vecchia non ne discese. E non la vidi mai più. In seguito chiesi notizie al mio amico ferroviere, che non mi seppe però fornire risposte. Poté solo confermare di non averla più vista neppure lui e che in entrambe le stazioni i piccioni avevano smesso di attenderla.

 

Fine

 

 

 

2) Io, pedofilo

 

Mi piacciono i bambini, cosa c'è di sbagliato, in questo? Sono così spontanei e pieni di vita! Averli intorno è meraviglioso. Adoro accarezzarli, toccarli, giocarci, ma non commetto nulla di male, è soltanto il mio modo di esprimergli affetto. Forse che i loro genitori non li sbaciucchiano, non li coccolano? Perché per me dovrebbe essere diverso? In fin dei conti gli do tutto me stesso. Grazie alla mia posizione istituzionale rappresento una figura paterna e non avendo né una compagna né figli miei riverso la mia tenerezza in quelli altrui.

Purtroppo molti non capirebbero. S'indignerebbero, si turberebbero, mi definirebbero pedofilo. Dio mio! Etimologicamente pedofilia significa amore per il fanciullo, un concetto bello e pulito, perché ha assunto connotati negativi? Perché deve equivalere a mostro? Io faccio solo qualche giochino innocente, ma mi costringono a manifestare i miei sentimenti di nascosto, a spiegare con delicatezza ai piccoli che quanto accade tra noi deve restare un segreto. Se questo mondo fosse migliore non sarebbe necessario. Ci sono costretto perché la società è retrograda, perché ha idee contraddittorie.

 

Giunto sulla soglia dei cinquant'anni, l'età dei primi bilanci, dopo aver dedicato l'intera esistenza ai bambini, Nicandro Marzanno pensava di continuo a tutto ciò. Terminati, un po' tardivamente, gli studi universitari di psicologia, aveva deciso di diventare assistente sociale, specializzandosi nei problemi legati ai minori, per salvare i ragazzini dai tanti, troppi familiari violenti e depravati. Prestava inoltre servizio di consulenza per sei ore alla settimana in una comunità per l'infanzia.

La considerava una rivalsa. Aveva, infatti, avuto un'infanzia triste, in cui si era sentito trascurato dai genitori, mentre lo zio, a cui veniva affidato durante le loro assenze lavorative, gli rivolgeva fin troppe attenzioni, costringendolo a brutte cose che non voleva più ricordare e non osava confidare neppure a mamma e papà. Già lo deridevano perché aveva ricominciato a fare la pipì a letto e ne criticavano ogni comportamento; se ne avesse parlato si sarebbero di certo arrabbiati, incolpandolo. La mamma non voleva forse più bene allo zio che a lui? Dopotutto lo chiamava sempre “quel sant'uomo di mio fratello” e lo difendeva di fronte a chiunque, mentre col figlio si dimostrava sovente di malumore, sgridandolo di continuo e definendolo cattivo, stupido e dispettoso. Perché, dunque, avrebbe dovuto prenderne le parti?

Divenuto adulto, Nicandro aveva invano anelato a una normale vita sentimentale: o non era convinto in partenza e non riusciva né a costruire un rapporto appagante né ad arrivare al dunque, facendosi lasciare, o era innamorato sul serio e allora si bloccava, venendo di conseguenza ignorato. Per trovare soddisfazione si era perfino ridotto a circuire una giovane assai graziosa ma mezzo minorata, attratto da sue presunte tendenze ninfomani, senza tuttavia mai riuscire a superare l'inflessibile guardia effettuata dal padre, di cui lei era succube. Inoltre considerava le prostitute troppo distaccate per poterle prendere in considerazione. Così, una volta giunto, ancora vergine, al quarantesimo compleanno, si sentiva ormai inadeguato, convinto che chiunque, perfino una sedicenne, dovesse avere più competenza di lui. Anche soltanto provarci gli sarebbe parso ridicolo. Stabilì perciò che le donne non gli interessavano più.

Rapportarsi con i bambini, invece, era diverso, era più facile: non avevano esperienza, loro. Con loro si sentiva libero, non provava inadeguatezza o vergogna. Gli piacevano da sempre, ma solo a quell'epoca aveva capito fino a che punto avrebbero potuto essere al centro della sua esistenza. E, con sua sorpresa, si rese conto di essere assai più interessato ai maschietti che alle femminucce.

Infine gliene era stato affidato uno che lo incapricciava in particolar modo. All'inizio aveva agito mosso esclusivamente da scopi altruistici. Il piccolo si trovava in una situazione familiare disagiata e desiderava soccorrerlo. Ma aveva appena otto anni e mezzo e un sorriso stupendo. Era un vero tesoro, buono, bravo e ancora tanto ingenuo. Ne era irresistibilmente attratto. Quando nessuno li vedeva, godeva a toccarlo, accarezzarlo, divertirsi con lui. D'altronde riteneva di non fare nulla di male: al piccolo piaceva. Di solito gli incontri erano rivolti all'intera famiglia, ma aveva la scusa pronta per quando, bisognoso d'affetto, desiderava vederlo a quattrocchi e giocare, ad esempio, a medico e paziente, scambiandosi anche le parti.

Non era la prima volta, era già successo con altri bambini. Spiegava loro il modo giusto di comportarsi e tutti mantenevano il segreto, perché volevano bene al loro vice papà. Solo che quest'ultimo lo scombussolava come mai nessuno prima e un giorno di metà novembre, mentre la madre sedeva in saletta d'attesa, si era verificato uno spiacevole incidente. Una mossa falsa e il piccolo si era spaventato e aveva tentato di gridare. Per impedirglielo, d'istinto l'aveva colpito così forte da stordirlo. Quando si era ripreso, lo aveva consolato, coccolato, blandito e velatamente minacciato affinché tenesse per sé l'accaduto e in qualche maniera era riuscito a rabbonirlo. Aveva temuto che si confidasse lo stesso con i genitori, invece doveva essere risultato convincente, perché nulla era trapelato. All'incontro successivo, però, il bambino si era dimostrato parecchio nervoso, come se avesse paura di lui.

E anche Nicandro Marzanno aveva cominciato a provare paura. Cosa aveva combinato, esattamente, quel giorno? Per quanti sforzi facesse non riusciva a ricostruire con precisione la dinamica degli eventi, era stata troppo concitata. Non era stata sua intenzione far del male al frugoletto, desiderava solo possederlo in reciproca letizia. Tuttavia una sbrigativa interpretazione dei loro incontri avrebbe potuto causargli la galera. Tant'è che in seguito il bambino doveva essere ulteriormente peggiorato, perché sua madre il lunedì successivo gli aveva telefonato:

«Matteo» - aveva spiegato - «si comporta in maniera strana. Sembra spaventato dagli uomini, nel fine settimana non ha voluto vedere nemmeno il padre. Ho pensato che quel bastardo del mio ex marito avesse commesso qualche sciocchezza, ma stamane a scuola mi hanno avvisato di averlo dovuto spostare dalla prima all'ultima fila, perché da alcuni giorni si agita ogni volta che il maestro entra in aula. Ci aiuti lei, sono molto preoccupata».

Se la madre avesse capito la verità sarebbe stato rovinato. Terrorizzato dalla prospettiva di un confronto, Nicandro aveva preso tempo, dando loro appuntamento solo per il venerdì successivo. Nel frattempo, per evitare rischi, avrebbe dovuto intercettarlo all'insaputa di tutti, rasserenandolo senza testimoni. Perciò, il tardo pomeriggio precedente all'incontro, l'aveva atteso nel vicolo, buio e appartato, che il bambino percorreva per recarsi al catechismo. Sapeva che l'indaffarata madre lo mandava sempre in parrocchia da solo, trattandosi di neanche trecento metri di cammino.

Vedendolo, Matteo si era irrigidito, ma Nicandro ci sapeva fare ed era riuscito a calmarlo a sufficienza da convincerlo a salire in auto con lui. Non avrebbe dovuto. Aveva nutrito un'eccessiva fiducia in se stesso, finendo viceversa per perdere i freni inibitori fino a esagerare. Il ragazzino aveva reagito mettendosi a gridare e allora lo aveva stretto per farlo smettere, lui non smetteva e così aveva stretto ancor di più, sempre di più. Troppo.

Infine, disperato, ne aveva abbandonato le spoglie in un cassonetto. Per sua fortuna nessuno li aveva visti insieme né gli aveva prestato sufficiente attenzione, mentre era in attesa, da saperlo descrivere. Neppure l'auto in sosta all'ingresso della viuzza era stata notata. Nei giorni seguenti un investigatore l'aveva interpellato soltanto per pura routine, senza insospettirsi. D'altronde perché avrebbe dovuto? Era un affermato e rispettato professionista, che a detta di tutti faceva solo del bene. Ma aveva orrore di se stesso.

 

Da allora erano trascorsi oltre tre anni e nel frattempo era sempre riuscito a controllarsi. Tuttavia negli ultimi tempi erano insorti problemi. Una sgradevole litigata, spezzando senza rimedio un buon rapporto di vicinato, aveva aggravato la sua solitudine. Si sentiva depresso, non provava più soddisfazioni. Stava molto male.

Di conseguenza aveva cominciato a rivolgere l'attenzione a un altro bambino. Aveva dieci anni da poco compiuti e ne dimostrava perfino meno. Aveva fluenti riccioli biondi e gli occhi blu. Con tutti quei boccoli a incorniciarne il volto bello e cordiale, il piccolo Gabriele gli sembrava un putto sceso dal cielo ad annunciare la buona novella, proprio come lo avrebbe potuto dipingere un Raffaello. Gabriele, nomen omen. Quando erano insieme gli veniva un groppo allo stomaco, tanto si sentiva preso dal desiderio. Aveva una voglia pazza di stringerlo e coccolarlo. Gli piaceva tantissimo, dio come gli piaceva. Essendo riuscito a fotografarlo di nascosto, quando era abbattuto ne rimirava le immagini e, mentre le contemplava, senza quasi rendersene conto se lo figurava nudo. Cominciò anche a sognarselo di notte, cadendo preda di sfrenate fantasie sessuali, che al risveglio si concludevano con atti di masturbazione.

Nella realtà, dapprima seppe accontentarsi di qualche affettuosa carezza, rapida e furtiva, ma alla lunga non gli bastò più. Il suo sconforto andava progressivamente accentuandosi, impedendogli di trovare sollievo ai propri impulsi. Per rimettersi in carreggiata aveva bisogno di rendere più calda l'amicizia col bambino. Sarebbero stati – ripeteva a sé stesso – solo i consueti svaghi innocenti: non gli avrebbe provocato alcun danno, perché Gabriele ormai gli voleva bene e si sarebbe prestato volentieri.

Così l'uomo organizzò un piano. Essendo entrato in confidenza, era venuto a sapere che la settimana successiva Gabriele sarebbe rimasto alcune volte per tutto il giorno solo in casa. Per giunta mancavano anche i vicini di pianerottolo, appena partiti per la campagna. Era un'occasione da non perdere. Decise perciò di andarlo a trovare. Al solo pensiero si sentiva eccitato. Il piccolo gli avrebbe aperto la porta senza timore. Lui non era uno sconosciuto, era un amico, era il suo affezionato vice papà.

Fremendo nell'attesa, per distarsi trascorse la serata precedente davanti alla tv. Prima gustò un vecchio film con Aldo, Giovanni e Giacomo, poi, però, incappò in una trasmissione RAI sulla pedofilia, con esperti a discutere di abomini passati e presenti. Nicandro seguì, angosciato, il programma: andò perfino in onda un video in cui un bimbo raccontava piangendo la sua esperienza. Anche lui avrebbe potuto turbare e rovinare il suo diletto Gabriele? Si domandò confrontando le proprie pulsioni con quelle descritte. No, no, impossibile! Lui era diverso, era benevolo. Cercava solo di trasmettergli il proprio affetto, di stringerlo a sé, di accarezzarlo, di amarlo come meritava, perché era così allegro e simpatico, così dolce e puro, era un giovinetto bellissimo dentro e fuori.

Prima di prendere sonno, quella notte si girò e rigirò a lungo tre le lenzuola. Quando, infine, si svegliò, aveva la mente ancora piena di incubi notturni, col suo angioletto per principale protagonista. Eppure aveva bisogno di toccarlo, stringerlo, possederlo. E poi in fondo – si disse – se davvero Gabriele non avesse voluto gli sarebbe bastato dirglielo chiaramente. No, non sarebbe tornato sulle sue decisioni. Non avrebbe potuto.

Giunse infine il momento tanto atteso. Uscì di casa e s'avviò, cercando di passare inosservato. Ecco finalmente il condominio dove viveva Gabriele. Vi entrò citofonando a uno studio legale. Non essendoci ascensore prese quindi a salire le scale, pregustando il momento del contatto fisico, fino a raggiungere il pianerottolo dell'abitazione, al quinto e ultimo piano.

«Nulla di male, sarò dolcissimo» – si ripeteva intanto in un sussurro, come se stesse recitando un mantra – «proprio nulla di male, sarò davvero dolcissimo, caro, caro il mio biondo angioletto adorato.»

Appena al di sopra della coscienza, galleggiava il fastidioso ricordo del bimbo in lacrime apparso in tv. Ma, giurava a se stesso, sarebbero state solo risate di gioia, per il suo Gabriele!

Eccolo infine giungere davanti alla porta. Aveva ferocemente brama di lui ed era in un bagno di sudore per la tensione. Nessuno in vista. Ormai doveva solo suonare, poi Gabriele avrebbe aperto e per il cinquantenne sarebbe stato il paradiso. Pigiato il dito sul campanello, volse lo sguardo di lato e, con la mente colma di pensieri, rimase a fissare la porta finestra di fronte.

«Ciao, chi sei?» Sentì chiedere poco dopo da un'argentina voce infantile, da dietro l'uscio chiuso.

Nell'udirla provò un repentino batticuore. L'intonazione gli aveva nuovamente ricordato il...

Senza rispondere, d'impulso Nicandro andò ad aprire la porta finestra delle scale. Dava sul cortile interno. Guardò giù con gli occhi lucidi, si sporse e quindi si lasciò cadere, schiantandosi sul cemento sottostante, morto sul colpo.

Massimo Bianco, fine

 

 

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L'AUTORE Massimo Bianco

Utente registrato dal 2017-11-01

Savonese e forte lettore, posto racconti (noir, di fantascienza e altro) e saggini su alcuni dei miei scrittori preferiti, sperando di offrire momenti di piacere e talvolta di riflessione. Ho pubblicato 2 romanzi cartacei, "Per gloria o per passione" sul calcio giovanile e "CAPELLI. Dentro la mente di un serial killer" più il saggio, scritto a 4 mani con A. Speziali, "Savona Liberty. Villa Zanelli e altre architetture". Altri miei scritti su http://www.truciolisavonesi.it dall'home page cliccate in alto su ARTICOLI PER AUTORI e poi su Massimo Bianco Buona lettura.

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Vecchio Mara il 2019-02-27 15:40:42
letti entrambi, Del primo mi ha colpito quello che hai scritto cioè che in tempi di crisi economica esistono persone ridotte così male da dover pagare l'abbonamento su una tratta qualsiasi per trovare un riparo, non potendo permettesi l'affitto. Visto il tratto favolistico, con i piccioni che volano di stazione in stazione per ritrovare la vecchietta, non so ciò sia vero oppure è frutto della tua fantasia. Ma considerando come siamo messi (molto male) tendo a propendere per la prima ipotesi. Il secondo, invece, è un'immersione agghiacciante nel mondo malato di un pedofilo, una storia che segue passo dopo passo la sua discesa nell'inferno della pedofilia. Inutile dire che il secondo racconto è quello che mi ha davvero colpito. Il primo si fa leggere e ti fa riflettere sul fatto che da un momento all'altro, tutti noi potremmo cadere dentro il baratro della miseria, ma il secondo è un pugno allo stomaco, che la redenzione finale del pedofilo non attenua. Detto ciò: il primo piaciuto, il secondo: Piaciutissimo! Ciao Massimo.

Massimo Bianco il 2019-02-27 18:23:12
Il primo è una versione da me surrealizzata (o resa favolistica, come dici tu) di una storia che mi hanno dato per vera, voli di piccioni compresi: pare che accadesse sulla linea Genoa Sampierdarena- Milano, se ben ricordo. A ogni modo, che lo fosse oppure no, il problema di fondo d'altronde c'è, quando l'ho ascoltata ho subito pensato che fosse perfetta per trarne un raccontino. Il secondo voleva proprio essere un pugno nello stomaco. Credo che abbia una certa efficacia. Grazie per visita e apprezzamento, ciao.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
monidol il 2019-02-27 17:29:44

Ciao Massimo,

anche io letti entrambi ed entrambi piaciuti.

Molto romantica (ahinoi!) la figura della vecchia clochard che vive sui treni e che è attesa solo dai suoi amici piccioni. Ho sentito la voglia di un finale un po' più ficcante, non so' .... un segnale un po' più deciso, magari da parte dei piccioni o ... boh?.  Anche se, dopo tutto, queste persone sono purtroppo proprio come fantasmi che appaiono e scompaiono senza far rumore.

Il secondo non fa una piega, finale compreso, coerente con il travaglio del pedofilo. Mi è piaciuto molto il taglio che hai dato, il quale,  per qualche minuto fa mettere il lettore nei panni del malato di pedofilia.

Io credo che accanto alla propaganda, sacrosanta eh, che mette in guardia verso queste  persone ci dovrebbe essere, come succede finalmente per la violenza sulle donne, anche una sorta di possibilità, di sportello magari anonimo dedicato alle persone travolte da questi beceri istinti, dove possano chiedere aiuto, credo che anche questo potrebbe aiutare a prevenire il peggio.

Ciao

moni

 

 

 

Massimo Bianco il 2019-02-27 18:31:42
Io trovo il primo racconto intriso di malinconia, quanto meno questo è ciò che speravo di ottenere. Quanto al secondo, ho cercato in effetti di entrare dentro la mente di un pedofilo, di vedere la cosa dal suo punto di vista, per quanto immedesimarcisi in tutta franchezza fosse davvero difficile, almeno per me, e dopo averlo buttato giù, prima della correzione finale l'ho anche fatto leggere a un mio vecchio amico psicologo, per assicurarmi che quanto avevo scritto fosse il più possibile realistico. Spero quindi di aver fatto un buon lavoro. Comunque sia sono lieto almeno del tuo apprezzamento, ciao.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Rubrus il 2019-02-27 18:48:42
Per adesso ho letto il primo racconto, che comunque ricordavo. Non fatico a credere che la storia possa essere vera, anche se un po' romanzata: dopotutto i piccioni hanno alcuni sensi molto sviluppati (penso per esempio ai piccioni viaggiatori) e, personalmente, ho assistito a branchi di occhiate - che sono pesci, quindi meno intelligenti dei piccioni - abituate per anni a recarsi nella stessa cala dove , per alcuni anni, un tale aveva preso l'abitudine di gettare la pastura. Supponendo che la vita di questi pesci sia relativamente breve, e considerato il tempo per il quale ho osservato il comportamento, deve esserci stata per forza una forma di comunicazione, forse addirittura intergenerazionale e, se questo è vero per dei pesci, a maggior ragione può esserlo per gli uccelli.

Massimo Bianco il 2019-03-03 11:34:57
Ciao e grazie per la visita. Mi pare che tu abbia un'ottima memoria, quindi immagino che ricorderai anche l'altro, di cui, insieme a ulteriori pareri, all'epoca avevi scritto anche che "l'idea di raccontare dal punto di vista di un pedofio è audace ma direi che hai vinto la sfida. Le dinamiche interne del mostro, combattuto tra negazione, autoassoluzione, giustificazione, senso di colpa, sono molto ben rese, oltre che credibili."

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Paolo Guastone il 2019-03-01 11:15:11
Letti tutti e due. Molto diversi ma, ugualmente, molto ben scritti. Nel primo accosti l'umanità di chi ha perso tutto ma non la dignità con l'enorme amore che solo gli animali possono provare. Il secondo, invece, è un viaggio allucinante nella mente di un uomo che non riesce a calmare i propri demoni E alla fine una soluzione la trova. Bravo.

Massimo Bianco il 2019-03-03 11:36:25
Sì, è proprio come dici tu. Grazie per visita e apprezzamento, ciao.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
90Peppe90 il 2019-03-02 16:26:18
Uno dei miei primi racconti scritti al PC, quando avevo qualcosa come dieci anni, era incentrato proprio sulla storia di un senzatetto; è un raccontino abbastanza banale, infantile, ma che ha in comune con questo tuo una sorte di visione - passami il termine - "romantica" dei clochard. In ogni caso, un racconto breve e gradevole, che fa il suo lavoro. L'altro, che avevo già letto su Neteditor, è come una grossa mano che va ad afferrare e stritolare le viscere del lettore. Ben condotto, duro, pesante. È una tematica delicatissima da trattare e confermo le mie precedenti impressioni: l'hai trattata con sapienza. Unico appunto, secondo me sarebbe meglio un font più visibile, più grande, magari lo stesso di quello usato per il primo racconto. Ciao, Max, alla prossima!

Massimo Bianco il 2019-03-03 11:42:39
Ti dirò che non era mia intenzione cambiare il font del secondo racconto, ma per motivi misteriosi in quest'ultimo è apparso diverso dal primo, anche se i testi originari erano uguali identici, boh? Tuttavia quando ho notato la stranezza ho pensato che lasciarli diversi avrebbe separato idealmente ancor meglio i due scritti e quindi non ho tentato di correggere. Grazie per visita e apprezzamento, ciao.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Gerardo Spirito il 2019-03-08 01:32:17

Ho letto stamattina “la signora dei treni e dei piccioni” prima di una lezione, anche vista e permessa la “brevità”. Una storia semplice e ben scritta, permeata da una nota di tristezza che ben si allinea alle vicende dei vagabondi di cui hai parlato nel brano. Decisamente efficace a mio modesto parere! L’altro racconto cercheró di recuperarlo ma ricordo di averlo già letto a suo tempo su neteditor (infatti a primo acchito ricordo che mi colpii e ancora mi colpisce, il forte titolo). Ciao Max!

Massimo Bianco il 2019-03-17 18:21:47
Eh sì, sia a te che a me (te in particolar modo) piace scrivere racconti lunghetti ma il breve sul web paga di più. "Io, pedofilo" in effetti è il racconto più recente che ho riproposto finora qui su Piaf e tale resterà, perchè i prossimi saranno tutti precedenti, mentre gli altri più recenti se mi deciderò a riproporli sarà solo tra anni, credo. Grazie per visita e apprezzamento, ciao.

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