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Il re della valle

"PUNTO E A CAPO" Racconto Giallo / Noir / Thriller

di Vecchio Mara

pubblicato il 2019-04-11 18:31:36


IL RE DELLA VALLE


1 GINO PORTO IL RE

 

L’argento dei cappelli brillava al sole del primo mattino; seduto su una delle sedie di ferro sistemate in mezzo al prato inglese, con sguardo arcigno e pensoso, stringendo nell’angolo sinistro delle labbra un moncone di sigaro toscano spento, osservava, alternativamente, il quotidiano appoggiato sul tavolo di ferro davanti a lui e, risalendo con lo sguardo, la collina che chiudeva la prospettiva del giardino a mezzogiorno.
Chi non lo conoscesse, vedendolo bazzicare per il giardino con indosso dei jeans sgualciti e una camicia a quadri con le maniche rimboccate fin sopra ai gomiti, avrebbe certamente scambiato quell’omone grande e grosso, dalla pelle spessa e rugosa e le mani nodose, per il giardiniere.
Solo spostando lo sguardo sulle scarpe scamosciate di una nota e costosissima griffe, l’occhio esperto avrebbe potuto intuire che in realtà, quell’uomo che dimostrava dieci anni meno dei settantatré da poco festeggiati, fosse il proprietario del parco e dell’edificato immerso al suo interno.

 

                            ******************************************************

 

Quarant’anni prima aveva acquistato l’ultimo lembo di valle intonso, un bellissimo boschetto di acacie, per costruirvi la sua dimora: un villone pacchiano dalla ridondante facciata baroccheggiante, come si addiceva al re della valle.

Gino Porto, ai tempi d’oro era considerato ben più di un re dai valligiani; la sua fabbrica di caldaie, crescendo anno dopo anno, aveva occupato il fondovalle lasciato libero dalle case del paese, e da quell’ultimo sussulto di natura rappresentato dal boschetto delle acacie: finché Gino non ci aveva messo gli occhi addosso riducendolo ai minimi termini per erigervi dimora e giardino.
Nel momento del suo massimo splendore, quello che decideva Gino era legge per i valligiani; e non poteva essere altrimenti, l’unica fonte di reddito della valle era la fabbrica che dava lavoro ad almeno un componente di ogni famiglia del paese.

 

Le colline dal terreno aspro, duro da lavorare, erano state abbandonate in favore di un posto fisso in fabbrica, rovi e altri arbusti spontanei avevano oramai fagocitato le culture che un tempo rivestivano e abbellivano i morbidi fianchi; solo su un’ampia fetta esposta a mezzogiorno faceva bella mostra una cascata di vigne, vitigno rosso, che partendo dal casale sulla colma precipitava a valle.
Naturalmente, come ogni cosa bella nella valle, apparteneva a Gino, che l’accudiva personalmente coadiuvato da tre amici coetanei, pensionati e suoi ex dipendenti, ricavandone del vino dal sapore aspro di non eccelsa qualità che, dopo la vendemmia e la pigiatura, donava interamente ad amici e conoscenti.
Non una sola di quelle bottiglie prodotte con le sue mani finiva nella sua fornita cantina: erano ben altre le etichette che offriva ai suoi ospiti, durante le cene o i pranzi di lavoro con clienti e fornitori, il ricco signore della valle.
Due erano le ragioni per cui dedicava una cura maniacale a quell’unico pezzo di collina; la prima per puro divertimento, tenere in ordine le vigne era il suo unico passatempo da quando, dieci anni prima, al compimento del suo sessantatreesimo anno di vita, aveva lasciato l’onore e l’onere di dirigere la fabbrica al figlio trentenne, Virginio; l’altra, perché il declivio esposto a mezzogiorno chiudeva la prospettiva del giardino, che partendo dal retro della villa proseguiva sino al torrente, percorso d’estate da un rivolo d’acqua che ruscellando in elegante slalom tra le pietre del letto cercava la via più facile per raggiungere il fondovalle.

 

Nonostante l’aspetto burbero e i modi non sempre urbani, il Gino dei tempi d’oro fu veramente ben voluto dai valligiani.
Solamente in due occasioni l’ascendente che aveva sui suoi compaesani era vacillato. La prima quando dopo aver acquistato il boschetto, unico polmone verde del paese, aveva deciso di raderlo al suolo quasi completamente per erigere la sua dimora; aveva iniziato abbattendo centinaia di alberi lasciando integra solo la parte adiacente la strada comunale, poi aveva eretto un alto muro di cinta su tre lati della proprietà, lasciando libero alla vista solo il lato che confinava con il torrente, in modo che dalla villa lo sguardo potesse spaziare lungo il giardino e poi, seguendo il crinale, più su, fino al casale di pietra che svettava sulla cresta della collina: in quel caso l’arrabbiatura dei residenti era durata qualche mese.
La seconda e ben più complicata grana da risolvere, fu quando, a causa della crisi congiunturale, Gino fu sul punto di licenziare metà dei suoi, allora, trecento dipendenti; furono settimane di rabbia e di scioperi selvaggi, finché Gino ebbe l’illuminazione capace di salvare capra e cavoli.
Proponendo al consiglio di fabbrica di far lavorare metà degli operai la prima settimana, l’altra metà la seconda settimana, tutti assieme per tenere unito il gruppo la terza settimana e, infine, la quarta settimana del mese solo gli addetti alla manutenzione, una ventina di persone in tutto; aveva assicurato che in cambio si sarebbe fatto carico dell’ottanta per cento dello stipendio non coperto dalla cassa integrazione.
Fu un anno durissimo per le sue finanze, il fondo cassa non era bastato a mantenere gli impegni assunti, così si era visto costretto ad attingere al conto personale; per fortuna, sua e degli operai, con il ritorno della congiuntura favorevole in pochi mesi era riuscito a rimpinguare le esauste finanze. Gli era costata un mucchio di denaro la crisi, ma in cambio aveva ottenuto qualcosa di molto più importante: la stima e la fiducia incondizionata dei suoi dipendenti.

 

Ma il destino dell’impero era oramai segnato, un avversario imbattibile per chi non avesse saputo cogliere il cambiamento si annunciava all’orizzonte: la globalizzazione.
Suo figlio Virginio, che dopo l’università aveva affiancato Gino nella conduzione dell’azienda, aveva annusato il pericolo e spingeva perché anche loro, come molti altri imprenditori, cogliendo l’attimo spostassero la produzione in Cina.
Furono mesi di liti furibonde; il vecchio Gino, che si riteneva sempre il re della valle, non poteva accettare di ridimensionare la fabbrica del paese. «Non rinuncerò mai alla stima e alla fiducia dei miei dipendenti e delle loro famiglie, per qualche euro in più di guadagno!» aveva tuonato, aggredendo verbalmente il malcapitato figlio. E a Virginio, davanti a un padre tanto ingombrante, non era rimasto che ritirarsi in buon ordine, rinviando a tempi migliori la sua strategia aziendale.
E i tempi migliori si erano infine presentati quando, a sessantatré anni, Gino aveva lasciato definitivamente il timone di comando al figlio, che, naturalmente, non si era fatto cogliere impreparato: dopo un anno aveva già aperto la prima fabbrica in Cina, dove produceva i componenti tecnologicamente meno sofisticati delle caldaie che venivano assemblate ancora nella vecchia fabbrica.
Vedendo il fatturato crescere, assieme all’utile, e i posti di lavoro nella vecchia fabbrica, se non aumentare, perlomeno non diminuire, Gino aveva convenuto che in fondo suo figlio non era poi tanto male come imprenditore.
L’idillio ritrovato era cessato quando, a pochi mesi dal settantatreesimo compleanno di Gino, il figlio lo aveva informato della sua intenzione di aprire una nuova fabbrica in Cina per la produzione di caldaie tecnologicamente avanzate, e di chiudere definitivamente il vecchio stabilimento nella valle.

La ferale notizia, correndo di bocca in bocca, aveva dato il “la” a manifestazioni di protesta con blocchi della produzione e picchetti fuori dalla fabbrica. Gino, fermandosi al bar e camminando per le vie del paese, aveva annusato l’aria: il rispetto che gli era portato un tempo era svanito, forse definitivamente; i compaesani lo consideravano oramai un re decaduto, incapace di far valere il proprio ascendente sul figlio per impedire la chiusura della fabbrica.
Gino, lungi dall’arrendersi all'inarrestabile declino, aveva affrontato il figlio a muso duro. «Pensi solo a te stesso, non a quelli che lavorando duramente ti hanno permesso di arrivare molto più in alto di quello che meriti… sei un emerito stronzo!» lo aveva apostrofato con rabbia.
«Io ti ho sempre rispettato, e gradirei da te lo stesso comportamento! Certi termini usali con i tuoi amici!» aveva ribattuto paonazzo Virginio.
Gino si era avvicinato a muso duro, stringendo la camicia candida del figlio nella sua mano nodosa, strattonandolo lo aveva tirato a sé, fermando lo sguardo infuocato a pochi centimetri da quello spaventato di Virginio aveva provato a mantenere un tono pacato: «I miei amici, hanno lavorato con me per quarant’anni… sciacquati la bocca prima di nominarli… tu non gli arrivi nemmeno alle scarpe… Continuerò a chiamarti “stronzo” fino a quando non cambierai idea. Senza la fabbrica, questa valle dove tu sei nato e cresciuto, morirebbe! Riesci a capirlo questo?!» Poi, spingendolo indietro, aveva lasciato la presa.
Virginio, scioccato dall’inattesa reazione del padre, aveva impiegato qualche secondo per farsene una ragione e reagire a tono: «Sei solo un nostalgico romantico, non è così che funziona, un’industria per vivere e prosperare deve guadagnare, e qua non esistono più i presupposti per farlo… Mi spiace, papà, puoi chiamarmi “stronzo” per tutta la vita, ma io non tornerò sulle mie decisioni. Come amministratore delegato, devo salvaguardare il bene dell’azienda, non posso farmi carico dei problemi di tutte le famiglie della valle», aveva concluso, prima di passare accanto al padre che, ammutolito e sconfortato dopo aver usato tutti gli argomenti a sua disposizione, lo guardava uscire dalla porta senza proferire verbo.


Dopo quell’incontro scontro, Gino aveva compreso di aver fatto il suo tempo: se nemmeno il figlio ascoltava più i suoi consigli, come potevano farlo suoi compaesani? Da allora aveva evitato, non solo di discutere con il figlio, ma anche di farsi carico delle rivendicazioni degli operai; scegliendo di trascorrere il suo tempo tra la villa, il giardino, il casale e il vigneto di pertinenza.

                               
                           **********************************************   

 

«Signor Gino! Signor Gino!» urlava con voce strozzata la gracile donna dai capelli neri legati dietro la nuca, mentre, dopo aver sceso a precipizio la scalinata della villa, correva ansimando in mezzo al prato.
«Calmati! Non correre… prendi fiato se non vuoi farti scoppiare il cuore», le intimò la voce baritonale di Gino. La donna nemmeno lo ascoltò e proseguì nella sua corsa fino a quando non lo raggiunse. «Siediti!» le ordinò allora Gino, indicando la sedia di ferro accanto a quella su cui era seduto.
La donna scosse la testa e, sforzandosi di far uscire più fiato possibile dalla gola, tentò di urlare: «Deve essere accaduto qualcosa a Virginio. Ho telefonato all’hotel, mi hanno detto che non è arrivato!»
Gino si tolse il sigaro dalla bocca afferrandolo con due dita, scosse il capo e cercò di tranquillizzarla: «Non ti preoccupare, tuo marito è un precisino, ti ha promesso che ti avrebbe chiamato appena sarebbe arrivato all’hotel, forse il disbrigo delle pratiche aeroportuali è andato un po’ per le lunghe».
La donna, trattenendo a stento le lacrime, ribatté con tono concitato: «Non è così, ho chiamato la compagnia aerea, hanno detto che Virginio non si è mai imbarcato».
«E perché avresti fatto questo?» chiese in tono contrariato Gino.
«Perché qualcosa mi ha spinto a farlo. Non so cosa, forse un sesto senso… Le aveva lette anche lei quelle missive minacciose, scritte ritagliando le lettere dai giornali…»
«Ma quelle, sia il maresciallo che la questura, le avevano derubricate a scherzi di cattivo gusto!» la interruppe, alterandosi, Gino.
«Io non ci ho mai creduto. E la sua assenza sul volo per la Cina è la conferma che avevo ragione», replicò sempre più spaventata.
Gino appoggio nuovamente il sigaro all’angolo sinistro delle labbra, lanciò lo sguardo fin sul casale in cima alla collina e, dopo una breve riflessione, sentenziò tra il serio e il faceto: «Quello stronzo è scappato con l’amante!»
La donna si ritrasse, fissandolo inorridita. «Ma cosa sta dicendo?! Virginio non ha nessuna amante!»
«Senti, ragazzina, lasciatelo dire da uno che la vita la conosce sicuramente meglio di te: mio figlio sarà pure uno stronzo, ma non credo che ti verrebbe a raccontare che invece di andare in Cina per lavoro, se n’è andato a passare una settimana in qualche paradiso tropicale con la sua amante. Dammi retta, aspetta una settimana e vedrai che tornerà da te più innamorato di prima.»
«Ma la vuole smettere di chiamare suo figlio in quel modo!» proruppe con voce stridula la donna.
Gino si alzò di scatto. «Non usare quel tono con me… ragazzina! Chiamerò stronzo mio figlio fino a quando non si deciderà a riaprire la fabbrica. L’ho promesso a me stesso, a lui... e soprattutto alle famiglie di quei poveri operai che vuol lasciare in mezzo alla strada!» la informò, usando un tono fermo e durissimo.
«Mi spiace per lei, ma questo non accadrà. Virginio sposterà la fabbrica in Cina, e non perché odi la gente della sua valle, ma perché produrre da noi costa troppo.»
Gino sospirò. «Alessandra… tu sei peggio della Bernarda!» aggiunse con un ghigno schifato.
«Bernarda è un bellissimo nome di origine germanica, ma in bocca a lei, si trasforma in qualcosa d’indecente!» replicò a tono Alessandra, pronta a ribattere colpo su colpo alle battute acide dell'ingombrante suocero.
«Bernarda sarà anche un nome germanico, ma non è solo quello… E’ anche il nome di quella mezza suora di mia moglie.»
«Più che mezza suora, direi mezza santa. Altrimenti non si spiegherebbe come possa aver vissuto trent’anni accanto a un uomo come lei!»
«Già, me lo chiedo anch’io… E visto che sembra che tu vada a trovarla spesso, prova a chiederle perché non mi ha mai concesso il divorzio?» le chiese con sarcasmo.
«Lo sa bene perché: è una donna dagli alti valori morali e religiosi, la sua fede non glielo permette.»
«E’ questo il guaio, ha sempre preso la sua fede troppo sul serio… per lei fare sesso serviva solo a procreare… Avrebbe fatto bene a farsi veramente suora», replicò intristito, stringendo con forza il sigaro tra le labbra.
«Forse se la sera, invece di uscire con le amanti fosse rimasto accanto a lei, le cose sarebbero cambiate», ribatté prontamente Alessandra.
«Sbagli a giudicarmi. Non hai pensato, che forse uscivo con le amanti perché ero stanco delle serate fatte solo di silenzi e preghiere?» le chiese allora Gino, mostrando negli occhi un amore non del tutto sopito per la donna che aveva sposato.
«Non sono qui per discutere su chi abbia ragione nella diatriba fra lei e sua moglie, ma perché non so dove diavolo sia finito mio marito. Mi vuole dare una mano, o no?!» tagliò corto, spazientendosi, Alessandra.
«Lo sto facendo… aspetta una settimana…»
Alessandra non gli permise di concludere la frase. «Ho capito… farò da sola! Andrò prima dal maresciallo e poi avvertirò Bernarda», sbottò.
«Lascia quella donna fuori da questa storia!» esclamò irato. «Non voglio trovarmela in mezzo alle scatole», concluse, abbassando leggermente il tono.
«Mi spiace, non lo posso fare, è la madre di Virginio, ha diritto di sapere», concluse prima di allontanarsi.
«Sapere cosa? Non è successo nulla! Te lo vuoi far entrare in quella tua testolina?!» le urlò dietro Gino. La donna proseguì impettita in direzione della villa, inseguita dalle ultime parole, urlate, di Gino: «Fai un po’ quello che ti pare… Io me ne vado su in collina, non voglio trovarmi qui quando arriverà Bernarda!» Poi rimise il toscano all’angolo della bocca e s’incamminò in direzione del garage.

“Bisogna anticipare i tempi, questo contrattempo complica le cose”, pensava, salendo in macchina.


2 LA RIVENDICAZIONE

 

I tavolini all’esterno del bar che si affacciava sulla piazza del paese, solitamente deserti durante i giorni lavorativi, da quando gli operai della fabbrica erano stati messi in cassa integrazione avevano trovato la loro ragion d’essere.
Otto operai, seduti a due tavolini attigui, discutevano animatamente per decidere a chi sarebbe toccato il turno di picchettaggio notturno ai cancelli della fabbrica.
A un soffio da loro, un pensionato seduto a un altro tavolino, estraniandosi dal concitato vociare sfogliava un quotidiano.
Due leggeri colpi di clacson provenienti dal lato opposto della strada attirarono la sua attenzione; abbassando il giornale guardò in direzione del suono, posò il quotidiano, si alzò e attraversò lentamente la strada; poi aprì la portiera e si accomodò accanto all’uomo alla guida.

«Ciao Gino», esclamò, salutando l’amico.
«Ciao Rodolfo… E’ sorto un problema, la moglie di mio figlio ha chiamato l’aeroporto e ha scoperto che Virginio non è partito per la Cina», lo informò, usando un tono leggermente preoccupato.
«Mio Dio! E ora, che facciamo?!» chiese spaventato l’altro.
«Calmati, non hanno scoperto ancora nulla, dobbiamo solo anticipare il piano di ventiquattro ore, fintanto che la polizia non bazzica ancora in paese. Muoverci dopo renderebbe tutto maledettamente complicato», rispose Gino in tono pacato, mantenendo un atteggiamento rassicurante.
«Io ho paura… Siamo andati troppo oltre, dovevamo continuare con le lettere minatorie», ribatté sempre più spaventato, iniziando a sudare copiosamente, Rodolfo.
«Cerca di mantenere la calma!» esclamò, cercando di scuoterlo usando un tono duro. «Ti assicuro che nessuno sospetta di noi… Ora, ascoltami: devi passare da casa e prendere il quotidiano…»
«Questa mattina l’ha preso mio figlio», lo interruppe Rodolfo. Prima di concludere in tono contrito, quasi a volersene scusare: «Prima di andare a picchettare la tua fabbrica».
«Quella non è più la mia fabbrica», precisò Gino, rattristandosi. «E se vuoi che resti almeno quella dove lavora tuo figlio, dobbiamo agire senza commettere imprudenze.»
«Prendo il giornale dal bar!» buttò lì Rodolfo, indicando il quotidiano che aveva lasciato sul tavolo.
«Fermati!» esclamò prontamente Gino, trattenendolo per un braccio. Lo sguardo interrogativo di Rodolfo lo costrinse a spiegarsi: «Quelli seduti là fuori ti vedrebbero, e domani potrebbero sospettare qualcosa… Facciamo così: Alberto è su, al casale, tu passa da Enrico, digli di prendere il suo quotidiano poi venite su, vi aspetteremo là. Hai capito?»
Rodolfo fece cenno di sì. «Molto bene, ora vai», concluse Gino.

Rodolfo scese dalla macchina, attraversò la strada, entrò nel bar e pagò il caffè che aveva bevuto pocanzi seduto al tavolino; poi uscì e mentre si apprestava ad inforcare la bicicletta, udì uno dei giovani seduti all’esterno apostrofarlo con sarcasmo: «Quando il padrone chiama, il servo corre».
Lo sguardo di Rodolfo s’indurì, appoggiò nuovamente la bicicletta al muro e si avvicinò ai tavoli: «Chi sarebbe il servo?» chiese, stringendo i pugni e serrando la mascella.
Un altro giovane cercò di mediare: «Lascia perdere, Rodolfo… è stata una battuta infelice».
«Tu non c’entri, lascia parlare lui!» gl’intimò con asprezza, fissando negli occhi il ragazzo che lo aveva insultato.
«Scusa, Rodolfo… mi è scappata. Ma vedere che sei ancora amico di quell’uomo, mi ha fatto saltare la mosca al naso», si giustificò questi, sinceramente pentito.
«Capisco la tua rabbia, ma te la stai prendendo con la persona sbagliata. Gino non è quello che credi, lui venderebbe anche il sangue per salvare la fabbrica, ma ora comanda il figlio; e quello non ascolta nessuno, nemmeno il suo vecchio», provò a spiegargli Rodolfo, mitigando il tono, cercando di far comprendere al ragazzo la vera statura del suo amico.
Il ragazzo scosse il capo. «Sarà come dici tu», concluse poco convinto.
«Sei giovane, non puoi conoscere la storia della fabbrica… Chiedilo a tuo padre che ci ha lavorato con me, chiedigli cosa ha fatto Gino per salvare la fabbrica in un momento di crisi nera», insistette nella sua accorata difesa Rodolfo. Poi inforcò la bicicletta, e prima di allontanarsi aggiunse: «Quando avrai ascoltato tuo padre, ne riparleremo!»

 

Gino scese, aprì il cancello, risalì in macchina, entrò nella strada sterrata poi si arrestò nuovamente e ridiscese per chiudere il cancello alle sue spalle, tornò al posto di guida, ripartì e procedette per un centinaio di metri, sino a raggiungere l’ampio spiazzo davanti al casale.

L’uomo seduto sulla panca di legno appoggiata accanto all’entrata lo salutò con il cenno della mano, Gino scese e quando giunse davanti a lui, salutandolo gli chiese: «Ciao Alberto, sei sceso a vedere come sta?»
«Sta bene. Quando ho aperto la porta, ha iniziato a urlare come un ossesso; allora l’ho richiusa e sono risalito.»
Gino sospirò sconfortato. «Guarda cosa mi ha costretto a fare. Il mio cuore sanguina, pensando che alla fine di tutto questo mi odierà a morte… ma non posso permettergli di mandare in rovina il paese.»
«Ammiro quello che stai facendo per tutti noi… sinceramente, io non ne sarei capace», si complimentò Alberto, posandogli una mano sulla spalla.
«Già!» sospirò sconfortato Gino. Subito dopo riprese il tono battagliero di sempre: «Andiamo avanti! Dobbiamo anticipare i tempi, Rodolfo ed Enrico arriveranno fra poco».
«E’ successo qualcosa?»
«Un piccolo contrattempo… poi ti spiego. Ora scendo da lui, tu aspetta che arrivino gli altri», rispose prima di entrare nel casale.


Scese la scala che conduceva nell’ampia cantina pregna di tutta la gamma degli odori delle vinacce, proveniente dalle botti allineate alle pareti, mischiato a quello delle muffe su muri e volte trasudanti umidità; la percorse in tutta la sua lunghezza, girò dietro una botte scostata di circa un metro dalla parete, tastando con la mano raggiunse una chiave appoggiata sopra, la prese, aprì la porticina di quercia nascosta dietro la botte ed entrò nell’angusto locale cieco: una lampadina appesa alla volta del soffitto era l’unica fonte di luce.
Guardando la parete di fronte, due occhi carichi di odio lo attraversarono, costringendolo ad abbassare lo sguardo.
Seduto su un materasso buttato per terra, con una lunga catena serrata attorno alla caviglia, suo figlio ringhiò livido: «Non hai nemmeno il coraggio di guardarmi in faccia!»
In un moto d’orgoglio Gino alzò lo sguardo. «Perché non dovrei averlo… mi hai costretto tu, con la tua intransigenza, ad agire in questo modo… Non potevo permetterti di chiudere la fabbrica, di distruggere in un attimo tutto quello che io ho creato in tanti anni di duro lavoro.»
Virginio scosse il capo. «Papà… papà… mi sembri un povero Don Chisciotte che lotta contro i mulini a vento. Cosa speri di ottenere? Non puoi fermare il progresso… finirai in galera, tu e i tuoi tre amici. Ecco quello che otterrai!»
«Non accadrà, se tu non ci denuncerai.»
«E perché non dovrei farlo? Mi hai rapito, chiuso in questo tugurio per non so quanto tempo ancora. E quando uscirò da qui, dovrei dimostrarmi magnanimo… Perché?»
«Perché sono tuo padre!» rispose seccamente Gino.
«Non mi stai trattando come un figlio…» obiettò, «ma voglio darti la possibilità di redimerti. Lasciami andare, adesso, ed io dimenticherò tutto.»
«E non chiuderai la fabbrica?» chiese Gino in tono sommesso, quasi avesse a temere la conseguente risposta.
Infatti: «Questo non lo posso fare», lo gelò immediatamente suo figlio.
Gino ebbe un sussulto. «Allora non posso lasciarti andare, mi spiace.»
«Papà! Liberami subito, o vi manderò tutti in galera!» urlò Virginio, strattonando la catena.
Gino si avvicinò. «Non urlare, ti libererò quando sarà il momento di farlo, non ora… E tu non manderai in galera nessuno, perché se denuncerai me, o anche uno solo dei miei amici, io parlerò del tuo tesoretto nascosto nei paradisi fiscali.»
«Davvero saresti capace di farlo?» domandò abbassando il tono, spaventato dalla prospettiva di perdere il gruzzoletto imboscato dentro conti cifrati.
«Ti consiglio di non mettermi alla prova… Ora riposa e pensa a quello che ti sto dicendo, più tardi ti porterò da mangiare», lo mise in guardia prima di uscire.
Virginio vide la porta chiudersi davanti ai suoi occhi, scosse il capo, volse lo sguardo all’intorno: oltre al materasso buttato a terra e alle coperte, in un angolo faceva bella mostra di sé un secchio appeso al muro contenente dell’acqua, un bicchiere di latta appeso al manico del secchio con una catenella, un tavolo, una sedia e un bugliolo con un coperchio di legno.
«Hotel cinque stelle!» fece, picchiando un pugno contro la parete.


Gino risalì le scale, chiuse anche la porta al piano terra, attraversò l’ampio locale rustico, uscì e si sedette sulla panca accanto all’amico.

 

Riflettevano, entrambi con lo sguardo perso oltre la collina, fino a quando Gino non si decise a rompere il silenzio: «Vuoi sapere cos'è successo?» gli chiese, continuando a guardare lontano.
«No!» rispose Alberto, guardando anch’esso lontano, poi ricaddero entrambi in un altro lungo silenzio.

Sembravano due fratelli seduti uno accanto all’altro: stessa corporatura robusta, stessa pelle bruciata dal sole, stessi jeans sgualciti; le differenze si trovavano nella parte superiore dell’abbigliamento, camicia a quadri per Gino, canotta bianca per Alberto; e nei capelli, grigi e folti quelli di Gino, assolutamente assenti sul cranio lucido di Alberto.

 

«Perché non lo vuoi sapere?» domandò, dopo un’attesa estenuante, Gino.
«Mi fido», rispose laconicamente Alberto, prima di ricadere ancora in un lungo silenzio.


Si fidava ciecamente del suo “padrone”, come ancora amava definirlo, per questo riteneva superfluo qualsiasi chiarimento: quello che era giusto per Gino, doveva esserlo anche per lui.
Gino gli chiedeva di dormire dalla primavera fin dopo la vendemmia nel casale, e lui prontamente eseguiva senza fare domande. Non si era mai sposato, il buon Alberto, e l’amicizia, l’affetto che Gino dimostrava di provare, era per lui la cosa migliore che gli potesse capitare nella vita.


Gino prese dal taschino della camicia il mezzo sigaro toscano e lo appoggiò all’angolo della bocca.
Alberto lo osservò con la coda dell’occhio. «E’ quasi un mese che ti vedo mettere in bocca quel mozzicone senza accenderlo… e poi rimetterlo in tasca… hai deciso di smettere di fumare?» gli  chiese, continuando a guardare chissà dove.
Gino accennò un sorriso amaro, piegando all’insù l’angolo del labbro superiore opposto a quello con cui tratteneva il sigaro. «Questo mai! Mi sono ripromesso di accenderlo quando avrò salvato la fabbrica!»
«E se non dovessi riuscirci?» chiese allora Alberto, mostrando per la prima volta un accenno di sfiducia nei confronti dell’amico.
«Ci riuscirò… fidati!» rispose sicuro, calcando il tono baritonale della voce.
«Mi fido!» ribatté convinto Alberto, volgendo finalmente lo sguardo su di lui.
Gino lo guardò e annuì.


Il rombo del motore proveniente dalla strada in salita, pose fine al surreale dialogo, fatto di lunghi silenzi spezzato da brevi frasi.
«Stanno arrivando», annunciò Gino, guardando giù, in direzione della strada «Vai ad aprire il cancello.»
La Panda di Enrico scavalcò l’ultimo impervio tratto in salita e si arrestò sul piazzale accanto alla macchina di Gino.
Enrico e Rodolfo scesero e salutarono prima Gino e poi, quando dopo aver chiuso il cancello tornò ad accomodarsi sulla panca accanto al suo “padrone”, Alberto.
«Hai portato il giornale?» chiese prontamente Gino a Enrico.
«Il Corriere lo stava leggendo mia moglie. Ho portato Panorama», rispose, porgendogli la rivista che teneva piegata in una mano.
Gino si alzò di scatto. «Ma voi due, ci fate o ci siete?! Quello è un settimanale!» proruppe infuriato, indicando la rivista che Enrico ancora gli stava porgendo. E rifiutandosi di prenderla, aggiunse: «Ci serve un giornale che riporti la data di oggi, non quella di una settimana fa!»
«Calmati Gino, non sono mica uno stupido!» replicò risentito Enrico, mostrando la copertina del settimanale. «Questo, è uscito oggi.»
Gino guardò la copertina; c’era una donna nuda distesa su una spiaggia tropicale, e in fondo alla pagina, la didascalia così recitava: “Quanti italiani sono disposti a piantare tutto e scappare con l’amante su una spiaggia dei mari del sud?”
Gino strappò la rivista dalle mani dell’amico e, sotto lo sguardo allibito degli altri, la buttò a terra e la calpestò, urlando: «Poco più di un’ora fa, ho detto a mia nuora che suo marito è scappato con l’amante su un’isola tropicale, e tu vuoi che gli mandi questa fotografia?! Hai proprio deciso di farci finire in galera tutti quanti?!»
«Come facevo a sapere cosa vi siete detti tu e tua nuora!» ribatté stizzito. E dopo un attimo di riflessione, rasserenandosi gli chiese: «La Gazzetta dello sport, andrebbe bene?»
Gino stava per scoppiare. «Certo che andrebbe bene… ce l’hai?»
Enrico indicò la macchina. «Vai a prenderla, cosa aspetti!» urlò sempre più spazientito Gino.
Enrico prese la gazzetta che teneva arrotolata sul sedile posteriore e la porse a Gino che la srotolò.
Vedendo il modo in cui era riuscito a stropicciarla, Gino non seppe trattenere un moto di riso, accompagnato da una battuta leggermente scurrile: «Ma da dove l’hai tirata fuori, dal buco del culo del tuo cane?» trascinando al riso tutti gli altri.
Ritrovata finalmente la giusta armonia, poterono proseguire nell’esecuzione del loro diabolico piano.
«Portiamo dentro il materiale», ordinò Gino, aprendo il baule della macchina.
Ne trasse uno scanner e lo passò a Enrico; poi un pc portatile e lo affidò a Rodolfo; un telo bianco lo consegnò ad Alberto e, infine, prese la macchina fotografica: una Polaroid a sviluppo istantaneo, chiuse il baule e seguito dagli amici entrò nel casale.
«Lo scanner appoggialo lì, con il pc accanto» ordinò Gino, indicando il tavolo.
Poi stese la gazzetta sopra il tavolo, la lisciò a lungo per attenuare la stropicciatura, la piegò a metà e tenendola con due mani controllò che i titoli e la data fossero ben visibili. «Bene, possiamo andare!» esclamò soddisfatto.


Aprì la porta della scala e scese tenendo il giornale in una mano e la Polaroid a tracolla, seguito da Alberto con il telo e dagli altri due a mani vuote.
Spalancò la porta di quella che era diventata la cella del figlio ed entrò, seguito dagli altri.
«Siete ridicoli!» li apostrofò schifato Virginio, fissandoli nello sguardo. «Cosa credete di fare… se ancora non lo sapete, v’informo che passerete il resto dei vostri giorni in galera!» profetizzò minaccioso.
Rodolfo ed Enrico, intimiditi da quel gesto di sfida, abbassarono lo sguardo: un po’ per la vergogna, molto per la paura.
Alberto lanciò uno sguardo interrogativo a Gino, il quale non si scompose. «Non lasciatevi spaventare, non succederà… Enrico, dai una mano ad Alberto a stendere il telo dietro al materasso.»
Alberto si mise sul lato destro del giaciglio e passò un lembo del telo dall’altra parte, porgendolo a Enrico. «Tenetelo ben teso!» esclamò Gino. I due, tenendo il braccio in alto tirarono i due lembi del telo in modo che, formando una specie di sipario, nascondesse l’ambiente alle spalle di Virginio.
«Tienilo sul petto… in questo modo», proseguì, mostrando al figlio come doveva tenere il giornale.
«Non ci penso proprio!» rispose lui, ritraendo le mani.
Gino si spazientì, lo afferrò per una mano tirandola in avanti. «Non farmi perdere la pazienza, tieni le mani in avanti e prendi il giornale!» ordinò, serrando la mascella.
Virginio, avvicinando il volto a quello del padre lo sfidò a muso duro, sparandogli in faccia un rotondo: «No!»
Allora Gino, afferrando il mignolo della mano destra, stringendolo con rabbia lo piegò all’indietro, fino a farlo urlare dal dolore: «Lasciami! Mi fai MALEEE!»
«Se non fai quello che ti dico, ti spezzo le dita una ad una… Cosa decidi di fare?» gli domandò con un tono incredibilmente calmo, mantenendo il mignolo in tensione.
Lo sguardo sconcertato e spaventato degli altri tre, certificò il loro disagio: non si sarebbero mai aspettati che Gino potesse arrivare a tanto con il suo unico figlio.
«Va bene! Farò come vuoi tu!» urlò Virginio.
Gino lasciò la presa e passò il giornale al figlio. «Tienilo fermo, è questione di pochi secondi», lo rassicurò usando un tono meno duro, prima di puntare la Polaroid e scattare la foto.
«Fatto!» esclamò subito dopo.
Virginio accartocciò il giornale con rabbia e lo buttò a terra, Enrico e Alberto abbassarono il telo e, come Rodolfo, tirarono un sospiro di sollievo.
Gino attese che la fotografia divenisse nitida. «Ok! Andiamo!» esclamò, invitando gli altri a uscire.
Prima di chiudere la porta, incrociando per un attimo lo sguardo spaventato del figlio ebbe un cedimento emotivo. «Non sarei mai voluto arrivare a tanto… ma non mi hai lasciato altra scelta… Spero che un giorno possa perdonarmi», mormorò con voce incrinata.
«Non lo farò mai! Ti odio papà! E ti odierò per sempre!» ringhiò, piangendo di rabbia, Virginio.
Gli occhi di Gino s’inumidirono, ma prima di mostrare al figlio il momento di debolezza, chiuse la porta e raggiunse gli altri al piano superiore.


Si sedette al tavolo, in un silenzio irreale collegò il pc allo scanner, lo accese ed esclamò: «Cominciamo!»
Cercò nel pc una pagina preparata in precedenza e la scaricò, il ronzio dello scanner anticipò l’uscita del foglio, Gino lo prese e lo lesse con attenzione. «Sì, penso che vada bene così! Questo è il volantino di rivendicazione», annunciò, mostrandolo agli altri.
«Brigate P, sta per proletarie?» chiese un preoccupato Rodolfo.
«Se penso con quanta fatica abbiamo trovato un giornale adatto alla bisogna… mi verrebbe da dire: brigate pirla!» rispose ironicamente Gino, cercando di alleggerire il clima plumbeo che si era venuto a creare dopo che i tre avevano visto cosa era stato capace di fare al figlio.
«Non sarebbe mica sbagliato… Mi sa che la stiamo facendo davvero, una gran pirlata», confermò un preoccupato Enrico.
«Questo non è il momento di lasciarsi prendere dal panico! Andrà tutto bene!» replicò convinto Gino, prendendo il foglio.
Nell’altra mano teneva l’accendino, lo accese e appiccò il fuoco a un lembo del foglio, lo lasciò cadere a terra e, mentre lo guardavano bruciare, concluse: «Siamo noi, le Brigate P».
«Brigate Porto!» esclamò convinto Alberto.
«No, brigate pensionati!» lo corresse Gino mentre Infilava dei guanti di lattice. Poi prese una busta dal cassetto sulla quale, usando dei ritagli di giornale incollati, aveva scritto il recapito del Corriere della Sera; stampò un’altra coppia della lettera, la infilò all’interno assieme alla fotografia scattata al figlio e richiuse la busta. «Prendila con il fazzoletto!» ordinò ad Enrico.
Enrico appoggiò il fazzoletto sul palmo della mano, prese la busta in modo da non lasciare impronte e se la mise in tasca.
«Ora sai cosa devi fare», disse Gino, invitandolo ad andare.
Enrico, in compagnia di Rodolfo salì sulla Panda e se ne andò. Dopo aver accompagnato l’amico in paese avvertì la moglie che avrebbe pranzato in collina con Alberto; poi prese l’autostrada e in un paio d’ore arrivò in città, raggiunse la via dove una settimana prima, durante un sopraluogo, aveva controllato assieme a Gino che non vi fossero telecamere, si accertò che nessuno lo potesse vedere, prese la lettera tenendo il fazzoletto nella mano e con un gesto repentino la infilò nella cassetta postale, poi risalì in macchina e tornò in paese.


«Che cosa cucinerai oggi di buono?» chiese Gino, rivolgendosi ad Alberto, mentre, dopo aver chiuso lo scanner, la Polaroid e il telo nella credenza, stava sistemando il pc nel baule della macchina.
«Pasta con sugo di pomodoro… pensi che tuo figlio la gradirà?» rispose Alberto.
«Penso di sì» fece Gino, chiudendo il bagagliaio.
Aprì la portiera, ma prima di salire in macchina ebbe un ripensamento. «Vado giù da mio figlio!» esclamò.
«Vai pure, se ti serve qualcosa, chiama» disse Alberto, tornando a sedersi sulla panca.


Virginio, seduto sul materasso, guardò in direzione della porta che si stava aprendo. «Sei venuto a spezzarmi le dita?» chiese sarcastico, mostrando la mano al padre.
Gino si avvicinò senza proferire verbo, prese la sedia, la sistemò accanto al figlio e si sedette, guardò la mano che Virginio teneva tesa davanti al suo sguardo in un palese gesto di sfida, ed esordì dicendo: «Mi spiace, non volevo farti male».
Virginio scosse la testa, ritirò la mano e, mentre la portava sul cuore, esclamò: «E’ qui, che mi hai fatto male!»
«Ti capisco… ma non mi hai lasciato altra scelta.»
«Sei patetico nella difesa dei tuoi principi», ribatté rabbioso Virginio.
Gino comprese che non ci poteva essere alcun dialogo, la ferita era ancora troppo fresca: ci sarebbe stato tempo più avanti per chiarirsi, pensava mentre si alzava dalla sedia.
«Te ne vai?» chiese Virginio.
“Tornerò… Nel frattempo, Alberto avrà cura di te», rispose, avviandosi verso la porta.
«Alberto, o qualsiasi altro, avrà sicuramente più cura di me, di quanto ne ha avuta mio padre», replicò, sorridendo amaramente.
Gino si arrestò un attimo, volgendosi lo fulminò con lo sguardo; poi, un attimo prima di ribattere, si voltò nuovamente e si diresse verso la porta.
«Dimmi solo una cosa! Perché mi hai rinchiuso in questo posto schifoso, senza nemmeno un letto, non hai saputo trovare niente di meglio per imprigionare tuo figlio?!» gli urlò dietro Virginio.
Questa volta Gino non poteva lasciar cadere la cosa e andarsene come se niente fosse, tornò sui suoi passi e, mostrandosi soddisfatto dalla reazione del figlio, rispose: «E’ questa la domanda che mi sarei aspettato dal primo momento che sono entrato. Sai quanta gente vive in condizioni peggiori delle tue? Certo che lo sai, come tutti, e come tutti li guardi dormire sui marciapiedi, uno sguardo e via. E’ duro vivere così, lo so… se chiuderai la fabbrica, fra qualche anno la gente della valle sarà costretta ad andarsene via, in cerca di un lavoro che, grazie a imprenditori lungimiranti come te, scarseggerà sempre più. E magari uno di loro finirai per trovartelo davanti, steso su un marciapiede. Allora, guardandolo negli occhi, non so se potrai andartene via senza vergognarti per aver contribuito a rovinare una vita. Il denaro, il successo… non è tutto, c’è dell’altro, l’onore, il rispetto vale molto di più… rifletti su quello che ti sto dicendo… forse qua dentro ti mancherà quasi tutto, ma non il tempo per pensare. Ciao Virginio… ti voglio bene», Gino concluse la sua dura lezione di vita, addolcendo tono e sguardo sull’ultima frase.
Virginio lo guardò uscire senza replicare.


«Abbi cura di mio figlio!» esclamò passando davanti ad Alberto, seduto a guardar lontano sulla panca all’esterno del casale.
«Tratterò tuo figlio… come se fosse il padre», rispose Alberto, continuando a guardare lontano.
Gino, aprendo la portiera pronunciò un laconico: «Grazie», poi prese dalla tasca della camicia il mezzo sigaro toscano e lo sistemò al solito angolo della bocca. Rammentandosi di dover mettere in guardia l’amico, riprese in mano il sigaro: «La prossima volta potrei venire su accompagnato dai poliziotti… Se accadrà, non ti spaventare, sarà solo per un sopraluogo».
«Non mi spaventerò!» lo rassicurò Alberto, non scostando di un millimetro lo sguardo dal punto indefinito oltre la collina. 
Gino annuì soddisfatto, rimise il sigaro fra le labbra, salì in macchina e si avviò verso casa.


3 BERNARDA LA DEVOTA


«Dov’è Alessandra!» esclamò appena il domestico filippino ebbe aperto il portale della villa, entrando come un ciclone e continuando ad avanzare impettita come un ufficiale asburgico, pestando con forza i tacchi sul candido marmo di Carrara dell’ingresso.
«Che bella sorpresa, signora Bernarda, sono passati più di tre mesi dall’ultima volta che è venuta a trovarci», diceva, ansimando, il povero domestico, quasi correndo per seguire il passo militaresco della donna.
Era una vera impresa per lui, alto poco più di un metro e mezzo, seguire la lunga e svelta falcata della donna, alta più di un metro e ottanta.
Mettendo a confronto l’imponente fisico di Bernarda, con l’altrettanto imponente struttura fisica di Gino, veniva naturale chiedersi come avessero potuto mettere al mondo un figlio dal fisico tanto mingherlino e poco armonioso, da sembrare affetto da rachitismo.
Bernarda si arrestò improvvisamente al centro del salone d’ingresso, il domestico che la seguiva trafelato per poco non le finì addosso.
«Dov’è Alessandra?!» gli chiese in tono perentorio, girandosi di scatto.
«Giù… in giardino», rispose intimidito il domestico, indicando con la mano la porta a vetro attraverso la quale s’intravvedeva il parco.
Bernarda si voltò, guardò la porta e s’incamminò. Giunta sulla soglia vide Alessandra, seduta su una delle sedie di ferro in mezzo al prato, tormentare i tasti del cellulare.
«Portami la limonata fresca… con due bicchieri!» ordinò al domestico, prima di uscire, scendere la scalinata e raggiungerla in mezzo al prato.


«Ha mandato un messaggio?» le chiese, arrivandole alle spalle.
L’inconfondibile timbro vocale, corposo e mascolino, le fece capire a chi apparteneva la voce alle proprie spalle; senza alzare lo sguardo dal cellulare, continuando a pigiare sui tasti rispose con voce preoccupata: «Niente… mi sembra di impazzire, non riesco a mettermi in contato con lui».
Bernarda le accarezzò la testa e, passandole di fianco, si sedette alla sua destra. Rimase a guardarla qualche secondo mentre tormentava i tasti del cellulare, poi le disse: «Non insistere, non serve… deve averlo spento».
Alessandra gettò stizzita il cellulare in mezzo al prato e singhiozzando si domandò: «Dove può essere andato? Temo che gli sia successo qualcosa di terribile».
Bernarda la strinse a sé. «Non piangere, vedrai che tutto si risolverà prima di sera… Anch’io, come te, ero preoccupata dopo le lettere minatorie. Ieri sono stata in pellegrinaggio a Loreto, ho chiesto alla Madonna di proteggere mio figlio, sono sicura che lo farà», provò a rassicurarla, accarezzandole la schiena, con il tono convinto e convincente di chi possiede una ferrea fede.
Quelle parole, se non a convincerla, bastarono a far calare l’angoscia; si asciugò le lacrime e si ricompose, giusto in tempo per non mostrarsi prostrata davanti al domestico che si avvicinava reggendo il vassoio con la brocca della limonata e due bicchieri.
Bernarda versò la limonata nei bicchieri, ne porse uno ad Alessandra, poi prese l’altro e lo portò alla bocca, imitata subito dopo dalla nuora.
Posando il bicchiere guardò lontano. «Lui è là?» le chiese, indicando la collina con lo sguardo.
«Sì, quando gli ho detto che l’avrei chiamata, se n’è andato imprecando.»
Bernarda accennò un sorriso. «Gli faccio ancora così tanta paura», disse, quasi a compiacersene. Rifletté un attimo e si chiese: «Chissà come la vede lui la faccenda?»
«Rifiuta l’evidenza. Sa cosa ha avuto il coraggio di dirmi quando l’ho informato che Virginio non era salito sul volo per la Cina? Di non preoccuparmi, che era solo scappato su un’isola tropicale con l’amante e sarebbe tornato fra una settimana», rispose inorridita Alessandra.
«Tipico dell’uomo», commentò laconicamente, senza alterarsi, Bernarda. Chiedendole poi, fissandola negli occhi: «A proposito di uomini e amanti… quanto ti decidi a darmi un nipotino? Non sarai anche tu di quelle che pensano solo al piacere… Non è che per caso usate dei contraccettivi?»
Alessandra arrossì, abbassò lo sguardo e, con un filo di voce, rispose: «Ci stiamo provando… fino ad ora con scarso successo».
«Scarso?! Direi senza successo! Sono quasi dieci anni che siete sposati… datevi da fare!», la spronò, usando un tono che non ammetteva repliche.
«Stiamo facendo il possibile… Il ginecologo ha detto che è tutto a posto, di stare tranquilli, che quando meno c’è l’aspetteremo avremo una gradita sorpresa», replicò Alessandra, adombrandosi.
«Non rattristarti, ho chiesto alla Madonna di esaudire il tuo desiderio di maternità… sono certa che ascolterà le mie preghiere», la confortò Bernarda, con un tono partecipe e consolatorio.

Gino entrò in casa, attraversò il salone d’ingresso e quando giunse sul terrazzo le vide. “Eccole là. Sempre in forma la Bernarda… pregare le fa bene”, pensò ironicamente, prima di rimettere nel taschino il sigaro e scendere dalla scalinata.


Bernarda lo guardò avanzare, il suo sguardo non mostrava nessuna reazione emotiva. Attese che si fermasse davanti a lei, poi prese il bicchiere, lo portò alla bocca e, con calma esasperante, davanti allo sguardo irritato di Gino si mise a sorseggiare la limonata; mentre Alessandra osservava la scena senza fiatare, temendo uno scoppio d’ira da un momento all’altro.
Gino attese pazientemente che terminasse di bere e quando posò il bicchiere, indicando la sedia le chiese, usando un tono ironico: «Posso sedermi accanto a lei… signora?»
Bernarda non colse l’ironia. «Non sono venuta qua per ridere alle tue battute… Siediti e falla finita, abbiamo cose più importanti di cui parlare!» rispose irritata.
Gino si rabbuiò. “Oh, mio Dio, ora si ammazzano!” pensò Alessandra, guardando spaventata la mascella serrata di Gino.
Stranamente, Gino non reagì alla provocazione di Bernarda com’era solito fare: urlando come un ossesso. Respirò profondamente, il volto contratto si distese, si calmò e finalmente si sedette.
«Eccomi qua, di cosa dobbiamo parlare?» chiese con tono calmo e distaccato, come se quello che era accaduto non lo riguardasse.
«Di tuo figlio!» sbottò Bernarda.
Gino, ridendo sotto i baffi si complimentò con sé stesso per essere riuscito a irritarla. «Mio figlio oggi ha fatto felice suo padre… è scappato con l’amante!» sentenziò sarcastico, mantenendo una calma irritante.
«Basta! Non voglio più starla a sentire!» urlò Alessandra mentre, piangendo, si alzava di scatto.
Bernarda la afferrò per un braccio e la trattenne. «Non reagire alle sue provocazioni! Siediti e stai calma!» comandò in tono perentorio. Poi guardò Gino. «E tu finiscila di dire cavolate! Nostro figlio è fuori casa da ieri e nessuno sa dove sia finito… fai la persona seria e responsabile!» gli urlò in faccia.
Gino si ammutolì. Bernarda, soddisfatta, si rivolse ad Alessandra: «Il maresciallo, cosa ti ha detto?»
Con la voce ancora scossa, Alessandra rispose: «Ha detto che si sarebbe attivato, e appena avesse avuto notizie certe sarebbe venuto a riferirle».
Bernarda sospirò. «Allora, non ci resta che aspettare», tirò le somme in tono rassegnato.
Gino volse lo sguardo incupito verso la collina e non replicò. Alessandra, singhiozzando si chiuse in se stessa, e Bernarda, sbuffando si adeguò.


Un silenzio irreale accompagnò il tempo dell’attesa, trascorse circa un quarto d’ora prima che il maresciallo, accompagnato dal domestico, scendesse dallo scalone.
«Ecco il maresciallo… finalmente sapremo», annunciò Bernarda, mostrandosi tesa.
Alessandra, tremando di paura, guardò il maresciallo avanzare, cercando nel suo sguardo compunto, un accenno di sorriso foriero di buone nuove.
Gino guardò a sua volta, ma a differenza delle due donne, con sufficienza, senza mostrare tensioni o paure.
«Buongiorno signore… ciao Gino», salutò il maresciallo, permettendosi di dare del tu al compagno d’accanite partite a scopone scientifico.
«Si sieda, maresciallo», esordì Bernarda, indicando la sedia. «Gradisce una limonata fresca?» gli chiese poi, vedendolo togliersi il berretto d’ordinanza e asciugarsi la fronte con un fazzoletto.
«La ringrazio, una limonata fresca è quello che ci vuole con questo caldo infernale», rispose, sedendosi.
«Porta un bicchiere per il maresciallo!» ordinò all’indirizzo del domestico. Il quale si attivò immediatamente, dirigendosi spedito all’interno della casa. «Allora, cosa mi sa dire di mio figlio?» aggiunse subito dopo.
«Sul volo per la Cina, non è mai salito…»
«Lo sapevo, me lo sentivo che era successo qualcosa di grave… Oh, Dio, mi sento male!» lo interruppe Alessandra, appoggiando una mano sul petto.
«Non è questo il momento! Se non riesci a controllare le tue reazioni emotive, evitaci almeno le sceneggiate. Alzati e vai in casa!» la redarguì duramente Bernarda.
La dura reprimenda ottenne l’effetto voluto, Alessandra si calmò e, vergognandosi d’aver mostrato la propria debolezza, abbassò il capo e si tacque.
Gino, come se la cosa non lo riguardasse, osservava serafico la scena, e alla fine commentò, rivolgendosi al maresciallo: «Che bel campionario di caratteri femminili. Mi vien voglia di tornare in collina e lasciarti solo in mezzo a ‘ste due».
Il maresciallo non riusciva a raccapezzarsi. “Ma Gino, l’ha capito o no che suo figlio è sparito da più di ventiquattro ore?” pensò, osservando basito il volto per niente preoccupato dell’uomo.
«Falla finita anche tu! Non sono venuta per litigare, ma per avere notizie di mio figlio!» lo apostrofò Bernarda, fulminandolo con uno sguardo che era tutto un programma. Poi si rivolse al graduato: «Ci scusi, maresciallo, prosegua pure!» ordinò in tono militaresco.
Il maresciallo, sollevato dall’impaccio di dover replicare alla battuta di Gino, la ringraziò, prese un foglio dalla tasca della camicia, lo guardò; poi, mentre si apprestava a parlare, vide il domestico avvicinarsi con il bicchiere, allora attese che lo posasse sul tavolo. Bernarda, mentre il domestico si allontanava, versò la limonata nel bicchiere. «Beva, maresciallo», disse mentre posava la brocca sul tavolo.
«La ringrazio, signora Bernarda», rispose il maresciallo, prima di portare il bicchiere alla bocca e suggerne il fresco contenuto. «Dunque, stavo dicendo…» esordì dopo aver posato il bicchiere sul tavolo, mentre dava un’altra occhiata a quello che aveva scritto sul foglio. «Abbiamo controllato tutti i voli, nazionali e internazionali, decollati nella giornata di ieri… Poi abbiamo controllato se nei parcheggi dell’aeroporto ci fosse la sua macchina…» guardò il volto teso delle donne, poi, soffermandosi su quello enigmatico di Gino, concluse con tono partecipato: «Mi dispiace… Virginio non è mai arrivato all’aeroporto».
L’angoscia si manifestò pienamente sui volti delle donne. Gino si limitò a un pensieroso: «Uhm!»
Subito dopo il maresciallo cercò di infondere la speranza nei cuori di tutti i familiari; anche se, guardando Gino non riusciva a capire se ne avesse realmente bisogno: «Comunque non significa niente, potrebbe essere andato con la macchina oltre confine, in Svizzera, ed essersi imbarcato là… Abbiamo chiesto alla società del telepass di accertarsi se la macchina di Virginio fosse transitata da qualche loro varco, oltre che richiedere la lista degli imbarchi nella giornata di ieri all’aeroporto di Zurigo».
«Suvvia, maresciallo, non venirci a raccontare storielle in cui non credi nemmeno tu. Perché mai avrebbe dovuto andare fino a Zurigo a imbarcarsi, quando aveva già il biglietto e l’aeroporto a pochi chilometri da casa? Mica ci avrai preso per grulli?» commentò alla fine Gino, usando un tono ironico.
Il maresciallo non rispose. Ci pensò ancora una volta Bernarda a toglierlo d’impaccio: «Il maresciallo sa fare il suo mestiere… lascialo lavorare e risparmiaci le tue battute fuori luogo!»
«Come vuoi. Io però, un’idea ce l’avrei… Mi è consentito esprimerla?» domandò Gino, usando un tono serio, contrastante con lo sguardo leggermente ironico rivolto a Bernarda.
«Quale sarebbe la tua idea?» chiese interessato il maresciallo.
Gino volse lo sguardo, prima su quello sofferente di Alessandra, poi su quello interrogativo del maresciallo.
«Dio ci scampi, maresciallo, temo di sapere cosa le stia per dire», lo mise in guardia, contrariata, Alessandra.
«Visto che lo sai, vuoi dirglielo tu?» le chiese ironicamente Gino.
Alessandra scosse la testa, abbassò il capo e tornò a chiudersi nei suoi pensieri.
Soddisfatto, Gino iniziò ad esporre la sua teoria: «Come avevo già detto ad Alessandra, ero convinto che mio figlio si fosse, finalmente, fatto l’amante…»
«Basta! Non posso stare ad ascoltare simili menzogne!» urlò stridula Alessandra, balzando dalla sedia. Guardò per un attimo Bernarda negli occhi, prima di lasciarsi sopraffare dal pianto e subito dopo correre a chiudersi in casa.
«Non hai nessun rispetto per la moglie di tuo figlio! Sei una bestia! Vergognati!» lo apostrofò schifata Bernarda.
Gino non fece un plissé, e proseguì diritto per la sua strada: «Come ti stavo dicendo, maresciallo, ero convinto che mio figlio avesse detto a sua moglie che doveva recarsi in Cina per lavoro, per nascondere il vero motivo del viaggio: una settimana di piacere con l’amante in qualche isola tropicale. Ora mi stai dicendo che non è mai arrivato all’aeroporto… potrebbe comunque avere scelto di passare una settimana in un posto raggiungibile in macchina… Costa Azzurra o qualche altro luogo, non necessariamente al mare o all’estero».
Il maresciallo rifletté. «Mettiamo che sia andata così… Ma perché staccare il cellulare, mettendo così in allarme i familiari? Sarebbe stato logico rispondere, se voleva tenere in piedi la storia del viaggio in Cina», si domandò il maresciallo.
Gino scosse il capo. «Questo non lo saprei spiegare… Sei tu il detective, trova tu la soluzione.»
«La soluzione la trovo io! La storia dell’amante non regge, ho cresciuto mio figlio inculcandogli il cristiano rispetto per la famiglia… No, non avrebbe mai tradito sua moglie. Gino pensa che tutti gli uomini siano, come lo è lui, obbligati al peccato. Beh, lo devo deludere: nostro figlio è l’opposto del prototipo dell’uomo che lui sperava di inculcare nella sua mente», s’intromise Bernarda, cassando definitivamente l’ipotesi della fuga con l’amante.
«Con chi ha parlato Virginio prima di partire?» chiese il maresciallo.
«Con me, ieri mattina alle sei mi ha accompagnato su, al casale, ci siamo salutati, poi è partito per l’aeroporto… Almeno, così mi ha detto», rispose sicuro Gino.  
«Come mai non sei andato su con la tua macchina?» chiese ancora il maresciallo.
Gino ebbe un moto di riso. «La sera prima avevamo fatto baldoria, su, al casale. Avevo bevuto un po’ più del solito e non ero in grado di guidare. Così, Enrico s’è offerto di accompagnarmi a casa. Sapevo che Virginio doveva partire il mattino seguente e ho pensato di appoggiarmi a lui per tornare su a ritirare la macchina.»
Il maresciallo annuì. «Bene, penso che per il momento non ci sia nient’altro da dire», tirò le somme, alzandosi dalla sedia. «Appena avrò altre notizie, v’informerò… Buongiorno, signora Bernarda… ciao Gino», concluse prima di andarsene.  

«Come ti è venuto in mente di sputtanare tuo figlio e sua moglie agli occhi del maresciallo, inventandoti la storia dell’amante», lo rimproverò duramente Bernarda quando furono soli.
«Non mi sono inventato niente. Io continuo a credere che sia scappato con l’amante», confermò Gino, sorridendo sornione.
«Ti piacerebbe… ma non è così. Virginio ama veramente Alessandra, per lui il matrimonio è qualcosa di sacro, non la tradirà mai!»
«Si vede che in quello scricciolo ha trovato una donna capace di renderlo felice, di giorno… e, soprattutto, di notte», ribatté, stuzzicandola.
«La tua idea del matrimonio, è qualcosa di incredibilmente squallido!»
«E’ squallido chiedere alla propria moglie di rispettare i doveri coniugali?»
«E’ squallido chiederle di compiere atti contrari alla morale cattolica», precisò la devota Bernarda.
«Sai qual è il tuo problema?» insistette Gino. La fissò nello sguardo e proseguì: «Che in ogni tua risposta c’infili Dio… E questo potrei anche accettarlo: la fede può essere un pregio, il fondamentalismo, assolutamente no!»
«Dunque, sarebbe stato il mio fondamentalismo a rovinare il nostro matrimonio… Sapresti spiegare cosa intendi per fondamentalismo, o parli solo per dare fiato alla bocca?» chiese inviperita Bernarda.
Gino non si fece pregare: «Il tuo fondamentalismo è trattare Dio come un amante… non eravamo mai soli dentro quel grande letto… In mezzo a noi ci mettevi sempre Dio… Dio non vuole che facciamo questo… Dio non vuole che facciamo quest’altro… se eri innamorata follemente di lui, perché hai sposato me?»
«Non rimarrò un attimo di più ad ascoltarti bestemmiare!» proruppe sconvolta, alzandosi dalla sedia.
«Come tuo solito, quando la discussione tocca temi scottanti, rifiuti il confronto», concluse amaramente Gino, prendendo il sigaro dal taschino e rimettendolo all’angolo della bocca.
«Non ci può essere confronto con l’ignoranza atea e materialista!» chiosò con rabbia Bernarda prima di andarsene.  


4 LE INDAGINI


Il mattino seguente Gino, seduto al medesimo posto, sfogliava nervosamente il Corriere.
«Niente!» esclamò, piegando il giornale prima di deporlo sul tavolo.
Guardò su, in direzione del casale. “Chissà come avrà passato la notte?” si chiese. Poi tornò a rimuginare sul perché la notizia del rapimento non fosse uscita sui quotidiani. “Potrebbe essere che, per un motivo o per un altro, non abbiano ancora consegnato la corrispondenza al giornale… Devo mantenere la calma, massimo entro domani tutto si chiarirà”, concluse, prendendo il mezzo sigaro dal taschino per rimetterlo in bocca.
Trascorse un'altra mezzora seduto in giardino a chiedersi se era il caso di fare un salto al casale. Quando si decise ad alzarsi, vide Bernarda e Alessandra avanzare verso di lui e tornò a sedersi.
«Qual buon vento di tempesta ti porta da queste parti?» chiese ironicamente a Bernarda.
«Metti da parte le tue spiritosaggini! Ha chiamato il maresciallo, dicendomi che sarebbe passato in villa a informarci su gli ultimi sviluppi del caso», rispose una preoccupata Bernarda.
«Ha telefonato anche a te?» chiese Gino, rivolgendosi a una terrorizzata Alessandra.
«Sì, ha chiamato poco fa, e mi ha pregato di avvertirla che sarebbe passato da noi», rispose con un filo di voce Alessandra.
«Bene. Ora che l’hai fatto, sarebbe meglio che ti ritirassi», replicò seccato Gino.
«La vuoi smettere di trattare Alessandra come una bambina… o peggio, come la cameriera?! E’ la moglie di nostro figlio e ha tutto il diritto di restare ad ascoltare cosa deve dirci il maresciallo!» sbottò Bernarda, esasperata dal comportamento indisponente di Gino.
Gino sbuffò. «Lo facevo per il suo bene. Se poi dovesse stare male, non venite a dirmi che non vi ho messo in guardia.»
Seduti attorno al tavolo, attesero in silenzio l’arrivo del maresciallo; che si materializzò dieci minuti dopo.

 

Il maresciallo, dopo aver salutato prima le donne e poi Gino, entrò subito in argomento: «Questa mattina è arrivata una lettera al Corriere della sera… riguarda Virginio… pare che sia stato rapito».
«Oh! Dio, mi sento male», esclamò Alessandra, sbarrando gli occhi e rovesciando all’indietro la testa.
Bernarda si alzò e portandosi alle sue spalle la sorresse. «Stai calma… respira profondamente», le sussurrava all’orecchio, schiaffeggiandola leggermente sulle guance.
«Lo sapevo che sarebbe finita così… l’avevo avvertita…» commentò Gino, mostrandosi per niente sorpreso.
«Stai zitto! Abbi un minimo di decenza!» proruppe Bernarda, interrompendolo.
Gino sentì la rabbia salirgli fino agli occhi, rimise il sigaro nel taschino e ribatté, urlando a sua volta: «Non venire a casa mia a farmi la morale! Se quella non è in grado di reggere, che se ne vada! Il maresciallo ha cose ben più importanti da fare, che assistere agli svenimenti di una ragazzina!»
Il maresciallo assistette basito alla scena. Stava per intervenire, quando Alessandra, forse anche grazie alle urla dei due, si riprese. «Per favore, smettetela… è passato… vada pure avanti… maresciallo», balbettò non del tutto rinfrancata.
Bernarda tornò a sedersi, e il maresciallo proseguì: «La DIGOS ha analizzato la lettera, secondo loro si tratterebbe di un sequestro anomalo…»
«Che vuol dire “anomalo”? E perché il giornale non ne parla?» lo interruppe Gino.
«Il giornale non ne parla perché la lettera è arrivata in redazione dopo l’uscita. Stando alla lettera, Virginio sarebbe in mano a una fantomatica organizzazione che si firma “Brigate P”, forse un gruppuscolo di estrema sinistra, viste le richieste.»
«Quali sarebbero le richieste?» chiese Bernarda.
«In sostanza, pretendono che la fabbrica non venga chiusa.»
«E da questo avete dedotto che si tratta di estremisti di sinistra… Beh, in questo caso io dovrei essere il loro capo. Sapessi le litigate che ho avuto in questi mesi con mio figlio, per convincerlo a recedere dal suo piano», obiettò Gino, mostrandosi divertito.
«Hai ragione, per questo motivo è stato derubricato a rapimento anomalo… Secondo la DIGOS, si tratterebbe di un ulteriore salto di qualità da parte di chi, tempo fa, scrisse le lettere minatorie.»
«Lo dicevo io che non erano solo scherzi di cattivo gusto, ma nessuno voleva ascoltarmi», ricordò Adriana, singhiozzando.
Il maresciallo, temendo di dover assistere a una nuova sceneggiata, tagliò corto: «Quello che dovevo dirvi l’ho detto. Se ci saranno altre notizie, tornerò a riferire… Ora devo scappare in caserma, fra un paio d’ore dovrebbero arrivare due agenti della DIGOS per fare il punto della situazione». Si alzò dalla sedia e prima di andarsene aggiunse: «A quest’ora l’ANSA avrà già diramato la notizia… Fra qualche ora i giornalisti assedieranno la villa, se vi dovessero fermare, farvi delle domande, voi non rispondete… delegate un avvocato a vostro portavoce, e ditegli di passare in caserma, ci accorderemo su come informare la stampa.»


«L’avvocato Anselmi, vi andrebbe bene?» chiese Bernarda, dopo che il maresciallo se n’era andato.
Alessandra annuì. Gino sbuffò. «A me non serve l’avvocato. Se mi dovessero fermare i giornalisti, li manderò al diavolo! Se poi dovessero insistere, li metterei sotto la macchina.»
«Non fare lo sbruffone come tuo solito. Si tratta di una faccenda molto seria… Rispondi solo: sì o no!» lo redarguì Bernarda.
«Ma prenditi l’avvocato che vuoi!» buttò lì Gino, alzandosi dalla sedia.
Bernarda, piegando gli angoli della bocca, assunse un atteggiamento schifato. Gino la sfidò: mettendo su un sorriso sarcastico prese il sigaro e, lentamente, fissandola nello sguardo lo sistemò all’angolo della bocca; poi si girò e se ne andò.  


Virginio, seduto sopra il materasso, osservava Alberto che, con la solita espressione corrucciata, stava posando un piatto di pasta sul tavolo.
«Senti, Alberto, mi spieghi come hai potuto farti trascinare da mio padre dentro questa follia?» gli chiese a un certo punto.
Alberto finì di sistemare il piatto sul tavolo, si voltò e rispose: «L’ho fatto per salvare la fabbrica».
«Ma cosa te ne frega della fabbrica! Hai settantatré tre anni, sei in pensione e la dentro non ci ritornerai comunque più, non hai nemmeno dei figli che possano perdere il posto di lavoro. Non era più logico cercare di vivere alla grande il tempo che ti resta, senza riempirti la testa d’inutili pensieri?» lo incalzò, innervosendosi, Virginio.
L’espressione perennemente corrucciata di Alberto, rendeva impenetrabili i suoi stati d’animo. «Pensare solo a se stessi…non è un bel vivere», rispose senza variare di un millimetro né il tono né l’espressione.
«Lo sai che finirete tutti in prigione… sei consapevole di questo?»
Alberto guardò la sedia, l’avvicinò al letto, si sedette e, piegandosi in avanti, avvicinò il volto a quello di Virginio. «Vedi questa?» inizio col dire, schiaffeggiandosi la guancia destra. «Questa è la faccia di uno che ha visto la fabbrica crescere insieme al paese e alla valle… Questa è la faccia di uno che non vuol vedere morire la fabbrica… il paese… la valle. E che farà tutto quello che è nelle sue possibilità, per far sì che non accada. Lo faccio per me, per tuo padre, per gli amici che con me hanno lavorato là dentro e per i loro figli che ancora ci lavorano… e infine, lo faccio anche per te… perché un domani la gente della valle ti possa amare come ha amato tuo padre… Se non lo facessi, non potrei più guardarmi allo specchio è dire: “Bravo Alberto! Nella tua vita hai sempre fatto la cosa giusta!” Dammi retta, Virginio, non chiudere la fabbrica, fai felice la nostra gente. Qua, nella valle, puoi essere considerato un re… là fuori, potrai brigare quanto vorrai, ma resterai sempre una nullità, un numero infinitesimale di questa maledetta globalizzazione. Ora mangia… poi rifletti, il tempo non ti manca», concluse, alzandosi dalla sedia.
«Quella che tu chiami “maledetta globalizzazione”, è inarrestabile progresso. Non si può fermare, o sei in grado di cavalcarlo, o sei destinato ad esserne travolto», replicò, inseguendolo con la voce, mentre Alberto continuava a camminare in direzione della porta.
Prima di richiuderla, Alberto si volse e lo gelò con un’ultima battuta: «Se ci sarà da cadere, cadremo tutti insieme… se ci sarà da risorgere, risorgeremo assieme».
Un accenno di serenità parve scalfire l’espressione perennemente corrucciata di Alberto mentre chiudeva la porta; risalì i gradini, prese dal tavolo un panino riempito di mortadella, andò a sedersi sulla panca fuori dal casale e, guardando lontano, con un primo morso al panino diede inizio al suo frugale pranzo.


Virginio, mentre addentava i primi spaghetti al pomodoro, rifletteva sull’ostinata, impari lotta che quel vecchio si era ripromesso di portare, se necessario, fino alle estreme conseguenze.


Gino attendeva, nell’ingresso della villa, il preannunciato arrivo del maresciallo in compagnia dei due agenti della DIGOS. Volevano che rifacesse, assieme a loro, la stessa strada percorsa il giorno della scomparsa di suo figlio.
Il maresciallo, guidando l’auto di servizio entrò nel cortile, presentò i due agenti a Gino, che nel frattempo era uscito dall’ingresso principale, aveva sceso la scalinata e li aveva raggiunti; poi salì davanti assieme a Gino, i due agenti si sistemarono dietro e uscirono dal cortile. «Tiragli addosso a quei rompiballe!» sbottò Gino, vedendo con quanta fatica riuscivano a farsi largo in mezzo a cameraman e giornalisti appostati all’esterno della villa.
«Rappresento la legge… non lo posso fare», rispose con una battuta il maresciallo, facendo sorridere i due agenti e lo stesso Gino; che ribatté: «Vuoi che guidi io per cinque minuti?»
Prima dei cinque minuti ironicamente richiesti da Gino, la macchina si liberò dalla morsa dei media e poté iniziare a ripercorrere la strada affrontata da Gino e suo figlio due giorni prima.

«Chi è quell’uomo?» chiese incuriosito uno dei due agenti, guardando Alberto che continuava a mordere il panino come se non avesse né visto, né sentito la macchina arrivare e parcheggiare a pochi metri da lui.
«Alberto, un mio amico, mi da una mano a mandare avanti la vigna, oltre che a far da guardiano al casale.»
Il maresciallo, Gino e i due agenti scesero dalla macchina. «Ciao Alberto, sono gli ispettori mandati dalla DIGOS», lo informò Gino.
Alberto annuì e diede un altro morso al panino.
«Ecco, mi ha lasciato qui, senza nemmeno scendere. Era di fretta e se né andato subito», spiegò Gino.
«Dunque, dopo averla fatta scendere suo figlio ha rifatto la strada a ritroso per arrivare al casello autostradale», tirò le somme uno degli agenti.
«Non credo!» esclamò Gino.
«Come?»
«A metà della strada sterrata c’è una biforcazione, da lì si scende dall’altro versante senza dover fare il giro della collina… Si risparmiano una decina di chilometri. E visto la fretta che aveva quella mattina, penso proprio che abbia preso la scorciatoia», spiegò Gino, indicando la strada da cui erano arrivati.
«Andiamo a vedere!» esclamò uno dei due. Risalirono tutti in macchina e ridiscesero lentamente la stradina sterrata.


Durante la discesa Gino ripassò mentalmente com’erano andate realmente le cose; rivide suo figlio entrare nel casale insieme a lui, Alberto e Rodolfo afferrarlo per le braccia, l’espressione da prima stranita poi spaventata di Virginio che, ammutolito, cercandolo con lo sguardo mentre i due uomini lo trascinavano in cantina, sembrava voler chiedergli: “Papà perché tutto questo?” Poi si vide mentre indossava i guanti di lattice, saliva sulla macchina del figlio e la nascondeva nel fitto della boscaglia; e, infine, si rivide risalire la collina all’interno del bosco e in pochi minuti raggiungere il casale.


«Ecco, prendi lì, a destra», disse Gino, indicando la biforcazione che si perdeva dentro un folto bosco di acacie.
«Il fondo è pieno di buche, sei sicuro che sia praticabile?» chiese il maresciallo dopo pochi metri percorsi a passo d’uomo, sobbalzando continuamente.
«Fidati, più avanti lo sterrato si compatta», rispose Gino.
Infatti, addentrandosi nel fitto della boscaglia i sobbalzi cessarono quasi completamente, e in poco più di un quarto d’ora raggiunsero la statale.
«Effettivamente, si può risparmiare una buona mezz’ora», confermò un agente.
«Però il bosco sarebbe il posto ideale per un’imboscata», aggiunse l’altro.
«Già! Maresciallo, domani faccia fare ai suoi uomini una battuta all’interno del bosco», ordinò il primo.
«Per cercare cosa?» chiese il maresciallo.
«Non lo so… qualsiasi traccia strana… Non credo che i rapitori lo abbiano portato via con la sua macchina, dovevano averne una d’appoggio nascosta nei paraggi. Se era nel bosco, ci saranno sicuramente tracce di pneumatici, se siamo fortunati potremmo anche trovare la macchina del rapito», rispose l’agente.
Salirono in macchina e, seguendo la statale, ritornarono in paese.


«Non toccate la macchina, arrivo subito!» esclamò al cellulare il maresciallo, rivolgendosi a uno dei suoi uomini mandati il giorno dopo a perlustrare il bosco.
Parcheggiò la macchina sulla stradina, dietro quella degli agenti. «Allora, dov’è?» chiese a un carabiniere rimasto accanto alla macchina di servizio.
«Più giù, in mezzo a quegli alberi», rispose questi, indicando una specie di sentiero.
Il maresciallo s’incamminò, percorse un centinaio di metri; due carabinieri lo chiamarono: «E’ qui, maresciallo!» Volse lo sguardo alla sua destra e in mezzo agli alberi vide i due carabinieri accanto alla macchina.
«Avete trovato delle tracce?» chiese, guardando il terreno attorno alla macchina.
«No, maresciallo. Se anche ce ne fossero state, il forte temporale dell’altra notte le avrebbe cancellate», rispose uno dei due.
«Dobbiamo far analizzare dalla scientifica l’interno della macchina… Vai su e chiama il carro attrezzi», ordinò al più giovane dei due.
«Tu prova a cercare di là, io andrò da questa parte», disse all’altro.
«Che cosa devo cercare, maresciallo?»
«Non lo so… qualsiasi cosa che nel folto di un bosco ti sembrerebbe fuori luogo… ma che domande mi fai?!» rispose spazientito il maresciallo, prima di mettersi a cercare dal lato opposto.


Dei rami spezzati attirarono la sua attenzione. “Qualcuno per passare da qui ha dovuto spezzare questi rami… Forse qualche cercatore di funghi, anche se questa non mi pare la stagione adatta”, pensò, guardando in alto. “Proviamo a dare un’occhiata più avanti”, concluse, riprendendo a salire il pendio.
Il percorso libero da ramaglie si fece più agevole; ansimando, in pochi minuti arrivò in cima al pendio. «Il casale?!» esclamò stupefatto, vedendolo a poca distanza dal punto in cui era sbucato.
Ridiscese il pendio. “Da qui non può essere passato nessuno, altrimenti dal casale li avrebbero visti”, tirò le somme, maledicendo sé stesso per l’inutile faticaccia.
«Allora, hai chiamato il carro attrezzi?» chiese al carabiniere che nel frattempo era tornato all’interno della boscaglia.
«Sì, maresciallo… dovrebbe arrivare fra un quarto d’ora.»
«Molto bene, fatela portare in caserma… Forse non serve, ma ve lo ricordo ugualmente: se per qualsivoglia motivo dovreste entrare nella macchina, mettetevi i guanti», si raccomandò prima di tornarsene in caserma.


5 IL PIANO DI GINO


La folla di giornalisti fuori dalla villa infastidiva non poco Gino. Per sua fortuna il caso non ebbe troppa presa sul pubblico, e dopo tre giorni la ressa iniziò a diradarsi.
Cinque giorni dopo un caso ben più sentito scosse le coscienze, attirando su di sé l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale: più a sud, il rapimento di una ragazzina in cui furono coinvolti pesantemente dei familiari, stava scatenando un vero e proprio terremoto mediatico, telecamere e giornalisti raccolsero armi e bagagli e sciamarono, come avvoltoi, sulla nuova e più gustosa preda.
Gino tirò un sospiro di sollievo, finalmente dopo una settimana poteva tornare da suo figlio, senza temere di essere inseguito dal codazzo di giornalisti e cameraman. 


«Bentornato, papà… pensavo ti fossi scordato di tuo figlio», disse un avvilito Virginio, alzandosi dal materasso.
Lo sguardo di Gino tradì commozione e contrarietà. Non si sarebbe aspettato di trovare suo figlio in quelle condizioni. «Alberto non ti ha portato il rasoio e il cambio d’abito?» gli chiese, osservando la barba incolta e il vestiario sudicio.
«Gli ho chiesto io di portare via tutto… Se sono prigioniero, vivrò da prigioniero. Voglio che tu veda tuo figlio abbruttirsi giorno dopo giorno… Voglio capire fino a che punto saprai arrivare.»
«Fai come ti pare», replicò laconicamente Gino, sedendosi sul tavolo.
«Come sta mia moglie?» chiese Virginio, avvicinandosi al padre.
Gino avvicinò la sedia. «Siediti!» esclamò, indicandola al figlio. Prima di rispondere: «Tua moglie sta bene… e tua madre è più agguerrita che mai».
«E’ tornata in villa?»
«Ha deciso di prendersi cura di tua moglie. Ogni mattina la viene a trovare… è una tortura, quasi quasi mi faccio rinchiudere con te.»
La battuta di Gino strappò un moto di riso a Virginio. «Accomodati, lo spazio non manca», ribatté ironicamente, e indicando l’ambiente con un ampio gesto della mano fece sorridere anche il padre.
Lo scambio di battute stemprò la tensione, subito dopo Virginio sembrò assentarsi. «A cosa stai pensando?» gli chiese Gino.
«Durante la settimana ho riflettuto su tutta la faccenda… Mi chiedevo: perché invece d’inscenare il rapimento, non hai usato l’arma del ricatto?»
«Quale arma… vai avanti?»
«Quella che ti sei detto pronto a usare se avessi denunciato te e i tuoi amici: rivelare alla tributaria i miei conti segreti.»
«Come avresti reagito al ricatto?» chiese un interessato Gino.
«Avrei finto di accettare, nel frattempo avrei spostato i conti, poi avrei proseguito con il piano industriale originale.»
«Ne ero certo!» commentò deluso Gino. «Il ricatto l’ho scartato fin da subito, lo ritenevo un’arma spuntata.»
«Però intendi usarlo per evitare la galera. Non mi sembra coerente con il tuo pensiero, potrei sempre fingere di accettare, e una volta fuori da qui, dopo aver spostato i conti con un semplice click del mouse, correre a denunciarvi.»
«Non credo che lo farai… anzi, ne sono sicuro!» rispose Gino, mostrandosi certo di ciò che andava affermando.
«A cosa è dovuta tanta certezza?»
«Al tuo pragmatismo!»
«Al mio pragmatismo? spiegati meglio!»
«Alla somma fra costi e benefici. Sicuramente piuttosto che riaprire la fabbrica, preferiresti vedere la tributaria spulciare fra le tue carte, alla lunga ci guadagneresti comunque. Ma ti converrebbe affrontare una verifica fiscale solo per mandare in galera quattro vecchi, uno dei quali è tuo padre, senza avere nessun ritorno economico?»
Virginio rifletté. «E bravo papà, hai pensato proprio a tutto… Un ottimo piano, m’inchino davanti alla tua mente… criminale!» concluse amaro, indurendo il tono.
«Sono espressioni dettate dall’amarezza… ti capisco. Sono certo che alla fine saprai perdonarmi.»
«Alla fine… e come finirà? Tu che hai previsto tutto, lo sai come finirà?»
«Finirà che se non riaprirai tu la fabbrica, lo farò io!» rispose Gino, pestando il pugno sul tavolo.
La risposta di Virginio fu una sonora risata. «E come speri di riuscirci? Ti rammento che sono io l’amministratore delegato della società… tu, sei solo una figura di rappresentanza.»
«Conosco lo statuto, l’abbiamo stilato assieme… Ti ricordi come recita la clausola numero dodici?»
«Certamente: in sostanza dice che se per un qualsiasi motivo non potessi svolgere il mio compito, tu subentreresti per l’ordinaria amministrazione, e solo dopo sei mesi dalla mia assenza otterresti i pieni poteri… T’informo che riaprire la fabbrica, non è contemplato nell’ordinaria amministrazione. E che entro sei mesi la cassa integrazione sarà già morta e sepolta… e la fabbrica chiusa», rispose un trionfante e arrogante Virginio.
«Non cantare vittoria prima di aver combattuto la battaglia. Esiste un’altra clausola molto più stringente sul limite di tempo, l’abbiamo aggiunta quando i rapimenti erano all’ordine del giorno, per permettermi di accedere ai conti e fare tutto il necessario per salvarti la vita… rammenti?»
«Mi ricordo… e allora?»
«Allora, fra quindici giorni mi arriverà una lettera, dove ci sarà scritto che le “brigate P” sono pronte a uccidere l’ostaggio entro cinque giorni se non verrà raggiunto un accordo per la riapertura della fabbrica. A quel punto mi arrogherò i pieni poteri e riaprirò la fabbrica.»
«Complimenti, papà, un piano diabolico… infantilmente diabolico. Che cosa speri di ottenere: una volta fuori da qui la farò richiudere nuovamente.»
«Beh, intanto ci vorrà del tempo, penso minimo un paio d’anni… e poi, dove produrrai le caldaie, visto che nel frattempo io avrò rinunciato alla convenzione con i cinesi?»
«Tu vuoi il fallimento dell’impresa che hai costruito!» proruppe Virginio, capendo che suo padre sarebbe andato fino in fondo, costi quel che costi.
«L’impresa che ho costruito, non sono i muri della fabbrica, ma la gente che ci lavora dentro… Sono loro che hanno permesso a un imprenditore senza scrupoli come te, di farsi un tesoretto nascosto all’estero… ricordalo questo quando uscirai da qui!» urlò Gino, alzandosi dal tavolo.
Aprì la porta, e prima di uscire concluse pacatamente: «Non sono venuto per litigare, tornerò quando ci saremo calmati entrambi… Ciao Virginio, la barba non ti dona, raditi!»
Virginio guardò la porta chiudersi davanti al suo sguardo, tornò a sdraiarsi sul materasso e, guardando la volta in mattoni del soffitto, rifletté ad alta voce: «E bravo papà, hai pensato a tutto… Devo ammetterlo, sei riuscito a elaborare un piano perfetto… ma io dimostrerò di essere più bravo di te! Smonterò il tuo piano e ti darò scacco matto… è una promessa!»


Alberto vide Gino risalire dalla cantina e, leggendo la contrarietà nel suo sguardo, gli chiese: «E’ andata male?»
Gino scosse il capo. «E’ un osso duro, non cederà mai!»
«Non resta che passare alla seconda parte del piano… Quando spedirai la seconda lettera?»
«Meglio attendere ancora un paio di settimane, renderà più credibile l’intera faccenda… E poi c’è ancora troppo movimento in paese, venendo su ho incrociato un paio di macchine della polizia che battevano la collina.»
«Non hai paura che vengano a dare un’occhiata anche qui?»
Gino si mostrò sereno. «No. S’è mai visto cercare un rapito a casa sua?» e prima di andarsene, incoraggiò l’amico battendogli la mano sulla spalla.


«Ecco le chiavi della macchina, le indagini della scientifica sono terminate, puoi portarla via», disse il maresciallo, consegnando a Gino le chiavi prese dal cassetto della scrivania.
«E’ emerso qualcosa d’interessante?» chiese Gino.
«No, non hanno trovato tracce dei rapitori all’interno», rispose scorato il maresciallo.
«Dall’espressione delusa, mi viene da dubitare che l’indagine navighi ancora in alto mare.»
«Secondo la DIGOS, tuo figlio è oramai lontano da qui… Forse la sua prigione si trova in città… o forse più lontano, ipotizzano addirittura fuori dalla regione. D’altronde, da quando lo hai lasciato sul piazzale del casale a quando è stato lanciato l’allarme, è trascorso più di un giorno… un’eternità per chi deve organizzare la caccia ai rapitori.»
Gino nascose la soddisfazione dietro un’espressione preoccupata. «Purtroppo ci si è resi conto troppo tardi di quello che stava accadendo… Voi avete fatto tutto il possibile e ve ne sarò eternamente grato… non ci rimane che aspettare e sperare», concluse, sospirando.
Il maresciallo annuì e, dando un’occhiata alla coppia del verbale appoggiato sulla scrivania, esclamò: «C’è qualcosa che non quadra!»
«Qualcosa che non posso sapere?» chiese Gino, mostrando una certa apprensione.
«Leggendo la coppia del verbale, ho notato che i rapitori hanno portato via anche due valige di vestiario, che la moglie di Virginio si dice sicura di avere visto caricare assieme alla borsa del pc, la sera prima della partenza.»
«Perché lo trovi strano; avendo programmato una lunga prigionia, avranno pensato bene di prendere le valige per avere un ricambio di vestiario», obiettò Gino, cercando di soffocare sul nascere i dubbi dell’amico maresciallo.
«Durante i rapimenti per strada, per non essere visti si cerca di fare le cose in fretta. Va beh che quella era una stradina poco praticata in mezzo a un bosco, ma esiste sempre il pericolo che si possa incontrare qualcuno… E’ un comportamento anomalo.»
«Non saprei cosa dire… io non ci trovo niente di strano», insistette con un tono meno convinto Gino.
«C’è un altro elemento che mi spinge a propendere per un comportamento dilettantesco… Un gruppo organizzato di matrice politica, piuttosto che le valige, si sarebbe preoccupato di prendere il pc per carpirne i segreti contenuti all’interno e usarli a loro vantaggio… invece questi che fanno? Portano via delle inutili valige e lasciano sul sedile posteriore della macchina il prezioso pc, E’ strano… molto strano.»
Gino iniziò a innervosirsi, e prima che il maresciallo potesse accorgersi del cambio d’atteggiamento, si alzò dalla sedia. «Forse non l’hanno visto… hanno aperto il bagagliaio per prendere le valige e non hanno guardato sul sedile posteriore… Ora scusami, ma devo proprio andare. Appena avrai notizie fresche, chiamami!» e si allontanò velocemente, senza lasciare al maresciallo il tempo per riflettere e replicare.
Il maresciallo, appoggiato con un gomito sulla scrivania e la mano a sorreggere il mento, rifletteva, guardandolo senza particolare attenzione uscire dall’ufficio. «Forse è andata così… o forse no», concluse, rimettendo la coppia del rapporto nel cassetto.


Gino scese nel cortile, si mise alla guida della macchina del figlio e uscì dalla caserma. “Avrei dovuto accertarmi che Alberto avesse preso anche il pc”, pensò, mordendosi il labbro inferiore.
Ricostruì mentalmente l’iter del rapimento, picchiò un pugno sul volante ed esclamò stizzito: «Un particolare insignificante può rovinare un piano perfetto!»


6 LA MOSSA DI VIRGINIO


Di buon mattino, dopo la colazione, Gino decise di fare un salto al casale. Uscendo di casa incrociò Bernarda che stava entrando.
«Sono venuta a sentire se ci sono novità», esordì Bernarda, arrestandosi davanti al portale dell’ingresso.
«Nessuna novità, ieri sono andato in caserma a ritirare la macchina di Virginio, all’interno non hanno trovato tracce utili all’indagine… dobbiamo aspettare che i rapitori si facciano vivi», rispose Gino.
«Dov’è Alessandra?»
«Credo in giardino. Ora scusa, ma devo andare», rispose Gino, mostrando una certa impazienza.
«Dove devi andare di corsa… c’è qualcosa che non vuoi o non puoi dirmi?» chiese insospettita dall’atteggiamento di Gino.
«Tieni a freno la fantasia, vado su, al casale!» sbottò infastidito dal tono indagatore di Bernarda.
«Lo immaginavo. Ti stanno più a cuore le tue vigne che la vita di tuo figlio!» urlò rabbiosa la madre, ferita dall’atteggiamento distaccato del padre nei confronti del figlio.
«E’ inutile che urli, amo nostro figlio quanto lo ami tu… ma anche rimanendo qui, non potrei fare nulla; perciò vado su al casale, dove almeno non mi troverò davanti il tuo sguardo arcigno, pronto a colpevolizzare ogni cosa che faccio o dico… Se ti può consolare, ti assicuro che lo sentirò molto più vicino stando lassù, nostro figlio», replicò con una certa calma Gino.
«Sei patetico! Cerca di assumerti almeno questa volta le tue responsabilità!» sibilò Bernarda, fulminandolo con uno sguardo carico di livore.
Questa volta Gino non ce la fece a mantenere la calma. «Senti, tu! Non venirmi a dare lezioni di responsabilità! Proprio tu che sei la regina dei compromessi, vieni a dire a me di assumermi le mie responsabilità?!» urlò, accendendosi in volto.
Bernarda non era certo il tipo da indietreggiare davanti a simili argomenti, e rispose per le rime: «Lo so dove vuoi andare a parare! Non cercare per l’ennesima volta di scaricare sopra di me i tuoi errori, la colpa del fallimento del nostro matrimonio è totalmente tua!»
«Non credo proprio… a essere generosi, potrei accollarmi il cinquanta per cento di colpa… Ti chiesi perdono, ero pronto ad ammettere i miei errori e ricominciare tutto daccapo. E ti chiesi di scegliere, se volevi ancora essermi moglie… anche nell’intimità, oppure di concedermi il divorzio. E tu, non so se da sola o con l’aiuto del tuo padre spirituale, scegliesti il compromesso; né matrimonio, né divorzio… ma il limbo della separazione. Eravamo ancora giovani, allora, avremmo potuto essere ancora felici insieme, oppure dividerci per sempre e cercare di esserlo accanto a un'altra persona. Con la separazione hai scelto di rovinare la tua… e la mia vita… e forse anche quella di nostro figlio.»
«Di nostro figlio, dovresti essere solamente orgoglioso!» sbottò ferita nell’amore materno.
«Lo sono stato… fino a quando non ha deciso di chiudere la fabbrica… Allora ho capito il nostro grande errore, presi com’eravamo dalla nostra guerra personale, non siamo riusciti a trasmettergli i valori che contano, quelli della famiglia, della solidarietà, dell’onore… l’abbiamo cresciuto solo con il mito del successo a tutti i costi, e lui non ha fatto altro che seguire i nostri insegnamenti ed è andato dritto per la sua strada, infischiandosene delle ragioni, oserei dire, della vita degli altri… No, non siamo stati dei grandi genitori, avrebbe meritato di meglio nostro figlio», Gino concluse la sua dura disamina commuovendosi.
Bernarda non replicò. Gino tirò un lungo respiro e concluse: «E’ andata così! Ora non resta che raccogliere i cocci… e provare a ricomporre una parvenza di famiglia».
Lo sguardo perplesso di Bernarda, convinse Gino a completare il proprio pensiero: «Non hai compreso? Ti sto chiedendo di tornare insieme».
«Per aiutare nostro figlio?»
«Anche! Ma soprattutto perché ti amo… Nonostante quello che puoi pensare di me, ti ho sempre amato, Bernarda», chiosò in tono accorato.
Un tono che, ricordandole i bei tempi, fece scorrere un brivido lungo la schiena di Bernarda; che cercò di non darlo a vedere, ma quelle parole la colpirono nel profondo, riaccendendo un amore mai spento. «Mi hai colto di sorpresa… non saprei cos’altro dire… devo riflettere… comunque, ora la priorità è nostro figlio. Quando questa faccenda sarà risolta, ne riparleremo… è una decisione difficile da prendere su due piedi», rispose una tentennante Bernarda.
Gino s’incupì, deluso dalle parole di Bernarda, replicò seccamente: «Ho capito, da sola non puoi decidere nulla, neanche se mi ami ancora!» E concluse con una domanda in tono sarcastico: «Devo attendere che mia moglie si consulti con il suo padre spirituale, per avere una risposta?»
Bernarda non rispose, ma il suo sguardo parlò per lei.
Gino scosse il capo, aprì il portone e prima di uscire aggiunse: «Dimentica quello che ti ho detto… buona giornata, Bernarda!»
Lei cercò di fermarlo, aprì la bocca per richiamarlo, ma subito dopo la richiuse; no, non poteva farlo, doveva prima consigliarsi con chi nei lunghi anni di solitudine l’aveva aiutata a superare momenti di sconforto e depressione: il suo padre spirituale.


Alberto, allertato dal motore della macchina in arrivo, uscì dal casale e prima di sedersi sulla panca attese che si arrestasse.
Gino scese e andò a sedersi accanto all’amico. «Come sta mio figlio?» chiese con l’apprensione del padre.
«Ieri sera ha rifiutato il cibo», rispose Alberto con il solito tono monocorde, guardando com’era d’uso fare oltre la collina.
Gino accennò un amaro sorriso. «Il cruccio di sua madre quand’era bambino… per fargli ingoiare qualche grammo di cibo, dovevamo sudare sette camicie; solo promettendogli un regalo riuscivamo a piegare la sua cocciutaggine. Forse è questo il motivo per cui è rimasto mingherlino.»
«Questa volta non so se basterà promettergli un regalo… Mi ha detto che non mangerà fino a quando non lo liberemo.»
«Sciopero della fame?»
«Sciopero della fame», confermò Alberto.
Gino strinse il mento fra l’indice e il pollice e si chiuse in una profonda riflessione. Poco dopo, battendo la mano sulla coscia dell’amico balzò in piedi, esclamando: «Vado giù!»
Alberto si limitò ad annuire, continuando a guardare lontano.


«Hai saputo la novità?» domandò Virginio appena lo vide entrare.
Gino si sedette, appoggiò i gomiti sul tavolo e guardando suo figlio steso sul materasso con occhi che non riuscirono a nascondere l’apprensione, rispose: «L’ho saputo… Non otterrai nulla comportandoti così, il tempo delle promesse per far sì che mettessi il cucchiaio fra le labbra è scaduto da tempo».
«Guardami negli occhi, papà… Io sono sempre quel figlio che fingeva di non mangiare perché sapevo che tu avresti fatto di tutto per convincermi a farlo… Ora, voglio capire se tu sei ancora quel padre», replicò Virginio in tono supplichevole.
Quelle parole scossero nel profondo Gino, ma non poteva certo mostrarsi debole. «Il tempo dei giochi e dei regalini è finito. Ora sei un uomo, devi assumerti le tue responsabilità… non è facendo lo sciopero della fame che mi convincerai a liberarti.»
«Non riaprirò mai la fabbrica… fattene una ragione!» ribadì Virginio, indurendo il tono.
«Lo farò io!» ribatté, usando lo stesso tono, Gino. Poi si alzò e si diresse verso la porta.
«Mi lascerò morire d’inedia!» urlò Virginio, alzandosi dal materasso.
Gino sentì una stretta al cuore. «Dunque è questo il tuo piano… Saresti disposto a morire, piuttosto che riaprire la fabbrica… Perché?»
«Perché così ho deciso… Sei vuoi avere successo devi combattere, e come in ogni guerra che si rispetti, bisogna essere disposti anche a morire per la vittoria!» rispose convinto con sguardo fiero.
«Mi fai paura… a questo ti ha portato la fame di successo… Figlio mio, tu sei pazzo, la vita è il bene più prezioso, non la si baratta con il successo», ribatté Gino, mostrando scoramento nella voce.
«Io sarei il pazzo?! Mio padre mi ha rinchiuso in una cantina maleodorante, ed io sarei il pazzo?!» urlò sempre più forte Virginio.
«Calmati!» urlò a sua volta Gino. E proseguì ammorbidendo il tono: «In questo momento non sei sereno… cerca di riposare, tornerò domani».
«Non trattarmi come un bambino… non mangerò! Mi lascerò morire! E’ una promessa!» le urla isteriche di Virginio lo inseguirono fino a quando ebbe chiuso la porta, ferendolo nel profondo.


Alberto osservò lo sguardo incupito e pensoso dell’amico seduto accanto a lui. «Non è andata come speravi», affermò sicuro.
Gino sospirò. «Direi proprio di no. Ha deciso che non mangerà, fino a quando non lo liberemo.»
«Ha vinto lui», sentenziò Alberto.
«Lo dici con un tono… quasi liberatorio.»
«E’ giusto così. E’ stata tutta una follia, fin dall’inizio», confermò Alberto, volgendo lo sguardo verso l’amico.
Gino lo guardò, scosse il capo ed esclamò: «Non lo liberemo!»
Lo sguardo di Alberto non mostrò nessuna reazione, tornò a guardare lontano e concluse: «Allora sei veramente pazzo… Io non ho un figlio, ma se l’avessi, anteporrei la sua vita a tutto il resto… Rifletti bene su quello che ti appresti a fare; le fabbriche nascono, muoiono e rinascono, una vita quando finisce, finisce per sempre».
«Ti ringrazio… sei veramente un amico», disse Gino, alzandosi. E prima di salire in macchina, lo rassicurò: «Tu continua a portargli la colazione, il pranzo e la cena, vedrai che entro un paio di giorni riprenderà a mangiare… A domani».


Mentre scendeva dalla collina, rifletteva sull’evolversi della situazione: “E’ testardo come sua madre… quella è riuscita a rovinarsi la vita per non derogare dai suoi principi, finendo con il rovinare anche la mia… Se tanto mi dà tanto, siamo messi molto male”. Rifletté su quello che si erano detti lui e suo figlio per tutto il tragitto. Giunto finalmente a casa parcheggiò la macchina in garage andò a sedersi in giardino.
E qui, osservando il casale sulla cresta della collina sentì una stretta al cuore. Allora, volgendo lo sguardo al giardino rivisse momenti felici, quando, rotolando nell’erba, abbracciava quel bambino testardo che ora gli stava procurando non pochi grattacapi.


«Gino è già tornato», annunciò Alessandra, guardando il giardino dalla finestra del salotto.
Bernarda si alzò dalla poltrona e si affacciò alla finestra. “Brutto bestione, stai soffrendo come un cane, ma ti rifiuti di ammetterlo”, pensò con sadica soddisfazione, vedendolo seduto in giardino con sguardo incupito immerso in mille pensieri.
«Ha lasciato il suo meraviglioso casale, per scendere fra noi umani e condividere le nostre sofferenze», sciorinò ironicamente Bernarda, tornando ad accomodarsi sulla poltrona. 
«Non sia così dura nel giudicarlo, si vede che sta soffrendo quanto noi… E non potrebbe essere altrimenti, Virginio è il suo unico figlio», disse in tono dolente Alessandra, guardando con occhi carichi d’affetto e comprensione quel vecchio dai modi ruvidi e scostanti seduto in giardino.
Bernarda non replicò, sospirando indicò con lo sguardo il tavolo, dicendo: «Vieni a sederti, il caffè si sta freddando».


Il giorno dopo Gino salì al casale. «Ha mangiato?» chiese ad Alberto, sedendosi accanto sulla solita panca.
«No, è cocciuto come il padre… Dammi retta, lascialo andare, è disposto ad arrivare fino alle estreme conseguenze. Lo perderai per sempre, continuando in questa follia», rispose, sbalordendo Gino per il tono quasi implorante, raramente usato nei lunghi anni della loro amicizia.
«Non se ne parla!» esclamò prontamente Gino, mostrandosi determinato; ma una leggera incrinatura nella voce tradì il suo vero stato d’animo.
Alberto comprese l’attimo di debolezza e decise di insistere nella sua opera di convincimento: «Cosa vai cercando in realtà? Il martirio personale per dimostrare a te stesso e agli altri che non sei stato tu a tradire la valle? Il destino della valle è segnato comunque, produrre qui non è più conveniente; se anche tuo figlio, per assurdo accettasse di riaprire la fabbrica, dopo poco tempo sarebbe costretto a richiuderla».
Gino balzò dalla panca. «Ora basta! Una sola cosa voglio sapere da te… sei ancora con me?» gli chiese, esprimendo tutta la sua delusione.
Alberto lo fissò intensamente, scosse il capo; poi, tornando a guardare lontano, rispose pacatamente: «Sono sempre stato con te… e lo sarò fino in fondo, accetterò ogni tua decisione… qualunque essa sia».
«Molto bene! Allora oggi quando porterai il pranzo a mio figlio, se ti chiederà di me, gli dirai che lo rivedrò solo se smetterà questo stupido sciopero della fame… Hai capito bene?»
«Ho capito!» esclamò deluso Alberto.
«Tornerò domani. Ci saranno anche Rodolfo ed Enrico, ci riuniremo per fare il punto della situazione. Ti pregherei di non fare nessun accenno su quanto ci siamo detti, e men che meno sul fatto che mio figlio sta facendo lo sciopero della fame.»
«Temi che non condividano la tua posizione?»
«Temo la loro debolezza… non sono caratterialmente forti quanto noi… Ciao Alberto, a domani», concluse andando verso la macchina.
«A domani», replicò laconico. Poi con una punta d’ironia sussurrò: «Grande capo».
Gino che era troppo distante per cogliere il sussurro, salì in macchina e se ne andò.


Il giorno dopo Gino chiese ad Alberto se il figlio avesse mangiato, e ricevendo la scontata risposta negativa decise di non incontrarlo nemmeno quel giorno. Attese seduto sulla panca accanto all’amico l’arrivo di Rodolfo ed Enrico, dopodiché entrarono nel casale e riunirono il gran consiglio.


Durò una mezz’oretta la riunione, durante la quale, scolando una bottiglia di rosso, decisero, anzi, Gino decise da monarca assoluto, di proseguire a testa bassa con il piano. “Roma o morte!” pensò ironicamente Alberto, rammentando i giovanili scontri fra lui, militante comunista, e il suo amico Gino, nostalgico di un’era oramai cancellata dai tragici eventi della storia, che inevitabilmente si concludevano con un abbraccio e una sbronza.


Rodolfo ed Enrico furono i primi ad andarsene, mentre Alberto rimase seduto al tavolo a scolarsi l’ultimo bicchiere insieme a Gino.
«E’ andata bene, temevo che i loro nervi potessero cedere, invece li ho trovati ancora abbastanza forti e determinati», tirò le somme Gino, mostrandosi soddisfatto.
Alberto buttò giù l’ultimo sorso, si alzò e si chiese: «Già! Ma reggeranno fino in fondo?»
Gino si alzò a sua volta e batté la mano sulla spalla dell’amico, esclamando: «Tranquillo, reggeranno!» Poi uscirono dal casale e si salutarono, dandosi appuntamento per il giorno dopo; con la speranza che Virginio riprendesse finalmente a mangiare.


Per due giorni Gino salì al casale con il cuore gonfio di speranza, e per due giorni Alberto fu costretto a disattendere le sue speranze. «Tuo figlio sta deperendo a vista d’occhio… accetta un consiglio, prima di proseguire in questa follia, vai giù e guardalo negli occhi», gli disse l’ultima volta.
Gino sapeva benissimo che se avesse visto com’era ridotto, non ce l’avrebbe fatta a mantenere il punto, e per l’ennesima volta rifiutò l’invito di Alberto. «Tornerò domani, tu continua a portargli pranzo e cena. Molto presto cederà… dovrà cedere», rispose con il cuore affranto, cercando di darsi coraggio.


Il terzo giorno lo attese una sorpresa. Su al casale, schierati sulla panca, aspettavano il suo arrivo i tre amici.
Gino arrestò la macchina e prima di scendere, passando in rassegna i loro sguardi tesi, comprese fin da subito che era stato Alberto a dir loro di farsi trovare al casale; ma ugualmente esordì con una domanda scontata: «Che ci fate qui?»
«Li ho chiamati io», rispose prontamente Alberto, alzandosi dalla panca.
«Ah! E quale sarebbe il motivo?»
«Tuo figlio, non possiamo più tenerlo prigioniero…» rispose Alberto.
Gino non gli permise di completare la frase e reagì alzando il tono: «Quello che è giusto fare, se permetti lo decido io!»
«Non più, Gino… non più», ribatté un abbattuto Alberto.
La ribellione del suo più fedele amico lo sconcertò. Mentre rifletteva sull’inaspettato voltafaccia, Alberto aggiunse: «Tuo figlio sta male. Mi spiace ma la responsabilità di una vita non me la potevo accollare da solo. Li ho chiamati e ho spiegato loro come stanno realmente le cose… E insieme abbiamo deciso di porre fine a questa follia… è tutto».
«E’ tutto», ripeté in tono deluso Gino. Passò in rassegna gli sguardi impauriti degli altri due e proseguì: «Avete deciso tutto da soli… la mia parola vale dunque meno di niente per voi».
«La tua parola vale quanto la nostra. Abbiamo deciso a maggioranza», replicò timidamente Rodolfo.
Gino sorrise amaro. «A maggioranza avete deciso di andare tutti quanti in galera! Ecco cosa avete deciso!» urlò, scuotendo Rodolfo ed Enrico dal torpore.
«Preferisco andare in galera, che rendermi complice di un omicidio!» sbottò Enrico, balzando dalla panca e affrontandolo a muso duro.
«Cerchiamo di mantenere la calma… tutti quanti!» s’intromise Alberto, facendo due passi avanti per interporsi fra i due oramai prossimi alla lite.
«Senti, Gino, noi non vogliamo avere tuo figlio sulla coscienza, e men che meno lo vuoi tu, di questo sono certo. Perciò ora vai giù e dici a tuo figlio che lo liberiamo… Quando ci siamo imbarcati in questa follia, ti sei detto convinto di avere le carte giuste per far sì che non ci denunciasse, spiegagli cos’hai mano e convincilo a non denunciarci», proseguì un pacato Rodolfo, avvicinandosi con circospezione all’alterato Gino.
Gino scosse il capo. «Brigate P. L’avevo detto qual era il vero significato della lettera P. E non mi sbagliavo», disse, esternando un’immensa amarezza.
«Hai preteso troppo da tre poveri pensionati», sentenziò Alberto.
«Hai ragione, amico mio, farò come avete deciso… a maggioranza! Ma se mio figlio non dovesse accettare la mia offerta, come mi dovrei comportare? Lo chiedo alla maggioranza», concluse, passandoli in rassegna con uno sguardo carico di rabbia e delusione.
Alberto si fece portavoce della maggioranza: «Se non accetterà… lo liberemo ugualmente e ci assumeremo le nostre responsabilità… Tutti quanti!»
Gino parve sollevato dalla risposta: nel fondo del suo cuore era quello che sperava, erano tre notti che non riusciva a dormire, combattuto sul da farsi; in cuor suo avrebbe voluto liberare subito suo figlio, ma non poteva tradire tre amici che si erano messi in gioco fidando in lui.
«Vado da lui… lo convincerò, statene certi!» li rassicurò, prima di avviarsi con il cuore in subbuglio dentro il casale, ringraziando il destino per avergli offerto l’opportunità di uscire dall’angolo in cui si era cacciato da solo.


«Finalmente ti sei degnato di venire ad accertarti delle condizioni di tuo figlio», lo accolse con voce stanca e debole Virginio.
Serrando la mascella Gino provò a non far trasparire la commozione: le sue condizioni di salute erano veramente al limite, molto peggio di come gliele aveva descritte Alberto. Virginio, seduto sul materasso con la barba lunga, capelli e vestiario sudicio, lo fissava, sgranando gli occhi incastonati all’interno di profonde occhiaie, tremando dal freddo nonostante la coperta di lana appoggiata sulle spalle, tenuta stretta sul petto da mani scheletriche.
«Non abbassare lo sguardo… guardami!» proseguì Virginio. Aprì i lembi della coperta e allargando le braccia concluse: «Ecco come hai ridotto tuo figlio».
Proprio non ci riusciva, Gino, a guardarlo negli occhi; prese la sedia e si sedette accanto a lui, continuando a guardare il pavimento; mentre Virginio, fissandolo intensamente, continuava a cercare una risposta nel suo sguardo.
Passò quasi un minuto prima che, alzando timidamente lo sguardo, Gino gli chiedesse in tono sommesso: «Stai tremando dal freddo, hai la febbre?»
Virginio scosse il capo, continuando a fissarlo senza proferire parola.
«Non hai cambiato idea, sei sempre dell’avviso di chiudere la fabbrica?» domandò Gino, facendo un ultimo tentativo più per non lasciare nulla d’intentato che per reale convinzione.
Virginio annuì, ancora una volta senza aggiungere una sillaba.
Gino prese dalla tasca la chiave del lucchetto che chiudeva la catena alla caviglia, si abbassò e, sotto lo sguardo stupefatto del figlio, lo liberò.
«Questo cosa sta a significare?» chiese incredulo Virginio.
«Sei libero», rispose Gino, buttando la chiave sul materasso.
«Cos’è, una nuova tattica? Cerchi di convincermi a riaprire la fabbrica mostrandoti umano? Ti avverto che non lo farò mai!»
«Hai vinto tu… Ma non cantare vittoria, non mi hai sconfitto, sono i miei amici che l’hanno voluto», rispose in un moto d’orgoglio, cercando di far credere al figlio che se fosse per lui non lo avrebbe liberato.
E’ difficile ingannare un figlio; dal tono e dallo sguardo Virginio comprese che non era vero, che erano altri i suoi veri sentimenti, e quello che andava affermando era una pietosa bugia per preparare il terreno a un’uscita onorevole per lui, ma soprattutto perché non infierisse nei confronti dei suoi tre amici.
«Papà… guardami negli occhi… te lo chiedo per favore», lo supplicò in tono accorato.
Gino, a fatica, alzò lo sguardo; allora Virginio proseguì: «Abbi il coraggio di mostrare i tuoi veri sentimenti… Per una volta, apri la corazza che ti sei costruito e di’ le cose come stanno… si può anche derogare dalle proprie convinzioni per amore, non solo perché la maggioranza ha deciso così… Tu non lo vuoi ammettere, ma il tuo sguardo lo sta urlando… ed io lo sto ascoltando… e sono commosso da quanto mi sta rivelando…»
«Basta! Quello che hai letto nel mio sguardo può essere vero… oppure no… non è questo il punto», lo interruppe Gino, palesemente a disagio nell’esprimere i sui veri sentimenti.
«Come desideri, papà, non voglio metterti in difficoltà.»
«Ecco, appunto!» sbottò Gino, confermando, di fatto, l’affermazione del figlio. «Vorrei sapere come ti comporterai… hai deciso di denunciarci?» gli chiese poi.
«Hai paura di finire dentro?» domandò ironicamente Virginio.
«Per niente! Sono pronto ad assumermi tutte le mie responsabilità… Ma loro si sono lasciati trascinare da me, il mio ascendente su di loro è stato sempre molto forte, fin da quando lavoravano in fabbrica, è anche merito loro se siamo riusciti a prosperare in quegli anni. Non sopporterei di vederli dietro le sbarre per colpa mia.»
Virginio sospirò, a fatica si alzò dal letto e replicò: «Conoscendoti, avrai certamente ideato un piano per liberarmi senza attirare l’attenzione su te e i tuoi compagni di merende».
Gino annuì.
«Molto bene, andiamo su, ho fame. Mentre metto qualcosa sotto i denti, me lo spieghi.»
«Allora non li denuncerai?» gli chiese, mostrandosi sollevato.
«Come faccio a denunciarvi… Hai sempre in mano l’arma dei conti esteri… non lo posso fare», rispose sorridendo, avviandosi all’esterno della cella sorretto nel suo incerto deambulare da Gino.

Mentre Alberto preparava il pranzo, Rodolfo apparecchiava la tavola ed Enrico recuperava la valigia con gli indumenti di Virginio, nascosta in soffitta; Gino, seduto sul divano, spiegava a suo figlio il piano dettagliato della la sua liberazione.
Dopo aver pranzato, Virginio si sbarbò, fece una doccia e cambiò il vestiario sporco e puzzolente con gli abiti presi dalla valigia.
Rodolfo ed Enrico presero i panni sporchi, li misero nella valigia e l’andarono a seppellire nel bosco.


Alle cinque del pomeriggio, Rodolfo ed Enrico salutarono la compagnia e salirono in macchina per tornarsene a casa.
Più tardi Alberto preparò la cena per tre e, Infine, attesero all’interno del casale che calassero le ombre della sera.


«E’ ora di andare!» annunciò Gino, controllando dalla porta che fosse abbastanza scuro.
Virginio uscì dal casale e si accomodò sulla macchina accanto al padre; che senza attendere oltre mise in moto e si avviò, prendendo per la scorciatoia del bosco.
«Scendiamo qui», disse Gino, spegnendo il motore poco prima di uscire dal bosco.
«Di qua», sussurrò, indicando a Virginio un sentiero fra gli alberi.
Virginio annuì silenzioso e seguì diligentemente il padre. Camminarono per una decina di minuti, quando il rumore del traffico si fece sempre più vicino e insistente, Gino scostò un ramo e indicando con il braccio teso, mantenendo un tono basso lo istruì: «Eccolo là il bar della stazione di servizio. Scendi di qua, poi cammina sul ciglio della strada, ti vedranno arrivare da sud e penseranno che ti abbiano liberato più giù. Quello che dovrai dire e fare dopo lo sai… mi raccomando, verranno gli agenti e ti faranno mille domande».
«Non ti preoccupare, so perfettamente come mi devo comportare… Ci vediamo più tardi, a casa», lo rassicurò Virginio.
«Virginio», sussurrò, trattenendolo per un braccio.
«Sì papà?»
Gino faticava ad esprimere i suoi sentimenti: «Volevo dirti… quello che è successo… insomma…» balbettò prima di tacersi definitivamente.
Virginio comprese il momento d’imbarazzo e intervenne in suo aiuto: «Coraggio, papà, ti ascolto».
«Ti voglio bene!» buttò lì di velocemente, prima di dargli una pacca sulla spalla e spronarlo: «Vai adesso, la strada è libera, ciao Virginio».
«Ciao papà!» esclamò, girandosi un’ultima volta, prima di farsi largo tra la vegetazione.
Gino rimase a guardare fino a quando non lo vide sparire dentro il bar della stazione di servizio; solo allora tornò sui suoi passi, risalì in macchina, mise in moto e si avvio per raggiungere il casale.


«Manterrà la parola?» chiese Alberto mentre lavava i piatti.
Gino, seduto sul divano con un bicchiere in mano, elargì certezze: «La manterrà, sono pronto a giocarmi la testa!»
«Non lo fare, ne hai una sola, ti potrebbe ancora servire… Spero non per organizzare qualche altra cazzata!» commentò ironicamente Alberto.
Gino rise di gusto, ingollò l’ultimo sorso e si alzò dal divano. «Ci vedremo domani, vado a casa… stasera festeggerò la liberazione di mio figlio», disse senza troppa allegria.
«E la chiusura della fabbrica», aggiunse con il solito tono distaccato Alberto.
«Già, pensandoci bene, sarebbe meglio non festeggiare niente», concluse amaramente Gino.
«La vita di tuo figlio, questo devi festeggiare… il resto, non conta niente!» la voce di Alberto che lo inseguiva mentre usciva dal casale lo rasserenò.


7 RITORNO A CASA


La telefonata del maresciallo raggiunse Gino ancora in macchina sulla via di casa: «Gino! Hanno liberato tuo figlio, lo stiamo andando a prendere, vieni in caserma!»
«Dov’è? Sta bene?» gridò, tanto per darsi un tono, ridendo da solo mentre invertiva la marcia.


Alessandra gli si fece incontro: l’impazienza aveva sostituito l’angoscia nel suo sguardo. «Gino, l’hanno liberato! Non vedo l’ora di riabbracciarlo!» gridava commossa ed eccitata, mentre le lacrime le bagnavano le gote.
«L’ho saputo… vi ha avvertito il maresciallo?» chiese Gino senza mostrare eccessivo entusiasmo, volgendo lo sguardo su Bernarda che camminava nervosamente lungo il corridoio della caserma.
«Sì, il maresciallo», confermò lei singhiozzando.
«Ora cerca di calmarti, non farti venire un coccolone prima di riabbracciarlo… Vieni a sederti», proseguì Gino, accompagnandola accanto a una sedia.
Alessandra si accomodò, mentre Gino rimase in piedi. Bernarda, arrivando dal fondo del corridoio, gli si parò davanti. «Secondo te doveva essere scappato su qualche isola tropicale con l’amante, eh? Non ritieni di doverti perlomeno scusare con Alessandra?» lo redarguì con tono sprezzante, sfidando lo sguardo duro di Gino.
«Quello che riterrò giusto fare, se non ti spiace, lo deciderò io! Tu continua a camminare, non è né il momento, né il luogo per mettersi a litigare», replicò, tenendo il tono basso per non farsi sentire dal piantone seduto vicino all’ingresso.
Bernarda espresse la tutta la sua rabbia sgranando gli occhi e mordendosi il labbro inferiore; poi alzò il mento, girò sui tacchi e tornò a misurare il corridoio a lunghi passi.


«Virginio!» urlò stridula Alessandra, correndogli incontro quando lo vide entrare accompagnato dal maresciallo.
«Stai bene? Ti hanno trattato bene?» diceva, ricoprendolo di baci.
«Sto bene… stai calma… ti assicuro che sto bene», rispondeva lui, cercando di liberarsi dal soffocante abbraccio.
Bernarda attese pazientemente il suo turno alle spalle di Alessandra. «Ciao Virginio», si limitò a dire con un filo di commozione, abbracciandolo compostamente senza versare una sola lacrima.
Gino rimase fermo, con il cuore in subbuglio; non certo per aver rivisto il figlio, ma per la paura che potesse cambiare idea e denunciare lui e i suoi tre amici.
Virginio, appoggiando il mento sulla spalla della madre lo vide. «Scusa un attimo», sussurrò, liberandosi dall’abbraccio di Bernarda.
Camminò lentamente fino a giungere davanti al padre, lo fissò intensamente senza proferire verbo: furono attimi di panico per Gino. Poi, finalmente Virginio allargò le braccia e sorridendo si espresse: «E’ un po’ che non ci si vede, noi due!» esclamò, togliendolo dall’imbarazzo.
Gino strinse forte a sé quel figlio che si dimostrò pronto a perdonare le sue malefatte, e si commosse veramente; bagnando con qualche lacrima la gracile e malferma spalla di Virginio, riuscì a stupire Alessandra e, impresa ancor più ardua, pure l'arcigna Bernarda.


Ci volle una buona mezz’ora perché il dottore completasse una sommaria visita e il maresciallo terminasse di compilare il verbale.
«Potete andare. Domani verranno quelli della DIGOS, li posso far passare in villa o preferisce incontrarli in caserma?» chiese il maresciallo a Virginio.
«No, li faccia venire in villa, non me la sento di uscire», rispose Virginio.
Il maresciallo si accordò per l’ora dell’incontro, salutò prima Virginio, poi le due donne e infine Gino e li fece accompagnare nel cortile della caserma.
Virginio salì in macchina con Alessandra e Bernarda, mentre Gino li seguiva da solo, riflettendo sulla lunga e a tratti commovente giornata.


Il continuo movimento delle gambe sotto il tavolo del giardino, tradivano il nervosismo di Gino mentre, leggendo sul quotidiano le ultime notizie del rapimento, attendeva che gli agenti della DIGOS, chiusi nello studio assieme a suo figlio, terminassero quello che, visto il protrarsi, era propenso ritenere un interrogatorio in piena regola.
«Allora, com’è andata?» chiese con un po’ di apprensione a Virginio, quando questi lo raggiunse in giardino.  
«Direi molto bene», rispose calmo Virginio. Lesse il titolo dell’articolo del giornale appoggiato sul tavolo. «Nessuna traccia dei rapitori… Mi sa proprio che non li scoveranno quei ragazzotti», concluse ironicamente, sorridendo.
Gino non aveva nessuna voglia di ridere, nel suo sguardo si leggeva la palese preoccupazione che Virgilio potesse essersi tradito. «Ti hanno torchiato per quasi due ore, cosa ti hanno chiesto?»
«Torchiato, mi sembra un termine un po’ troppo forte… Se per caso non ti fosse ancora noto, ti rammento che sono il rapito, non il rapitore», rispose, usando ancora l’arma dell’ironia. Poi, notando lo sguardo teso di Gino, si fece serio e proseguì: «Mi hanno fatto un mucchio di domande, alle quali ho risposto con dei: non so, non saprei, non ricordo, e via di questo passo. Poi mi hanno chiesto se potevo aiutarli a tracciare un identikit dei miei carcerieri…» concluse, troncando di netto la frase.
«E allora?» lo incalzò un preoccupato Gino.
«E allora, dopo aver ribadito che indossavano sempre dei passamontagna, ho detto loro che i miei due “carcerieri”, dal tono di voce e dal loro argomentare, mi parevano ragazzotti abbastanza istruiti… probabilmente studenti politicizzati di estrema sinistra. A quel punto mi hanno chiesto se fossi stato in grado, ascoltando delle voci registrate, di riconoscerli dal timbro vocale. Ho risposto che potevo provarci. Così mi hanno mostrato un video sul loro personal computer: un’assemblea di universitari appartenenti all’estrema sinistra extraparlamentare. Una noia mortale. Naturalmente, mostrandomi dispiaciuto, affermai che nessuna voce si avvicinava, nemmeno lontanamente a quella dei miei “giovani” rapitori. E alla fine ci siamo salutati… Tutto qui!»
«Ti ringrazio…» disse in un sospiro Gino, iniziando una frase che Virginio non gli permise di concludere.
«Ringraziarmi di cosa? Ti prego, papà, cerchiamo di dimenticare al più presto quest’amara parentesi… Se sei d’accordo, direi di non tornare mai più sull’argomento.»
Gino annuì. «Sono d’accordo.»
Soddisfatto della risposta, Virginio accennò ad alzarsi.
«Non posso più abitare in villa», annunciò Gino, facendolo ricadere sulla sedia.
Osservò lo sguardo interrogativo di Virginio e, prima che questi potesse chiedergliene conto, esplicitò il suo pensiero: «Non ho dormito tutta notte pensando a quello che avevo fatto… ho rischiato di mandare in galera i miei più cari amici e, cosa ben più grave, ho giocato con la vita di mio figlio. Ma Il punto è un altro, mi sono chiesto come avrei agito se potessi tornare indietro… e dopo una lunga e sofferta riflessione, mi sono sentito orgoglioso per quello che avevo fatto».
«Ti prego, papà, ti stai facendo del male… Dammi retta, cerca di dimenticare, e se proprio non ce la fai, prova a ricordare com’è finita… hai anteposto l’amore per tuo figlio, anche al rischio di finire in galera insieme ai tuoi amici… il resto, non conta.»
«E’ per questo che devo allontanarmi da te. Stando tutto il giorno a contatto finiremmo inevitabilmente per scontrarci sul destino della fabbrica, ed io potrei decidermi a compiere qualche altra follia… lasciamo che rabbia e dolore decantino. Il tempo appianerà divergenze e incomprensioni, solo allora potrò tornare a stare accanto alla mia famiglia.»
L’accorata replica di Gino, convinse il pur riluttante Virginio ad accettare la sua decisione. «Fai come vuoi, papà… Sappi che comunque io non porto rancore, e quando vorrai tornare ti accoglierò a braccia aperte», disse, mostrandosi dispiaciuto.
«Su con il morale! E poi, mica andrò troppo lontano,» indicò il casale in cima alla collina, «da lassù, vi vedrò ogni giorno», concluse prima di alzarsi.
«Portati il cannocchiale!» esclamò Virginio.
«Buona idea, non ci avevo pensato!» chiosò un finalmente sorridente Gino, allontanandosi dal giardino.


L’allegria lo accompagno anche all’interno della villa; persino quando incrociò Bernarda che stava entrando.
«Cos’è tutta quest’allegria, hai vinto alla lotteria?» lo apostrofò un’accigliata Bernarda.
«Molto meglio… Da oggi, non vedrò più il tuo volto perennemente incazzato entrare e uscire da quella porta», rispose ironicamente Gino.
«Scordatelo! Io verrò ogni giorno a trovare mio figlio… Prova a impedirmelo!» lo sfidò Bernarda, esibendo il suo sguardo più arcigno.
«Non ci penso nemmeno… Anzi, fai una bella cosa, resta quanto vuoi, anche a dormire… Ciao Bernarda, stammi bene!» replicò Gino, mantenendo un tono canzonatorio mentre si allontanava con passo svelo.

 

Bernarda non riusciva a comprendere il motivo di quello strano comportamento, allora raggiunse Virginio in giardino e chiese conto a lui.
«E così, ha deciso di trasferirsi definitivamente nel suo amatissimo casale, assieme al suo amico… Figlio mio, tuo padre è pazzo!» sentenziò Bernarda, guardando il casale in cima alla collina.
Virginio non replicò, prese il quotidiano dal tavolo e s’immerse nella lettura.


Gino se ne andò a vivere in collina, assieme al suo amico Alberto, e consumando le sue giornate prendendosi cura delle vigne, immergendosi anima e corpo nel duro lavoro del vignaiolo cercava di scordare quello che era e non sarebbe mai più stato: il re della valle.
Ma l’opulenta villa giù nella valle, che alzando lo sguardo dal terreno da rassodare sotto le vigne si mostrava ai suoi occhi, continuava a riproporgli l’antico splendore.
Non essere riuscito a salvare la fabbrica lo aveva depresso; leggere l’indifferenza nello sguardo dei valligiani che fino a poco tempo prima lo salutavano con riverenza, feriva il suo amor proprio; per questo motivo, l'orgoglioso ex sovrano della valle, raramente lasciava il suo volontario esilio per scendere in paese.
Il casale, la vigna, i tre amici con cui condividere il sogno infranto, era tutto ciò che gli era rimasto; il Sole, era definitivamente tramontato sul regno del re della valle.
Il pragmatismo mercantile aveva sconfitto per sempre, il romantico modo di vedere la fabbrica, rappresentato dal vecchio industriale.
In villa, nonostante i reiterati inviti del figlio, non era più tornato; Virginio pensò per la difficoltà, l’imbarazzo di dover incrociare il suo sguardo dopo quanto era successo, ma la ragione vera era un’altra.
Gino aveva oramai archiviato l’intera faccenda, ed era certo che suo figlio avesse fatto altrettanto, ma non riusciva a perdonare a Virginio il fatto di aver chiuso la fabbrica.
Dopo il rapimento e il chiarimento, era intimamente convinto che l’amore per la valle e i valligiani, avrebbe spinto suo figlio a recedere dal suo piano; e quando si rese conto che non sarebbe andata come lui sperava, l’amarezza e il disappunto per essere stato debole nel momento decisivo, e aver anteposto l’amore paterno a ogni suo principio, lo spinse a punire il figlio, e dunque anche se stesso, privandolo della sua presenza.


«Se un re antepone l’amore paterno al destino del regno, è un re che merita l’esilio e il ludibrio del suo popolo», mormorò in tono desolato Gino, con l’animo pervaso di tristezza, mentre lo sguardo malinconico planando a valle si perdeva nel parco dell’antica dimora.

 

8 EPILOGO

 

«Maresciallo, come mai da queste parti?» esclamò sorpreso Alberto, uscendo dal casale.
«Sono passato a relazionare Gino sulle indagini… dov’è?» rispose, asciugandosi la fronte dal sudore.
«Nella vigna, lo vado a chiamare.»
«Lascia stare, vado io!» esclamò, prima di girare attorno al casale.
Guardò in basso e vide Gino a metà pendio intento a controllare i grappoli d’uva; allora, appoggiando i piedi con circospezione, scese lentamente tra i filari.
Quando Gino lo sentì arrivare, volgendo lo sguardo gli chiese in tono mesto: «Ciao maresciallo, qual buon vento ti porta da queste parti?»
Il maresciallo si avvicinò, accarezzo un grappolo d’uva. «Promette bene quest’anno», osservò, mostrando il grappolo a Gino.
«Non mi posso lamentare, la settimana prossima inizierò a vendemmiare… Vieni, andiamo su, apro una bottiglia», rispose Gino, risalendo il pendio seguito come un’ombra dal maresciallo.

«E’ di due anni fa, assaggia e dimmi come lo trovi», disse Gino mentre versava il vino nel bicchiere.
Il maresciallo portò il bicchiere alla bocca, fece ruotare il vino da una parte all’altra del palato, lo lasciò scivolare giù per la gola ed emise il suo giudizio: «Ottimo!»
«Alberto!» esclamò Gino, richiamandolo dalla cantina. «Porta su tre bottiglie dell’annata migliore per il maresciallo!»
«Ti ringrazio, Gino», disse il maresciallo.
Alberto salì dalla cantina, posò tre bottiglie sul tavolo e ridiscese.
«Posso offrirti un buon toscano?» domandò il maresciallo, cultore del sigaro toscano al pari di Gino, traendolo dal taschino della camicia.
«Ti ringrazio, ma ho deciso di smettere di fumare.»
«E da quando?» esclamò sorpreso il maresciallo.
«Ho seppellito l’ultimo mezzo sigaro tra i filari, un mese fa… dovevo mantenere una promessa», rispose Gino, rattristandosi.
Il maresciallo ripose il sigaro nel taschino. «Come mi posso sdebitare?» chiese, indicando le tre bottiglie.
«Non dire sciocchezze, coltivo la vigna per far felice gli amici, accettandole ti sei già sdebitato… Ma dimmi, non sarai venuto fin quassù solo per il vino?»
«Sono venuto a informarti che le indagini sul rapimento di tuo figlio, dopo quattro mesi, sono ancora a un punto morto.»
«Non prendertela, maresciallo, l’importante è che lui sia vivo», buttò lì, accennando un sorriso malinconico, Gino.
«Eppure… c’è qualcosa che non mi torna», fece il maresciallo, lisciandosi il mento.
«Cos’è che non ti torna?»
«Il dopobarba!»
«Il dopobarba?!» esclamò Gino, aggrottando  le sopracciglia.
«Sì, il dopobarba che aveva addosso tuo figlio quando siamo andati a prenderlo alla stazione di servizio.»
«Cos’aveva di strano il dopobarba?» chiese incuriosito Gino. 
«Un profumo fastidioso per le mie narici… la stessa sensazione che mi provoca quello che usi tu… Allora mi sono chiesto: perché una banda armata, si presume di estrema sinistra, dovrebbe spendere un mucchio di quattrini per comprare un dopobarba come il tuo, che si trova solo nelle profumerie più alla moda?»
Gino iniziò a preoccuparsi. «Sei sicuro che quel dopobarba fosse uguale al mio… e poi chi te l’ha detto che costa un mucchio di soldi?»
«Non mi posso sbagliare, quel sentore strano che prende naso e gola, è in grado di procurarmelo solo il tuo dopobarba… Rammento che tempo fa, quando te lo feci notare, mi dicesti che io, al pari di tuo figlio che usa solo dopobarba dozzinali, non ero abituato ad annusare le cose buone, e mi delucidasti sul costo e su dove lo acquistavi… non ti ricordi?»
Gino ci pensò su. «Hai ragione, me n’ero dimenticato.»
«C’è dell’altro…» aggiunse il maresciallo, lasciando la frase in sospeso.
«Dell’altro?»
«Già il fatto di aver lasciato il pc in macchina non mi convinceva… poi è venuto il dopobarba, allora ho ripassato mentalmente le azioni che ho compiuto quando abbiamo trovato la macchina nel bosco. E ho trovato un altro indizio che al momento avevo sottovalutato… C’erano dei rami spezzati davanti alla macchina, allora mi sono inoltrato in quella direzione, ho risalito la collina e in pochi minuti sono arrivato accanto al casale…» concluse, tacendosi all’improvviso e mettendosi a leggere la reazione al suo racconto sul volto di Gino. 
Gino aveva capito. “Il dopobarba, quando si è sbarbato ha usato quello che tengo nel bagno del casale… A questo non avevo pensato”, rifletteva, battendo nervosamente con i polpastrelli sul tavolo.
Quando si accorse che il maresciallo lo stava osservando con sguardo investigativo, arrestò la mano e gli chiese: «Ora, cosa farai?»
Il maresciallo alzò un sopracciglio. «Io… niente!» esclamò, lasciandolo basito. «Quelli della DIGOS hanno detto di lasciar fare a loro, che dovevamo rimanere sulla strada quando abbiamo trovato la macchina perché girandole attorno abbiamo inquinato eventuali tracce, e di stare alla larga dall’indagine. Così adesso, partendo dal presupposto che se l’ostaggio è stato liberato lavato e sbarbato potrebbero averlo tenuto, non dentro un casolare come avevano precedentemente ipotizzato, ma in un luogo dotato di tutti i servizi, stanno battendo la città palmo a palmo sicuri che il covo si trovi là», concluse soddisfatto, afferrando le tre bottiglie.
«Maresciallo!» esclamò sollevato Gino. Il maresciallo che si trovava ormai sulla porta si voltò. «Grazie!» concluse commosso Gino.
«Di cosa? Sono io che ti devo ringraziare… per il vino», chiosò il maresciallo, mostrando le bottiglie che teneva in mano.
Gino scosse il capo. “Sei un vero amico, maresciallo”, pensò, sorridendo.


Il maresciallo aveva capito tutto, anche il motivo per il quale Gino aveva agito, ma ritenne giusto tenere per sé la sua intuizione; in primo luogo per una forma di vendetta personale verso quelli della DIGOS che lo avevano trattato a pesci in faccia; poi perché se anche avesse riaperto l’indagine, Virginio avrebbe comunque mantenuto la sua versione e, infine, soprattutto perché la sua coscienza approvava in toto quello che aveva fatto Gino per tentare di salvare la fabbrica. 

 

 

       

 

                                                                            FINE                                                               

 

                                                                         

 

 

 

 

 

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L'AUTORE Vecchio Mara

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