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Una vita tranquilla

"PUNTO E A CAPO" Racconto Giallo / Noir / Thriller

di Vecchio Mara

pubblicato il 2019-04-06 11:05:29


Una vita tranquilla

 

«Ed ora, che farai?» chiese Calogero Simpredi, allungando le chiavi ad Aristide Perfetti.

«Quello che ho sempre fatto nei tempi morti del mio lavoro, mi prenderò cura dei miei fiori… con una piccola differenza: ora, invece che su un angusto balcone, lo potrò fare in un vero giardino», rispose Aristide, stringendo le chiavi della sua nuova casa.

Una smorfia attraversò lo sguardo di Calogero Simpredri. «Uhm, sei troppo giovane, proprio non ti ci vedo nei panni del pensionato», replicò poco convinto. Profetizzando: «Non durerai, scommetto che entro un anno, mi supplicherai di procurarti un nuovo ingaggio».

«Durante il nostro pluriennale e soddisfacente, per entrambe le parti, rapporto di lavoro, ho imparato a conoscerti… Solo a nominarla, la parola “sconfitta”, ti procura forti sbalzi d’umore; per questo motivo, tenendo conto dei tuoi valori pressori e dell’amicizia che ci lega, mi permetto di darti un consiglio: non scommettere, perderesti!» ribatté ironicamente Aristide con il sorriso a fior di labbra. Poi, facendosi serio, aggiunse: «Dopo anni passati in solitudine a studiare le migliori strategie, sempre sulla corda per la paura di abortire un contratto, temendo di deludere il cliente che, a parte un paio d’altri a inizio carriera, sei sempre stato tu… sento il bisogno di rilassarmi. Quello che desidero d’ora in avanti, è solo “una vita tranquilla”».

Calogero comprese di non avere argomenti in grado di fargli cambiare idea, ma siccome voleva avere sempre l’ultima parola su ogni argomento, buttò lì, senza troppa convinzione: «Vedremo. Il mio sesto senso mi dice che, prima o poi, tornerai attivo».

«Il mio, invece, mi sta dicendo che il tuo… sta prendendo una cantonata monumentale!» replicò a tono Aristide, terminando con una sonora risata che finì per coinvolgere anche Calogero.

Dopo aver saldato ad Aristide le spettanze dell’ultimo contratto che gli aveva commissionato, Calogero lo abbracciò commosso, esclamando: «Auguri per la tua nuova vita tranquilla!»

Poi lo salutò, dicendo: «Se ti servisse qualcosa, qualsiasi cosa… sempre a tua disposizione. Ciao, Aristide».

«Ne terrò conto. Ciao Calogero!» esclamò Aristide, congedandosi.

 

Fremeva dalla voglia di vedere com’era venuta la sua nuova casa, ma allo stesso tempo temeva che non l’avrebbe trovata conforme ai sui desiderata; questo per la modalità poco ortodossa di trattarne l’acquisto.

 

                                                **********************************

 

Un anno prima, Calogero lo aveva chiamato per proporgli un nuovo ingaggio. «Oggi ho mille cose da fare, passo a prenderti e ne parliamo mentre mi reco in cantiere. Dieci minuti e sono da te», gli aveva annunciato, chiamandolo dalla macchina.

«Ecco il profilo del soggetto che intendo affidare alle tue cure. Dagli un’occhiata e dimmi che ne pensi», aveva esordito Calogero, appena Aristide si era accomodato sul sedile accanto a lui, passandogli una cartelletta.

Aristide l’aveva presa e, mentre l’autista riprendeva la marcia, aveva dato una rapida scorsa ai fogli dattiloscritti.

«Non è per niente semplice… no, non lo è!» era sbottato dopo cinque minuti Aristide.

«Se fosse stato semplice, non avrei ingaggiato il migliore», aveva convenuto Calogero, mentre l’autista sterzava a sinistra per immettersi in una strada sterrata che conduceva in aperta campagna.

«Ti ringrazio per la fiducia», aveva replicato Aristide, tornando ad immergersi nella lettura dei fogli.

«Siamo arrivati!» aveva esclamato Calogero dieci minuti dopo, rompendo il silenzio.

Aristide aveva alzato gli occhi dai fogli. «Immobiliare Calogero», aveva letto sul cartellone che pubblicizzava delle ville unifamiliari in costruzione sul lato destro della via. “La fantasia non è proprio il tuo forte”, aveva pensato, senza riuscire a trattenere un sorriso ironico.

«Anche sul business dell’edilizia residenziale, hai voluto allungare i tuoi tentacoli, eh?» aveva poi commentato meravigliato, osservando gli scheletri di otto ville in costruzione.

«Sto diversificando gli investimenti», aveva risposto un soddisfatto Calogero. Poi, aprendo la portiera, aveva aggiunto: «Devo parlare con l’architetto. Intanto tu vedi di buttare giù un piano. Poi fammi sapere quanto mi verrà a costare risolvere la faccenda».

 

«Eccomi qua… Allora, cosa mi puoi dire?» gli aveva domandato Calogero, risalendo in macchina dopo un quarto d’ora.

«Si può fare… Ci vorrà un po’ di tempo… ma si può fare», aveva risposto Aristide.

«Molto bene… E, quanto mi verrebbe a costare l’intera faccenda?» gli aveva chiesto Calogero, inarcando un sopracciglio.

«Caro, molto caro, amico mio», aveva risposto Aristide, guardando il cantiere.

«Quantifica il tuo: molto caro», Aveva replicato Calogero senza scomporsi.

Aristide aveva indicato una delle ville in costruzione. «Quella lì, finita e arredata, potrebbe bastare.»

Calogero aveva guardato prima la villa poi Aristide. «La tua richiesta m’incuriosisce… Che te ne faresti di una villa?» gli aveva chiesto, aggrottando le sopracciglia.

«Diventerà il mio buen retiro, dove ritemprarmi tra un contratto e l’altro», aveva risposto convinto Aristide.

Calogero si era fatto meditabondo, giusto il tempo di fare quattro conti. «Più che un buen, lo definirei un caro, molto caro, carissimo retiro!» osservò con sarcasmo.

«E allora? Che vuoi che me importi, tanto mica lo devo pagare io!» aveva replicato a tono Aristide.

Calogero lo aveva guardato basito, prima di sciogliersi in una grassa risata. «L’arredamento, lo gradisci classico, o moderno?» aveva poi chiesto ironicamente.

Aristide ci aveva pensato un attimo. «Al momento, non saprei cosa dirti… Facciamo così: chiedi all’architetto che ha disegnato le ville, lui saprà consigliarti… Mi fido del suo buon gusto… e del tuo portafoglio», aveva concluso, ridendo.

Calogero aveva riflettuto a sua volta per un altro attimo. «Ok! La villa è tua. Ora pensa a chiudere il contratto!» aveva chiosato, stringendogli la mano.

 

Chiuso nella solitudine e nel riserbo assoluto che la sua professionalità richiedeva, e il suo cliente pretendeva, Aristide si era arrovellato per più di tre mesi, cercando la miglior soluzione per onorare il contratto, sancito da una vigorosa stretta di mano.

«Sto invecchiando… questo è un lavoro per giovani!» era sbottato, osservando il risultato del suo operato, portato brillantemente a compimento nonostante le inusuali difficoltà incontrate per approcciarsi all’obiettivo. «Devo decidermi a cambiare verso», aveva concluso, ripromettendosi di non accettare nessun altro “lauto ingaggio”.

 

In effetti, era riuscito a stare in sonno per più di sei mesi, rifiutando un paio di contratti, ma all’ultima allettante offerta di Calogero non aveva saputo resistere.

 

Aveva chiuso ancora una volta brillantemente il contratto, poi si era recato da Calogero a riscuotere il compenso in denaro di quell’ultimo ingaggio; oltre alle chiavi della sua nuova casa: compenso irrituale del contratto precedente, chiuso quasi un anno prima. «Con questo lavoro ho chiuso, cambio verso alla mia vita!» aveva esordito, osservando le chiavi che Calogero gli stava mostrando.

 

                                            **********************************

 

Ed ora era lì, il cinquantacinquenne Aristide Perfetti, di fronte alla dimora dove agognava trascorrere la sua nuova e tranquilla vita; a pochi minuti dallo stress della città, e ancor più mentalmente distante da un lavoro che per essere eseguito a regola d’arte ed evitare disastrosi fallimenti, pretendeva dedizione e riserbo assoluto, sino al punto di non permettergli di coltivare amicizie al di fuori dell’ambiente lavorativo.

Scese dalla macchina, lanciò una rapida occhiata a sinistra, alle sei case coloniche ristrutturate anni addietro e tutte abitate; poi volse lo sguardo sul lato destro della via, un tempo completamente occupato dall’alto muro di cinta della grande cascina che, Calogero, aveva acquistato e fatto demolire per erigere le otto ville, al momento deserte. «Sì, l’esterno è come l’avevo immaginato!» esclamò soddisfatto, fermandosi a guardare l’ultima, quella da lui scelta.

«Oltre ai residenti, da qui non dovrebbe passare nessun’altro. Molto bene», aggiunse, osservando la strada che andava a spengersi dentro un’ampia, verdissima marcita.

Il leggerissimo declivio prativo andava a perdersi nei pressi dell’ansa del fiume, la cui golena, sulla riva opposta, era stata destinata a pioppeto.

«Fin qui, tutto bene», si congratulò con sé stesso per l’ottima scelta, prima di prendere le chiavi ed entrare in casa.

Una volta dentro, aprendo le porte osservò gli ambienti e l’arredamento con sguardo severo, senza sbilanciarsi; solo alla fine si decise ad emettere un giudizio complessivo. «Ottimo!» esclamò, annuendo. «Oggi stesso mi attiverò presso i fornitori per gli allacci alle reti. Non vedo l’ora di traslocare; troppo tempo c’ho passato dentro quel buco scuro e rumoroso», concluse, uscendo.

Guidando per rientrare in città, riflettendo pianificava la sua nuova vita: “Dovrò cambiare il modo di pormi, mi devo aprire se voglio instaurare un rapporto di buon vicinato; è fondamentale per tornare nel branco, dopo anni da lupo solitario… Dovrò cercare anche una compagna, è finito il tempo di una botta e via, per lo più a pagamento, per non essere coinvolto sentimentalmente. Sono consapevole che alla mia età, trovare l’amore che spacca il cuore, potrebbe essere una pia illusione”. Sospirò e concluse: «Mi accontenterei anche di un rapporto, affettuosamente sincero… e sessualmente prestante», aggiunse in conclusione, sorridendo.

 

Nemmeno un anno dopo, il suo progetto di “vita tranquilla”, poteva dirsi completato. Il rapporto di buon vicinato, con nuovi e vecchi residenti, non fu un grosso problema; ma quello che fece la differenza, fu l’amicizia con una famiglia, padre madre e figlia, che abitava la casa colonica dirimpetto alla sua villa.

 

                                           ****************************************

Tutto aveva avuto inizio un mesetto dopo che si era sistemato. La villa era circondata da un vasto appezzamento di terreno, circa mille metri quadri, troppi per un amante del giardinaggio “fai da te”, abituato a gestire i vasi sopra un misero balcone.

Così, chiacchierando con il suo vicino, il cinquantenne Paolo Brini, gli aveva spiegato che per lui i trecento metri quadri che davano sulla via, bastavano e avanzavano come giardino, e che al terreno sul retro proprio non se la sentiva di mettergli mano. Al che, il vicino si era offerto di rassodarlo, seminare a prato la parte accanto alla casa e a orto il resto, senza chiedere in cambio alcunché, se non la condivisione dei frutti che la terra ubertosa avrebbe elargito copiosi.

Aristide non se l’era certo fatto dire due volte: quando mai gli sarebbe capitato un’altra occasione simile?

Così, l’orto divenne il cemento di un’amicizia appena sbocciata.

Paolo, lavorando come guardia giurata in servizio notturno presso un grande centro commerciale, dormiva fino a mezzogiorno e il pomeriggio lo dedicava interamente all’orto dell’amico; invitandolo spesso a pranzare da lui, per assaggiare i deliziosi manicaretti creati dalla quarantacinquenne Adriana, sua moglie, usando le verdure dell’orto di Aristide.

Mancava ancora un tassello per completare il progetto di Aristide: l’amore o, in subordine, l’affetto sincero, condito con la giusta dose di passione, di una donna; che fregandosene altamente dell’amicizia, aveva trovato nel letto di Adriana, lasciato troppo spesso vuoto per ragioni di lavoro dall’incolpevole Paolo.

Se fosse vero amore, affetto, oppure solo il notturno incontro di due solitudini, era un segreto gelosamente custodito da entrambe le parti in causa. L’unica cosa certa, era che non vedevano l’ora di restare soli; così, la sera, attendevano bramosi che, oltre a Paolo, la figlia diciottenne, Rita, uscisse di casa, per trascorrere un paio d’ore di passione.

 

                                                **********************************

 

Tutto sembrava filare a meraviglia nella vita tranquilla di Aristide, quando si verificò il primo intoppo. «Non mi sembri sulla tua, stasera», cominciò Aristide, osservando lo sguardo teso di Adriana.

Lei scosse il capo «Sono preoccupata per mia figlia», rispose, serrando le tempie fra le dita della mano destra.

«Cos’è successo, vuoi parlarne?» chiese Aristide.

«Temo che sia tornata con il suo ragazzo», rispose scossa da un brivido, serrando subito dopo le labbra per contenere la commozione.

«Beh, tutto qui? Pensavo a qualcosa di molto peggio», buttò lì con leggerezza Aristide

«Il suo ex, è appena uscito dal carcere… è un pusher!» lo informò lei con voce rotta.

«Ah! Ma ne sei certa?» le chiese, imbrunendosi.

«No. Ma ultimamente la vedo nervosa, e quando le chiedo dove passerà la serata, mi risponde in malo modo.»

«Non hai provato a seguirla?» chiese ancora, condividendo l’apprensione materna.

«Non ne sono capace. Se mi dovesse riconoscere, o peggio, se mi riconoscesse Marco, potrebbe finire male… Quello non guarda in faccia a nessuno, è un pazzo furioso», rispose agghiacciata.

«Hai paura di lui?»

«Molta. Poco più di un anno fa, lo invitai a non mettere più piede in casa mia; lui reagì in malo modo, colpendomi violentemente con un pugno nello stomaco. Ma quel che mi fece veramente male, fu vedere, mentre piangevo piegata in due, mia figlia prendere le sue parti.»

«E’ terribile. Stento a credere che una ragazza così dolce nel porsi, possa perdersi con uno marcio fino al midollo», replicò scioccato Aristide.

«Eppure è così! E io mi struggo al pensiero che lo possa rivedere. Mi sembra d’impazzire! Devo assolutamente scoprire la verità, qualunque essa sia!» ribadì in tono alterato Adriana, mettendosi le mani nei capelli.

Aristide meditò sul da farsi. «Sai se Rita ha una foto del tipo?» gli chiese.

«Ce l’ho io. La scattai due anni fa, durante i festeggiamenti per il suo sedicesimo compleanno», lo informò, ritrovando un po’ di calma

«Mostramela!»

Adriana annuì, aprì il cassetto della credenza, ne trasse un album, prese la foto che interessava Aristide e gliela mostrò. «Ecco, è quello alla sua destra.»

Aristide la prese e lo osservò attentamente. «Sapere se lo frequenta ancora, potrebbe farti molto male», disse alla fine, restituendole la fotografia.

«Non importa, il dubbio mi sta consumando, quando saprò, vedrò di farmene una ragione», replicò, singhiozzando.

Aristide la strinse a sé. «Ora calmati. Domani sera, quando uscirà, la seguirò.»

Lei lo guardò con occhi liquidi e stupefatti. «Davvero faresti questo per me?» gli chiese, asciugandosi le lacrime.

«Lo farò», rispose laconicamente, appoggiandole un delicato bacio sulle labbra.

 

«Mi spiace», disse solamente, usando un tono contrito. E tanto bastò perché Adriana, piangendo disperata, si lasciasse cadere sul divano.

 

Aristide, tenendosi a debita distanza, aveva seguito Rita fino a quando l’aveva vista baciare, fuori da un locale poco raccomandabile della prima periferia, il tatuatissimo Marco.

 

Seduto sul divano accanto ad Adriana, rimase a confortarla per più di un’ora, poi l’accompagnò in camera e se ne tornò mestamente a casa.

Quella notte comprese che la sua “vita tranquilla”, era appesa a un filo. «Non sono un esperto di figli e fidanzatini, non saprei né come agire, né cosa consigliare… Speriamo che Rita si ravveda, oppure che quel bastardo si faccia beccare ancora a vendere droga», tirò le somme, infilandosi sotto le coperte.

Purtroppo per Aristide, Paolo, Adriana e anche la sconsiderata Rita, stavolta il bastardo non si fece beccare; ma i guai per la famiglia di Paolo Brini e, di riflesso, per il loro amico, monche amante della moglie, erano solo all’inizio.

 

Non era sicuramente colpa di Aristide, se da un paio di mesi gli incontri notturni fra i due amanti avevano perso la trascinante passionalità dei primi tempi; fu l’umore cupo di Adriana, sempre più preoccupata per la figlia, a soffocare inesorabilmente l’attrazione che li spingeva l’uno tra le braccia dell’altra.

Così, quella sera che Adriana aprì la porta con lo sguardo sconvolto; ad Aristide venne naturale di chiederle: «E’ accaduto qualcosa di grave a tua figlia?»

Adriana scosse nervosamente la testa in segno di diniego.

«Il suo ragazzo ti ha insultato… picchiato?» chiese ancora.

Adriana scosse nuovamente il capo.

«Allora che ti è successo? Parla, Cristo?!» urlò, scuotendola.

«Paolo», disse lei con un filo di voce.

«Paolo?!» esclamò disorientato. «Devo essermi perso qualcosa: cosa c’entra Paolo?» le chiese, cercando di raccapezzarsi tra il detto e non detto di Adriana.

«Vieni dentro!» esclamò lei, accorgendosi di esporre i suoi fatti privati, praticamente in mezzo alla strada.

Adriana si arrestò davanti al tavolo e, tenendo gli occhi fissi sul piano, esordì con il botto: «Paolo è finito nelle mani di uno strozzino, che lo sta minacciando di prendersela con i suoi famigliari se non salda il suo debito entro un mese».

Aristide, che si era fermato alle spalle di Adriana, girò attorno al tavolo e, cercando il suo sguardo, le chiese: «Come ha fatto a finire in mano agli strozzini? Da quanto tempo va avanti questa faccenda?»

«Non lo so, me lo ha detto solo oggi perché non poteva più farne a meno. Gli serve la mia firma per vendere la casa e saldare il debito», rispose senza alzare gli occhi dal tavolo. Sospirò e aggiunse: «Da quel che ho capito, è stato attratto dall’insegna luminosa della nuova sala scommesse che hanno aperto di fronte al centro commerciale dove presta servizio. “Dall’amico Calogero entri povero ed esci ricco!” recita l’insegna. Non avrei mai creduto che ci fosse in giro gente tanto stupida d’abboccare… A quanto pare mi sbagliavo: lo stupido l’avevo in casa».

«E a quanto ammonterebbe il debito che ha contratto?»

Adriana, vergognandosi, non rispose.

«Ti prego… guardami in faccia e rispondimi, sono qui per aiutarti», insistette Aristide, usando un tono volutamente pacato per calmarla.

Adriana alzò timidamente lo sguardo, e guardando di lato mormorò: «Centomila».

«Centomila euro?!» sbottò Aristide, gettando alle ortiche l’aplomb usato poc’anzi. «Ma come diavolo ha fatto ad accumulare un’enormità del genere. Te l’ha spiegato?»

«Nella sala scommesse, mi ha detto che in tre mesi si è fatto prestare diecimila euro e se li è giocati e persi dentro le macchinette mangiasoldi.»

«In soli tre mesi, lo strozzino avrebbe accumulato novantamila euro d’interessi… Niente male come profitto… davvero niente male», ragionò ad alta voce Aristide.

Al che Adriana, in preda a una crisi isterica, strappandosi i capelli e piangendo disperata si mise a urlare: «Non sai dire altro?! Io mi apro per avere un aiuto, anche solo morale e tu… e tu… ti metti a fare considerazioni del tipo: “Niente male come profitto!” Non ce la faccio più! Sta andando tutto a rotoli! Voglio MORIREEE!».

Aristide, afferrandola per i polsi, le staccò le mani dai capelli. «Calmati… calmati… troveremo una soluzione… te lo prometto, vedrai che le cose si sistemeranno», diceva, modulando il tono su frequenze adattate al caso, mentre cercava di farla accomodare sul divano.

«Davvero mi aiuterai?» gli chiese Adriana tra un singulto e una nuova lacrima.

«Lo farò!» confermò lapidario Aristide, elargendo certezze.

Attese in silenzio che si riprendesse del tutto, poi ribadì il concetto, rafforzandolo: «Lo farò, domani stesso. Non permetterò a nessuno, nemmeno a tuo marito di buttarti in mezzo a una strada!» concluse con un tono insolitamente rabbioso e uno sguardo così nero e profondo che pareva promettere sfaceli.

«E come farai?» chiese preoccupata Adriana, temendo per la sorte di suo marito.

Aristide comprese il suo pensiero e la rassicurò prontamente: «In qualche modo farò. Ma tu devi stare tranquilla, ti prometto che a Paolo non succederà niente… ma lui non dovrà mai sapere che mi sono speso per aiutarvi».

Adriana annuì, accennando un sorriso. «Non lo saprà, resterà il nostro grande segreto», sussurrò commossa.

Allora Aristide l’accarezzò, dicendo: «Cerca di riposare, fra un paio di giorni, tutto questo sarà solo un brutto ricordo… Ora devo andare a fare una telefonata. Ciao, Adriana».

«Ciao Aristide…» tirò un lungo respiro, «e grazie di tutto», concluse, esalandolo.

 

Guardando le rose del suo giardino, Aristide rifletteva sul da farsi. “Se non sistemo alla svelta questa faccenda, qui va tutto a rotoli… Già, ma sistemata questa resterà sempre in piedi l’altra, il potenziale pericolo rappresentato da Rita e dal suo ragazzo… Se non voglio trovarmi domani o dopo nella stessa situazione, devo sistemare entrambe le faccende… E’ venuto il momento di chiedere un favore a Calogero… anzi, due”, concluse sibillino, mentre prendeva il cellulare per chiedere al suo impegnatissimo amico, ed ex cliente, un appuntamento per il giorno dopo.

 

Aristide, dopo essere passato in banca, si presentò puntuale nell’ufficio di Calogero.

«E così, da un’insegna pubblicitaria sei risalito a me», esordì Calogero, dopo aver ascoltato con attenzione Aristide.

«Già! Chi altro userebbe il proprio nome come suffisso per ogni sua attività, se non il mio modesto amico? Mi sono chiesto», confermò ironicamente Aristide, strappandogli un largo sorriso.

«Detto questo, come posso aiutarti?» domandò Calogero, arrivando subito al punto.

Aristide trasse dalla tasca della giacca una mazzetta di denaro e, buttandola sulla scrivania, disse: «Contali: sono diecimila euro. La somma che il tuo collaboratore ha prestato a Paolo».

Calogero osservò la fascetta che li teneva uniti. «Freschi di banca», commentò. Sorrise e aggiunse: «Mi fido, e sono anche pronto a rinunciare alla mia parte d’interessi».

«Cosa intendi per: tua parte?» chiese allora l’insospettito Aristide, subodorando qualche trappola.

«La mia parte d’interessi su questi diecimila euro, è… quarantamila. Il resto è la percentuale che, ogni mio collaboratore, a sua discrezione, decide di applicare… In pratica sarebbe il compenso per aver svolto il lavoro d’intermediario», spiegò Calogero.

«Ma è un’esagerazione! Una bestemmia! Pretende più lui di te, senza rischiare un euro di tasca propria!» sbottò inorridito Aristide.

Calogero sospirò. «Che dire: hai perfettamente ragione», si vide costretto ad ammettere Calogero, dichiarando la propria impotenza allargando le braccia.

«Dunque, il potente Calogero Simpredi, non può decidere niente, senza l’assenso dell’ultimo suo galoppino», sentenziò con sarcasmo Aristide.

«Questo non lo consento nemmeno al mio miglior amico!» sbottò Calogero, ferito nell’orgoglio.

«Non avrei dovuto, ti chiedo scusa», ribatté contrito Aristide, ammettendo l’errore.

«Comprendo il tuo sfogo, ma ti stai sbagliando. Il ragazzo è giovane, si merita una lezioncina; così la prossima volta capirà che non può mettere a rischio il mio denaro per la sua ingordigia», disse Calogero. Poi aprì il cassetto della scrivania e, facendola scivolare sul piano, vi spinse dentro la mazzetta di denaro. «Puoi dire a Paolo, che può considerare estinto il suo debito!» esclamò, chiudendo il cassetto.

«Sei un amico, ti ringrazio», ribatté Aristide. Precisando subito dopo: «Ma Paolo non dovrà sapere del mio interessamento».

«Questo potrebbe rivelarsi un grosso problema. Quando scoprirà che il suo debito è stato estinto, si porrà, e porrà, mille domande», gli fece presente Calogero.

«Per questo mi affido alla tua notoria scaltrezza. Trova un modo soft per sistemare la faccenda», replicò senza nessun intento ironico Aristide.

Inorgoglito dall’apprezzamento, sincero, dell’amico, Calogero accettò l’improbo compito. «Vedrò di sistemare la faccenda senza metterti in mezzo!» lo rassicurò. Poi, osservando lo sguardo corrucciato di Aristide, gli chiese: «Cos’altro ti angustia?»

«Ci sarebbe… un altro piccolo problema, da risolvere», rispose timidamente Aristide.

«Coraggio, sputa il rospo!» esclamò Calogero, invitandolo ad osare.

Aristide spiegò l’intera faccenda all’attento Calogero, che alla fine commentò: «Dal business della droga, ho sempre girato al largo. Detto questo, non saprei proprio come interloquire con i cani sciolti, la miriade di piccoli spacciatori che la vendono al dettaglio».

«Dunque, mi dovrò rassegnare, non c’è modo di fermare quel bastardo che sta rovinando la vita a una ragazzina», fu la sconfortante ammissione d’impotenza di Aristide.

«Un modo si potrebbe trovare!» esclamò improvvisamente Calogero, elargendo speranza. E dopo una breve riflessione, chiese ad Aristide, che pendeva dalle sue labbra: «Secondo te, quanto vale la vita di quel bastardo?»

«Neanche il prezzo di una pallottola!» ringhiò Aristide.

«Se per ipotesi offrissi… diciamo… diecimila euro al mio miglior sanzionatore, pensi che accetterebbe l’ingaggio?»

Aristide fece due conti. «E’ un lavoretto facile e senza rischi; che tra appostamenti e studio del soggetto gli prenderà una settimana al massimo… Sì, credo che accetterà.»

Un ghigno satanico attraversò lo sguardo di Calogero mentre apriva il cassetto della scrivania; dal quale ne trasse la mazzetta di denaro gettata dentro poc’anzi.

«L’ingaggio è tuo!» esclamò, sbattendola sul piano davanti allo sguardo sbigottito di Aristide.

«No, io ho chiuso!» ribatté lui dopo l’attimo di sconcerto, spingendo via la mazzetta.

«Beh, se vorrai sistemare la faccenda, dovrai accettare quest’ultimo ingaggio… Non sono ancora riuscito a trovare un sanzionatore in grado di sostituirti degnamente», insistette Calogero, spingendo nuovamente la mazzetta verso di lui. «Io mi sono speso, non solo metaforicamente, per aiutare Paolo, e mi sto spendendo per ingaggiare il migliore sulla piazza; ma se tu non vuoi metterci del tuo per aiutare sua figlia… sono pronto a ritirare la mia offerta.»

Aristide rifletté a lungo. Alla fine spinse via la mazzetta, dicendo: «Accetto l’ingaggio, ma non il denaro. Sarà un piacere fare la festa a quel bastardo… Ti chiedo soltanto di procurarmi una Berretta con la matricola abrasa».

«Oggi stesso avrai la pistola», annunciò Calogero. E concluse ricordandogli che: «Te lo dissi che saresti tornato attivo, hai perso la scommessa!»

«Mi rammento benissimo cosa ci siamo detti quel giorno. Profetizzasti che entro un anno sarei tornato attivo… Beh, ti sei sbagliato: sto tornando attivo, per l’ultima volta, ben oltre l’anno… Abbiamo perso entrambi», concluse amaramente.

«Dal mio punto di vista… abbiamo vinto entrambi», precisò Calogero, prima di congedarlo.

 

Quella sera stessa, dopo aver parcheggiato la macchina sul piazzale del centro commerciale, Paolo si sentì mancare, vedendo lo strozzino dirigersi con sguardo torvo verso di lui. «Sto vendendo casa… mi serve tempo… un paio di settimane», balbettava, turbato dal passo deciso con il quale l’altro si avvicinava con i pugni serrati.

«Non sono qui per riscuotere, ma per farti una proposta che non potrai rifiutare», rispose calmo l’altro.

«Quale proposta?» chiese sconcertato Paolo.

«Sono disposto a cancellarti il debito, a una condizione… che tu non metta più piede nella sala scommesse… Che ne dici?»

«Accetto! Accetto!» esclamò eccitato Paolo. «Non metterò più un piede in nessuna sala scommesse, la lezione mi è servita… ti ringrazio… ti ringrazio!»

«Non mi ringraziare, non sei così importante da meritare il mio interessamento», replicò l’altro. Puntando l’indice contro la stella di latta appuntata sulla divisa, proseguì in tono aspro: «Ringrazia la tua buona stella. Se i tuoi capintesta venissero a sapere che sei indebitato fino al collo con me… ti licenzierebbero in tronco, e di questo sinceramente non me ne fregherebbe niente! Quello che mi interessa, è evitare la successiva denuncia, che finirebbe inevitabilmente con il ritiro della licenza… Hai capito come stanno realmente le cose?»

«Ho capito!»

«Molto bene. Ora vattene… e ricordati che se ti vedo bazzicare di nuovo nel mio locale, ti accompagno alla porta a calci in culo!» concluse rabbioso, guardandolo allontanarsi.

 

Paolo non entrò più né in quella, né in altri locali similari. Adriana ritrovò un po’ di serenità e, convinta che avesse saldato il debito di tasca propria, un’infinita riconoscenza per Aristide.

Il quale, nel frattempo, elaborava il piano per rendere completa e duratura l’armonia all’interno della famiglia Brini.

 

Dopo aver analizzato attentamente il parco dove Marco era solito spacciare, scelse come e quando colpire.

Una fredda notte di fine autunno si appostò dietro un albero del parco, indossando un pesante pastrano con il bavero alzato, una cuffia di lana tirata fin sopra le sopracciglia e una sciarpa che gli copriva la bocca.

Quando vide la figura di Marco illuminata dalla fioca luce di un lampione sul sentiero tra gli alberi, gli si fece incontro, ciondolando sul vialetto come un tossico in astinenza.

«Quante dosi?» gli chiese Marco quando furono uno di fronte all’altro, mostrando i palmi delle mani.

Aristide osservò le minuscole dosi appallottolate nel tetrapak. «Non ti posso pagare», disse.

«Allora crepa!» fece l’altro, rimettendole in tasca. Poi, scostandolo con una spallata, proseguì il cammino.

Aristide si girò prontamente, estrasse dalla tasca del pastrano la mano destra inguantata e, puntandogli la canna della pistola alla nuca, sibilò: «Vai all’inferno, bastardo!» tirando il grilletto.

Il colpo secco rimbombò tra gli alberi. Aristide gettò la pistola in mezzo all’erba e si allontanò velocemente.

 

«Speriamo che duri», commentò in un sospiro Aristide, osservando dalla finestra Paolo, indaffarato a sistemare l’orto per la pausa invernale.

Poi prese delle sacche di cellophane e andò a coprire i fiori del giardino.

 

                                                            FINE  

 

 

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Rubrus il 2019-04-12 15:47:02
La storia dell'uomo con un passato (sovente violento) che cerca di rifarsi una vita, ma viene inseguito dal suo passato, la troviamo spesso. Sarà perchè ho finito da poco un western (se ne trovano pochi, quindi ero curioso di leggerne uno), ma è la trama di molte di queste storie (da "Il cavaliere della valle solitaria" a "Il cavaliere pallido" a "Gli spietati") anche se non solo in esse (da "Un uomo tranquillo" a "A history of violence"). In effetti attraversa molti generi, prima di tutto il noir - come questo (anche io ho scritto una storia con questa idea di fondo, infatti) - ma non solo: il dramma, la commedia eccetera. Nonostante sia una storia più volte raccontata (ma un proverbio irlandese dice più o meno che una storia è buona se raccontata almeno due volte), ha sempre qualcosa da dire, forse perchè pone, per esempio, il problema del cambiamento, specie della redenzione, della purificazione, dell'identità. (possiamo davvero cambiare noi stessi? o anche solo lasciarci alle spalle?) e lo risolve in tanti modi diversi, a seconda del racconto. Infine, spesso, in queste storie è presente un elemento sentimentale che entra in dialettica col cambiamento: ostacolandolo, favorendolo, riuscendo nell'intento, fallendo eccetera. Insomma, anche se il nocciolo della questione presenta caratteri ricorrenti (ma spesso l'originalità è sopravvalutata) sono storie che si fruiscono volentieri. Piaciuto, ciao.

Vecchio Mara il 2019-04-12 18:17:01
Oramai si è scritto di tutto e di più... io ho provato a metterci dentro il ragazzo della figlia drogato insieme alla passione per le macchinette mangiasoldi del marito per rendere attuale la storia, e ne è uscito questo noir, che, come mi confermi, si lascia leggere abbastanza bene. Ti ringrazio. Ciao Rubrus

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