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La ricerca dell'ispirazione perduta

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Vecchio Mara

pubblicato il 2019-02-18 09:54:33


NOTA DELL’AUTORE:

E’ un racconto abbastanza lungo, avrei potuto dividerlo in due parti; ma, a parer mio, è masticandolo intero che si riesce ad apprezzare appieno (oltre ai flashback sul tempo perduto da parte del protagonista) il sorprendente, spiazzante retrogusto finale. Buona lettura

 

La ricerca dell’ispirazione perduta

 

“Come giustificare il clamoroso flop del mio ultimo romanzo, quando me ne chiederà conto?” mi domandavo entrando nella sede della mia casa editrice.

 

«Questa foresta di vetro e cemento, non m’ispira più», dissi al mio editore, osservando i grattacieli della metropoli stagliarsi altissimi oltre la finestra panoramica del suo ufficio.

«Parliamoci chiaro, Edoardo», replicò lui, alzandosi dalla scrivania. Si avvicinò all’ampia vetrata, indicò le pareti di cristallo delle torri baciate dal sole. «Quella roba là fuori… non ti ha mai veramente ispirato! Il tuo primo romanzo è stato un successo internazionale, perché lo hai scritto lontano da qui!»

«Mah…» feci appena in tempo ad esclamare. Prontamente zittito dall’editore che, non amando essere interrotto, me lo aveva fatto capire alzando lievemente il tono durante la sua impietosa analisi: «Quel primo, clamoroso “caso letterario”, è stato l’inizio del tuo declino! Dovevi restare laggiù, dove tutto ebbe inizio, per non asciugare precocemente la vena creativa. Invece, inebriato dalle luci della ribalta, ti sei voluto fare l’attico in centro. Così, i cinque romanzi scritti negli anni seguenti, si sono rivelati dei gradini a scendere, dentro l’insipienza».

«Cosa dovrei fare, secondo te?» provai a domandargli.

Lui, battendomi una mano sulla spalla, rabbuiandosi rispose: «Il contratto prevede che tu debba scrivere altri due romanzi per noi, entro i prossimi tre anni. Questo ti e noto?»

Annuii abbassando il capo. E lui, abbassando lo sguardo sino a leggere lo sconforto dentro i miei occhi, assestò il colpo finale. «La metropoli non è il tuo elemento naturale… Tornatene al tuo paese, nella tua vecchia casa; cerca tra le strade, i campi, le cascine, l’ispirazione perduta… e ritorna solo quando avrai un manoscritto, degno dei tuoi trascorsi, da mostrarmi!» concluse congedandomi, tornando a sedersi dietro la scrivania.

 

Guidando la macchina su strade mai più frequentate da almeno vent’anni, cercavo di capire, oltre al senso di quell’enorme stradone, dritto come una spada, che aveva cancellato per sempre ettari di grassa terra; dov’erano finite le artistiche svolte che, seguendo l’orografia dei campi e dei canali d’irrigazione, conducevano al vecchio borgo.

Percorsi l’ampia rotonda per metà, prima di lasciare la strada provinciale; e dopo poche centinaia di metri lungo una strada stretta dal fondo sconnesso, m’infilai sotto il lungo viale di tigli, la cui prospettiva era chiusa dalla chiesetta bianca che, in lontananza, segnava l’inizio del borgo antico.

Così uguale ad allora m’apparve, l’ombreggiato viale, osservandolo nella sua imponente lunghezza.

Il contenuto sorriso di soddisfazione si spense mestamente, mutando in delusione; quando, gettando lo sguardo oltre il duplice filare dei tigli, al posto dei rigogliosi campi coltivati, vidi ergersi ai lati delle graziose villette immerse, ognuna, nel suo piccolo giardino di pertinenza: lì dove c’era solo l’erba era sorta la parte nuova del borgo.

 

Avanzai lentamente lungo il viale, e quando giunsi difronte alla chiesetta svoltai a destra. “La piazzetta è rimasta tale e quale”, pensai, volgendo con lo sguardo all’intorno: mi ero messo in macchina sotto un sole implacabile poco prima dell’una, dopo aver consumato un pranzo leggero nel ristorante sotto casa; ed ora, poco prima delle tre del pomeriggio, ero giunto a destinazione.

«Meno male che la locanda esiste ancora», commentai sollevato, riflettendo sul fatto che altrimenti avrei dovuto darmi da fare per cercare una camera in qualche albergo limitrofo, per almeno tre o quattro notti (il tempo necessario per stipulare i contratti con le aziende dei servizi e permettere agli operai d’eseguire gli allacciamenti), negando spudoratamente il vero motivo della mia soddisfazione: la speranza che a gestirla fossero ancora Romualdo e sua moglie, Gina.

Gina, al tempo nota come “la bella del paese”, ambita preda dei giovani guasconi del circondario, che per causa di forza maggiore… o forse per calcolo, finì con lo sposare il brutto anatroccolo, Romualdo.

Essendo nati nello stesso anno, il 1950, ed essendo le nostre due famiglie in ottimi rapporti (mia madre, Virginia, fu testimone di nozze quando la sua, Marta, sposò Gianni il mugnaio; del quale divenni figlioccio quando accettò il ruolo di padrino sia per il battesimo che per la cresima), io e Gina fummo amici inseparabili, dall’asilo sino alla conclusione del liceo classico. A dire il vero, io avrei ambito e sperato in qualcosa di più sentimentalmente coinvolgente, ma temendo di essere respinto, nonostante l’assidua frequentazione non ebbi mai il coraggio di propormi.

Gina era una ragazza solare e aperta… in ogni senso; così aperta che quando rimase incinta, poté permettersi di scegliere il padre del nascituro fra tre fusti squattrinati e il rachitico ma benestante Romualdo, figlio del proprietario della locanda.

Naturalmente, l’oculata Gina, aveva fatto la scelta economicamente più conveniente; ma le malelingue del paese, che si erano portate avanti col lavoro ancor prima che la bimba vedesse la luce, di fronte a un angelo di ‘sì fatta beltà, avevano trovato il modo di attribuire gli occhi a uno, il naso all’altro, la bocca all’altro ancora… e nemmeno un’unghia, al povero Romualdo.

 

«Prima passo a prenotare la camera”, pensai, fermando la macchina di fronte alla locanda.

Scesi: la piazzetta deserta, il sole a picco e il vento caldo, chissà poi perché, mi diedero l’impressione di trovarmi sul set di un film western poco prima del duello finale.

Una tenda fatta con striscioline di plastica colorata, appesa sopra lo stipite della porta, aperta, permetteva al calore, seppur in minima parte, di uscire dal locale e, alle mosche, seppur in minima parte, di non entrarvi.

Scostai le striscioline, m’infilai nel mezzo e fui dentro. “Tutto come allora, arredamento vecchio ma di sostanza”, constatai, guardandomi all’intorno.

«Buongiorno», fece una donna alta e formosa, con i capelli color argento, che entrando da una porta laterale andò a posizionarsi dietro il banco.

Lasciai correre lo sguardo sul leggero vestito floreale strizzato sui fianchi, sino a giungere ai seni, la cui parte ancora all’interno - poco oltre la metà, giudicai - parevano voler prorompere.

Lei notò dove andava a cadere l’occhio e sorrise. «Cosa desidera?» mi chiese poi.

“Non mi ha riconosciuto, dev’essere per la barba da intellettuale”, pensai di primo acchito. «Ciao, Gina», dissi solamente.

Il tono della voce la mise sul chi va là. «Aspetta… aspetta…» fece, uscendo dal banco. E dopo aver esaminato attentamente il volto, esclamò: «Ma tu… tu sei, l’Edoardo!»

Annuii, sorridendole. Allora lei, pizzicandomi la barba, aggiunse: «Con questa barba brizzolata mica ti riconoscevo, sai.» Poi mi abbracciò, ci abbracciammo.

«Siedi, ti porto qualcosa di fresco… Cosa desideri?» mi chiese poi, indicando uno dei tavoli in massello di ciliegio.

«Una Coca Cola, grazie», risposi, accomodandomi.

«Come quando eri ragazzo, eh?» fece lei, infilandosi dietro il banco.

«Già!» esclamai mentre, osservandola armeggiare con lattina e bicchiere, pensavo come fosse sempre bella e quanto la desiderassi ancora.

«E Romualdo?» le chiesi mentre posava, sorridendo, il bicchiere accanto a me.

Lo sguardo che si abbassava, il sorriso che si spegneva, bastò. «Quando, come?» le chiesi con tono partecipato.

«Fanno dieci anni, a settembre… Un brutto male, se l’è portato via», rispose, tirando su col naso.

«Mi spiace», dissi solamente, posando una mano sopra la sua.

Gina la guardò, accennò un sorriso e, sospirando, concluse: «Così è la vita…» Si rasserenò e chiuse l’argomento: «Ma lasciamo da parte le tristezze». Prima d’aprirne un altro, chiedendomi: «Dimmi: cosa ti ha portato da queste parti? Saranno trascorsi vent’anni dall’ultima volta che ci siamo visti».

«Più o meno», confermai. Precisando subito dopo: «E’ dal funerale di mia madre che non ci si vede».

«Spero che questa volta, non si tratti di un altro triste evento», fece lei, rammentando il giorno che accompagnammo insieme il feretro al cimitero.

«Non penso che la ricerca della vena creativa, possa configurare un evento così drammatico!» mi sovvenne di replicare con una punta di sarcasmo. Poi, notando lo sguardo interrogativo di Gina, provai a spiegarmi, iniziando col chiederle: «Hai letto qualche mio romanzo?»

«Tutti!» rispose prontamente.

«Tutti?!» esclamai stupefatto.

«Come avrei potuto esimermi dal farlo, sei la gloria del borgo!» replicò tra il serio e il faceto.

«No, dai, parlando seriamente: come li hai trovati? Voglio dire: hai notato una certa involuzione nel mio modo di narrare?» le domandai.

Gina ci pensò su. «Se vuoi sapere se mi sono piaciuti tutti in ugual misura… la risposta è, no!»

«Ti ringrazio per la sincerità», feci, evidenziando nel tono e nell’espressione una certa delusione.

«Ti sei offeso?» mi chiese, aggrottando le sopracciglia come faceva da bambina per farsi perdonare qualche marachella.

«Ma no, che vai pensando», risposi sorridendo, insistendo sull’argomento. «Potresti essere più chiara, entrando nei dettagli?»

«Beh…» fece lei, alzando lo sguardo come se dovesse andare a cogliere le parole sul soffitto a cassettoni del locale. «Non essendo un critico…» iniziò col dire, tornando con lo sguardo su di me, «non li saprei proprio recensire i tuoi romanzi… Quello che mi sento d’affermare: è che il primo mi aveva emozionato perché ci lessi l’anima della nostra terra; poi, quell’anima rurale e vera, l’ho vista affievolirsi nei successivi due, fino a sparire del tutto negli ultimi.»

«Uhm…» feci, accarezzandomi la barba. «A grandi linee, gli stessi argomenti usati dall’editore per spingermi a tornare, non solo narrativamente, all’antico… Ti ringrazio, Gina, credo che ci resterò a lungo, quaggiù!»

«Tornerai a vivere qui, ad abitare nella tua casa in fondo al borgo?» mi chiese entusiasta.

«Sì. E ci resterò fintanto che non riuscirò a buttar giù almeno un romanzo, che sappia farti rivivere quelle emozioni andate perdute nei miei ultimi lavori.»

«Ti ringrazio per la premura, mio narratore», fece lei ironicamente, mimando, da seduta, un mezzo inchino con la parte superiore del corpo.

Questa volta non mi riuscì di mantenere l’aplomb del letterato, e scivolai nel riso, contagiando anche lei.

«Della trama, avremmo tempo di parlarne», dissi dopo essermi ricomposto. «Intanto vorrei sapere se hai una camera libera per i prossimi giorni; nell’attesa che sistemino gli allacci, mi serve una sistemazione per la notte.»

«Vitto compreso?» mi chiese.

«Naturalmente!» risposi io.

Gina si alzò, andò dietro il banco e indicò due chiavi appese ai rispettivi ganci. «Abbiamo solo due camere…»

«E sono occupate, ho capito», la interruppi in tono desolato.

«Ma no, che vai pensando… Sono anni che ogni mattina le rassetto in attesa di un cliente; ed ora che finalmente è arrivato un ospite particolarmente gradito, vuoi che me lo lasci scappare? Avanti, dimmi quale vuoi?» mi spiegò, usando della sagace ironia. Il che mi autorizzò a rispondere in modo assai poco signorile: «Quella più vicina alla tua, di camera!» La frase, senza trovare il tempo di decantare nel cervello, uscì di slancio dalla mia bocca. «Scusa, non volevo», aggiunsi prontamente mordendomi la lingua, osservando i suoi occhi, grigioverdi, immalinconirsi.

Gina, forzando un sorriso, scosse il capo. «Non importa… la numero, due, sarà sicuramente di tuo gradimento», disse con voce scossa, posando la chiave sul bancone.

Immaginando che in quel momento vedesse in me il tipico uomo che, facendo l’equazione; donna vedova che gestisce una locanda, uguale, facile preda; vergognandomi come un ladro, balbettai: «La prendo… faccio un salto a casa… poi, torno, eh?»

«Fai pure. La locanda resta aperta fino a mezzanotte, se pensi di rientrare più tardi fammelo sapere», replicò con distacco.

Una battuta infelice aveva rovinato l’armonia. A quel punto, per non peggiorare la situazione, pensai che fosse meglio tagliar corto e rinviare i chiarimenti ad altra data. «Rientrerò sicuramente per cena», dissi.

«Vito e alloggio, dunque!» fece lei. Chiedendomi subito dopo: «Vuoi sapere il costo della pensione completa?»

«Me lo dirai più tardi… Ti devo lasciare i documenti, la caparra?» risposi, cercando di togliermi d’impaccio il prima possibile.

«Siamo amici, mi fido… I documenti me li darai più tardi, non ti preoccupare, vai pure», replicò lei con gentilezza, gestendo alla grande il mio e il suo imbarazzo.

 

“Le erbacce hanno invaso l’orto, i rampicanti il cancello e abbattuto la rete arrugginita sopra il muretto di confine”, osservavo, girando attorno alla proprietà.

Spingendo con forza, riuscii ad aprire il cancelletto pedonale. Camminando nell’erba alta fino alle ginocchia raggiunsi l’ingresso, trassi di tasca la chiave e, dopo aver aperto la cigolante porta, entrai: il penetrante odore di stantio mi spinse a serrare le labbra.

Lame di luce imperlate di polvere, entrando attraverso le gelosie, impattando contro ampie strisce della pavimentazione in cotto, donavano all’ambiente quel poco di luce necessaria per camminare, con circospezione, senza dover inciampare in qualche suppellettile sparso all’intorno.

Dopo aver spalancato le finestre della zona giorno, feci altrettanto con la zona notte.

Volgendo lo sguardo all’intorno, perdendomi nelle morbide forme del mobilio chippendale della camera di mia madre, rammentai, sorridendo, l’età di quando ancora si poteva credere che i bambini nascessero sotto i cavoli; oppure, come nel mio caso, che il cucciolo d’uomo avesse una gestazione persino superiore a quella degli elefanti!

Dentro quel morbido lettone ci avevo dormito, protetto come in un nido accanto a mia madre, fino a quando lei, ritenendomi ormai maturo, fece sistemare un letto da una piazza in cucina al posto del divano.

 

                                              ******************************

 

«Mamma», avevo esclamato una sera, durante il mio quinto inverno di vita, immerso nel materasso di morbida piuma, stringendomi a lei per riscaldarmi.

«Dimmi tesoro», aveva fatto lei, accarezzandomi il capo.

«Perché Luigina ha un papà, e io no?» Luigina, ovvero Gina, era la figlia del mugnaio, nonché mia amichetta del cuore.

La povera donna, avrebbe potuto inventarsi che mio padre fosse morto il giorno stesso che io vidi la luce; ma temendo di sconvolgere i fragili equilibri psicologici di un bambino in formazione, sul momento non aveva trovato di meglio che inventarsi una balla spaziale. «Perché tuo papà è un soldato dell’esercito americano, un eroe. E a guerra è finita, è dovuto tornare in America a prendersi tante medaglie al valore.»

«Ho capito…» avevo fatto io. Prima di chiederle ancora: «Ma quando tornerà?»

A quel punto, colta in contropiede, mia madre aveva un po’ sbuffato spazientita: «Quando il presidente americano lo lascerà partire!» E dopo avermi rimboccato le coperte, aveva concluso, spegnendo la luce: «Ora dormi, che è tardi!»

Ed io, mi ero addormentato felice, inorgoglito dal fatto di poter esibire un padre così diverso da tutti gli altri.

 

Per mia fortuna, prima che iniziassero le elementari e che potessi rendermi ridicolo con i miei nuovi compagni; ci aveva pensato Luigina a mettermi al corrente che i bambini non nascono mica dopo cinque anni dal concepimento; e che io, essendo nato come lei nel 1950, non potevo essere figlio di un soldato americano che se n’era tornato a casa nel 1945!

«E tu come fai a sapere dopo quanto tempo nascono i bambini?» le avevo chiesto incredulo.

«Ho sentito mia mamma, dire che mia zia ha avuto un bimbo dopo sette mesi», mi aveva risposto.

 

«Perché piangi, Edoardo?» mi aveva chiesto mia madre rientrando dal lavoro.

«Perché! Perché! Mi dici le bugie!» avevo urlato, spiegandole ciò di cui ero venuto a conoscenza.

Allora lei mi aveva stretto forte al suo petto e, singhiozzando, aveva corretto il tiro; spiegandomi che mio padre, dopo avermi visto nascere, s’era imbarcato su un piroscafo per andare a cercare lavoro in America, che un giorno sarebbe tornato ricco sfondato e tutti insieme saremo andati a vivere in un bellissimo castello.

 

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“Devo trovare qualcuno che pulisca e tenga in ordine l’orto”, riflettevo dopo aver ispezionato gli interni, mentre chiudevo a chiave la porta di casa.

«Lo chiederò a Gina. Lei conoscerà sicuramente qualche pensionato che sappia gestire un piccolo orto», mi dissi, soffermandomi ad osservare la giungla incombente.

“Laggiù, sotto il ciliegio, ho visto la crisalide farsi farfalla… E poi, volare lontano dal mio cuore”, pensai ancora, immalinconendomi; rivedendomi a primavera sotto le fronde candide piegato sui libri di testo insieme a Gina.

 

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Asilo, elementari e medie, sempre insieme, indivisibili; poi si erano aperte le tanto agognate porte del liceo classico, per me e Gina.

E lì, per me, erano iniziate le prime vere pene. Soffrivo come un cane bastonato quando, confidandosi da amica, mi rivelava il desiderio di condividere molto più della semplice amicizia, con l’uno o l’altro dei nostri nuovi compagni di studi.

Avevamo in progetto di frequentare la stessa università, ma dopo la maturità il destino decise diversamente per entrambi.

«Mi spiace, Edoardo», aveva esordito con le lacrime agli occhi mia madre; spiegandomi che non poteva permettersi la retta dell’università e che, di conseguenza, avrei dovuto accettare l’impiego, per il quale si era generosamente speso il parroco, presso il consorzio agrario.

E non era andata certamente meglio a Gina, che pur riuscendo ad iscriversi all’università nonostante la recente perdita del padre, caduto dal tetto del mulino per sostituire due coppi rotti, si era vista costretta a rinunciare per sposarsi in fretta e furia, tre mesi dopo aver conseguito la maturità: prima che l’occhio esperto delle comari potesse cogliere nel mutare delle forme i segni di una indesiderata gravidanza.

 

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«Già di ritorno?» mi chiese Gina, vedendomi entrare trascinando il trolley.

Osservandola seduta lasciva e accaldata sulla sedia, con le gambe leggermente divaricate, i piedi nudi appoggiati sul pavimento in cotto, il vestito tirato ben sopra le ginocchia per combattere l’afa soffocante e la mano destra che, stringendo il fazzoletto, detergeva un rivolo di sudore malandrino intento ad insinuarsi tra i seni, provai un moto d’eccitazione.

«Ho dato una rapida occhiata, conto di tornarci domattina col fresco», risposi, avvicinandomi.

«Ne vuoi, è gelata?» fece lei, spingendo verso di me la bottiglia che teneva sul tavolo per dissetarsi.

«Ti ringrazio, ma è meglio di no… La birra non la reggo proprio», feci, allontanando col palmo della mano la bottiglia.

«Rammento… e come se rammento!» ribatté lei ridendo di gusto. Si ricompose e aggiunse, immalinconendosi: «Fu comunque un bel momento».

«Concordo, bellissimo», confermai in un sospiro, perdendomi nel ricordo.

Gina indicò la camicia madida di sudore. «Una bella doccia ti rimetterà in sesto. Vieni, ti mostro la camera», disse, infilando i piedi nelle ciabatte.

«Non conosci qualche pensionato che possa sistemarmi l’orto?» le chiesi mentre la seguivo sulle scale.

«Come no!» esclamò, voltandosi di scatto. Cogliendomi con lo sguardo sul suo fondoschiena, sorrise e concluse: «Ci sarebbe, Carmelo», si voltò e riprese a salire.

«Ci pensi tu a contattarlo?» le chiesi ancora.

«Sì, stasera stessa, quando passerà a farsi un cicchetto», rispose mentre continuava a salire.

Per capire se indossasse l’intimo, seguivo come un automa l’ondeggiare delle anche, cercando di penetrare il leggero tessuto incollato alle forme; fino a quando l’ultimo gradino pose fine alla ricerca di un segno che confermasse la presenza dell’indumento.

«Ecco, la camera è questa!» annunciò, aprendo la porta della numero due. Poi indicò la porta in fondo al corridoio a sinistra. «Il bagno è in comune con l’altra camera… Ma essendo tu l’unico ospite, lo puoi considerare come servizio privato.»

Volgendo lo sguardo notai, al lato opposto del corridoio, una quarta porta. «Quello è il mio appartamento», mi relazionò, anticipando la mia domanda.

«Accanto alla numero due, eh?» mi scappò detto, sgranando gli occhi.

«Avresti preferito la numero uno?» mi chiese maliziosamente. Poi, facendosi seria, ci tenne a precisare: «Checché ne dicano gli altri, l’ho rispettato in vita, Romualdo; e continuerò a farlo anche in morte!» Così, senza usare a sproposito la parola “amore”, pose, di fatto, una pietra tombale sulle mie ammiccanti punzecchiature.

«No, la due andrà benissimo, grazie!» risposi imbarazzato.

«Molto bene. Ora scusa, ma ti devo lasciare», concluse girando sui tacchi.

«Un’ultima cosa!» esclamai, alzando l’indice.

«Siii», fece lei, voltandosi.

«Mi servirebbe una donna di servizio, che venga a rassettare la casa… diciamo… tre o quattro volte a settimana… ci pensi tu?»

«Mia figlia!» rispose.

«Tua figlia?!» ripetei sorpreso.

«Sì, Carolina, ogni mattina viene a fare le pulizie in locanda… Poi ti spiego», ribadì Gina, interrotta dalla voce di un avventore che, salendo dalla scala, richiedeva la sua presenza dietro il bancone del bar.

 

Togliendo i vestiti dal trolley per sistemarli nell’armadio, rammentandola seduta lasciva e accaldata mentre mi offriva un po’ della sua birra, sorridendo mi domandai: «Chissà se un bicchiere di troppo, oggi avrebbe lo stesso effetto di molti anni fa?»

 

                                        ****************************************

 

Rammento un pomeriggio bollente… e non solo meteorologicamente, il giorno che eravamo andati in corriera a leggere l’esito degli esami di maturità.

Ebri di felicità per l’esito positivo, eravamo entrati nel bar accanto alla fermata; e lì, Gina mi aveva convinto a festeggiare, brindando con la mia prima birra… seguita da una seconda… e poi, anche da una terza!

Ebri, ora non solamente di felicità, ci eravamo accomodati sui sedili in fondo alla corriera; ridendo e scherzando, nonostante la temperatura che dentro quella scatola di metallo era salita in modo preoccupante, il tempo del tragitto verso casa corse via in un attimo.

La fermata della corriera era appena fuori paese, nei pressi di una strada sterrata che, seguendo il corso della roggia, conduceva al mulino del padre di Gina.

Sudati e con la testa rintronata da caldo e alcol, avevamo deciso di tagliare per di là, perché più breve e ombreggiata della strada principale.

«Non c’è nessuno… facciamoci una nuotata, dai!» aveva proposto Gina, indicando l’ansa nascosta tra le robinie dove noi e altri ragazzi del borgo eravamo soliti venire a farci il bagno.

«Non possiamo, non abbiamo portato i costumi», avevo obiettato.

«Facciamolo nudi!» aveva insistito, sgranando gli occhi.

«Sei matta! Se ci vede qualcuno…» avevo fatto in tempo a dire prima che iniziasse a spogliarsi davanti ai miei occhi, dicendo: «Fregatene! Oggi è uno di quei giorni che merita di fare follie!»

Tre, quattro flash: via le espadrillas color corda, via la canotta bianca, via la minigonna blu, via le mutandine nere come il rigoglioso pube.

Pietrificato, osservavo le forme di una donna ormai fatta, senza riuscire a proferire verbo.

«Io mi butto, tu che fai?» mi aveva chiesto prima di tuffarsi nell’acqua limpida.

«E’ freschissima, avanti, spogliati ed entra», insisteva ridendo, schiaffeggiando l’acqua nel tentativo di spruzzarmi.

Sul momento mi ero limitato a ridere, spostandomi all’indietro per non essere raggiunto dagli schizzi; ma poco dopo, attratto da tanta meraviglia, mi ero tuffato anch’io, tentando di occultare un’erezione monumentale tenendo addosso lo slip: con scarsi risultati, a dire il vero.

Quando fui dentro, Gina, precipitandosi su di me, si era premurata di strapparmelo, ridendo e gridando: «Fammi vedere cosa nascondi di buono lì sotto!»

Provai a ritrarmi, ma poi, sentendo la sua mano stringere il mio membro, mi lasciai andare; dieci minuti dopo eravamo distesi, nudi, sull’erba, avvinghiati come due serpi in amore.

Quella sarebbe stata la prima, e purtroppo anche unica volta, che avremmo fatto l’amore.

«Non dovrà mai più accadere!» diceva imbrunita mentre si rivestiva in fretta e furia.

«Sono d’accordo!» avevo replicato, pur non essendolo affatto.

E così, dopo un’intera settimana trascorsa cercando di evitarci, la nostra antica amicizia aveva preso il sopravvento, rinsaldando un rapporto che un attimo di folle passione (solo alcolica?) stava malamente rovinando.

 

                                          ****************************************

 

La sera, dopo cena, mentre sorseggiavo il caffè, Gina mi raccontò di quanta fatica gli era costato tirar su una figlia ribelle, che di studiare non ne voleva sentir parlare. «Quando, a soli vent’anni, ci venne a dire che voleva sposare Luca; io e il suo povero padre le provammo tutte per farle cambiare idea…»

Cos’aveva che non andava, Luca?» le chiesi allora, interrompendola.

«Era uno sfaticato!» rispose lapidaria.

Pur leggendo nello sguardo arcigno che fra genero e suocera s’ergeva alto il muro dell’incompatibilità, provai a domandarle: «E la famiglia da tirare avanti, non l’ha responsabilizzato?»

«Per niente…» fece, sbuffando. «Tre anni fa, quando la cartiera chiuse i battenti portandosi via i macchinari e lasciandoci quel mostro di cemento ricoperto da miglia di metri quadri di eternit da bonificare, Luca e gli altri operai stavano sfruttando gli ultimi scampoli di cassa integrazione… E’ dall’ora che aspetta, spaparanzato sul divano, che il lavoro vada a bussare alla sua porta», aggiunse con sarcasmo.

«Non potrebbe cercarsi qualche lavoretto per portare a casa qualcosa… Che ne so, per esempio potresti chiederlo a lui se gl’interessa sistemarmi l’orto», le dissi, cercando d’esserle d’aiuto.

«No, non accetterebbe mai…» replicò sconsolata. «Ti direbbe che non ha tempo, perché deve prendersi cura dei due bimbi, rassettare la casa, preparare il pranzo per Carolina che torna stanca dal lavoro…» Sospirò, fece vibrare la mano destra con tre dita aperte davanti al mio sguardo e proseguì: «Ben tre servizi s’è presa ‘sta povera figliola per tirare avanti la baracca. Fortuna vuole che non hanno né affitto, né tantomeno un muto sulle spalle; la casa l’ha ereditata da un’anziana zia, altrimenti non ce la potrebbero fare».

A quel punto mi sentii in dovere di ritirare la mia offerta: «Se le cose stanno così, se tua figlia ha già troppi servizi, sarebbe opportuno non gravarla con un ulteriore impegno».

«No, Edoardo, ogni lavoro, anche il più umile, è manna dal cielo per loro, credimi», replicò sconsolata.

“Ma tu, non la puoi aiutare?”, mi sovvenne di chiederle.

Gina scrollò il capo e, abbassando lo sguardo, rispose con un filo di voce: «Quaggiù, niente è rimasto come allora. Il borgo antico è un mortorio, la vita, gli esercizi commerciali, tutto si è spostato nella parte nuova del paese… Le cose cambiano in fretta… e per me, sono cambiate in peggio… le tasse, i fornitori da pagare, la banca che ti chiede di rientrare… si tira avanti a fatica, credimi».

Allibito, dopo averla sentita narrare il declino di quella che avevo sempre creduto una delle poche famiglie benestanti del borgo, avrei voluto chiederle come era potuto accadere; ma l’ingresso di un avventore pose fine alla conversazione.

«Scusa…» sussurrò. Poi, alzandosi indossò la maschera della perfetta locandiera e, recuperando un tono consono, si congedò dicendo: «Domani mattina, parlo con Carolina per quel servizio!»

Annuii e rimasi ad osservare l’allegria forzata con la quale intratteneva l’avventore; poi mi alzai, la salutai e me ne andai a fare quattro passi per le vie del borgo.

 

“La casa del maestro Scolari è stata ristrutturata, chissà chi ci abita ora?” mi chiesi mentre avvicinavo lo sguardo al citofono. Lessi il nome sulla targhetta. “Berlinghi… no, non mi dice niente; gli eredi devono averla venduta”, mi risposi.

Ripresi a camminare. “Ma poi, l’avrà avuto qualche parente? Io me lo ricordo sempre solo e incupito”, pensai ancora.

«Era un musone, ma era un brav’uomo, il maestro Scolari. Merita tutta la mia riconoscenza… senza di lui non sarei mai diventato, quello che sono”, riflettevo, guardando le case e salutando qualche raro passante.

 

                                           ****************************************

 

Il maestro Scolari, aveva accompagnato il mio percorso scolastico dalla prima elementare sino alla soglia delle medie; poi aveva proseguito aiutandomi con la matematica: materia ostica che mi procurava una specie di rigetto.

Rammento con immensa gratitudine come sapeva spronarmi, il maestro Scolari, quando sbuffando per non riuscire a venire a capo d’un problema, cedevo allo sconforto.

Il suo modo d’insegnare, il suo tono da nonno burbero ma buono, mi avevano conquistato da subito. Così, come si fa con i nonni, durante le ripetizioni di matematica, per dimostrargli il mio valore avevo preso l’abitudine di fargli leggere i miei temi d’italiano, materia in cui, modestamente, eccellevo.

Rammento ancora quella volta che, dopo aver letto un tema sulla religione per il concorso Veritas, indetto dalla diocesi (tema per il quale venni premiato con il secondo posto dal vescovo in persona) aveva sentenziato, sbalordito: «Questa è roba seria!» Poi, dandomi una pacca sulla spalla, aveva esclamato: «Bravo!»

Un complimento di tale portata, ricevuto da un uomo per cui nutrivo un profondo rispetto, e che sapevo essere riuscito, tempo addietro, a dare alle stampe due suoi lavori (una raccolta di poesie e la storia del borgo dal medioevo fino al secondo dopoguerra), mi aveva reso felice.

Furono le ripetizioni di matematica del maestro Scolari, a consentirmi di superare le medie di slancio; così, quando s’era trattato di scegliere come proseguire negli studi, m’era parso giusto chiedergli consiglio. «Liceo classico!» aveva tuonato lapidario. E liceo classico fu!

Quella volta, c’eravamo salutati con molta malinconia da parte di entrambi, stringendoci la mano. «Come si fa tra veri uomini», aveva detto lui, tradendo un poco di commozione.

Era sicuro, il maestro Scolari, che da lì in avanti se ci fossimo visti per strada ci saremmo scambiati un saluto o poco più. E a dire il vero, lo ero anch’io.

Non potevo certamente sapere, quel giorno, che il maestro Scolari sarebbe stato il grimaldello che mi avrebbe aperto le porte della casa editrice.

 

Le lunghe ed estenuanti giornate nell’ufficio del consorzio agrario erano, per me che ambivo a ben altro, una vera tortura. Così, per rompere la monotonia dei tempi morti, sempre abbastanza lunghi, che intercorrevano fra l’uscita e l’entrata di un nuovo cliente, avevo iniziato ad immaginare storie che narravano del duro e poco remunerato lavoro dei contadini della bassa.

Ascoltare le lagnanze degli agricoltori in piedi davanti alla mia scrivania, mentre compilavo le bolle per il ritiro delle sementi, degli erbicidi e quant’altro offrisse il consorzio, era per me fonte d’aurea ispirazione; e quando questi lasciava l’ufficio (molto spesso sacramentando per il clima, sempre troppo secco o troppo piovoso), attingendo a ciò che avevo appreso in quei pochi minuti, buttavo giù appunti sopra un notes che, per non farmi cogliere in fallo, tenevo dentro un cassetto della scrivania: tirandolo alla bisogna e richiudendolo in fretta all’approssimarsi di un nuovo cliente.

Poi, la sera, a casa dopo cena, tiravo fuori la mia “Olivetti lettera 22”, la sistemavo sul tavolo accanto al notes, aperto sugli appunti buttati giù in giornata, e riempivo fogli su fogli di parole, frasi, paragrafi e capitoli di quello che sarebbe diventato il mio primo romanzo.

«E adesso? Che ne faccio… a chi posso farlo leggere?» mi ero chiesto alla fine, osservando la mezza risma, satura del sudore della mia mente. «Il maestro Scolari, e chi se no!» avevo esclamato poco dopo.

 

«Il testo… è scritto in modo corretto…» aveva esordito, mentre io pendevo dalle sue labbra. «Per quel che riguarda i contenuti, invece…» nel lungo attimo di pausa che s’era concesso prima di entrare nella trama, avevo sentito il cuore pulsare sin dentro le orecchie, «c’è davvero tanta roba… mi è particolarmente piaciuto come hai trattato il tormento del docente di filosofia, che si vide costretto a prendere la tessera del partito fascista per non abbandonare i sui allievi a metà del guado… Credo che non sia necessario aggiungere altro!»

No, non era necessario aggiungere altro!

“Come poteva non colpirlo, il docente di filosofia, disegnato attorno alla sua tormentosa figura di maestro, che accettò di piegarsi pur di non spezzare il legame con la sua scolaresca”, pensavo, osservandolo con affetto e ammirazione, nell’attimo di commossa pausa che l’avrebbe portato a concludere: «A mio modesto parere, merita di essere pubblicato!»

In quel momento, l’avrei abbracciato e baciato, se il suo sguardo che incuteva rispetto non mi avesse trattenuto dal farlo. «Se, e dove lo trovo un editore disposto a pubblicare il romanzo di un perfetto sconosciuto», avevo obiettato sconsolato, posando la mano sui fogli.

Il maestro Scolari, osservando i fogli impilati, s’era messo a riflettere a sua volta. «Se ti fidi, posso provare col mio editore… E’ un bel po’ di anni che non lo sento… fai una coppia del testo; poi ci penserò io a spedirlo alla casa editrice, accompagnato da una lettera di presentazione… Ti senti di fare ‘sto lavoraccio?» mi aveva chiesto alla fine, restituendomi il manoscritto.

«Certo che sì! La ringrazio immensamente, maestro Scolari», avevo risposto entusiasta.

 

Una settimana dopo, la coppia del testo era tornata sul tavolo del maestro Scolari, pronta per essere spedita, accompagnata da una sua lettera di presentazione, alla casa editrice… il resto, è ormai storia.

 

                                           ***************************************

 

«Questo è Carmelo!» disse Gina, presentandomi un pimpante ottuagenario quando tornai in locanda.

La figura ricurva, la mano nodosa che andavo a stringere, oltre alle profonde rughe e la pelle riarsa, raccontavano di una lunga vita trascorsa a lavorare la terra.

Ci sedemmo ad un tavolo e, davanti al secondo bicchiere di rosso che mi premurai di offrirgli, raggiungemmo l’accordo sul salario da corrispondergli per sistemarmi l’orto “a regola d’arte”.

«Ci vediamo domani mattina, alle sette!» annunciò congedandosi.

«Mi pare un po’ prestino», provai a obiettare.

Carmelo emise una gran risata, mostrando i pochi denti ingialliti anneriti dal fumo tra gli interstizi; poi, con la sua voce cavernosa mi spiegò che: «Certi lavori, come estirpare le erbacce, preferisco farli col fresco, prima che si sveglino api e calabroni… Le sette, è già abbastanza tardi, mi creda».

 

Il rumore proveniente dallo scoppiettante scarico dell’Ape-car 50 color verde militare di Carmelo, si spense insieme all’ultimo dei sette rintocchi del campanile. «In perfetto orario», osservai salutandolo, prima di mostrargli il lavoro da fare.

Mentre Carmelo scaricava gli attrezzi dall’Ape-car, entrai in casa. Contrariato dal persistente odore di stantio, dopo aver spalancato le finestre uscii e chiesi a Carmelo se conoscesse qualcuno che potesse dare una rinfrescata ai locali. «Faccio io, non si preoccupi!» esclamò deciso, entrando a dare un’occhiata.

Osservò, rapido, prima la cucina, poi la camera e infine il bagno. «E’ un bugigattolo; due giorni, due mani di pittura e l’odore di muffa sparirà… inizio appena le allacciano l’acqua, se è d’accordo», concluse sbrigativamente, tornando sveltamente a occuparsi dell’orto.

«Va benissimo», feci, seguendolo all’esterno.

«La rete sul confine è marcia, che faccio, la sostituisco?» mi chiese mentre la strappava dai sostegni.

«Direi proprio di sì», risposi. Poi, stupito dall’iperattività di quel ometto tutto nervi, gli chiesi: «Pensa di fare da solo?»

«Se vuole darmi una mano, è il benvenuto», rispose ironicamente, continuando a falciare l’erba.

«Finirei col combinare disastri», replicai ridendo. Prima di domandargli: “Mi tolga una curiosità, Carmelo, quali altri mestieri sa fare?»

A quel punto Carmelo si arrestò, si deterse il sudore dalla fronte con il dorso della mano che stringeva il falcetto e rispose: «Dopo la guerra, non si poteva mica scialacquare… denaro non ce n’era proprio, ci si doveva arrangiare a fare di tutto. Mica potevo limitarmi a vangare la terra e mandare la casa in malora…» poi, aprendo le dita della mano sinistra una dopo l’altra, enumerò inorgoglito i mestieri in cui, alla bisogna, era in grado di calarsi: «contadino, falegname, muratore, pittore, idraulico… tutto so e posso fare!»

«Complimenti! Ne terrò conto», replicai prima di congedarmi. «Ora la devo lasciare, mi aspetta un lungo ed estenuante tour da un ufficio all’altro per aprire le utenze.»

«Buona fortuna!» fece lui, tornando a falciare l’erba.

 

Una donna dai capelli corvini, scarmigliati, arrivando trafelata in bicicletta arrestò la corsa davanti al cancello mentre mi apprestavo a varcarlo.

«Tu dovresti essere l’Edoardo scrittore!» m’apostrofò con voce squillante.

Bastò un fugace sguardo, per capire da chi avesse preso il taglio orientallegiante dei bellissimi, grandi occhi grigioverdi.

«Lo sono… Tu, invece, sei sicuramente, Carolina… Ti ricordo alta la metà», risposi sorridendo.

«Io invece non ti ricordo proprio!» ribatté freddamente, andando subito al sodo: «Mia madre mi ha detto del lavoro, quand’è che posso iniziare?»

«Sto andando proprio ora a fare richiesta per le utenze. Quando mi allacceranno almeno l’acqua, così da permettere a Carmelo di dipingere gli ambienti, potrai iniziare… Te lo farò sapere tramite tua madre», le spiegai.

«Ok, fammelo sapere!» fece lei. Aggiungendo mentre girava la bicicletta: «La paga è di cinque euro all’ora, ti sta bene?»

«Si può trattare?» le chiesi ironicamente.

«No!» esclamò lapidaria. «Se permetti, il valore delle mie prestazioni lo decido io! Ora devo andare, ciao!» concluse, incendiandosi in volto mentre iniziava a pestare sui pedali.

“Però! Sa quello che vuole, la ragazza… un tipo da prendere con le pinze”, pensavo, guardandola allontanarsi pedalando come un’ossessa.

 

«Mi sa che dovrai sopportarmi per più di una settimana», informai Gina, tornando in paese dopo che mi fu comunicato la data degli allacci alle reti dei servizi.

«Non c’è problema!» fece lei senza alzare lo sguardo, continuando ad apparecchiare il tavolo per l’unico ospite della locanda.

 

In attesa di potermi trasferire a casa mia, impiegai quella settimana di transizione per recarmi in un centro commerciale poco distante a comprare materassi, lenzuola e cuscini per il letto, scope detersivi e quant’altro servisse per la pulizia della casa; così da non farmi trovare impreparato dalla fumantina Carolina.

 

«Ottimo lavoro!» esclamai soddisfatto, osservando i locali lindi e il letto preparato per la notte.

«Maglie, mutande e calzini, sono nel primo cassetto», mi spiegava Carolina, indicando il comò. «Nel secondo ho sistemato le camice. Mentre il terzo è incastrato e non l’ho potuto usare.»

Provai a tirarlo. «Non va proprio», constatai riprovando con più forza. «Per ora lasciamolo così, chiederò a Carmelo di sistemarlo», conclusi, rinunciando ad aprirlo.

«Puoi anche lasciarlo così. Tanto l’altra roba l’ho messa nel cassetto sotto l’anta a specchio dell’armadio», m’informò, indicandolo.

 

“Che strana sensazione. E’ come essere sospeso dentro un passato immobile; il mobilio, le suppellettili, sono circondato da oggetti privi di vita. Io stesso, se pur vivo e vegeto, mi sento un corpo estraneo… manca qualcosa… mancando mia madre, manca il motore che possa far scorrere il tempo a ritroso. Speriamo almeno che tutto questo serva a farmi ritrovare l’antica vena narrativa”, riflettevo sdraiato, la prima notte dopo tanti anni, dentro il lettone di mia madre.

 

«Stai scrivendo un racconto?» mi chiese Carolina arrivando dalla camera, notandomi concentrato davanti allo schermo del pc.

«Sto leggendo e rileggendo un incipit… ma non mi convince… non mi convince proprio», risposi, premendo nervosamente il tasto “cancella”.

«Posso guardare?» domandò, portandosi alle mie spalle.

«Mi spiace, l’ho appena cancellato», risposi contrito, indicando la pagina intonsa.

«Peccato, avrei potuto aiutarti», fece lei, riprendendo la scopa che aveva appoggiato a una sedia.

«Aiutarmi?! E in che modo?» le chiesi incuriosito.

«Boh, non lo so!» rispose, mettendosi a scopare il pavimento.

Rimasi a osservarla, cercando di comprendere la sua palese insoddisfazione; quel suo essere sempre sul chi va là, m’intrigava; scavando dentro lei, scoprendo il modo di pensare della sua generazione, forse avrei potuto rendere più attuale il mio stile narrativo.

«Hai mai letto uno dei miei romanzi?» provai a chiederle.

«Sì, un paio, li aveva comprati mia madre», rispose mentre appoggiava le mani, una sopra l’altra, sul manico della scopa.

«Come ti sono sembrati?» proseguii, appoggiando i gomiti sul tavolo.

«Dei mattoni!» rispose senza eufemismi.

«Dei mattoni… eh», feci, mettendomi a tamburellare con le dita della mano destra.

«Già!» ribadì in tono di sfida.

E quando le domandai: «Potresti esplicitare meglio il concetto?» non si fece certo pregare.

«Per descrivere un ambiente… tipo questo», iniziò a dire, volgendo lo sguardo all’intorno, «basterebbero un paio di paginette…»

«Sì, per i muri, forse potrebbero bastare», la interruppi con sarcasmo.

«Chi non sa ascoltare non si può correggere, è questo il tuo problema!» sbottò, zittendomi. Indicò la caffettiera. «Le due pagine tu le bruceresti solo per descrivere quell’oggetto! La tua è una scrittura troppo barocca… Non sei rock!»

Incredulo, mi misi a riflettere su come, venti anni o poco più, la differenza di età tra me e Carolina, potessero stravolgere il modo di comunicare emozioni. «Dunque, per te sono vecchio, superato», tirai le somme sconfortato.

Carolina sbuffò. «Giovane non sei di certo, ma superato… potresti anche non esserlo; sta tutto lì, nella tua testa», disse, sfiorandomi con l’indice la fronte.

“Potrebbe essere come dice lei”, pensai. Prima di farle la mia proposta indecente: «Se ti facessi leggere delle pagine che ho scritto, te la sentiresti di aiutarmi a renderle più appetibili ad un lettore… chiamiamolo pure “rock”?»

«Uhm…» fece lei. «Mi porterebbe via un sacco di tempo.»

«Potresti venire quando hai terminato gli altri servizi. Non ho problemi di orario, mattino, pomeriggio, sera... scegli tu, l’ora e i giorni», ribattei quasi implorandola.

Al che, prese la palla al balzo. «Ok! Per questo tipo di prestazione, devi pagarmi… dieci euro l’ora!»

«Addirittura il doppio, ma è una rapina!» esclamai ironicamente.

«E’ il minimo sindacale, prendere o lasciare!» replicò a tono, regalandomi il primo accenno di sorriso.

«Accetto! Qua la mano!» feci, allungando la mia.

«Affare fatto!» esclamò, stringendola.

 

E così ebbe inizio la proficua collaborazione che avrebbe accompagnato passo dopo passo la stesura di un nuovo romanzo.

Dopo aver battuto paragrafi, o interi capitoli, usando uno stile un po’ meno barocco del solito, la chiamavo e quando arrivava, ci mettevamo seduti uno accanto all’altra; e lì, leggendo dallo schermo del pc, aperto sopra il tavolo della cucina, si discuteva e ci si scontrava, senza risparmiarci battute, più o meno pungenti, sulla miglior forma da usare per rendere il testo più appetibile; sino a raggiungere un compromesso soddisfacente per entrambi.

La seduta terminava immancabilmente con la rilettura del testo riveduto, correggendo in allegria qualche refuso sfuggito ad entrambi.

Il romanzo cresceva, insieme all’empatia; osservandola, a un mese dall’inizio della nostra collaborazione, mi chiedevo quale magia avesse mutato la donna introversa e spigolosa, nella solare amica con la quale dialogare per ore camminando nella brughiera, senza accorgersi del tempo che scorre.

Furono i colori dell’autunno a disvelare l’arcano. «Dell’autunno, amo i colori e nient’altro», commentò immalinconita, guardando dalla finestra gli alberi ingialliti sul declivio.

Mi avvicinai e, guardando le foglie caduche, le confidai: «Io, invece, lo odio in toto!»

«Perché?» mi chiese, guardandomi perplessa.

«L’autunno e la penultima stagione della vita… La mia!» risposi desolato, sentendomi addosso tutto il peso dei miei sessant’anni.

«Io, potrei regalarti una nuova e diversa estate, se solo lo desiderassi», sussurrò, sfiorandomi la mano.

«Lo desidero», ebbi solo la forza e il tempo di mormorare, prima che la passione travolgesse entrambi.

 

Ora che eravamo amanti, dovevamo cercare di non farci scoprire da suo marito e, per quanto mi riguardava, da Gina.

Non potendo mutare repentinamente abitudini consolidate, per non destare sospetti continuai a recarmi in locanda di buon mattino per consumare la colazione; sperando che dallo sguardo non trasparisse il timore di essere scoperto, quando sentivo le pulsazioni salire perché, Gina, pareva osservarmi in modo insolito.

 

Finalmente, a fine novembre, il romanzo era pronto per essere inviato, tramite mail, alla casa editrice.

«Lo faccio?» le chiesi con l’indice posizionato sul tasto “invio”.

«Fallo, sarà un trionfo!» rispose Carolina e baciandomi premette con il palmo della mano sul dorso della mia con l’indice teso sul tasto.

«Ora, non resta che attendere», annunciai alla fine.

«Quanto tempo?» domandò impaziente.

«Un mese, forse due», risposi.

«Troppo! Portami via ora!» sbottò, andando a sedersi sul divano.

Lo sguardo arcigno preannunciava tempesta. Mi accomodai accanto, ma quando le sfiorai il viso col dorso della mano, si ritrasse, puntando lo sguardo dall’altra parte.

Sospirai, poi ribadii quel che avevo cercato di farle capire altre volte, durante i momenti di depressione: «Devi metterti in testa che non puoi scappare. L’abbandono del tetto coniugale può avere conseguenze assai rischiose, potresti perdere la potestà genitoriale…»

«Se le cose stanno così, allora per noi non ci potrà mai essere futuro», m’interruppe sconfortata.

Cercando di mantenere un tono pacato, provai a spiegarle che: «Ci sarà un futuro, se troverai il coraggio di chiedere la separazione a tuo marito».

«Non ce la faccio… Parto con le migliori intenzioni, ma quando me lo trovo davanti… non ce la faccio», singhiozzava, stringendo il volto fra le mani.

«Io sono pronto a prendermi cura dei bambini. Ma per poterlo fare, devi ottenere la custodia dei minori… se scappassimo ora, non troveremo nessun giudice disposto ad affidare i bambini a due incoscienti», insistetti, accarezzandole i capelli.

Attesi che smettesse di piangere, poi le chiesi: «Stai meglio?»

Carolina si raggomitolò addosso a me. «Sì, accanto a te mi sento al sicuro», rispose con un filo di voce.

Sospirai. «Devi chiedere la separazione… amore», sussurrai, baciandola sulla fronte.

«Lo farò, stasera stessa lo farò», annunciò, espirando.

Troppe volte l’aveva detto, per poterle credere; in cuor mio ero certo che, anche stavolta, confrontarsi a viso aperto con suo marito si sarebbe rivelato un ostacolo insormontabile per la fragile Carolina.

 

Alle undici di sera leggevo, stupefatto, il messaggio sul cellulare: «L’ho fatto, ora mi sento sollevata… ti amo!»

 

Il mattino seguente, Carmelo si presentò davanti alla porta con la cassetta degli attrezzi in mano.

«Ciao Edoardo, qual è la finestra da sistemare?» mi chiese.

«Quella della camera, vieni», risposi, invitandolo ad entrare.

La finestra che non si chiudeva bene lasciava filtrare troppi spifferi, così, prima che l’inverno iniziasse a picchiare duro, avevo chiesto a Carmelo di sistemarla.

«Già che ci sei, prova a dare un’occhiata all’ultimo cassetto del comò. Vorrei poterlo aprire per togliere i maglioni pesanti dall’armadio e metterli più a portata di mano», gli dissi, indicandolo.

«Poi te lo sistemo», rispose, iniziando dalla finestra.

 

Mi recai in cucina, accesi il pc e diedi un’occhiata alla casella di posta elettronica per vedere se ci fosse qualche messaggio dell’editore.

Poi, in attesa che Carmelo terminasse il suo lavoro, iniziai a svogliare le pagine dei notiziari.

«Se non c’è altro, io avrei finito», annunciò Carmelo, arrivando dalla camera reggendo la cassetta degli attrezzi con la mano destra. Poi, posando sul tavolo una scatola di metallo grigia che teneva nella sinistra, mi spiegò che: «L’usura delle guide, abbassando il cassetto lo ha fatto incastrare con la scatoletta che qualcuno ha nascosto sul fondo del comò».

«Sarà stata mia madre, molto tempo fa», risposi con noncuranza, spegnendo il pc prima d’indossare il giaccone. «Vado in locanda a far colazione, posso offrirla pure a te?» gli domandai.

«Ti ringrazio, sarà per un’altra volta, ora non ho tempo», rispose Carmelo.

«Come vuoi, dimmi quanto ti devo?» gli chiesi allora.

Carmelo si grattò la testa. «Quanto ti potrei chiedere? C’avrò impiegato dieci minuti in tutto… Facciamo così: diciamo che, oltre alla colazione, mi sei debitore anche di un aperitivo», rispose, ridendo.

«Ti ringrazio, vedrò di sdebitarmi al più presto», replicai, uscendo di casa insieme a lui.

 

«Qualcosa non va?» chiesi a Gina, notandola stranamente silente mentre posava, distrattamente, la tazza del cappuccino sul tavolo.

Guardò verso l’ingresso per vedere se stesse entrando qualche avventore. «Sono preoccupata per mia figlia», rispose angosciata, sedendosi accanto a me.

Capii subito che cercava un amico con cui sfogarsi. «Ne vuoi parlare?» le domandai, dandole la possibilità di farlo.

Gina annuì. «Stamane, quando è passata per le pulizie, mi ha detto che vuole separarsi da Luca.»

“Non credo le abbia detto di noi, avrebbe reagito in tutt’altro modo”, riflettei.

«Non mi aiuta vederti inebetito! Di qualcosa, qualsiasi cosa!» sbottò.

All’esortazione che mi colse impreparato mentre riflettevo su come pormi difronte all’inattesa rivelazione, reagii d’istinto, cercando d’alleviare la sua pena con una punta d’ironia: «Beh, dovresti essere contenta, non lo hai mai potuto soffrire tuo genero».

La reazione di Gina mi lasciò allibito. Dopo un pianto liberatorio, tra un singulto e l’altro, asciugandosi le lacrime espresse i suoi timori: «Ho paura, Edoardo, paura che finisca col farsi molto male».

«Perché dovrebbe, ti ha confidato qualcosa?» mi venne logico domandarle.

«Quando le ho chiesto se ci fosse qualche altro uomo, lei ha negato… Conosco troppo bene mia figlia, per non capire quando mi sta nascondendo qualcosa… la mia paura è che possa essersi fatta abbindolare da qualche poco di buono… Sono disperata, credimi», rispose accorata.

“Che fare, lasciarla macerare nella sua disperazione, o provare a risollevarla dicendole la verità?” riflettevo, osservando lo sguardo di una madre in apprensione.

«Non è un poco di buono», iniziai timorosamente.

«Cosa! Tu lo conosci?» fece lei sbalordita.

«Sì», sussurrai appena, abbassando gli occhi. E tanto bastò.

«Sei un bastardo!» proruppe. «Avrei dovuto immaginarlo, come aveva un attimo di tempo correva da te. “Mi paga perché lo aiuti a scrivere un romanzo”, diceva. E io, stupida, a crederci senza manco domandarmi come può uno scrittore affermato farsi aiutare dalla donna di servizio… Sei un porco!»

«Lasciami il tempo di spiegare…» provai a dire, tenendo basso il tono. Prontamente interrotto: «Spiegare?! Non c’è niente da spiegare! Ti sei voluto vendicare portandoti a letto Carolina, perché non ti ho accolto nel mio!» tirò le somme rabbiosa.

A quel punto, alzando il tono, mi parve giusto difendere il mio onore sviscerando tutto: «Non è così! Amo alla follia tua figlia! E appena otterrà la separazione la porterò via da qui, assieme ai suoi figli… Ti prometto che saprò fare felice lei come marito, e i tuoi nipoti come padre… Mi spiace vederti soffrire, Gina, ma non c’è altra soluzione. Devi accettare la situazione, fallo, non per me, ma per il bene di tua figlia e dei tuoi due nipoti».

Dopo aver ascoltato sconvolta la mia verità, Gina reagì cadendo in una lungo riflessivo silenzio. Dal quale riemerse dicendo con un filo di voce: «Carolina, potrebbe essere tua figlia».

«La differenza d’età, non è un ostacolo alla felicità. Posso farti innumerevoli esempi di coppie felici con ben più di vent’anni di differenza… e coppie di coetanei infelici», obiettai.

«No, non hai capito…» fece lei, alzando lo sguardo e puntandomi contro l’indice. «Tu, potresti essere suo padre!» esclamò.

«Tu sei pazza!» le urlai in faccia.

Gina corse a chiudere la porta a chiave, in modo che nessuno potesse entrare; tornò a sedersi e mostrandomi le cinque dita della mano destra proseguì: «Quando rimasi incinta, frequentavo carnalmente cinque ragazzi… uno di questi fosti tu…»

«Per una volta, una sola volta!» precisai, interrompendola.

«E allora? Non lo sa il grande letterato, che può bastare anche una sola goccia?» ribatté sarcastica.

«E una madre non lo sa, o finge di non saperlo, che i bambini nascono dopo nove mesi?» replicai a tono.

«Anche dopo sette, se è per questo… E se Carolina fosse nata settimina, entreresti in gioco anche tu», insistette Gina, destabilizzandomi.

Tornai con la mente al tempo incriminato, per cercare un appiglio a cui aggrapparmi. «Ricordo che quando tua madre, con la neonata nella carrozzina venne a mostrarla alla mia, affermò inorgoglita che pesava ben tre chili e mezzo… un po’ troppo per una settimina, mi pare.»

Gina mi dedicò uno sguardo pietoso. «Che ne vuoi sapere tu, del peso dei neonati», ribatté. Poi, mostrandomi di nuovo le cinque dita, concluse acida, alimentando scenari inquietanti: “Hai una possibilità su cinque di essere suo padre… te la senti di rischiare? Se te la senti, accomodati pure. Ma come farai ad addormentarti ogni sera accanto lei, portandoti dentro l’atroce dubbio d’aver fatto l’amore con tua figlia?»

«Quando si dice una donna generosa in tutti i sensi. Non ti risparmiavi all’epoca, eh?» l’apostrofai, usando del pesante sarcasmo.

«Che ci vuoi fare, arrivavano a frotte, i più bei fusti della bassa per farmi la corte», replicò a tono.

Si alzò di scatto e ciabattando nervosamente raggiunse l’entrata, spalancò la porta e fissandomi nello sguardo con occhi fiammeggianti, sibilò schifata: «Vattene, vecchio pervertito!»

 

C’avevo tanto sperato che Carolina fosse il frutto del nostro folle attimo d’amore, ma dopo il parto, un semplice calcolo aritmetico, una sottrazione, aveva posto una pietra tombale su dubbi e speranze: Gina era già in dolce attesa quando mi si concesse; ma ora, tutto tornava in discussione.

 

“Gina mi sta incastrando, o sta dicendo la verità?” mi domandavo, facendo e rifacendo conti, camminando verso casa e poi seduto davanti al pc, interpellando siti che trattavano l’argomento; provando a non far coincidere quel dannato giorno di luglio con il numero sette dei mesi di gestazione. Alla fine convenni che, seppur remota, una possibilità che fossi il padre, ci poteva stare.

«Non resta che l’esame del DNA!» esclamai. Poi mi concentrai sul modo di ottenerlo senza dover informare Carolina. «Dovrebbe essere abbastanza semplice: basta prendere con le dovute cautele un bicchiere dove ha precedentemente appoggiato le labbra, portarlo in laboratorio, e il gioco è fatto!» sciorinai sollevato, rammentando un racconto giallo che lessi qualche mese addietro.

Fu in quel momento che l’occhio mi cadde sulla scatoletta di metallo grigio, l’afferrai. «Chissà cosa conterrà?» mi chiedevo, ruotandola davanti allo sguardo.

Aprii il coperchio e ci guardai dentro. «Una fotografia!» esclamai mentre la prendevo. «Io e Gianni il mugnaio il giorno della cresima», aggiunsi sorpreso, guardando l’immagine seppiata che ritraeva un bambino accanto al suo padrino.

Tornai a guardare dentro la scatola. «Una busta!» esclamai nuovamente.

Trassi la busta ingiallita dalla scatola, la aprii. “Una lettera. Chi se non il padre che non ho mai conosciuto potrebbe aver scritto a mia madre?”, mi chiesi, dispiegandola.

Con il cuore in subbuglio iniziai a leggere con foga: «Cara Virginia, sono riuscito a mettermi d’accordo col notaio. Certificherà d’aver ricevuto la somma in contanti per la compravendita della casa, e stipulerà il rogito senza che ci sia passaggio di denaro davanti a lui da parte tua. Per quanto riguarda il piccolo Edoardo, mi occuperò personalmente del mantenimento di nostro figlio, corrispondendoti mensilmente una somma congrua. Devi pazientare ancora un poco; sto terminando di mettere da parte, una dopo l’altra di nascosto, le ultime lire da mostrare a Marta dopo la stipula, in modo che non abbia a sospettare che la vecchia casa dei miei nonni, dentro la quale risiedi da anni come affittuaria, te l’abbia praticamente donata. Lei e Luigina non dovranno mai sapere di noi. Ti amo alla follia». Lessi la firma in calce. «Gianni!» esclamai esterrefatto.

 

Osservando attonito la foto del mio “padre e padrino”, convenni che non fosse più necessario l’esame del DNA per dirimere la questione; dato che, nella peggiore delle ipotesi mi sarei portato a letto mia figlia e mia nipote… e nella migliore, soltanto mia nipote; essendo Carolina figlia della mia sorellastra.

 

                                                        FINE

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L'AUTORE Vecchio Mara

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Paolo Guastone il 2019-02-19 10:39:01
Questo me lo ricordo e l'ho riletto con molto piacere. Non c'è niente da fare: i luoghi ci riconoscono e ci inviano dei segnali. Ben ha fatto l'editore a consigliare al protagonista di tornare là, dove tutto era iniziato, dove i ricordi si fanno più vivi e dove, alla fine, ritroviamo noi stessi.

Vecchio Mara il 2019-02-19 13:09:39
è un racconto molto lungo, ma essendo uno dei miei preferiti ho trovato giusto riproporlo, cambiando il titolo (prima era: Il borgo del buon ricordo). Ti ringrazio. Ciao Paolo

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