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Storia di Sam.

"PUNTO E A CAPO" Racconto Giallo / Noir / Thriller

di Rubrus

pubblicato il 2019-02-13 18:40:51


UN POSTO DOVE TORNARE
Le donne che si hanno e quelle che non si hanno vivono in mondi diversi.
Io non scelgo tra questi due mondi; vivo in tutti e due.
Raymond Chandler / Philip Marlowe “The Pencil”
 
Prendeva sempre la stanza che guardava il faro, puntato verso il cielo biancastro quasi indicasse qualcosa.
La sera sedeva in veranda con un bicchiere di menta ghiacciata, lindo e innocente come ricordi d’infanzia.
La vecchia gli portava i pasti, piccanti e odorosi di spezie, e svaniva in un fruscio di gonne nere. In tanti anni non si erano mai guardati negli occhi.
A volte, mentre Sam cenava, la ragazza si sedeva all’estremità opposta del tavolo, senza parlare, come per fare il pieno di silenzio prima dell’arrivo dei turisti.
Qualche volta lo accompagnava sino al faro e, poiché la strada era scoscesa (solo un sentiero per capre tra le pietre rossastre e la macchia), a tratti gli dava la mano, mentre la vecchia li guardava dalla finestra della cucina.
Si sedevano sui gradini sbeccati e gettavano pezzi di pane ai gabbiani. Alcuni frammenti volavano giù, dove il mare incontrava gli scogli.
A un certo punto lei gli sorrideva e Sam capiva di dover tornare.
E così, ogni anno, tornava.
 
L’ultima volta, la sera prima della partenza, lei gli si era avvicinata e, senza che lui lo avesse chiesto, gli aveva aggiustato il nodo della cravatta. La vecchia li guardava dal bancone.
«Single?» aveva chiesto la ragazza nel ronzio incostante del ventilatore appeso al soffitto.
Solo era stato sul punto di rispondere, ma, all’ultimo, si era corretto e aveva balbettato qualcosa come «Ssscapolo».
Lei aveva sorriso di nuovo. «Si vede dall’abbinamento con la camicia» aveva detto.
Allora lui aveva capito di dover smettere.
  
«Non te ne puoi andare in pensione così, Sam. Non in questo mestiere».
«Sai dirmi quale mestiere, oggi, assicuri una pensione?».
«Questo mestiere assicura una pensione. La famiglia può darti una pensione. Ma non sei tu a decidere quando prendertela».
«Posso sempre rinunciarci».
«Non farmi lo scemo, Sam. Non provarci. Il boss ha detto no e quindi è no. Sarebbe uno sgarro, capisci?».
«Non lo è».
«Lo so. Io lo so, tu lo sai e anche il boss lo sa, ma non è questo il punto. Il punto è che sembra uno sgarro. Una mancanza di rispetto. E questo non è possibile. Lo sai che cosa va in giro a dire Sonny Lo Bianco? Che è tutta una finta e che in realtà tu ti sei venduto ai federali».
«Sonny dice sempre un sacco di cose, così tante che una bocca sola non gli basta. Magari, uno di questi giorni, qualcuno gliene apre un’altra in mezzo alla fronte».
«Sonny ce l’ha con te dai tempi di Big Mike, lo sai, però qualcuno dice che potrebbe avere ragione, così adesso il boss è costretto a dimostrare che tu sei un bravo ragazzo e che non hai bisogno di nessuna… raddrizzata. Sta cercando di darti una mano, Sam, e anch’io ci sto provando, anche se non capisco perché».
«Forse perché ti sei innamorato di me. Tua moglie lo sa?».
«Sam, dannazione, non puoi almeno aspettare? Giusto qualche mese, tanto da lasciare che la faccenda si sgonfi, che Sonny la smetta di blaterare e che la famiglia ti dia la sua benedizione. Poi potrai andartene dove vuoi, probabilmente all’inferno».
Sam guardò Tony Milazzo. Da quando due pallottole di Ryan Kelly gli avevano sfasciato la rotula, Tony aveva smesso di camminare ed era ingrassato in modo spaventoso. Se fosse andato avanti così, difficilmente sarebbe arrivato alla pensione.
«Non posso, Tony. Tra due settimane inizia l’alta stagione e io non voglio trovarmi in mezzo ai turisti».
 
La vecchia non c’era più. Se n’era andata da qualche mese, con le prime burrasche che portavano la sabbia dal deserto. Ora la sua foto stava sul bancone, tra un portamatite e un mazzo di fiori freschi. Per la prima volta poteva guardarla negli occhi.
La ragazza gli portò la cena e si sedette dall’altro lato del tavolo, come al solito.
Il sapore era quasi lo stesso, forse con po’ meno spezie. Probabilmente non aveva avuto molto tempo per curare l’orto. È così che cambiano le cose: perdendo, a poco a poco, la presa sul tempo, fino a scivolare nel niente.
«È dura da quando mamma non c’è» disse lei. Indossava un vestito scuro, a pallini bianchi. I capelli erano po’ più lunghi, più mossi. Si agitavano nel vento salato.
«La solita passeggiata al faro?» chiese.
Lui sorrise. «Dopo la solita menta ghiacciata».
La ragazza si eclissò in cucina e Sam la seguì con lo sguardo. Si era fatta più tornita, più donna. La fatica di portare avanti la locanda da sola l’aveva irrobustita.
Tornò poco dopo col bicchiere appannato e, quando glielo porse, fece scivolare le dita sulla superficie umida fino a toccare le sue.
«Vado a mettermi un paio di scarpe più comode» disse.
Si allontanò di nuovo e Sam la sentì salire le scale, poi più nulla.
Trasse un lungo sospiro, come per prepararsi a qualcosa, poi bevve un sorso.
La menta aveva il sapore che si aspettava ed era così fredda che una lacrima gli scese lungo la guancia.
O forse, nell’aria, c’era qualche granello di sabbia.
 
Mentre salivano al faro, lei gli tese la mano e fecero l’ultimo tratto di strada di corsa, ridendo.
Quando furono in cima, Sam fece girare lo sguardo tutt’intorno, poi lo posò sulla ragazza.
Non era la perfezione, ma ci era dannatamente vicino, un po’ come Adamo sfiora il dito di Dio nella Cappella Sistina.
Lei lo baciò e spalancò gli occhi quando non avvertì il sapore della menta.
«Era amara» disse lui.«C’è un sottofondo amaro che non riesci a eliminare, ma Big Mike metteva sempre molto zucchero, nel caffè. Sonny avrebbe dovuto dirtelo».
La ragazza urlò e lottò parecchio – non avrebbe resistito così tanto se non avesse avuto quelle scarpe comode che facevano presa sul terreno – ma alla fine volò giù, mentre i gabbiani strillavano in attesa di un pasto che non arrivava.
Le onde si incresparono appena, quel tanto che bastava a lavare il sangue dagli scogli.
Sam si sedette sui gradini sbeccati e guardò il vecchio faro che indicava qualcosa.
Ma non era il posto nel quale tornare.
 
 
 
L’UOMO CHE AGGIUSTAVA LE COSE
Dormiva con quell'abbandono raccolto
che hanno molte donne e tutti i gatti
(Raymond Chandler “Aspetterò” 1939)
 
Diceva che il suo nome era Sam.
Riparava stufe, trattori, qualche volta vecchi fucili da caccia. Lo chiamavano “l'uomo che aggiusta le cose”.
Abitava dal vecchio Cy Deveraux, nella baracca accanto all'ansa del fiume. Quando aveva detto di poterne riparare il tetto, Cy aveva scommesso contro di lui e aveva vinto un centone. 
Faceva la spesa da Glynis Ruelle, che aveva un emporio poco fuori il paese, dove la strada sfiorava il confine del bosco.
Ci andava poco prima della chiusura e, quando c'era la neve, le sue impronte erano le ultime a dirigersi verso il negozio e spiccavano nette e profonde sopra tutte le altre.
«Fino a quando ti fermi?» gli aveva chiesto Glynis un giorno.
«Fin quando non potrò pagare un biglietto dell'autobus».
Lei aveva taciuto un momento, il tempo di osservare la linea scura degli alberi, come cercando qualcosa «Costano così tanto?» aveva domandato alla fine.
«Dipende da quanto si vuole andare lontano» aveva risposto lui. Ma aveva esitato un istante. 
 
Glynis abitava sopra l'emporio con un marmocchio di due anni che aveva i capelli neri e la pelle scura degli italiani, anche se lei era bionda come le foglie degli aceri quando la luce li colpisce in un certo modo.
Qualcuno diceva che non stava bene che una ragazza sola abitasse col figlio di non si sa chi. 
Una mattina, poco dopo l'alba, dissero di aver visto le impronte di Sam uscire dall'emporio e dirigersi verso la baracca. Durante la notte aveva nevicato e le sue orme erano le uniche sul prato bianco come un lenzuolo appena lavato.   
Qualcuno disse che neanche questo stava bene e che Glynis aveva vent'anni meno dell'uomo che aggiustava le cose. 
Per un po', la gente fece caso alle tracce di Sam tra il negozio e la baracca, ma poi arrivò un'altra nevicata e un'altra ancora e, alla fine, nessuno ci badò più.
Una notte ci fu una tormenta e il vento strappò un'anta dell'emporio.
La mattina dopo videro Sam che dormiva nel negozio su una sedia a dondolo accanto alla stufa. Aveva addosso una coperta e teneva il cappello appoggiato sulla faccia.
«Mi piace sentire una donna che cammina al piano di sopra e, quando strilla, quel marmocchio fa meno rumore di te quando russi» spiegò Sam a Cy Deveraux, ma Cy non gli aveva chiesto niente e continuò a mangiare, lento, la sua colazione di vecchio. 
 
Quell'inverno nevicò molte volte ed era facile seguire le impronte dei clandestini che cercavano di superare il confine o le tracce delle lepri nei boschi.
«Dovresti ripararmi il fucile» disse Cy.
«Quanto mi paghi?» domandò Sam.
«Ricordati che mi devi un centone» 
Sam prese la doppietta di Cy e promise di darci un'occhiata, poi andò a riparare l'anta dell'emporio.
 
Quando arrivò, Sam vide uno di città davanti al negozio. Aveva un doppiopetto da mille sacchi, un macinino sciccoso che, da quelle parti, non si era mai visto e, sulla faccia, un sorriso fermo e idiota come quello dei pupazzi nei baracconi delle fiere.
Glynis lo osservava da dietro una tenda e, quando Sam entrò, si mosse appena.
Al piano di sopra, il bambino doveva strillare da un pezzo perché la voce era solo un pigolio, alternato da accessi di pianto.
«Forse dovrei chiedere anch'io quanto costa un biglietto dell'autobus»  disse Glynis.
Sam uscì di nuovo a controllare gli infissi perché, alla radio, avevano detto che stava per arrivare un'altra bufera.
 
«Dicono che hanno sparato a un tale, ma non sembra un clandestino»
Sam era su una scala a pioli ad aggiustare la grondaia della baracca di Cy. Aveva la bocca piena di chiodi e, quando rispose, non si comprese granché.
«Dicono che è uno di città, ma non si capisce chi sia perché l'hanno preso in piena faccia e non ci sono più i documenti» insistette Cy.
Sam continuò a smartellare.
«Qualcuno dice che era un italiano, uno della famiglia Giancana. Pare che ce ne siano parecchi, in giro, negli ultimi tempi». 
Sam piantò l'ultimo chiodo. «Così dicono?» chiese scendendo, poi infilò il giaccone.
«Secondo alcuni c'entra Glynis Ruelle, per altri invece ci sei di mezzo tu. In ogni caso è un brutto affare. Sa di conti lasciati in sospeso».
Sam si diresse verso la porta. L'aprì e guardò in alto. Il cielo era pieno di nuvole. Si fermò sull'uscio. «Ti ho riparato il fucile» disse voltandosi.
«Spero che tu non l'abbia rovinato» ripose Cy «Quell'aggeggio ha una gittata di cento yarde, coi pallini pesanti».
Sam fece un mezzo sorriso. Davanti alla baracca il prato bianco sembrava  chiamare altra neve dal cielo. «Non si va mai abbastanza lontano» disse.
«Ehi, non credere che questo mi ripaghi del centone!» gli latrò dietro Cy. Ma l'uomo che aggiustava le cose aveva già chiuso la porta.       
 
«Non credevo che venissi, stasera».
Glynis Ruelle stava smontando l'abete accanto all'ingresso. Il bambino dormiva sulla sedia a dondolo, quella dove avevano visto anche Sam.  Nella penombra, i suoi capelli sembravano ancora più scuri e il viso rotondo ricordava le ultime palle di plastica appese ai rami dell'albero. Non assomigliava a lei e non assomigliava neanche all'uomo che aggiustava le cose. Forse un altro bambino e forse da un'altra parte, ma quel bambino non era mai nato e forse era meglio così.
«Ho fatto tardi» ammise Sam «Sono andato a prendere quel biglietto dell'autobus». 
 
«Come sei diventata brutta, Glynis» disse Cy scrollando la neve dal berretto.
L'uomo che aggiustava le cose era in piedi dietro il bancone. La coperta e il cappello erano rimasti sulla sedia a dondolo accanto alla stufa.«Credevo fossi andato a caccia di lepri» disse.
Cy si raschiò la gola, poi si guardò intorno, come per sputare il catarro, non vide un posto adatto e si mise a frugare nelle tasche. 
«Troppo freddo. E si è messo anche a nevicare» Si voltò verso la linea degli alberi. «E poi c'è troppa concorrenza» proseguì «Ho visto gli uomini dei Giancana, in giro, anche se non credo che riusciranno a prendere niente». Appoggiò la doppietta al muro, accanto all'ingresso. «Non hanno fucili da caccia» concluse.
Sam guardò verso il bosco. Nell'oscurità sembrava più vicino e più vasto.
Cy Deveraux smise di rovistare nelle tasche ed estrasse ottanta dollari «Ho tolto quello che ti devo per aver riparato il fucile» spiegò. Si raschiò di nuovo la gola e porse a Sam le banconote spiegazzate.  «Sto diventando vecchio e non mi piace lasciare debiti».
L'uomo che aggiustava le cose prese i soldi. «Glynis dice che le devi ancora venti dollari».
Il vecchio si diresse verso la stufa, aprì lo sportello e sputò dentro. Il fuoco sfrigolò.
«La sostituisci?» domandò guardando fuori. Si voltò verso Sam e lo fissò finché lui non annuì. La neve cadeva fitta, lenta, come se non avesse nient'altro da fare fino alla fine dei tempi. «L'hanno vista dirigersi verso la fermata dell'autobus» proseguì Cy «Aveva il bambino, con sé. Tu sai dove andava?».
Sam contò i soldi del vecchio, poi alzò lo sguardo. «Abbastanza lontano» disse. 
Cy Deveraux annuì a sua volta, pian piano, poi aprì la porta. Alcuni fiocchi s'intrufolarono turbinando.
Il vecchio allungò la mano verso la doppietta, poi parve ripensarci e la lasciò appoggiata al muro. Si voltò e parlò a Sam da sopra la spalla «Potrebbe essere una faccenda lunga, allora».
Sam mise i soldi nella cassa e la chiuse. Il campanello tintinnò, allegro «Aspetterò» disse.
Fuori, la neve aveva cancellato tutte le impronte.  
 
 
LA DONNA SUL CONFINE
 
La donna in carrozzina guardava le gemme sui rami dell'acero, appoggiato al muro del cimitero come il bastone di un vecchio.
«Chissà che aspetto avranno le foglie» disse «È buffo. Adesso che non so se le vedrò spuntare, mi sembra di non averle mai guardate abbastanza».
L'uomo alle sue spalle distolse lo sguardo e fissò un paio di cornacchie finché la donna non emise un debole colpo di tosse. A quel punto spinse la carrozzina dentro il cimitero. Le ruote cigolarono sulla ghiaia del vialetto.
La donna gli indicò una lapide in un angolo, non allineata con le altre, come spuntata dopo una notte di pioggia e l'uomo la condusse fin là. Nell'ultimo tratto dovette spingere più forte e la carrozzina frusciò arrancando tra l'erba. Quando furono abbastanza vicini, la donna alzò una mano e si fermarono. Non c'era una tomba vera e propria, neanche un cordolo che delimitasse il terreno sotto cui stava la bara; solo la lapide. Gli steli la coprivano per metà e l'ombra di un pruno, lì accanto, la faceva sembrare nera. 
«Si chiamava Sam Chandler?» chiese l'uomo. La scritta sulla pietra era scrostata e sbilenca e la gamba centrale della “N” era tracciata al contrario.
«È un posto di confine, questo. I nomi non contano molto, neanche quelli scritti sui documenti».
L'uomo oltrepassò la donna e si chinò sulla lapide, spostando gli steli più alti.
«Non c'è scritto altro» disse.
«Dev'essere stato Cy Deveraux a scolpirla. Non aveva molta familiarità con le lettere. Sam abitava da lui».
L'uomo si alzò gemendo, come se, di colpo, fosse diventato molto vecchio.
«Negli ultimi tempi si era trasferito da me, però» proseguì la donna «Gli avevo messo una sedia a  dondolo in negozio, vicino alla stufa e ci passava intere nottate. La gente chiacchierava. Ma lui non mi toccò mai, neanche con un dito».
L'uomo annuì e fece un passo indietro come se avesse perso l'equilibrio.
«È imbarazzante, lo so» disse la donna «Sapere che tua madre non è solo tua madre. Che è esistita una donna che è stata Glynis Ruelle e basta, come tu pensi di essere David Ruelle e basta».
David non disse nulla. Sentì gracchiare e, quando sollevò lo sguardo, vide le cornacchie sorvolare il cimitero.
«Sai come andò a finire, vero?».
David annuì. «Sì, mamma» La parola suonò strana, quasi non fosse abituato a pronunciarla, o lo avesse dimenticato. 
L'aveva letto su Google, naturalmente. Il Massacro di Lonefrost. Ma non l'aveva capito veramente finché non erano arrivati fin lì. Prima di raggiungere il cimitero si erano fermati alla stazione di servizio che aveva preso il posto dell'emporio. Il gestore, che era lì dal '94, non aveva riconosciuto Glynis. “La stazione è nuova, ma i muri portanti della casa sono sempre quelli e sono ancora pieni dei fori lasciati dalle pallottole” aveva spiegato “Quando soffia da una certa parte, il vento si infila nei buchi e sibila come l'acqua del the quando bolle. O come una legione di spettri”.
David Ruelle guardò la lapide, poi sua madre, poi il cielo percorso dalle nuvole che correvano da est verso ovest.
«Erano in sei» disse Glynis «Uno solo era di queste parti. Un tale di Derry che sperava di entrare nel giro grosso. Gli altri erano della famiglia Giancana, direttamente da New York».
Si udì un frullo d'ali ed una cornacchia si appollaiò sul pruno, guardandoli con occhi umidi e attenti.
«Cercavano te?» chiese David.
«Cercavano te. Ma trovarono Sam».
David si infilò le mani nelle tasche. «Mio padre era uno di loro? Un Giancana?». La domanda gli uscì rapida, secca, come un'altra pallottola che andasse a conficcarsi nei muri dell'emporio. 
Glynis non rispose. Afferrò la borsetta e prese a rovistarci dentro. Una borsetta nera, con la chiusura in metallo, da vecchia signora.
«E lui?» domandò David indicando la lapide «Era un gangster anche lui?»
Glynis estrasse dalla borsa un rettangolo di carta ingiallita e lo osservò, come se vi leggesse la risposta. 
«Qualche settimana prima del massacro avevo visto un altro uomo dei Giancana davanti all'emporio. E anche Sam lo aveva visto. Qualche giorno dopo trovarono quell'uomo morto nel bosco».
«Era stato Sam Chandler a ucciderlo?»
«Il giorno in cui scopirono il cadavere capii che dovevo scappare. I Giancana avevano mandato quell'uomo a cercarmi e presto sarebbero venuti in forze a vedere che fine aveva fatto. Ma non sapevo dove andare» Sollevò il rettangolo di carta verso il sole, come per controllare se ci fosse qualche scritta in trasparenza  «Quella sera, Sam mi raccontò che, tanto tempo prima, una ragazza aveva cercato di fregarlo e che lui glie l'aveva fatta pagare. Disse che pensava di aver pareggiato i conti, ma che, invece, aveva solo aumentato il suo debito».
Porse il cartoncino a David e lui vide che era un biglietto dell'autobus, uno di quelli per le linee che viaggiano da una costa all'altra. Il timbro risaliva a quasi quarant'anni prima.
«Non gli chiesi di spiegarsi meglio. Salii al piano di sopra e feci le valigie. Pensai di dirgli di venire con noi. Mi aveva dato un po' di contanti, oltre a questo biglietto. Non saremmo arrivati fino al Messico, non in tre, ma potevamo stabilirci in qualche posto a mezza strada, per esempio nel Midwest. Ma non lo feci. Ti presi e ti portai via ed andammo a vivere a El Paso. Un altro confine».
Una folata più forte delle altre spazzò il cielo e Glynis chiuse gli occhi, allungandosi sulla carrozzina, come se cercasse di far arrivare fino alle ossa il calore ancora acerbo del sole.
«Credo che sia stato lui ad uccidere l'uomo dei Giancana che avevamo visto davanti all'emporio» disse Glynis «E senz'altro fu lui ad uccidere gli altri cinque».
«Pare che, ad ammazzarlo, fu l'altro tizio, quello di Derry. Dicono che gli sparò alle spalle»
Glynis fece spallucce. «Non so. Non c'ero. E comunque non ha importanza».
Anche l'altra cornacchia si appollaiò sul pruno e la compagna la salutò gracchiando.
«Mi hai chiesto se Sam fosse un gangster» disse Glynis «Non credo, non più. Forse c'entrava quella ragazza che l'aveva fregato. Forse era solo un uomo con un debito da saldare».
David osservò il biglietto rigirandolo tra le dita, poi lo porse a sua madre.
«Come va con Daisy?»chiese Glynis.
David rimase così, col braccio sollevato a mezz'aria e il biglietto che sventolava quando soffiava una folata di vento più forte delle altre.
«Non lo so, non... alle volte il matrimonio mi sembra una cosa così... ».
Glinys alzò piano una mano e la posò su quella del figlio, poi la guidò verso la tasca del soprabito e David vi mise dentro il biglietto.
«Alle volte è la corsa giusta, alle volte quella sbagliata. Alle volte superi il confine e scopri di non essere arrivato, perché, dopo, ce n'è un altro e un altro ancora e allora vorresti tornare indietro, ma non puoi e pensi che sarebbe stato meglio non partire. Ma qualcuno ti ha dato un biglietto e, per la miseria, adesso ti tocca usarlo».
David non disse nulla, ma tirò le mani fuori dal soprabito e le appoggiò sulla carrozzina di sua madre. Rimasero così a lungo, finché le cornacchie si levarono in volo all'unisono, gracchiando. Allora David girò la carrozzina e tornarono indietro.   
Quando giunsero all'uscita Glinys parlò di nuovo.
«Vorrei fermarmi qui per un po'» disse «Forse non vedrò spuntare le foglie, ma posso ancora guardare le gemme».
David annuì e si allontanò lasciandola lì, dove l'ombra gettata dal muro del cimitero incontrava il prato assolato.
 
 
 
Cosa importa dove si giace quando si è morti? In fondo a uno stagno melmoso o in un mausoleo di marmo sulla sommità di una collina? Si è morti, si dorme il grande sonno e ci se ne fotte di certe miserie. L’acqua putrida e il petrolio sono come il vento e l’aria per noi. Si dorme il grande sonno senza preoccuparsi di essere caduti male, di essere finiti nel letame. Quanto a me, ne condividevo una parte pure io, di quel letame, ora. Ma il vecchio no, non doveva. Lui riposava tranquillo nel suo letto a baldacchino, le mani esangui intrecciate sul lenzuolo, in attesa. Il suo cuore emetteva appena brevi sussulti incerti. I suoi pensieri erano grigi come la cenere. E di lì a poco anche lui avrebbe dormito il grande sonno.
 
Raymond Chandler – Il Grande Sonno – 1939 – Trad. Oreste del Buono – Feltrinelli.  (adatt.)

 

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Paolo Guastone il 2019-02-19 10:36:09
Tra belle storie unite dal sottile filo del ricordo e della malinconia. Non si scappa al destino, ma lo si può sempre migliorare. Per noi e per gli altri. Proprio come ha fatto Sam.

Rubrus il 2019-02-19 14:20:42
Questa storia ha una storia un po' particolare: come scrivente, non amo la serialità e non amo i personaggi che tornano; come lettore, se c'è un personaggio ricorrente - pensiamo al classico detective - preferisco di gran lunga che ogni episodio sia una storia a sé, per cui non devi leggere i romanzi in una certa sequenza oppure se salti una pubblicazione perdi un pezzo. Ultimamente i professionisti vanno nella direzione opposta, per ragioni di mercato fin troppo intuibili, e io li lascio andare. Sempre come scrivente, concepisco la storia partendo dalla trama, non dal personaggio. Non so chi la vivrà, finchè chi la vive non si mette a viverla, per così dire, lascio che sia la storia a definire il personaggio, non il contrario. Questo è un po' un'eccezione. Avevo scritto la prima storia e per me tutto finiva lì. Più di anno dopo, però, sono stato spinto a scrivere non tanto un seguito, ma l'inverso. La prima storia si svolge al caldo, la seconda al freddo, nella prima lui ammazza lei, nella seconda lui si lascia ammazzare per lei, nella prima lui parte e lei rimane, anzi, ci rimane, nella seconda lui rimane e lei parte. Costruita la seconda storia, il terzo racconto tira le fila e trae le conclusione. A quel punto mi sono accorto, infatti, che era una storia di riscatto.

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