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L'amico ricco

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Vecchio Mara

pubblicato il 2019-02-21 17:59:14


L’amico ricco

 

«Troppo facile essere generosi con i figli, quando non hai da pensare a come mettere insieme il pranzo con la cena!» Questo, più o meno, ci sentivamo rispondere con tono sconfortato dai nostri genitori, ogniqualvolta chiedevamo loro, pestando i piedi, di comprarci almeno un giocattolo bello e colorato come quelli che, Fausto, possedeva in gran quantità.

Facile dirlo adesso, dopo quanto successo, che no, non valeva proprio la pena invidiarlo; eppure anche noi, amici della prima ora, avevamo iniziato ad invidiarlo già all’epoca dei giochi… no, non per la ricchezza di famiglia, ma bensì per il gran numero di giocattoli nuovi (a differenza di quelli riciclati, appartenuti ai fratelli maggiori che potevamo sfoggiare noi, figli di contadini e operai) che, invitandoci a giocare nel suo parco, orgogliosamente ci mostrava, magnificando la generosità del padre… Che poi, a ben pensarci, il motivo potrebbe essere lo stesso: il senso di frustrazione nell’uno, o di appagamento nell’altro caso, che trasmette il desiderio di possesso.

L’invidia è una gran brutta bestia da domare e, a dire il vero, all’epoca Fausto non se lo meritava proprio, vista la generosità con la quale era d’uso condividere nei momenti ludici, senza complessi di superiorità, i suoi fantasmagorici giocattoli con i nostri vecchi rottami di latta scolorita.

 

La mutazione dell’amico dal carattere docile e remissivo, ebbe inizio negli anni della scuola dell’obbligo. A cosa fosse dovuto quel suo atteggiarsi arrogante, lo compresi crescendo, rammentando un fatto accaduto un sabato pomeriggio; durante la partita di calcio a sei, disputata per inaugurare il campetto da calcio (trenta metri per quindici) che suo padre aveva fatto allestire nel parco della sontuosa villa.

 

                                                    ***********************************

 

Per mettere insieme due squadre, Fausto aveva invitato tutti i maschietti della classe quarta B, la nostra. Quindici ragazzini scatenati, sedici con lui, che andarono a comporre le due formazioni: sei titolari più due riserve pronte a subentrare per sostituire, nel corso della partita, i titolari stanchi o acciaccati.

Alarico Donati, imprenditore con interessi in diversi settori, presidente della squadra di calcio del paese, La Garibaldina, nonché padre di Fausto, si era gentilmente offerto di fare da arbitro all’amichevole contesa.

L’arbitro, a onor del vero, nonostante la presenza del figlio si stava dimostrando imparziale nel fischiare falli per l’una o l’altra squadra.

Il fattaccio che aveva lasciato allibiti tutti noi ragazzini, era accaduto a metà ripresa; quando Fausto, colpito duro da un avversario, si era messo a piangere come una vite tagliata.

Rammento che l’arbitro aveva fermato prontamente il gioco per accertarsi delle condizioni del giocatore steso a terra. «E’ solo una sbucciatura, alzati e riprendi il gioco!» gli aveva intimato con tono distaccato, osservando il ginocchio insanguinato che, Fausto, coi lacrimoni agli occhi gli stava mostrando.

«No, non ce la faccio!» aveva singhiozzato. «Chiedo il cambio», aveva aggiunto, indicando una delle due riserve.

Allora il padre, uscendo dai panni dell’arbitro, aveva assunto la postura e lo sguardo del genitore duro e inflessibile che vuol plasmare il figlio a sua immagine e somiglianza. «Ricordi cosa ti ho insegnato?» gli aveva chiesto con tono pacato, fissandolo negli occhi.

«Sì papà», aveva risposto, abbassando lo sguardo. Poi, alzandolo, aveva aggiunto timidamente: «Ma mi fa troppo male, non ce la faccio, mi spiace».

Il padre aveva dapprima volto lo sguardo su di noi, poi, puntandogli l’indice in mezzo agli occhi, aveva replicato: «Tu ora ti alzi e torni in gioco… mio figlio non può permettersi di fare la donnicciola! L’uomo che domani dovrà reggere le redini dell’impero che sto costruendo per lui, non potrà essere il bambino piagnucoloso che, di fronte alla prima avversità, si mostra debole e impaurito davanti ai suoi amici!» La voce tremante, nonostante tentasse di mantenere la pacatezza dei forti, tradiva un certo nervosismo.

Poi, vedendolo tentennare sul da farsi, aveva aggiunto spazientito, in un crescendo che, oltre il figlio, aveva spaventato tutti noi: «Un leader non si comporta così! Alzati! E guida la tua squadra alla vittoria! Dimostra ai tuoi compagni di che pasta sei fatto! Dimostrami di essere il degno erede di Alarico Donati! Alzati e corri! Cristo!»

Al che, l’abbacchiato Fausto, alzandosi a fatica, dopo aver passato in rassegna i nostri sguardi allibiti, aveva chiosato dicendo in tono mesto: «Sto bene, torno in gioco».

Il padre, annuendo inorgoglito all’eroica reazione del figlio, tornando lesto nei panni dell’arbitro aveva allora fischiato la ripresa del gioco.   

 

                                          *******************************

 

Al termine della scuola dell’obbligo, il percorso di crescita prese strade divergenti: ci fu chi proseguì negli studi e chi, come il sottoscritto, scelse il posto fisso, andando a lavorare in fabbrica.

Naturalmente lui, il Fausto, intendo, dovendo in un futuro ancora molto lontano sostituire il padre, proseguì negli studi; e in quale università se non in quella che forgiava al meglio i futuri economisti, capitani d’industria e compagnia cantante pensate potesse iscriverlo, l’inorgoglito genitore, se non alla mitica “Bocconi”!

Fausto, da quando si era trasferito nel monolocale che il padre aveva acquistato per lui a Milano, si vedeva raramente in paese. Ci tornò, in pianta stabile, dopo la laurea per affiancare il padre nella gestione di alcune delle molteplici attività messe in piedi dal vecchio Donati.

Io, Erminio e Rino, gli amici della prima ora che non avevano smesso di frequentarsi, lo incontravamo il sabato sera al bar, quando, dopo aver parcheggiato la sua fuoriserie quasi sui nostri piedi, si sedeva al nostro tavolino; e lì, dopo aver ordinato un caffè, rivolto apprezzamenti poco lusinghieri ai passanti che deambulavano dall’altro lato della strada, si dedicava a noi, sfottendo i nostri, a suo dire, tristi sabato sera; raccontandoci dove, con chi e come avrebbe trascorso il week end nella Milano da bere.

“L’arroganza spocchiosa è cresciuta in modo esponenziale con l’età”, questa era la sola, amara constatazione che ricavavo dal suo fugace palesarsi, condito da battute a volte sin troppo cattive e scurrili, il sabato sera al bar.

«Addio sfigati! Godetevi la partita in televisione!» era solito concludere, dopo averci deliziato della sua poco gradita presenza, prima di salire in macchina e andarsene sgommando.

 

«Non lo sopportò più! Se non la smette di prenderci per il culo, una volta o l’altra gli mollo uno sganassone che se lo ricorda finché campa!» sbottò un sabato sera il fumantino Erminio, dopo che, il Fausto, se n’era andato in grande spolvero come suo solito.

«Lascialo perdere, avrà pure lui i suoi problemi… non è tutto oro quel che luccica» provai a dire per calmarlo.

«Ha parlato il filosofo… e pure lo psicologo!» fece lui con sarcasmo, trascinando gli altri al riso. Poi, guardando l’orologio del campanile, annunciò: «Andiamo dentro che la partita sta iniziando, va’!»

 

Quel sabato, quando espressi il mio pensiero, lo feci solo per calmare gli animi, senza minimamente immaginare di essere andato così vicino al vero.

 

                                              **************************************

 

«Dove sono gli altri due sfigati?» mi chiese dopo aver parcheggiato il cofano della Porsche 911 turbo, nuova fiammante, a un alito dal tavolino dove mi ero accomodato.

«Rino è dalla morosa. Erminio è di turno alla croce bianca», risposi.

«Ciula!» fece lui, lisciandosi il mento. «Un sabato sera con fiocchi e controfiocchi, hanno programmato ‘sti due sfigati.»

Stufo d’ascoltare le solite battute sarcastiche, spostai la conversazione sull’automobile. «Bella bestia!» feci, indicandola alzando le sopracciglia.

Fausto annuì inorgoglito. «Ti piace, eh?» disse mangiandosela con gli occhi, manco se quelle forme sinuose fossero appartenute a miss Universo.

«Andiamo!» esclamò improvvisamente, balzando dalla sedia.

«Dove?» gli chiesi sorpreso.

«A fare un giro, no?» rispose. Poi, vedendomi titubante aggiunse con il solito tono canzonatorio: «I tuoi due “compagnucci di merende” hanno trovato il modo per piantarti in asso; il campionato è finito, non ci sono partite in televisione, che ci fai qua tutto solo… Avanti, sali!»

«Niente Milano? Niente modelle da portarti a letto ‘sto sabato sera?» provai a sfotterlo con un sorriso sardonico, usando la sua arma preferita: il sarcasmo.

Fausto, per un attimo parve accusare il colpo; ma, riprendendosi subitamente, replicò a tono: «Per la figa… c’è tempo, la notte e lunga…» Indicò la Porsche con lo sguardo. «Sbrigati a salire, si vede lontano un chilometro che bruci dalla voglia di farci un giro», concluse, accarezzando il lungo cofano.

Non era esattamente così, ma, dovevo comunque tirare la mezzanotte al bar, da solo, optai per spendere un po’ di tempo in compagnia di un, seppur pesante, vecchio amico.

 

«Dove andiamo?» gli chiesi mentre, guidando con le mani ben salde sulla corona del volante, sgasando di brutto bruciava in un amen la circonvallazione del paese.

«I cavalli della bestia vogliono galoppare…» rispose. E tirando il volante come si fa con le redini, aggiunse: «Non posso trattenerli a lungo, dopo il casello allento il morso».

«Vuoi entrare in autostrada?!» esclamai stupefatto.

«E dove se no? Mica li posso portare all’ippodromo», ribatté, ridendo di gusto.

Lanciai un’occhiata all’orologio sito al centro del cruscotto: segnava le nove e quaranta. «Guarda che devo, assolutamente, tornare prima di mezzanotte», lo informai preoccupato.

«E chi sei, Cenerentolo?» fece lui, continuando a sganasciarsi dalle risa.

Io, non trovandoci proprio nulla di così divertente nelle sue battute di spirito, con fare serio e compunto lo informai che: «A mezzanotte, Lisa finisce il turno…»

«Quella Lisa? Quella della quarta B?» m’interruppe incredulo.

«Già…» feci io, gonfiando il petto, soddisfatto per essere riuscito a sorprenderlo. «Ora lavora come infermiera all’ospedale.»

«Finalmente ce l’hai fatta a portartela a letto, era dalle elementari che volevi farle la festa.»

«Beh… non è proprio così…» iniziai a dire. Prontamente interrotto da un interessato Fausto: «A no? E com’è allora, spiegami?»

«Siamo sempre rimasti in contatto. Il fidanzato l’ha lasciata da un mese; lei non l’ha presa… diciamo: con spirito olimpico. E’ depressa, così per tirarla un po’ su, l’altro giorno le ho chiesto cosa avrebbe fatto stasera. Lei mi ha risposto che finito il turno sarebbe andata a dormire. Allora io, ho preso la palla al balzo, invitandola a mangiare una pizza in amicizia, senza secondi fini… Lei ha accettato… ed eccoci qua», risposi in modo quasi telegrafico.

«Pronti per una scopata in amicizia!» chiosò sarcastico mentre oltrepassava il casello del telepass. Poi, dando gas al motore, aggiunse: «Ci facciamo un caffè all’autogrill, e al prossimo casello torniamo indietro. Massimo un’oretta e sei di ritorno, pronto per la tua bella».

 

Sgranando gli occhi atterrito vedevo il fascio di luce dei fari inseguire il guardrail alla sinistra, mentre le righe bianche sull’asfalto che delimitavano la corsia di sorpasso alla mia destra, si rincorrevano sempre più velocemente, sin quasi a diventare una riga continua. “Più di trecento, ancora un po’ e decolliamo”, pensai, osservando fugacemente il tachimetro.

Attesi, in religioso silenzio, un altro paio di minuti, cercando il modo adeguato per farlo rallentare senza dover ammettere che me la stavo facendo sotto. «Mi sa che i purosangue hanno la bava alla bocca, sarebbe opportuno farli rifiatare», mi sovvenne alla fine.

Fausto, osservandomi con la coda dell’occhio, piegò l’angolo destro della bocca. Il sorrisino sarcastico, i polpastrelli della mano destra uniti a grappolo che mi mostrò mentre diceva: «Paura, eh?» certificò che la metafora equina non l’aveva bevuta.

«L’autogrill è a un chilometro, tieni duro che siamo arrivati», aggiunse, iniziando a decelerare.

 

Il barista posò i due caffè sul banco e si allontanò per andare a servire un cliente al lato opposto.

«Ti sei mai chiesto se quei camionisti si sentano realizzati?» mi chiese mentre versava lo zucchero nel caffè, indicando dei tipi corpulenti seduti al ristorante.

«No!» risposi lapidario.

La risposta parve non soddisfarlo. «Forse perché frequenti poco questi ambienti…» iniziò a dire. Fece una breve pausa, il tempo necessario per sorseggiare il caffè e proseguì: «Io ci vengo spesso, la sera, per cercare di carpire dai loro sguardi, un segno… un qualcosa che mi possa dire: “Sì, pur trascorrendo gran parte della loro vita tra un autogrill e la cabina di un autotreno; sono felici”». Scosse il capo e, immalinconendosi, concluse amaro: «Ma non ne ho ancora incrociato uno che è uno, di sguardi che mi possano confermare ciò che vado cercando».

«Difficile, se non impossibile, trovarla negli occhi di chi è costretto a correre notte e giorno per campare…» replicai, osservando il volto stanco piegato su un piatto di pasta, troppo o poco cotta. «Se proprio la vuoi trovare, prova a cercarla negli sguardi della bella gente che frequenti… E se non la trovi neanche lì, rassegnati: significa che la felicità è pura utopia.»

Fausto rifletté a lungo prima di ribattere: «Alla bella gente che frequento, non interessa quello che hai qua dentro…» fece, indicando la testa. Spostò l’indice sul cuore e aggiunse: «E nemmeno qua dentro!» Trasse dalla tasca interna della giacca - rigorosamente Armani -, un portafogli di pelle nera, tolse le quattro carte di credito e le mise in fila sul banco. «Se non avessi queste, oltre alla fuoriserie e il vestiario da figo; per le modelle del bel mondo, sarei trasparente.»

Osservavo allibito, l’arrogante Fausto farsi piccolo ed aprirsi come mai aveva fatto con nessuno. «Non è lì che troverai quel che vai cercando,» provai a dire, tentando di risollevargli il morale finito inopinatamente sotto i tacchi, «lascia perdere la corte dei miracoli che circonda i portatori d’opulenza! Io credo che, tu, debba sentirti realizzato per ben altro.»

«Ah! M’intriga assai, il tuo filosofeggiare spicciolo… Se non sono solo parole buttate lì, così, tanto per dire; per cosa, secondo te, dovrei sentirmi realizzato?» mi chiese allora con tono di sfida.

«Per quello che sei stato in grado di creare con il tuo lavoro!» risposi prontamente, certo di andare a colpo sicuro.

«Creare, o disfare?» fece lui, abbassando lo sguardo e rigirando l’indice sul bordo della tazzina.

«Come? Non capisco?» replicai sconcertato.

Fausto sospirò, alzò gli occhi dalla tazzina, mi fissò nello sguardo per un attimo; poi, mentre rimetteva le carte di credito nel portafogli, affermò con voce increspata: «Sono un fallito, caro amico mio».

«Fallito in cosa, in amore?» buttai lì d’istinto.

«Ma quale amore… Beh, pensandoci bene, pure in quello direi», rispose. Scosse il capo, sospirò e proseguì: «Ho deluso mio padre, non sono riuscito ad essere il figlio che con pazienza certosina ha provato a plasmare, sin da quando ero piccolo così…» indicò l’altezza divaricando il pollice e l’indice della mano destra. «Ogni attività che ho intrapreso, si è rivelata un bagno di sangue, se non ci fosse mio padre ad intervenire ogni volta per ripianare i debiti, altro che Armani, Porsche e modelle. Un barbone! Questo sarei».

Una rivelazione che mi lasciò agghiacciato; ma non del tutto stupito, devo dire. Avevo già pronosticato in tempi non sospetti, quelli della scuola, che non sarebbe stato facile crescere all’ombra di un padre troppo esigente; ed ora, di fronte all’avverarsi delle più cupe previsioni, ero rimasto senza parole.

«Non dici niente?» mi chiese, quasi invocando un po’ di umana comprensione.

Qualcosa a quel punto dovevo pur dire. «Tuo padre, ti sta dimostrando, una volta di più, tutto il suo amore», buttai lì poco convinto.

«Non dire cazzate!» sbottò Fausto. «Lui non mi ha mai amato per quello che sono, ma per quello che vorrebbe che fossi! Ma allora mi chiedo: si può amare un figlio solo a certe condizioni? No, non si può! Ergo: l’amore non può essere un contratto pregno di postille, codicilli e astruse clausole. Dunque, non mi ama! Sì, è vero, lui continua a foraggiare i miei fallimenti, ma solo per non ammettere il proprio; non essere riuscito a plasmarmi a sua immagine e somiglianza, lo fa star male. Per questo, solo per questo, continua ad assillarmi… sì, vorrebbe amarmi, ma non ci riesce, è più forte di lui. “Sei un debole, un uomo senza spina dorsale!” mi ripete spesso. Ma non si rassegna, è convinto di poter tirar fuori ancora qualcosa di buono da me… A volte, mi capita di pensare che se fossi nato povero ora sarei felice», concluse sconfortato.

Come replicare davanti a tanto sfacelo interiore? Non si può, ovvero: io non lo seppi fare e mi tacqui.

«Andiamo che è tardi, va’», disse lui, rompendo il silenzio. Al che, mi sovvenne un’idea che sul momento mi parse geniale. «Perché non vieni pure tu a farti una pizza. Lisa la conosci quanto e forse più di me, ci racconteremo il bel tempo andato, sarà un bel ritrovarsi.»

Fausto s’irrigidì. «Non ho mai retto il moccolo a nessuno, e non ho certo intenzione di iniziare ora!» rispose a muso duro, ritrovando l’antica baldanza.

«Ma quale moccolo, con Lisa non c’è nulla...» provai a ribattere. Prontamente interrotto da Fausto. «Lascia perdere, e cerca almeno di portartela a letto!» tagliò corto, incamminandosi verso l’uscita.

Un silenzio greve accompagnò il lento ritorno: persino i cavalli motore parevano essersi assoggettati al clima plumbeo che regnava nell’abitacolo.

 

«Le undici, in perfetto orario», annunciò, fermandosi davanti al bar.

Scesi dalla macchina, poi, abbassandomi provai a chiedergli ancora: «Allora, hai deciso, guarda che ci farebbe piacere averti con noi?»

Fausto sorrise amaro. «Ti ringrazio, sarà per un’altra volta.»

«Come vuoi. Ora dove te ne andrai, a Milano?»

Fausto guardò davanti a sé. «Boh, non lo so… Magari m’invento qualcosa per farla finita alla grande», rispose, usando un tono rassegnato che non prometteva niente di buono.

Volgendo lo sguardo su di me, notò l’espressione preoccupata. «Che vai pensando, sfigato! La serata, intendo!» ma la risata che accompagnò la battuta, non mi lasciò per niente tranquillo.

«Chiudi la portiera che devo andare. I cavalli vogliono galoppare, a quest’ora giù in città, i locali alla moda brulicano di cacciagione… Buona fortuna con Lisa! ciao Achille, ci si vede!» e mi salutò, accompagnando la frase con due colpi d’acceleratore.

 

                                             *************************

 

“Lunedì! La domenica è andata. Con Lisa, invece, non è nemmeno iniziata… Non ti abbattere, Achille, ci saranno altre occasioni, ormai il ghiaccio è rotto”, penso, osservando allo specchio lo sguardo tra il soddisfatto e il deluso, mentre mi faccio la barba prima di scendere al bar e poi recarmi al lavoro.

«Cosa sono ‘ste facce da funerale, a qualcuno è morto il gatto?» chiedo ironicamente agli avventori posizionati accanto al banco.

«Non l’hai saputo?» fa il barista, mettendo su una faccia da circostanza.

«No, cos’è che dovrei sapere?» chiedo, mentre inizio a preoccuparmi osservando soltanto sguardi costernati.

«Il Fausto… stanotte è uscito di strada con la Porsche…» risponde il barista.

“E’ morto!” penso all’istante. Ma, pur non credendoci, mi attacco a una flebile speranza, chiedendo: «Come sta… è ferito?»

«E’ morto!» butta lì lapidario un avventore.

Sento le gambe molli, sbianco in volto e mi siedo. «Portagli l’acqua!» esclama prontamente il barista, passando il bicchiere ad un altro avventore.

«Tieni!» fa lui, porgendomelo.

Lo sorseggio lentamente. «Grazie, è passato», dico, restituendo il bicchiere al tipo che è rimasto ad osservarmi.

«Com’è successo?» chiedo poi con voce scossa.

«E’ uscito di strada in modo incomprensibile… sul rettilineo di San Martino, all’altezza del ponte sul Po. Il camionista che aveva superato da poco ha visto la macchina sterzare improvvisamente a sinistra, sfondare il parapetto e precipitare nel fiume», mi relaziona il barista.

«Secondo me ha avuto un guasto allo sterzo», fa un avventore.

«Ma quale guasto, andava troppo forte e ha perso il controllo», lo corregge l’altro.

“No, l’ha fatto di proposito”, mi verrebbe da urlare, ma me lo tengo dentro.

«M’immagino il povero Alarico, quanto lo amava il suo figliolo», sento una voce, intonata all’occasione.

«Non dire stronzate! Non l’ha mai veramente amato quel povero ragazzo!» una voce rauca, grattata, proveniente dall’angolo più in ombra del bar, fa girare gli sguardi.

Il vecchio Pinin prende il bicchiere e ingolla il vino rosso. Poi si alza e viene verso di noi. «Credete a me, che sono stato a servizio come giardiniere per più di quarant’anni…» dice, guardandosi attorno. Improvvisamente mi punta con l’indice. «Te che eri suo amico, e ci venivi spesso a giocare a pallone nel campetto dentro il parco, lo dovresti sapere, no?» mi chiede.

Lo guardo stranito. «Cosa?» gli chiedo in automatico.

«Che Alarico Donati… ama soltanto i figli di puttana al pari suo!» risponde incattivito. S’incammina verso l’uscita, lasciando tutti allibiti; si gira, tira su col naso e, con voce rotta, sentenzia: «Era troppo buono quel ragazzo… fosse campato altri cento anni, non sarebbe mai diventato uno squalo, come il suo vecchio!»

 

                                                        FINE

 

 

  

 

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Paolo Guastone il 2019-02-26 10:42:50
Già, alla fine le colpe dei padri, purtroppo, ricadono sui figli. C'è da chiedersi cosa sarebbe diventato il povero protagonista se avesse avuto un padre diverso. Ma la vita è dura e alla fine, per radrizzarla, può andare bene anche un colpo di... sterzo. Bravo Giancarlo, as usual.

Vecchio Mara il 2019-02-26 16:00:33
purtroppo, di padri che riversano sui figli la responsabilità di dar seguito ai sogni che loro per un motivo o l'altro non sono riusciti a realizzare, ne son pregne le pagine di cronaca. Ti ringrazio. Ciao Paolo.

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