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La farina del diavolo

"PUNTO E A CAPO" Racconto Horror / Mistery / Pulp

di Vecchio Mara

pubblicato il 2019-02-12 13:19:36


La farina del diavolo

 

«Andiamo a sentire cos’avrà da offrirmi quest’altra volta, ‘sto rompiballe!» borbottò, uscendo di casa carico al punto giusto.

 

Come ogni inizio anno, Aldo Avarone era stato contattato dal direttore della banca per provare a convincerlo a trasferire un pingue gruzzolo dal suo conto corrente ad un investimento, a suo dire, ugualmente sicuro ma molto più remunerativo.

E come ogni inizio anno, ancora all’oscuro del fatto che stavolta si sarebbe trovato davanti, oltre al direttore, un giovane e brillante broker, lui era pronto a respingere ogni attacco al suo bel gruzzoletto.

L’appuntamento era fissato per le nove e trenta e, pe puro caso, quell’anno era capitato di mercoledì, giorno per lui, come la domenica per ogni buon cristiano, sacro.

Di mercoledì era d’uso, come ogni altro giorno, alzarsi alle sei e trenta, indossare la tuta da jogging smunta e lisa dal tempo, e scendere al bar sotto casa a bersi un caffè e leggere il quotidiano prima che altri avventori lo sciupassero.

 

Il perché un avaro conclamato sprecasse ogni giorno, ben millecinquecento lire per il caffè, quando avrebbe potuto benissimo risparmiare qualcosa mettendo la moka sul fornello, è presto spiegato.

Aldo Avarone aveva calcolato che, togliendo un paio di settimane di ferie e qualche festività, avrebbe trovato il bar sotto casa aperto per circa trecento giorni l’anno; perciò spendendo lire millecinquecento per il caffè, ma risparmiandone altrettante non dovendo comprare il quotidiano, il bilancio sarebbe risultato alla fine, non in pareggio come verrebbe, erroneamente, logico pensare, ma bensì in attivo avendo risparmiato, di fatto, acqua, gas e miscela, ingredienti indispensabili per sorseggiare un buon caffè seduto dentro la cucina di casa.

 

Ma a differenza di ogni altro giorno, in cui dopo aver sfogliato per una buona mezz’ora il quotidiano, attirando su di se occhiate cariche d’ira degli avventori in attesa di leggere qualche notizia, salutava il barista e saliva in casa per godersi in santa pace, sprofondato dentro la poltrona, i notiziari mattutini sui vari canali televisivi; di mercoledì li ascoltava, distrattamente, mentre si preparava per officiare degnamente il rito pagano dell’avaro.

 

“Eccolo lì, incollato al vetro della porta come ogni mercoledì… quasi quasi gli dico che siamo in sciopero, così gli prende un colpo e me lo tolgo dalle palle”, pensò l’impiegato, osservandolo, alle otto e tenta in punto, sbarbato di fresco con giacca, camicia e cravatta d’un cupo monocolore, clamorosamente contrastante con il cappotto cammello indossato sbottonato, fremere come un ragazzino in attesa che si aprissero i cancelli di un concerto rock.

Quando l’impiegato attivò l’apertura automatica, Aldo Avarone si precipitò verso lui; salutandolo gli mostrò la chiave che teneva tra l’indice e il pollice della mano destra; e tanto bastò perché l’impiegato prendesse la sua e lo accompagnasse dentro il caveau.

«La ringrazio!» esclamò Aldo quando l’impiegato, prima di andarsene, posò la cassetta di sicurezza sul piano del tavolo che, assieme all’unica sedia, rappresentava lo scarno arredamento del bugigattolo all’interno del quale si sarebbe chiuso a chiave.

Aprì il coperchio della cassetta con la cura sacerdotale che l’officiante usa nell’approcciarsi al tabernacolo, tolse il panno posato all’interno sopra il contenuto materialista del profano pisside e lo stese sul tavolo; poi, prendendoli dalla custodia che teneva nella tasca interna della giacca, inforcò gli occhiali dalla montura dozzinale di nera bachelite e usando una morbida pezzuola, la stessa con cui era d’uso avvolgere le lenti prima di riporle per non graffiarle, osservando estasiato il giallo e lucente metallo, con movenze lente e studiate diede inizio al cerimoniale della pulitura.

Prendeva una moneta alla volta, la strofinava delicatamente, controllava che non ci fossero graffi poi la posava sopra al panno steso sul tavolo.

Dedicando a ognuna delle trenta monete d’oro dall’alto valore numismatico circa un minuto, impiegò più di mezz’ora per completare il rito; dopodiché le adagiò con cura una accanto all’altra, dentro gli incavi tondi del morbido letto in gommapiuma posato sul fondo della cassetta e le ricoprì con il panno precedentemente steso sul tavolo; infine chiuse il coperchio e suonò il campanello per richiamare l’impiegato.

 

Era palese che Aldo Avarone amava il nobile metallo, e di riflesso il denaro conservato sul suo pingue conto corrente, più della sua stessa vita. Ma, vi starete chiedendo, un tipo siffatto avrà mai provato un pari trasporto per un altro essere umano?

La risposta è: assolutamente, no!

No! Non aveva mai amato nessun essere umano, né la madre, né tantomeno la moglie dalla quale si era separato alla fine del primo giorno del viaggio di nozze: un record da Guinness, credo.

No! non l’aveva piantata in asso per una questione di corna venuta a galla la prima notte nell’alberghetto mestrino da mezza stella perché anche un sottoscala a Venezia superava il, secondo lui, lauto budget messo a disposizione per trascorrere due miseri giorni, e non un’ora di più, nella città lagunare.

L’aveva lasciata a piangere disperata dentro il letto ancor prima d’accertarsi, consumando, se fosse vergine; solo perché il pomeriggio, in piazza San Marco, si era permessa di chiedergli di prenderle un sacchetto di mangime per i piccioni da un venditore ambulante… ah, dimenticavo:

aveva lasciato l’alberghetto da mezza stella come una furia saldando sì il conto, ma solo la sua parte. «La differenza se la faccia pagare domani mattina dalla signora dalle mani bucate», aveva ringhiato all’indirizzo dell’allibito albergatore.

 

«Caro Aldo, ti comunico che la fusione è andata a buon fine… siamo stati assorbiti dalla B.D.A», gli annunciò l’inorgoglito direttore, dopo averlo fatto accomodare nel suo ufficio.

«Si, va beh, ma questo cosa comporta… Voglio dire: ti conosco praticamente da sempre e di te mi fido… posso stare tranquillo per i miei risparmi?» gli chiese, accigliandosi, Aldo.

Il direttore sorrise, prese un coupon e, mostrandoglielo, rispose: «I tuoi risparmi sono super-garantiti! B.D.A. è uno dei maggiori gruppi bancari europei, puoi dormire tra due guanciali».

Aldo, dando una rapida occhiata a diagrammi e cifre, si rasserenò. «Un vero colosso», fece, ripiegando il coupon. Poi mentre lo infilava nella tasca del cappotto giunse al punto che più lo interessava: «Ma ora veniamo al sodo… Quale tasso riesco a spuntare, lasciando il mio gruzzolo sul conto corrente senza toccare una lira per tutto il millenovecentonovantanove?»

Il direttore si fece serio. «Non lo so se riuscirai a spuntare lo stesso tasso dell’anno scorso.», rispose in tono grave. Poi, abbassando lo sguardo quasi avesse a vergognarsene, aggiunse: «Non spetta a me relazionarti su tassi e investimenti».

«Oh bella! Che novità sarebbe questa?!» sbottò, sorpreso e contrariato. «Ma se da dieci anni a questa parte, praticamente da quando ti hanno promosso direttore di filiale, ho sempre trattato con te… Dimmi le cose come stanno: hanno deciso di sostituirti?»

Il direttore prima lo rassicurò con un ampio sorriso, poi rispose: «Ma no! Che vai pensando… la fiducia mi è stata rinnovata per altri due anni. C’è stata una riorganizzazione, ora è il dottor Angelo Ferluci, un broker giovane e dinamico, ad occuparsi degli investimenti».

«Angelo Ferluci… mai sentito… e chi sarebbe costui?» si chiese Aldo, corrugando la fronte.

Il direttore si alzò dalla poltrona, girò attorno alla scrivania. «Vieni, te lo presento», fece, appoggiandogli una mano sulla spalla.

Aldo si alzò e seguì il direttore in silenzio, cercando di metabolizzare il non del tutto gradito cambiamento di metodo.

 

«Angelo, possiamo entrare?» chiese il direttore, affacciandosi alla porta aperta dell’ufficio.

L’uomo dai capelli corti, brizzolati come la barbara curatissima, scostò lo sguardo dallo schermo del pc. «Prego», rispose, indicando le poltroncine davanti alla scrivania.

Alzandosi strinse la mano al cliente che il direttore si premurò di presentargli come uno dei migliori della filiale.

 

«Fa un caldo infernale qua dentro», osservò Aldo, sfilandosi il cappotto.

«Dallo pure a me, lo appendo nel mio ufficio», disse il premuroso il direttore, mentre Aldo vagava con lo sguardo in cercava di un inesistente appendiabiti.

«Grazie», fece lui, porgendoglielo.

«Beh, vi lascio soli… Lo affido alle tue cure, prima che un cliente considero Aldo un amico, trattamelo bene», chiosò allegro prima di congedarsi.

«Lo tratterò con i guanti di velluto. Soddisferò le sue giuste aspettative, non ti preoccupare», replicò a tono Angelo.

 

Dopo aver visionato in silenzio sullo schermo del pc la posizione del cliente seduto con sguardo apprensivo davanti a lui, Angelo Ferluci scosse la testa contrariato.

«Cosa c’è che non va? Sono spariti i miei soldi?» chiese Aldo con ironia, senza riuscire a nascondere un po’ di apprensione.

«Non si preoccupi, i suoi sudati risparmi son tutti lì… da anni, immobili come cariatidi… è questo il guaio», rispose il broker.

«Guaio! Quale guaio?»

«Non si spaventi… Ora, vediamo cosa si può fare per rimediare al mancato guadagno; mi lasci qualche minuto», rispose distrattamente, continuando a far scorrere numeri sullo schermo del pc.

Aldo Avarone si tacque e, stropicciandosi nervosamente le mani, attese che l’oracolo si esprimesse.

 

Il dottor Angelo Ferluci si schiarì la voce, poi, mettendo su un tono pacato e convincente, lo informò che: «Il suo capitale nel decennio si è eroso da un minimo di uno a un massimo di tre punti all’anno…»

«Va beh! Ma questi son discorsi tecnici che mi sento fare ogni anno», lo interruppe sollevato Aldo.

«Mi permetta di obiettare: non sono parole, ma soldi che lei poteva trovarsi sul conto e che invece son rimasti in pancia alla sua banca», proseguì il broker, digitando sulla tastiera.

«La metta giù un po’ come vuole… ma venendo al dunque: quale tasso d’interesse può offrirmi?» gli chiese spazientito. Precisando subito dopo: «Tenga presente che io non muoverò uno solo, degli ottocento milioni di lire presenti sul conto, per l’intero anno».

Il dottor Angelo Ferluci non si scompose. «Se per ipotesi le offrissi mezzo punto in più di quello percepito finora…»

«Il due per cento!» lo interruppe Aldo, illuminandosi.

«Il due per cento», confermò sorridendo il broker. Poi staccò il busto dalla poltrona, appoggiò i gomiti sul piano della scrivania, avvicinò le mani, unì i polpastrelli e proseguì facendosi serio: «Come lei certamente saprà, l’inflazione veleggia intorno al tre, quattro per cento annuo… E questo ci porta a concludere che… con il due lordo non recupererebbe nemmeno la metà del tasso inflattivo! Nella migliore delle ipotesi, il suo capitale alla fine dell’anno risulterà eroso di un buon due per cento… Tenere una cifra cospicua sul conto corrente, non mi pare proprio un modo consono e redditizio d’investire… il denaro non è, come si suole dire, “sterco del diavolo” … e nemmeno “farina del diavolo”, ma tenendolo fermo sul conto finirà lentamente e inesorabilmente… in crusca».

Aldo Avarone osservò perplesso il broker che, accigliato il giusto, picchiettava con i polpastrelli sulla scrivania.

“Farina del diavolo, ma che cavolo sta dicendo questo”, pensò, prima di esprimersi: «Ho sessant’anni, una buona pensione e non ho figli a cui lasciare il frutto del mio lavoro. Prima che tutta la farina del diavolo finisca crusca, sarò morto e sepolto… Un due per cento, certo; è meglio di un quattro, incerto… mi basta e avanza!»

«Eh, ma la mia era solo un’ipotesi di scuola… Oggi come oggi, la banca per un conto corrente come il suo, può offrire al massimo… lo zero cinquanta», lo informò il broker, tornando ad appoggiare la schiena alla poltrona.

«Zero cinquanta!» sbottò Aldo, sgranando gli occhi.

«Zero cinquanta», confermò tranquillo il broker. Aggiungendo: «E le assicuro che nessun’altro istituto di credito le offrirà un centesimo in più».

Mentre Aldo Avarone rifletteva sul da farsi, Angelo Ferluci, compunto nel suo ruolo di broker, osservando lo schermo del PC buttò lì con noncuranza: «Ma guarda i tecnologici quanto hanno performato in sei mesi… quindici punti… non male… non male davvero».

«Azioni?» chiese interessato Aldo.

«No, niente borsa… roba sicura, fondi d’investimento», rispose lui, girando lo schermo per mostrare numeri e percentuali al potenziale cliente.

Mostrando cifre, diagrammi e percentuali, lo seppellì di chiacchiere senza lasciargli il tempo di ribattere. Dopo un quarto d’ora le parole e il caldo asfissiante presente nell’ufficio lo fecero sbandare, sembrava sul punto di accettare la proposta indecente del broker, ma all’ultimo istante si tirò indietro.

Angelo Ferluci, ormai certo di tenerlo in pugno, si giocò il jolly: un atto di fiducia nel proprio operato che avrebbe convinto anche il più riottoso e impaurito risparmiatore.

«Con questo documento chirografo, mi impegno in nome e per conto della B.D.A, a risarcirla delle eventuali perdite in conto capitale», annunciò, mostrando il documento da lui vergato davanti allo sguardo attonito di Aldo. Aggiungendo: «La garanzia è valida per i prossimi tre mesi, entro questo lasso di tempo lei potrà richiedere in ogni momento la risoluzione del contratto e la restituzione dell’intero capitale investito, qualunque sia la quotazione del fondo “Rapid”».

«E dopo tre mesi, cosa succede?» chiese allettato dall’offerta Aldo.

«Dopo tre mesi, il fondo continuerà a performare, e lei dovrà decidere se mantenere l’investimento, incrementarlo, diminuirlo oppure azzerarlo… Più di questo io non posso fare. Ora tocca a lei, cosa decide di fare?»

Aldo Avarone ci pensò su: “La proposta mi sembra buona, male che vada dopo tre mesi mi riprendo il capitale e lo rimetto sul conto corrente”. Prese dalla scrivania il documento vergato e firmato dal broker, lo lesse, poi, dopo un’altra rapida scorsa, gli chiese: «Quando dovrei investire?»

«Potrebbe investire anche l’intera somma che tiene sul conto corrente, tanto è garantita dalla banca», rispose tranquillamente. Poi, vedendolo incerto sul da farsi, si corresse: «Se mi permette un consiglio: ne lasci metà sul conto corrente, poi, fra tre mesi decideremo insieme come e se investirli».

Parole che cementarono definitivamente il rapporto fiduciario tra il broker e il cliente.

Aldo Avarone seguì il consiglio di Angelo Ferluci: investì metà del capitale e mantenne il resto sul conto corrente. Poi, dopo aver firmato la documentazione, infilò nella busta delle copie per il cliente il documento chirografo - l’ombrello che avrebbe coperto da ogni tempesta il capitale nei prossimi tre mesi -, salutò il broker e se ne andò.

 

E così, Aldo Avarone, cavalcando la breve ed esaltante stagione delle “dot.com”, entro di diritto nel sempre più affollato parco buoi della finanza.

L’epopea delle stupefacenti performance dei titoli tecnologici spinse un gran numero di risparmiatori a investire in azioni e fondi ad altissimo rischio; era il tempo in cui ascoltando le conversazioni nei bar del paese, pareva di trovarsi al cospetto di esperti finanzieri in attesa di recarsi in borsa. Fu in quel contesto folle che, oltre alla “Gazzetta dello sport” e al “Corriere della sera”, iniziò a fare la sua comparsa sui tavoli dei caffè anche “Il sole 24 ore”.

La minuscola pulce sarda che, senza produrre una lira di profitto ma milioni di perdite, si apprestava a superare in capitalizzazione l’elefante torinese, e il “NASDAQ”, mercato finanziario d’oltreoceano dove si scambiavano i titoli internet, furono due dei miti che alimentarono i sogni di piccoli investitori destinati al massacro.

 

Allo scadere del trimestre, Aldo Avarone si presentò davanti ad Angelo Ferluci che, senza proferire verbo, girò il video del PC mostrandogli un grafico impressionante.

«Quindici per cento in soli tre mesi!» esclamò stupefatto Aldo, osservando la linea puntare senza esitazioni verso l’alto, quasi volesse uscire dall’angolo destro dello schermo per continuare la corsa arrampicandosi sulle pareti dell’ufficio.

«E questo è niente, li legge i giornali?» fece il broker, sbattendogli sotto il naso l’articolo del “Sole 24 ore”, dove un esperto profetizzava che si era all’inizio di una nuova era, e che la crescita di valore delle azioni tecnologiche sarebbe proseguita a doppia cifra per anni.

Aldo Avarone era entrato in banca per chiudere l’investimento, consolidando così la fino ad allora teorica plusvalenza; ma Angelo Ferluci, mostrandogli grafici e cifre, provò a farlo desistere.

“Fa un caldo boia qua dentro, ma come fa ad essere sempre così fresco”, pensava, sudando copiosamente, mentre il broker in giacca e cravatta lo incantava con il suo eloquio pacato e sicuro.            

«Lei mi consiglia di incrementare l’investimento nel fondo, ma la garanzia che mi ha offerto scade oggi… che fa, me la rinnova?» provò a chiedere timidamente.

«Vorrei che fosse chiaro che io non la sto obbligando ad investire, ma solo consigliando», iniziò col dire il broker, guardandolo fisso negli occhi. Poi si tacque, attese un cenno d’assenso del cliente e proseguì: «Detto ciò, quello che potevo fare per convincerla l’ho fatto... Oltre, il mio mandato non mi permette di andare. Ora sta a lei, deve prendersi le sue responsabilità e decidere cosa fare del suo denaro… Io le ho semplicemente ed ipoteticamente spiegato cosa avrei fatto se mi fossi trovato dall’altro lato di questa scrivania, ma siccome il denaro è suo e io non posso, e nemmeno voglio o pretendo di entrare nella sua testa, decida liberamente cosa vuol farne», concluse fresco e rilassato, osservando il cliente che, combattuto sul fa farsi, detergeva con un fazzoletto il sudore dalla fronte.

Aldo Avarone era entrato per rimpinguare il conto corrente, spostando capitale e guadagno dal fondo, e ne uscì dopo aver fatto esattamente l’opposto di quanto si era prefisso.

 

All’inizio del nuovo millennio, Aldo Avarone si recò in banca e, dopo aver analizzato insieme ad Angelo Ferluci l’investimento, ne uscì soddisfatto. “Trenta per cento, sembra un sogno, fatico a crederci”, pensava ridendo, camminando verso casa.

 

Ma i sogni possono mutare in incubi molto velocemente. Un anno e mezzo dopo, Aldo Avarone uscì dalla banca con gli occhi fuori dalle orbite, il cuore che pareva sul punto di scoppiare e la mente che non riusciva più a connettere.

 

Era accaduto che, quando era scoppiata la bolla tecnologica, tre mesi prima, Aldo Avarone non era stato abbastanza sveglio. «Ha corso a perdifiato per due anni, può arrivare a perdere ancora più del trenta per cento, ma sicuramente dopo farà più sessanta… glielo posso garantire. Questo è il momento giusto per mediare le perdite… che, le ricordo, fintanto che non chiuderà l’investimento sono solo virtuali», lo aveva rassicurato il broker, provando a succhiargli le ultime gocce di sangue finanziario

«E cosa dovrei fare, investire altro denaro?» aveva chiesto Aldo.

«Sì, deve mediare le perdite per massimizzare la performance quando le quotazioni risaliranno», aveva risposto lui, elargendo granitiche certezze sull’esito della tempesta in atto.

«Sul conto corrente mi sono rimasti tre milioni… mi servono per le spese e le tasse, non li posso toccare.»

«Non ha altro? Non so, oro o gioielli da monetizzare?» aveva chiesto allora il broker.

Aldo ci aveva pensato su. «Sì, ci sarebbero trenta monete d’oro dall’alto valore numismatico… potrei farci anche cinquanta milioni… ma dovrei avere il tempo di trovare qualcuno disposto a comprarle, un collezionista… se le mettessi all’asta otterrei molto meno», aveva risposto alla fine con la morte nel cuore.

«Oggi è il suo giorno fortunato. Colleziono monete antiche, me le mostri, se mi interessano le prenderò pagando il loro giusto valore», aveva buttato lì con gli occhi illuminati da una luce inquietante Angelo Ferluci.

 

Fu così che la cupidigia spinse Aldo Avarone a bruciare sull’ara della finanza spregiudicata anche le monete: idoli d’oro della sua avarizia.

Ed ora era lì, seduto sul divano con la testa tra le mani senza sapere a che santo votarsi: aveva scoperto, andato in banca per parlare con Angelo Ferluci, che era stato trasferito alla sede centrale della B.D.A.

 

«Il suo cellulare!» esclamò, balzando dal divano.

Aprì un cassetto della credenza, rovistò tra le carte della banca. «Eccolo!» fece, prendendo il biglietto da visita.

Provò a chiamarlo. «Maledizione! Ha la segreteria!» sbottò, lanciando il cellulare sul divano.

Dopo lo scoramento iniziale riprese il cellulare e lo richiamò ad intervalli regolari, finché non

riuscì a contattarlo.

Nonostante il tono molto acceso usato da Aldo Avarone nell’esporre le proprie lagnanze, Angelo Ferluci non si scompose e, dopo una breve discussione, si disse disposto ad incontrarlo il giorno dopo nel suo ufficio: presso la sede centrale della B.D.A.

 

Aldo Avarone, dopo aver posteggiato la vecchia e bolsa utilitaria nel parcheggio della metropolitana, discese nelle viscere della città.

“Strano, non me le ricordavo tutte ‘ste scale mobili. Devono aver scavato le gallerie delle nuove linee molto più in profondità”, pensava, osservando le otto rampe mobili che parevano scendere fino al centro della terra.

C’era qualcos’altro di strano; le scale mobili andavano tutte in un’unica direzione, verso il basso, e le persone che le affollavano mostravano una fissità impressionante: sembravano guardare, agghiacciate e ammutolite, tutte nello stesso punto. E poi c’era quel cigolio sinistro delle scale in movimento, che giungeva all’orecchio come un lamento agghiacciato di mille anime. Ma Avarone, preso com’era a rimuginare sul tesoretto perduto, non ci fece troppo caso.

Giunto in fondo, salì su un vagone della metro, insieme alla moltitudine muta dallo sguardo fisso che era scesa con lui nelle viscere della città.

Quando il convoglio iniziò a muoversi, Avarone ebbe l’impressione che le gallerie andassero verso il basso. “Sarà dovuto alla velocità di questa nuova linea”, ebbe a pensare.

Una voce metallica annunciò la sua fermata. Avarone scese, si voltò e si accorse che era solo. Ebbe appena il tempo di vedere quei volti dalla fissità innaturale attraverso i finestrini, poi il treno riparti e lo vide sparire nell’oscurità.

«Solo tredici scalini! Com’è possibile?» si chiese incredulo, voltandosi indietro dopo aver raggiunto la superfice. Un brivido gli corse lungo la schiena, volgendo lo sguardo all’intorno. «Dove diavolo sono finito?» si domandò ancora, osservando l’imponente edificio neogotico che pareva abbracciare la piazza, incredibilmente deserta. Il posto, l’architettura, i materiali usati, il silenzio irreale che regnava in quella piazza, tutto contribuiva a far sentire il povero Avarone dentro un incubo. La piazza era lastricata con grosse pietre nere, probabilmente di origine lavica; anche l’edificio, decorato con altorilievi e statue grottesche, era stato eretto usando lo stesso materiale. Avarone stava riflettendo sul fatto che, forse, avrebbe fatto meglio a tornarsene a casa, quando, alzando lo sguardo, vide campeggiare sul frontespizio dell’edificio l’insegna dentro la quale era inscritto per intero il nome della banca.

«Banca degli angeli», lesse incredulo, e questo parve rassicurarlo: ora, invece che inquietante, percepiva l’architettura “giustamente austera” dell’antico immobile, come qualcosa di molto rassicurante, messo lì per trasmettere all’osservatore la solidità dell’istituto che ha saputo attraversare le tempeste finanziare dell’ultimo secolo senza subire irreparabili rovesci.

«E’ solo una banca, andiamo!» esclamò allora per darsi coraggio, puntando deciso verso l’immenso portale d’ingresso misurando la piazza con lunghi passi.

 

«Buona giornata, in cosa posso esserle utile?» gli chiese con un tono simile ad un sussurro, la ragazza che indossava un elegante tailleur nero, così come le scarpe, le calze e i capelli che formavano una crocchia dietro la nuca.

«Buongiorno, avrei un appuntamento, ur-gen-tissimo!» scandì alzando il tono. «Con il dottor Angelo Ferluci, dove lo trovo!» concluse alterandosi: l’eco rabbioso rimbalzando tra le alte colonne si sparse all’interno dell’ampio salone.

La ragazza sorrise. «L’accompagno», fece, indicando lo scalone di pietra.

Il rimbombare dei passi sulla pietra nera, inquietò Aldo Avarone. “Ma oltre a noi, non c’è nessuno qua dentro?” si chiese, guardandosi intorno.

Mentre saliva lo scalone di fianco alla silente e fresca ragazza, iniziò a slacciarsi la cravatta: era una giornata abbastanza calda, ma lì dentro il caldo era addirittura soffocante.

La ragazza lo notò sbuffare e sorrise. Allora Aldo ne approfittò per chiederle: «L’impianto di condizionamento è guasto?»

«Nooo», sussurrò lei. «Non esiste proprio.»

«Niente aria condizionata!» esclamò incredulo Aldo.

«Nooo» fece nuovamente lei, spiegando serenamente che: «Non serve, da noi il clima non muta con le stagioni, è sempre stabile e piacevole ogni giorno… ogni mese… ogni anno…»

Aldo Avarone la fissò allibito e quando lei, sgranando gli occhi nerissimi, concluse: «… per l’eternità!» si spaventò.

Avrebbe voluto scappare via da quel luogo cupo, lugubre e vuoto, ma la voce di Angelo Ferluci che lo attendeva in cima allo scalone lo tranquillizzò: «Venga, signor Avarone».

E dopo averlo fatto entrare nell’ufficio, si chiuse la pesante porta di quercia dietro le spalle.

 

Aldo Avarone diede uno sguardo veloce all’intorno. “Sembra di essere in una sacrestia”, pensò, osservando l’arredamento rigoroso.

«Si sente bene?» gli chiese Angelo Ferluci, osservando la camicia madida di sudore: nonostante la grande portafinestra spalancata, dentro l’ufficio regnava lo stesso clima soffocante incontrato entrando nell’immobile.

«E me lo chiede pure?!» proruppe Aldo, avvicinandosi con fare minaccioso.

«Si calmi e si accomodi. Poi parliamo della sua situazione», ribatté pacatamente l’altro, indicando due poltrone.

Dopo che Aldo Avarone, sospirando, si fu accomodato; Angelo Ferluci, adagiandosi morbidamente dentro l’altra poltrona, gli chiese: «Allora, mi dica, come la posso aiutare?»

«Rimettendo tutto il mio denaro sul conto corrente», provò a chiedere con poca convinzione Aldo.

Angelo Ferluci scosse il capo. «No!»

«No?» fece l’avvilito Aldo, sentendosi mancare.

«No! Non posso rimettere sul suo conto il denaro che lei ha investito su un fondo che ha perso il novantotto per cento del suo valore», spiegò, tornando a rivestire i panni del broker, allo sfatto, dal caldo e da una notte insonne, Aldo Avarone.

«Ma che razza di uomo è lei! Non si sente minimamente in colpa per avermi spinto a buttare tutti i miei soldi dalla finestra? Si vergogni! Lei… lei…» urlava con voce strozzata e vista annebbiata dall’ira, prima di stringere la faccia tra le mani e mettersi a piangere.

Angelo Ferluci attese che si calmasse, poi provò a congedarlo: «Ora che si è sfogato… direi che ci possiamo salutare...»

«E mi avrebbe fatto venire fin qui solo per dirmi questo!» lo interruppe Aldo, sconcertato dall’atteggiamento distaccato con cui lo stava liquidando.

«Veramente è stato lei a chiamarmi. Io le ho solamente detto che se voleva dei chiarimenti poteva incontrarmi nel mio ufficio», precisò senza scomporsi Angelo.

Già…» fece Aldo, afflosciandosi nella poltrona, «mi sono fatto fregare un’altra volta. Lei è bravo a ricamare con le parole. “Il denaro non è farina del diavolo”, mi disse per convincermi a investirlo dove voleva.»

«Ma se non erro, aggiunsi anche che tenendolo fermo sul conto corrente sarebbe finito in crusca», rammentò il broker, aggrottando la fronte.

«E’ così. Ed io, credendo ingenuamente che stesse facendo il mio interesse, ho seguito il suo consiglio», replicò sconfortato Aldo, ormai svuotato di ogni energia.

Un sorriso sinistro e compiaciuto attraversava il volto di Angelo Ferluci, mentre con la mano destra si lisciava la barba che gli incorniciava il mento. «Purtroppo per lei, sono profumatamente pagato per fare l’interesse della banca», lo informò, infierendo sul povero Aldo Avarone.

Poi trasse dalla tasca una moneta da dieci lire e la fece rotolare sul tavolino sistemato tra le due poltrone. «Se le chiedessi di dare un valore a questa monetina… lei sicuramente citerebbe la cifra sovrimpressa, cioè poco, quasi niente… e sbaglierebbe!»

Aldo Avarone lo guardò basito. «Non riesce a capire, eh?» gli chiese allora Angelo Ferluci, fissandolo nello sguardo vacuo.

Poi, vedendo che la risposta tardava ad arrivare gli spiegò che: «Eppure ci sono ancora luoghi in questo mondo opulento, dove una sola monetina può fare la differenza… tra vivere, o morire… Con questo piccolo pezzo di latta, che laggiù varrebbe quanto l’oro, ci si potrebbe nutrire per giorni un bambino condannato all’inedia».

La lezioncina sull’etica del denaro non scosse l’animo arido dell’avaro. «Si, va beh, e allora che dovrei fare, scambiare quel poco che mi è rimasto in monetine da dieci lire e andare a vivere laggiù per sentirmi ancora ricco?» gli chiese in tono sarcastico Aldo.

«Cambiare il denaro in monete per sentirsi più ricco… non credo possa funzionare! Il denaro va usato, non accumulato. Questa monetina, tenuta in tasca vale zero», rispose Angelo. Poi, indicando la parete alla sua destra, lo invitò ad alzare lo sguardo e concluse: «Come quelle trenta monete d’oro!»

Aldo Avarone sgranò gli occhi. «Le mie monete!» esclamò commosso.

Entrando in ufficio con la vista e la mente annebbiate da rabbia e sconforto non aveva notato le due sottili teche appese alla parete dentro le quali, posate inclinate di pochi gradi su una piccola rastrelliera rivestita dello stesso panno color porpora dello schienale, erano esposte le monete.

«Le monete della banca», lo corresse Angelo. E indicando la seconda teca aggiunse: «Come quelle trenta monete d’argento con l’effige dell’imperatore, salario di un tradimento risalente al primo secolo dopo Cristo».

«Trenta mone d’argento… se fossero quello che penso, valgono una fortuna», rifletté ad alta voce Aldo.

«Quello che posso dirle: è che finché stanno appese lì, valgono quanto la crusca… solo usandolo per nutrire corpo e anima, si darebbe al denaro il suo giusto valore. Avarizia e cupidigia, non sono virtù, ma colpe.»

«Sa che c’è?» sbottò Aldo. «C’è che voi predicate bene ma razzolate male! Succhiate il sangue ai depositanti, poi appendete il loro scalpo alle pareti… e osate chiamarvi “Banca degli angeli” … siete degli imbroglioni senza vergogna! Banca dei diavoli, dovrebbe recitare l’insegna là fuori!»

«Non ha detto niente di straordinario, sa?» replicò Angelo senza scomporsi. «E’ universalmente noto che i demoni sono angeli caduti in disgrazia.»

Aldo notò un ghigno inquietante palesarsi sul volto di Angelo. «Ma chi sei veramente tu?» gli chiese tremante, rattrappendosi sin quasi a sparire dentro la poltrona.

Angelo avvicinò il volto, che ora pareva deformarsi e assumere forme animalesche. «Fer-luci- fer- luci-fer-luci…» scandiva ruggendo dal profondo, mostrando fauci di fiera e occhi di brace.

«Luci-fer» fece Aldo, riparandosi il volto con il dorso della mano. «Lucifero, il demone! NOOO!» gridò alzandosi di scatto e correndo a perdifiato verso la portafinestra aperta. Un tonfo sordo sul selciato sottostante spense l’ultimo disperato urlo del povero Aldo Avarone.

Angelo Ferluci controllò l’ora sul Rolex d’oro che portava al polso. «Le undici, preciso al centesimo di secondo», disse, complimentandosi. Poi chiuse la porta finestra senza nemmeno lanciare un’occhiata di sotto, si toccò il volto, che nel frattempo aveva riacquistato fattezze umane, e sorridendo soddisfatto lasciò l’ufficio.

 

                                                  ********************************

 

«Sacramentava con gli occhi fuori dalle orbite perché la macchina non partiva. Glielo avrò detto venti volte, quando mi capitava d’incontrarlo sulle scale, di muoverla almeno una volta al mese; ma lui, niente. “La benzina mica me la regalano”, mi rispondeva. Poi mi salutava e se ne andava a piedi», spiega l’uomo al capitano dei carabinieri. «Come poteva sperare che la batteria, dopo quasi due anni, fosse ancora carica? Sembrava matto, entrava e usciva dal box con il cellulare in mano e gridava: “Maledetto! Rispondi!” Poi quando riuscì a parlare disse all’altro che dovevano rinviare l’appuntamento perché la macchina non partiva. Non saprei dirle cosa diavolo gli rispose quello. Io lo vidi scagliare il cellulare contro il muro come se scottasse… aveva uno sguardo… da paura. “Aldo, ti serve aiuto?” provai a chiedergli… Non mi ascoltò nemmeno, aprì la porta dell’androne e corse in casa. Allora io tornai a tagliare la siepe, laggiù», indica la recinzione della palazzina, poi con voce rotta aggiunge: «cinque minuti dopo ho sentito un urlo e un tonfo, mi sono girato e Aldo era lì dov’è adesso, con gli occhi sbarrati e un rivolo di sangue che gli usciva da dietro l’orecchio», conclude indicando il corpo pietosamente coperto da un candido lenzuolo.

Il capitano alza lo sguardo. “Un bel volo”, pensa, inquadrando la finestra al secondo piano dalla quale Aldo Avarone ha spiccato il tragico volo. «Sa dirmi pressappoco l’ora che udì prima l’urlo poi il tonfo sul cemento?» gli chiede, tornando con lo sguardo sul cadavere.

«Le undici in punto!» afferma sicuro l’uomo. Poi, di fronte allo sguardo stupito del capitano, indicando il campanile precisa: «Lo posso affermare con certezza, perché un attimo prima dello schianto stavo contando i rintocchi delle campane».

Il capitano annuisce, guarda l’orologio del campanile e dice: «Venticinque minuti fa».

 

                                                  FINE

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L'AUTORE Vecchio Mara

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Paolo Guastone il 2019-02-13 10:02:28
Giusta fine di un uomo meschino. D'altra parte, con i proverbi non ci si sbaglia mai. E il bello è che, tutto questo, sei riuscito a condensarlo in queste bellissime righe.

Vecchio Mara il 2019-02-13 17:03:07
Ognuno avrà, quando verrà il suo tempo, la giusta paga per le azioni commesse. E il bene, fatto o non fatto, sarà dirimente. Ti ringrazio. Ciao Paolo

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