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Mauro Banfi il Moscone

I DECANI: ritornando all'Umanesimo e al Rinascimento MESE DI FEBBRAIO: Ade e Trasfigurazione

"VIRGOLETTE"

Saggistica

Recensioni (libri, film e qualsiasi forma artistica)

pubblicato il 2019-02-09 12:55:20

Mese di gennaio

 
- segno zodiacale e Decani del Palazzo Schifanoia di Ferrara: ricostruzione delle icone sbiadite di Maurizio Bonora -

Figlie e figli dell’Umanesino, Signore e Signori del Rinascimento, l’eroe del nostro tempo è il maschio, bianco, americano della Silicon Valley e ingegnere.
Il tizio eroico in questione è sempre molto preso dal problema del commediante e della comunicazione – oltre che dal momento in cui, da surfista, smette di remare con le braccia per prendere velocità e salta in piedi sulla tavola per cavalcare l’acme dell’onda, inseguito da qualche squalo tigre -:
”Colui che vuole muovere la moltitudine non dovrà essere il commediante di sé stesso? Non dovrà prima di tutto tradurre sé stesso in grottesca evidenza e sciorinare tutta la sua persona e il fatto suo in questa riduzione grossolana e semplicistica?”
Ah, palestrati e ipervitamizzati maschi, bianchi, americani della Silicon Valley, ingegneri eroici, siete inconsapevoli discepoli di Nietzsche e manco lo sapete, nella vostra devastante ignoranza; ma del resto voi anglosassoni non avete inventato il Rinascimento, voi non conoscete la prospettiva dell’Ade e quella della Trasfigurazione.        
La vostra genialata è stata quella di applicare l’aforisma nicciano annientando l’arte, la letteratura e la filosofia, dando la priorità assoluta alla comunicazione, all’informazione fatta solo di significanti, allo stile ridanciano e banausico del videogioco che ha schifato quello della profondità e della seria, lenta, metodica autodisciplina.       
Ecco, ora è tutto più facile e comodo, posso parlare con i miei amici, con lo smartphone, mentre produco le mie deiezioni sul cesso o mentre sono sdraiato sul letto a massaggiarmi i piedi sudati con qualche cremetta.    
Spingo tasti, spingo fuori similpensieri male digeriti ed emozioni mal formate, ma che importa: con WhatsApp sono il commediante di me stesso e smuovo le masse (dallo sfintere?).  

 

Mah, maschi, bianchi, americani ingegneri della Silicon Valley, è tempo che impariate qualcosa di sensato nella vostra sciagurata esistenza di nichilisti passivi: vi porto a fare un giro, per dovere di umanità, a Firenze, sotto la basilica di San Lorenzo, e cercherò di mostrarvi che cosa sono stati per il nostro Rinascimento l’Ade e la Trasfigurazione.
Invoco il primo Decano di febbraio di portarci il pensiero di James Hillman, tratto dalla sua penetrante “Re-visione della psicologia”, un grande psicologo e amico della Rinascenza, che, grazie alla splendida opera della casa editrice Adelphi, ci ha fatto capire delle cose su noi mediterranei che noi stessi italici, persi e confusi nella nostra bellissima e sciagurata, anarchica terra di elezione, non avevamo compreso:     

 

“È mio convincimento che noi fraintendiamo il Rinascimento vedendolo come un turbolento tributo a Dei dell’amore, della luce, della vita e della natura. Io credo che il Dio del Rinascimento e di tutte le rinascenze psicologiche sia Ade, il principio archetipico dell’aspetto più profondo dell’anima.
La mitologia greca a riprova della prospettiva totalmente psicologica di Ade dice che egli non ha templi sulla superficie della terra e non riceve libagioni...
Dalla prospettiva di Ade noi siamo le nostre immagini...
Crediamo che vita umana e anima siano naturalmente una cosa sola. Non ci siamo ancora risvegliati alla morte. Cosicché rifiutiamo quella che è la metafora prima dell’esistenza umana: che noi non siamo reali. Rifiutiamo, anche, di ammettere che la realtà umana dipende interamente dalle realtà che accadono nell’anima. Sostenere che « noi non siamo reali » significa allentare la nostra presa su tutte le apparentemente irriducibili oggettivazioni della personalità umana, si tratti del corpo organico, della personalità umana o della consapevolezza soggettiva (Descartes), e avere coscienza di esse come fantasie della psiche. Sostenere che « noi non siamo reali » significa che la realtà delle persone e ogni atto della coscienza è il riflesso d’una immagine fantastica: perché queste sono i soli veri esistenti che non siano riducibili a qualcosa di diverso dalle loro immagini; solo esse sono quali appaiono letteralmente, solo le fantasie sono completamente, incontrovertibilmente reali.”
 
 

Nel 1530 Michelangelo Buonarroti si nascose per lungo tempo nel sottosuolo delle Cappelle Medicee, sotto il convento e la basilica di San Lorenzo, in una stanza segreta.
Tra il 1529 e il 1530 il re di Spagna Carlo V, dopo aver piegato la resistenza di papa Clemente VII con il criminale sacco di Roma, decise di assediare Firenze in modo da riportare la famiglia Medici sul trono ducale.
Michelangelo aveva sostenuto a lungo la repubblica fiorentina - per quanto doveva la sua formazione artistica a Lorenzo il Magnifico e alla dinastia medicea - e i Medici, appena entrati in Firenze, scatenarono una caccia all'uomo contro gli avversari e un loro uomo d'arme, Alessandro Corsini, fu incaricato di acciuffare e forse anche torturare e uccidere Michelangelo.
Con la complicità del priore di San Lorenzo, Giovanni Battista Figiovanni, l'artista si rifugiò nel sotterraneo della Sagrestia nuova e per ingannare il tempo, ricoprì le pareti del suo rifugio con schizzi bellissimi ed energici.
 
 
 
In questo piccolo Ade, in questo spazio angusto e opprimente, le facciate della piccola stanza che lo ospitò per diversi mesi divennero la tela dove riversare la propria inesauribile creatività. Alcuni storici d’arte ritengono che Michelangelo tracciò una sorta di inventario della sua vita e della sua arte. I disegni, infatti, rappresentano sia opere già concluse, ma anche idee per capolavori futuri.
La psicologia del Rinascimento non finiva infatti nella consapevolezza del fallimento e della morte, lì essa aveva solo il suo inizio. Da questa posizione veniva il balzo nella vita e l’abbraccio di ombra e anima. Il pensiero continuo dell’ombra, il profondo senso del male, del dolore, della breve candela della vita, si univa, nella filosofia fiorentina e rinascimentale matura, con la sua idea dominante: la creatività e la trasfigurazione dell’anima.
 

        
Da questa stanza segreta di sette metri per due ritorno alla Sagrestia nuova, accompagnato dalla Notte e dal Giorno, dall’Aurora e dal Crepuscolo.
Contemplo il sarcofago dove Lorenzo il Magnifico e suo fratello Giuliano, scempiato dalle coltellate durante la messa di Pasqua del 26 aprile 1478, riposano sotto la statua michelangiolesca della Madonna col bambino; vedo Giuliano colpito vigliaccamente alla schiena e riverso in un lago di sangue e in una visione vedo, in alto, verso la volta della Sagrestia nuova la Trasfigurazione di Raffaello, dei Musei Vaticani.      
Ah, voi maschi, americani della Silicon Valley, bianchi e ingegneri, che avete ridotto l’arte e la letteratura e la filosofia a mera, brutale comunicazione senza anima, che cosa ne sapete della stanza segreta di Michelangelo e del poderoso dipinto di oltre quattro metri che Raffaello, stremato dalle gioie muliebri e amorose, si fece portare davanti al suo letto di morte?
Secondo Decano di febbraio, portalo a noi, ti prego:

 
 

La Trasfigurazione esprime il pathos della creazione e il suo mito di Ade, il transito dall’incomunicabile e dal dolore senza nome alla figurazione, alle figure: questa è la Rinascenza.  
Noi siamo solo le nostre immagini, noi non siamo reali, l’avete capito, o no?
        

Luoghi visitati lungo il viaggio interiore nel Rinascimento:

1) Mont Ventoux, Provenza;
2) Studiolo di casa Francesco Petrarca, Arquà Petrarca;
3) Monumento funebre di Andrea Alciato, cortile della Volta dell'Università di Pavia.
4) Palazzo Falconieri, Roma.
5) Galleria degli Uffizi, Firenze.
6) Sagrestia Nuova presso la basilica di San Lorenzo, Firenze.
7) Musei Vaticani, Roma.


                                                                         mese di marzo
 
 
 
 
 
 
 
 

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L'AUTORE Mauro Banfi il Moscone

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P.I.A.F. è come la mia passata quinta elementare, quando il maestro Crippa istituì la biblioteca circolante e con letture di pezzi scelti e di sinossi m'introdusse alla grande tradizione dell'avventura. Già allora imparai che Poe, Stevenson, Melville, Salgari, Defoe, Verne, Conrad e London si erano divertiti e appassionati a scrivere romanzi marinareschi proprio perché il filone già esisteva prima ( i vari resoconti di Colombo, Marco Polo e altri esploratori), e avevano provato il piacere intenso di essere una perla della collana di una tradizione letteraria. Anche in questo fantastico sito sta accadendo che il proverbiale narcisismo degli scrittori conta molto meno del piacere di far parte di una compagnia, come se la partecipazione fosse premio a se stessa. Questo è il grande gioco della letteratura: il comprendere che il nostro presente pullula di tracce del nostro passato. Noi siamo storie, racconti per noi stessi. Abbiamo solo questa forza per controbattere l'aumento costante dell'entropia, il vero It, il male che dobbiamo affrontare.

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Rubrus il 2019-02-12 12:44:00
E' possibilissimo che i miei ricordi siano confusi e imprecisi, ma il discorso del "noi siamo o vediamo solo le ombre e il mondo reale è un altro" è di Platone e la divinità dei crocicchi era Ecate o Hermes. Il discorso sulle ombre, se ben ricordo, invece, è totalmente diverso, per esempio, in Omero: Nell'Odissea l'Ade (a parte forse i campi Elisi e forse neppure quelli) è un luogo dove dimorano le immagini di ciò che è stato in vita, pallide ombre cui si fanno sacrifici di sangue e che hanno un grandissimo rimpianto della realtà, tanto che il fantasma di Achille dice - se ben ricordo - "Vorrei essere un servo nella casa di mio padre, ma vivo, piuttosto che regnare su questo regno di ombre". Insomma, il rapporto tra realtà e immagine è esattamente l'opposto. Questa, qui, è la vita vera. L'altra una pallida imitazione. Noi siamo reali, quelli sono fantasmi. Da Platone in poi parte una corrente metafisica differente dalla "filosofia naturale" dei presocratici, ma è appunto una corrente sola. Socrate, Aristotele, ma anche stoici e epicurei la vedono piuttosto diversamente. Tornando ad Ade, la mia sensazione è che i Greci antichi non lo nominassero, lo definissero l'invisibile e quindi non lo raffigurassero (mi pare ci siano pochissime rappresentazioni del dio) per ragioni essenzialmente scaramantiche. Non avendo una visione organica e sistematica dell'Oltre (che verrà dopo, col cristianesimo), ma tante visioni diverse, in gran parte poco consolatorie, preferivano evitare l'argomento - con cui peraltro si dovevano confrontare più spesso di noi, dato che si moriva prima e più frequentemente. E' un atteggiamento abbastanza comune per gli esseri umani che neppure nominano, per esempio, certe malattie, riferendosi ad esse come "un brutto male" (non a caso la parola "cancro" ha cominciato ad essere usata e diffondersi senza infingimenti man mano che aumentavano le possibilità di cura). Parliamo, per gli antichi Greci, di popoli che non usavano neppure la parola "morire" (tethnanai) ma "essere morto" (tethnamenai") preferendo evitare di nominare il momento del trapasso. Con la cristianità le cose sono cambiate radicalmente - pensiamo ai "trionfi della morte" e alle rappresentazioni dell'aldilà che riempiono lo nostre chiese dell'epoca. L'Oltre è diventato parte integrante del qui ed ora, anzi, il luogo dove il qui ed ora trova il suo compimento. Con il Rinascimento ha senza dubbio ripreso vigore una metafisica non necessariamente legata alla religione... ma adesso (facendo un salto temporale bello lungo)?. Adesso mi pare che, e forse ancora una volta perchè, come all'inizio, non c'è una metafisica istituzionale condivisa, si è tornati a evitare l'argomento. Quindi niente più drappi neri, vedovanze, uomini con la fascia del lutto al braccio, donne col velo nero, meno preghiere e funzioni, anche religiose, per i morti. Forse Ade non è invisibile "di suo": è invisibile perchè non vogliamo vederlo.

Mauro Banfi il Moscone il 2019-02-12 17:30:44

"Non c’era nulla che la dolce e ingenua Persefone amasse di più che essere in comunione con la natura. Davvero figlia di sua madre Demetra, gioiva dei fiori e delle pianticelle. Un dorato pomeriggio, a poca distanza dai compagni scelti da sua madre per proteggerla, Persefone dava la caccia alle farfalle che svolazzavano di fiore in fiore in un prato picchiettato dalla luce del sole. A un tratto udì un rombo profondo e lacerante. Somigliava a un tuono, eppure sembrava provenire, invece che dal cielo, dalla terra sotto i suoi piedi. Lei si guardò attorno sgomenta. La terra tremava, e il versante della collina di fronte a lei si stava aprendo. Dal varco uscì strepitando un grande carro. Prima che la ragazza terrorizzata avesse tempo di scappare, il nocchiero l’aveva presa, aveva girato il carro ed era scomparso nel crepaccio. Quando i compagni di Persefone, allarmati, raggiunsero il luogo, l’apertura si era già richiusa, e non se ne vedeva più traccia.

La scomparsa di Persefone era inspiegabile, oltre che improvvisa. Un minuto prima era lì che sgambettava allegra nei prati, e subito dopo era svanita senza lasciar traccia."



Ciao, Roberto e grazie per il prezioso excursus e per la fondamentale chiave finale: concordo, altro che Eros, è Ade il dio più rimosso dalla nostra epoca attuale.

Come sai, prima di Platone i Greci non filosofavano sui loro miti, ma li "raccontavano".

Pertanto ho premesso una bella ri-narrazione di Stephen Fry del ratto di Proserpina/Persefone.

E' questo aspetto narrativo e psicologico che m'intriga di questo tatno inattuale e disconosciuto archetipo: ciascuno di noi attua Persefone nell’anima, fanciulla in un campo di narcisi o di papaveri, cullata e quasi assopita nell’innocenza e nei dolci agi fino a che all’improvviso ecco Ade che ci afferra e ci tira verso il basso e le interiore della terra, e la nostra intatta coscienza naturale è violata e aperta alla prospettiva della morte. Una volta che questo sia accaduto — attraverso una disperazione suicida, un improvviso arrestarsi di una facile carriera, un’invisibile depressione da cui cerchiamo invano di liberarci — allora nell’anima regna Persefone e noi vediamo la vita attraverso il suo occhio più scuro.

Sembra proprio che sia necessario sottostare a un’esperienza "metaforica" di morte per riuscire ad abbandonare la nostra presa sulla vita "materiale" e sui punti di vista del mondo

umano letterale e banausico.Sembra proprio che non si possa riconoscere la piena realtà dell’anima fino a che non si è attaccati da Ade, fino a che invisibili forze del mondo infero subconscio non sopraffanno e catturano la nostra normalità. Solo allora, a quanto pare, noi riusciamo a distinguere la psiche dall’umano, sentendo con le viscere stesse del nostro

essere che la psiche ha legami che sono ben lontani dalle preoccupazioni umane. Allora vediamo le preoccupazioni umane in modo diverso, cioè le vediamo psicologicamente.

Il ratto di Persefone non avviene una sola volta nella vita. Poiché quest’esperienza d’anima, questo radicale mutamento nell’anima è un avvenimento mitico, immaginativo e immaginale, esso è sempre in atto come modello basilare di psicodinamica. Poiché questo mito è al centro del principale culto misterico greco di trasformazione psicologica, quello di Eieusi, la violenza di Ade sull’anima innocente è una necessità centrale per la trasformazione psichica. Noi proviamo questo sconvolgimento e la gioia che l’accompagna ogni volta che un evento viene repentinamente strappato via dalla vita umana e dal suo stato naturale e trasportato in una realtà più profonda e più immaginalmente « irreale ».

Fino a che Persefone non è stata rapita e stuprata, fino a che la nostra coscienza naturale non è stata patologizzata, le nostre anime ci proiettano come realtà letterali, solo materiali. Crediamo che vita umana e anima siano naturalmente una cosa sola. Non ci siamo ancora risvegliati alla morte. Cosicché rifiutiamo quella che è la metafora prima dell’esistenza umana: che noi non siamo reali.

Ma la psicologia del Rinascimento non finisce nella morte, lì essa ha solo il suo inizio. Da questa posizione viene il balzo nella vita e l’abbraccio di ombra e anima. Il pensiero continuo dell’ombra, il profondo senso del male, del dolore, della breve candela della vita che brucia dai due lati, si univa, nella filosofia fiorentina, con la sua idea dominante: la creatività e la gioia dell’anima. Che curioso matrimonio, che doppia verità straordinaria: inumanità e anima insieme! E pensa, la troviamo anche nei più riusciti horror anglosassoni... Può esservi un più acuto contrasto tra umano e psiche?

La morale rinascimentale (e Stevenson, Conan Doyle, Stoker, Melville, Poe, ecc ecc) non

divideva il fare anima dalla profonda inumanità e dai processi di patologizzazione presenti nell’anima stessa.

Durante questo mio viaggio nel "genius loci" del Rinascimento, nei momenti più profondi ho sempre provato questo senso di Ade & Trasfigurazione.

Sono andato a informarmi presso la Sagrestia nuova di San Lorenzo a Firenze di questa incredibile stanza segreta di Michelangelo, e là, guardando verso il sepolcro di Lorenzo e Giuliano "ho visto" - niente di sovrannaturale, solo le stanze della mia memoria - la "Trasfigurazione" di Raffaello dei Musei Vaticani e la "Resurrezione" di Piero della Francesca di Sansepolcro.







O con la Rinascenza o con gli horror classici giungiamo infine, caro amico, alle soglie del mistero e del racconto mitico:

"La scomparsa di Persefone era inspiegabile, oltre che improvvisa. Un minuto prima era lì che sgambettava allegra nei prati, e subito dopo era svanita senza lasciar traccia."

E qua con un brivido, un respiro di sospensione e una - chissà, folle - speranza, una voglia irrefrenabile di vita e di trascendenza, la mia presunzione di conoscere tutto s'arresta.

E sono tutti lievi e sacrosanti i limiti riconosciuti.

Abbi gioia


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