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Massimo Bianco

Jean Claude Izzo, noir mediterraneo

"VIRGOLETTE"

Saggistica

Recensioni (libri, film e qualsiasi forma artistica)

pubblicato il 2019-02-07 00:57:40

JEAN CLAUDE IZZO, NOIR MEDITERRANEO

Ascolto musicale consigliato: Gian Maria Testa “Un po' di là del mare” (1996).

 

Jean Claude Izzo nacque nel 1945 a Marsiglia da madre francese e padre italiano immigrato, originario di Castel San Giorgio in provincia di Salerno. Frequentò una scuola professionale e, divenuto adulto, visse di mille lavori, spesso legati ai libri, per poi darsi al giornalismo. Nella prima parte della sua carriera letteraria si dedicò prevalentemente alla poesia, pubblicando una serie di opere rimaste in toto inedite in Italia, credo, tranne alcune apparse su una recente biografia “Jean Claude Izzo, sroria di un marsigliese” di Stefania Nardini (Perdisa Pop editore), come è d’altronde logico visto che dalle nostre parti tanti si dilettano a poetare, magari anche ignorando la metrica, ma pochi leggono le poesie altrui. Izzo cominciò a rivolgersi alla narrativa solo a partire dal 1993, facendo in tempo, prima di morire per un cancro al polmone nel 2000, a scrivere 5 romanzi più una manciata di racconti, tutti pubblicati in Italia dalla editrice e/o. E chissà quanti altri scritti di valore avrebbe potuto regalarci se la falce dei cieli non l'avesse così prematuramente ghermito.

Il suo primo romanzo è “Casino totale”(tit. or.: Total Khéops), pubblicato in Francia nel 1995 e in Italia nel 1998, appunto dalla romana e/o. Casino Totale è un poliziesco e fu immediatamente baciato dal successo. Il protagonista è Fabio Montale, poliziotto attivo a Marsiglia e, come si evince dal nome, italo francese come Jean Claude. Lo spunto del plot narrativo è l’uccisione dell’amico d’infanzia Manu e il conseguente ritorno a Marsiglia, dopo moltissimi anni di assenza, di Ugo, l’altro vecchio amico di Montale.

“…Fabio era uno sbirro. Significava mettere una croce sul loro passato, sulla loro amicizia. Eppure, avrebbe desiderato rivederlo, Fabio.

«Più tardi. Forse. Com’è?»

«lo stesso. Come noi. Come te, come Manu. Un fallito. Non abbiamo saputo far niente delle nostre vite. Dunque, poliziotto, o ladro…»

«Gli volevi bene, è vero.»

«Gli voglio bene, sì.»

Una stretta al cuore…

Sono cresciuti insieme quei tre, hanno fatto i primi sogni insieme e sono stati legati alla stessa donna, Lola, prima d’intraprendere percorsi diversi. Ugo ora è giunto per consumare la vendetta.

La pistola, un regalo di Manu per i suoi vent’anni. A quell’epoca Manu era ormai fuori di testa. Non se n’era mai separato ma neppure l’aveva mai usata. Non si uccide come niente. Anche se minacciati. E, a volte, era successo, qui o là. C’era sempre un’altra soluzione. Sicuramente. Ed era ancora vivo. Ma oggi ne aveva bisogno. Per uccidere.

Ma nella violenta città portuale mediterranea Ugo trova presto la morte.

Giunge così il tempo per Fabio Montale di prendere in mano l’indagine, tuffandosi inoltre nel passato e nei ricordi, belli o brutti che siano. Perché è un romanzo intriso di malinconia, Casino Totale e non semplicemente d’azione. Pieno di spleen, per giunta, come già si evince dal primo breve passaggio sopra riportato. E avete notato il suo peculiare stile? Frasi brevi, essenziali, che donano atmosfera. È uno splendido, riuscitissimo romanzo, che racconta una città e la sua gente con classe e intelligenza. Non di semplice poliziesco d'intrattenimento trattasi, dunque.

Come già detto, Casino totale gode di un immediato successo e, inevitabile, arriva una seconda puntata, anch’essa di buona fattura, “Chourmo. Il cuore di Marsiglia”. (Chourmo - 1996). Nel frattempo, come ci spiega la quarta di copertina, Fabio Montale ha lasciato la polizia e cerca di vivere seguendo l'antico ritmo del mare, andando a pesca, frequentando il bar con gli amici, sorseggiando un vino rosato e gustando la cucina provenzale. Ma a costringerlo a indagare giunge inesorabile un nuovo crimine. Stavolta la vittima è un suo cugino ancora adolescente e misteriosamente scomparso, la cui unica colpa è di essersi innamorato. Questi non ha voluto rinunciare alla ragazza amata nonostante gli eccessivi divieti materni che, anzi, lo hanno spinto ad agire di propria iniziativa e di nascosto, ficcandosi in un luogo in cui la sua presenza non era stata prevista e per questo ad assistere a qualcosa che non avrebbe dovuto vedere.

«…Da quel giorno non si sono più lasciati.»

«È normale alla sua età.»

«Sì. Ma ha solo sedici anni e mezzo. E lei diciotto, capisci.»>

«Beh, dev’essere un bel ragazzino il tuo Guitou» dissi scherzando.

Di nuovo nessun sorriso. E non si rilassava. Era angosciata.

E così, attraverso le serrate indagini di Montale, Izzo continua a farci conoscere Marsiglia, con i suoi sapori mediterranei ma anche con i suoi problemi: la malavita, per lo più di derivazione mafiosa, e l’immigrazione dall’Islam, che porta con sé razzismo e fanatismo a rendere più difficile, l’uno e l’altro, l’integrazione. Tutto ciò, come peraltro già il testo precedente, arricchito da sapori culinari e musicali e intriso fino al midollo di italianità.

Dopo un altro magnifico noir, Marinai perduti, che tratterò più avanti, nel 1998 (in Italia nel 2000) appare un terzo romanzo a completare il ciclo di Montale, “Solea” (Solea). L’ultimo perché, nonostante le richieste dell’editore, l’autore è ben deciso a interrompere la serie. Decisione saggia, essendo l’ispirazione in calo e questo terzo romanzo assai meno convincente dei precedenti. A personalissimo e insidacabile parere di chi scrive risulta, infatti, confuso, eccessivo, sbilenco, primo e per fortuna ultimo suo lavoro narrativo mal riuscito. Restando in tema d’italianità, forse l’unico vero merito di Solea è l’aver contribuito a diffondere almeno un poco il nome del nostro Gianmaria Testa, grande e misconosciuto cantautore, a suo tempo da noi talmente ignorato o sminuito che per riuscire a pubblicare i propri dischi e ottenere riscontri dovette rivolgersi a un’etichetta francese, tuttavia stimato da Jean Claude e presente nel romanzo con i suoi testi in lingua originale:

Un po’ di là del mare c’è una terra sincera

come gli occhi di tuo figlio quando ride”.

Basta dunque con il noir, è giunto il tempo di intraprendere nuovi percorsi.

Frattanto è però apparso in volume “Vivere stanca” (Vivre fatigue), stringata antologia di racconti, pochi, appena sette, precedentemente apparsi su rivista o su opere collettive. E anche in questo caso il risultato è ampiamente positivo. Si tratta di brevi fuggevoli bozzetti, storie di vita, amore, dolore e morte, che lasciano il segno. Dolore di vivere, soprattutto, ammantato di un pessimismo cosmico. Perché, anche le rare volte in cui le storie non finiscono male, tutti i personaggi che vi appaiono sono condannati a soffrire, sempre. Anche per scelta.

“…Ogni essere umano aveva in sé una parte di felicità e una parte d’infelicità. E che, in genere, la maggior parte si crogiolava nell’infelicità…” - E altrove -« È che vivere…» disse piano, come se continuasse a pensare. Vivere stanca. Non credi?» (…) «Hai ragione» balbettò in un singhiozzo. «Vivere stanca.»

Si portò l'automatica alla tempia. E sparò. Questa volta il dito non le tremò.

E questo è pure libro ricco di profonde verità dove, come scrive nell’introduzione Izzo, benché si narri di “storie immaginarie (…) I luoghi sono invece reali e anche il disgusto che a volte ispira la vita” e ciò fino all’ultimo episodio, in cui è Fabio Montale a tornare protagonista.

 

E finalmente nel 1999 esce “Il sole dei morenti” (Le soleil des mourants) magnifico e tristissimo romanzo, l'ultimo purtroppo, che narra la storia di un barbone e reietto, ammalatosi per gli stenti nella bella eppur crudele Parigi, privato dell’amico a sua volta clochard, ucciso dall’inclemenza del clima invernale e dall’indifferenza del prossimo, “Jean Louis Lebrun, morto a 45 anni sul marciapiede del metrò di Menilmontant venerdì 17 gennaio tra le 10 e le 11 di sera, è stato ritrovato solo il pomeriggio del giorno dopo. Centinaia di parigini gli sono passati accanto senza notarlo” e perciò desideroso di rivedere il caldo sole del mediterraneo prima di morire. Qui Izzo ci accompagna con sentimento dapprima nelle sue disperate disavventure parigine di uomo affamato alle prese con l’indifferenza umana e poi nel suo viaggio della speranza verso il sud.

Come ricorderete ho però saltato uno dei suoi romanzi, terzo in ordine di pubblicazione originale, uscito in Francia nel 1997, quindi prima di Solea. E siccome è mia personale convinzione che si tratti del suo capolavoro ed è presente nell'ideale top ten assoluta dei miei libri preferiti, lo voglio trattare più approfonditamente. E dunque ecco a voi:

 

MARINAI PERDUTI (Les marins perdus)

La trama prende spunto da una situazione tanto diffusa quanto poco nota al pubblico, una nave mercantile, l’Aldebaran, bloccata sine die nel porto di Marsiglia per un qualche casino combinato dall’armatore. Come precisa Izzo in una postilla al termine del libro:

È stata completamente immaginata dall’autore (…) Rimane però la realtà. Il dramma sempre più frequente vissuto da tanti marinai in tanti porti francesi. Da Marsiglia a Rouen, numerosi cargo sono ancora oggi bloccati. Gli equipaggi, spesso stranieri, vivono a bordo in condizioni difficilissime, nonostante un’immancabile solidarietà. Ci tenevo qui a rendere omaggio al loro coraggio e alla loro pazienza.

In questo caso i marinai sono riusciti a concordare un’ultima paga a forfè e se ne sono andati, ma Abdul, capitano libanese, Diamantis, secondo di bordo greco e Nadim, membro dell’equipaggio turco, sono bloccati a bordo, ciascuno per i propri motivi o forse anche senza un vero motivo:

«… Avremmo potuto tagliare la corda. Tu avrai di sicuro una spiegazione da darmi. Anch’io ne ho una. Sincera. La verità del momento. Ma, in effetti, lo sappiamo benissimo tutti e due che ci prendiamo solo in giro. Tutte storie. È tutto falso. Perché in fondo non sopportiamo niente che ci separi dal mare. Essere su una nave è comunque meno peggio che essere disoccupati. La verità è che non vogliamo tornare a casa.»

«O che non possiamo.» Replicò Abdul.

Insieme ai tre, alla nave e alla città cosmopolita con il suo porto, le sue attività, i suoi vicoli e i suoi localacci, anche il Mediterraneo è protagonista di questo romanzo, è, infatti, il mare a permeare le pagine del libro, con le sue storie, i suoi intrighi, il suo fascino ma anche le sue brutture o meglio, le brutture dell’umanità che vi naviga in superficie:

“…un giovane mozzo di vent’anni, Lucio. Era il suo primo lavoro. Era terrorizzato e si era ritrovato in acqua. Il vento aveva spinto le scialuppe nella direzione opposta e nessuno era riuscito a ripescarlo. La stessa compagnia di assicurazioni aveva dato l’aut aut ad Abdul Aziz. Gli bastava sostenere la testimonianza del capitano sul naufragio del Cygnus. Avrebbe intascato un bell’indennizzo e un avanzamento di carriera. Indennizzi ce n’erano anche per i membri dell’equipaggio. Alcuni – lo scoprì dopo – erano già al loro terzo naufragio.” quipaggio. per i membri dell' carriera. Indennizzi ce n'aufragio del Cygnus.one opposta e nessuno era riuscito a ripescarlo.

E poi ci sono i ricordi, il passato di cui i personaggi sono in cerca e magari a volte torna a galla insieme con le donne che hanno attraversato le loro vite e non sono mai state dimenticate, donne che si vorrebbero ritrovare o non si vorrebbero più perdere.

Probabilmente chi ama l’azione incalzante qui resterà deluso. La storia, infatti, si dipana con ritmo lento, filosofeggiante e meditativo. Essa tuttavia sa affascinare il lettore come poche altre. Ignorando per quanto tempo saranno costretti a restare bloccati a Marsiglia, legati alla cattività del bastimento, a bordo del quale almeno uno dei tre deve sempre trovarsi presente, i lupi di mare possono dedicare le giornate alle proprie ricerche interiori ed esteriori, alla risoluzione dei problemi, a discorrere e a meditare e anche all’amore, naturalmente, perché vivere significa anche amare e perché, come scrive l’autore, “è una disgrazia non amare”.

E poi, avvicinandosi alla conclusione, all’improvviso gli eventi cominciano a precipitare, susseguendosi tanto inattesi quanto inevitabili. Quando il lettore ormai non se l’aspetta più, l’azione prende sul serio a farsi incalzante e c’è allora spazio anche per la tragedia e la morte, pronte l’una e l’altra a trasformare il romanzo in un vero e proprio noir, anzi, in un vero e proprio dramma shakespeariano.

“Marinai perduti” è, insomma, un testo davvero completo ed equilibrato al punto giusto, ricco di carne al fuoco eppure privo di eccessi e senza una sola pagina di troppo, un libro convincente al cento per cento, assolutamente da non perdere. Ribadisco: capolavoro.

 

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L'AUTORE Massimo Bianco

Utente registrato dal 2017-11-01

Savonese e forte lettore, posto racconti (noir, di fantascienza e altro) e saggini su alcuni dei miei scrittori preferiti, sperando di offrire momenti di piacere e talvolta di riflessione. Ho pubblicato 2 romanzi cartacei, "Per gloria o per passione" sul calcio giovanile e "CAPELLI. Dentro la mente di un serial killer" più il saggio, scritto a 4 mani con A. Speziali, "Savona Liberty. Villa Zanelli e altre architetture". Altri miei scritti su http://www.truciolisavonesi.it dall'home page cliccate in alto su ARTICOLI PER AUTORI e poi su Massimo Bianco Buona lettura.

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Massimo Bianco il 2019-02-07 03:21:47

Un per me necessario Nota Bene: considero i francesi gli autentici maestri dei generi poliziesco e soprattutto noir, ambito in cui a mio parere eccellono anche più degli statunitensi. 

Gli autori meritevoli di un articolo sarebbero numerosi, da F. Vargas ad appunto Izzo, da J.C. Grangè a G. Musso, fino ad arrivare all'autore che prediligo forse tra tutti, il creativo e brillante Pierre Lemaitre -  colui che quasi di sicuro sceglierei se mai mi decidessi un giorno a scrivere effettivamente un nuovo saggio sull'opera completa di uno scrittore -  senza naturalmente dimenticare i padri fondatori, come Leo Malet, peraltro a mio parere più vicino al giallo che al nero con le sue indagini ancora almeno in parte di stampo tradizionale (e invero condotte con esiti talvolta dovuti più al caso che a una acuta analisi da parte del protagonista) o, soprattutto, Auguste Le Breton. E, sempre nel solco delle tradizionali indagini poliziesche, il grande e ineguagliato Simenon, naturalmente, belga di nascita, è vero, ma di lingua francese e vissuto per quasi tutta la vita a Parigi, dove sono per lo più ambientati i mitici romanzi sul commissario Maigret. Ho scelto Izzo per la sua sfortuna e anche perchè la breve bibliografia mi ha permesso una maggior concisione.

Permettetemi tuttavia di aggiungere qui alcune righe proprio su Le Breton e sull'opera che si può con tutta probabilità considerare come madre del noir puro non solo francese ma europeo: Rififì

                                                   

Un critico letterario ha scritto tempo addietro che polizieschi e noir sono gli unici generi letterari vitali di questo inizio di millennio. Notazione davvero interessante, considerato che la letteratura di genere, noir compreso, è stata snobbata dalla critica per decenni. Ebbene, il padre putativo del romanzo noir europeo può essere senz’altro considerato lo scrittore francese Auguste Le Breton, alias Auguste Montfort (1913 – 1999) con il suo “Rififì” (1953 Sonzogno).

Rififì, dunque, che per primo raccontò il crimine dal punto di vista della malavita e non delle forze dell’ordine, inaugurando con ciò il cosiddetto noir. Per la verità non è stato l’unico. Va, infatti, considerato anche il suo coevo e altrettanto mitico “Grisbì” di Simonin. Tuttavia, se quest’ultimo deve (o no?) tutta la propria fama all’omonimo film di Jacques Becker, con Jean Gabin, Jean Moreau e Lino Ventura, autentico capolavoro del cinema di gran lunga superiore al (a mio giudizio) moscio romanzo da cui è derivato, il prestigio di Rififì (anche dal quale è stato poi tratto un film, nel 1955, per la regia di Jules Dassin) è ampiamente meritato. D’altronde lo stesso termine gergale rififì, benché fosse stato in realtà inventato di sana pianta dall’autore, finì per essere adoperato dalla malavita francese per indicare uno scontro tra bande, un regolamento di conti. E in seguito, sull’onda del successo di questa opera, il termine entrò di diritto perfino nei vocabolari francesi, favorito peraltro dal profluvio di "seguiti" scritti da Le Breton, pieni di regolamenti di conti, rififì, per l'appunto, ambientati in varie parti del mondo.

Il romanzo è essenziale, veloce e molto dialogato e racconta, con anche riusciti momenti d’introspezione psicologica, la vita e sovente la morte violenta della criminalità parigina, senza fronzoli e con una crudezza così brutale ed esplicita che perfino oggi, a ben 55 anni di distanza, pochi osano fare altrettanto. È un libro pulp ante litteram, se non addirittura splatter, ma soprattutto è assai efficace. Il testo ti prende alla gola e non ti molla più fino alla fine della lettura.

 

(…) Il Bordolese emise un gemito. La macchia di sangue s’allargava sul colletto bianco della sua camicia di seta.

Tony lo guardò di sbieco, poi riportò lo sguardo sul Nizzardo. Riprese:

Ora a te, bel giovane. Per impedirti di andare in giro a vantarti di avermi fregato a poker, ti…”

Un odore più forte di quello del fumo e dell’alcool si sprigionò nell’aria. Il Nizzardo l’aveva mollata. Le sue finestre si spalancarono, piene di terrore. La fifa gli stendeva sulla retina un velo grigiastro; non doveva più vedere molto, il gran giocatore.

Per un decimo di secondo Tony agitò il cannone nel cavo della mano. Sempre così, sparava. Un po’ dal basso, per risalire al bersaglio. Tre volte di seguito schiacciò il grilletto. La prima palla beccò il Nizzardo in fronte, sotto il “grigioperla”. Le altre due un po’ più sotto, verso le guance.

L’uomo crollò in avanti, sulle proprie braccia. Il borsalino rotolò sulla tavola. Un grumo di cervello schizzò sui tre assi.

Un gorgoglio alla destra di Tony… un fetore ancora più acre. Lo Zoppo, verde, con le mani sul ventre, dava fuori l’anima.

Rinvenuto dallo stordimento il Bordolese si alzò. Era stralunato. Istintivamente la mano gli scivolò alla cintura. Alle spalle di Tony una canna abbaiò. Il braccio del Bordolese, fracassato da una calibro dodici, ricadde con due scatti, come una molla.

Tony si voltò di scatto.

La figura robusta dello Svedese si ergeva sulla soglia. (…)

 

Il protagonista è Tony il Lionese, malavitoso della vecchia guardia, ormai giunto all’età della maturità e senza più prospettive perché ammalato di tubercolosi. Tony, bandito freddo e duro ma a suo modo pure umano e corretto, che crede nell’onore e nella lealtà, è appena uscito di galera e si trova di fronte a una nuova e assai meno scrupolosa malavita, gente che non si ferma davanti a nulla (…Tony entrò per primo. Per quanto incallito, lo spettacolo che gli si presentava gli torse le viscere…) e il cui unico credo è il denaro. Tony organizza con la sua banda, mista di elementi italiani e francesi, un colpo in gioielleria. Si tratta di un piano magistrale, condotto con grande professionalità fino al conseguimento del pieno successo, ma il denaro rubato attira la cupidigia della spietata concorrenza, nuovi e vecchi rancori vengono alla luce e per le strade di Parigi si scatena il rififì, la guerra tra gang rivali.

E, attenzione, Le Breton, raccontando tali violenti avvenimenti, sapeva bene di cosa scriveva, perché lui stesso aveva iniziato la propria carriera come delinquente, entrando e uscendo dal riformatorio. Fu la letteratura a salvargli la vita. La sua prima opera, autobiografica, uscì dopo anni di rifiuti (tutto il mondo è paese), ma finalmente gli aprì la strada a una carriera letteraria costellata da decine di romanzi e culminata nel 1953 appunto con Rififì, un libro splendido, che piacerà a chiunque ami il noir e potrebbe far scoprire un intero affascinante nuovo mondo a chi questo genere finora non ha mai avvicinato.

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