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Ciò che non muore

"PUNTO E A CAPO" Racconto Horror / Mistery / Pulp

di Rubrus

pubblicato il 2019-11-29 09:38:41


Era la solita storia: io amavo Matteo e lui, almeno così mi aveva detto, amava me, ma c’era un bancomat tra noi due, quello di Monica.
«C’è tanta gente che si sposa senza amore» mi disse Matteo la sera che ci lasciammo «e altrettanta che rimane sposata quando l’amore è finito».
Eravamo sul lungomare, anche se era già autunno e qualche onda, più alta delle altre, arrivava fino alla panchina dove eravamo seduti, riempiendola di spruzzi. A un’immaginazione sufficientemente melensa potevano sembrare lacrime e penso che a tutti e due andasse bene così perché avevamo trent’anni e la nostra giovinezza e i nostri sogni stavano svanendo come l’abbronzatura di quell’estate.    
«La vita con Monica appare… passabile» continuò Matteo «sai, penso che si sia affezionata a me e, probabilmente, nel suo ambiente l’affetto è quanto di meglio ci si possa aspettare da un matrimonio».
«C’è anche il sesso» dissi. Era un’accusa, neanche tanto velata, ma non ero in vena di delicatezze quella sera e penso che possiate capirmi.
Matteo annuì. «Certo» disse accendendosi per l’ennesima volta una sigaretta che le onde e il vento continuavano a spegnere «c’è anche quello, ma non è per quello, e lo sai».
Alla fine rinunciò e la gettò in mare. Il mozzicone baluginò un attimo nel buio e subito scomparve. «E’ per i soldi», concluse.
Si alzò prima che cedessi alla tentazione di chiedergli il bacio d’addio. Il cappotto nero sbatacchiava nell’aria come la vela di Teseo.
«Sposo Monica per i soldi e, per i soldi, le rimarrò fedele negli anni che verranno».
«I soldi finiranno» ribattei.
Lui annuì ancora. «Certo. Tutto finisce prima o poi. Dicono che solo il vero amore non muore mai, ma non so se è vero».
Per tutti i dieci anni a venire mi sarei ripetuta che non lo era.
 
Adesso non pensiate che mi sia dedicata alla memoria dell’amore perduto. Feci del mio meglio per vivere e qualche volta ci riuscii.  Per il resto del tempo sopravvissi.
Ogni tanto – molto spesso all’inizio e, poi, a intervalli di tempo sempre più ampi – mi ripetevo che Matteo era un bastardo che, almeno una volta nella sua miserabile vita, aveva compiuto una buona azione: mollarmi.
Avevo dimenticato (o forse volevo solo ignorare) che i bastardi hanno una caratteristica che li rende ancora più odiosi: hanno spesso ragione.
Fui costretta a ricordarmelo la sera che, uscendo dal condominio dove abitavo, me lo trovai davanti.
Era un condominio fetente (non avevo trovato una Monica da sposare, io) e la luce all’ingresso era sempre rotta, ma, anche nella penombra, lo riconobbi subito.
Era bello come lo ricordavo da quella sera sul lungomare e, come quella sera, aveva ragione: il vero amore non muore mai.
Sorrise e, prima che potessi rendermi conto e maledirmi, avevo sorriso anch’io.
«Stanno finendo i soldi» disse.
 
Chi ha visto troppi thriller penserà che Matteo avesse deciso di uccidere Monica e volesse il mio aiuto.
Niente di così cruento. Matteo mi avrebbe assunto come cameriera e il mio compito sarebbe stato far impazzire Monica così da farne affidare i beni all’affranto, devoto marito.
Per la maggior parte della sua vita Monica non aveva fatto un tubo di niente ed era passata per una nutrita serie di hobby per poi passare alla cultura new age, all’ufologia, allo spiritualismo, all’esoterismo e a un paio di altri “ismi” prima di arrivare all’occultismo.
Nella tenuta che circondava la casa di Matteo e Monica c’era uno stagno in cui, una dozzina di anni prima, avevano scoperto qualche gioiello d’incerta attribuzione celtica.
Una delle prime rivelazioni che Monica mi fece fu, infatti, che i Celti erano soliti sacrificare agli dei delle acque gettando oggetti preziosi dentro a laghi e stagni.
Secondo me era una versione un po’ naif e un po’ umida di una banca alla quale i sacerdoti potevano attingere secondo il comodo loro, ma dovevo stare al gioco e lo feci.
Dissi che avvertivo la presenza di forze arcane, che sentivo il palesarsi di poteri inspiegabili, che mi pareva percepire, nei lunghi pomeriggi solitari trascorsi alla villa, le manifestazioni di entità che non erano di questo mondo.
Insomma, misi in scena tutto il repertorio.
Quando l’interesse di Monica si spostò dalla mitologia celtica a quella caraibica non feci una piega.
E poi, tra riti vodoo, danze di remota origine africana e altre amenità, potevo anche godermi qualche film di zombi dove, secondo Monica, erano nascosti messaggi esoterici per gl’iniziati.
Quello che non potevo immaginare era che, a poco a poco, mi sarei affezionata a lei.
La notte scivolavo nel letto di Matteo, ma ciò che combinavamo era sempre più squallido e prosaico, una via di mezzo tra un film a luci rosse e una stretta di mano ad uno sconosciuto.
Quando tornavo in camera mia mi addormentavo e sognavo Monica che mi ringraziava di tutto quello che facevo per lei, che mi diceva di sapere che da un pezzo non prendevo lo stipendio (in realtà Matteo non aveva mai scucito il becco d’un quattrino) e che, se mi avesse conosciuto prima, forse non sarebbe arrivata a quel punto.
Immaginavo che, presto o tardi, il senso di colpa mi avrebbe indotta a mollare tutto oppure a dirle a che razza di bastardo avevamo legato le nostre vite.
Immaginavo che, se lo avesse sbattuto fuori di casa, avrebbe potuto ricominciare da capo e che forse avrei potuto farlo anche io.
Immaginavo che magari avrebbe anche potuto perdonarmi e che, forse, avremmo potuto diventare amiche.
Ma non immaginavo che saremmo diventate amanti.   
 
«Dicono che il vero amore non muore mai» disse Monica guardando fuori dalla finestra.
«Così dicono» risposi.
«Credo che Matteo voglia uccidermi».
Lo disse con voce piana, incolore. Io non risposi. Lei alitò sul vetro e, col dito, disegnò nell’alone ghirigori indecifrabili.
«Ne sei sicura?» riuscii a sussurrare.
Monica guardò il disegno scomparire poco a poco, lasciando solo una lieve, quasi impercettibile traccia di unto. «No» disse alla fine. «Gli spiriti me lo riveleranno. Tra sette giorni, allo stagno. Le stelle sono giuste e la luna è piena. Il momento è propizio».
Si voltò verso di me. Dovevano tenere il riscaldamento al minimo, ma Monica indossava solo una leggera vestaglia d’organza, benché avesse la pelle d’oca in tutto il corpo.
«Mi ami?» chiese e, subito dopo: «Ci sarai?».
Tacqui, come aspettando un segno che non venne. «Sì» dissi alla fine.
Avevo risposto alla seconda domanda. Per la prima, avevo ancora sette giorni di tempo.
 
Per giorni interi Monica ci pregò di assisterla nella cerimonia che, di lì a poco, avrebbe celebrato allo stagno e che l’avrebbe messa in comunione con potenze astrali, spirituali, ultramondane e così via (Monica usava sempre un sacco di paroloni per dire sempre la stessa cosa, cioè niente).
Matteo, come da copione, si rifiutò. Accettò solo dopo aver appurato che la cerimonia prevedeva che Monica assumesse un intruglio nel quale era facile introdurre di nascosto una buona dose di benzodiazepine.
«Le prende sempre» mi aveva spiegato «ma in dosi assai minori. Probabilmente, poco dopo aver tracannato quel beverone, si addormenterà profondamente e, a quel punto, potremo portarla a letto. Quando, a mezzogiorno inoltrato, la mia adorata mogliettina non riuscirà a svegliarsi, potremo chiamare il pronto soccorso e, a questo punto, risulterà evidente che la poveretta ha assunto un micidiale cocktail di farmaci. Dopodiché…».
Forse in quei puntini di sospensione stava nascosta una domanda, ma io non avevo ancora la risposta.
 
La sera successiva eravamo tutti e tre allo stagno a congelarci le ossa (o forse tutti e due, dato che Monica non sembrava avvertire il freddo).
Per evitarmi una broncopolmonite stavo il più vicino possibile al fuoco nonostante i bastoncini di incenso mi facessero tossire e questo, in qualche modo, contraddicesse tutto quanto l’armamentario esoterico… sì è mai visto un sacerdote vodoo che scatarra in continuazione?
Monica mugolava e canticchiava e gesticolava muovendo le mani sopra la nebbia che saliva dallo stagno, come se dirigesse un’invisibile folla di coreuti.
S’era levato un po’ di vento che, di quando in quando, agitava le fronde degli alberi.
Ci doveva essere qualche carcassa decomposta appena sotto il pelo dell’acqua perché, a un certo punto, intravidi una debole luminescenza agitarsi tra le volute di fumo.
Sapevo che cos’erano i fuochi fatui, prodotti dalla combustione di metano e fosfano, ma non mi era mai capitato di vederne.
In ogni caso non immaginavo che fossero così suggestivi e, in qualche strano, macabro modo, affascinanti; fatto sta che stetti lì a guardarli come se osservassi una lanterna magica e non riuscii a scuotermi neppure quando Monica alzò al cielo la coppa che conteneva l’intruglio.
Fu il sorriso di Matteo a riportarmi alla realtà.
Ero lo stesso che aveva la sera in cui mi disse addio, lo stesso con cui mi accoglieva le notti in cui scivolavo nel suo letto, lo stesso che aveva quando parlava dell’amore che non muore.
Sorrideva ancora quando gli piantai tre pallottole in corpo.
 
«Il vero amore non muore mai, il vero amore non muore mai» stava ripetendomi Monica quando mi riebbi.
Da oltre la sua spalla vidi il cadavere di Matteo disteso a faccia in giù nello stagno e, più vicino, la coppa con la pozione, da cui usciva un rigagnolo di liquido scuro.
Presi a tremare violentemente e Monica mi strinse a sé. Reggevo ancora la pistola, scossa da brividi incontrollabili.
«Me lo avevano rivelato gli spiriti, da tempo» mi disse cercando di calmare i miei movimenti convulsi.
«Non è come nei libri» risposi. Era la prima frase di senso compiuto che cercavo di dire, ma non mi venne granché, inframmezzata com’era dal battito dei denti. «Ammazzare la gente non è come nei libri».
«Tutto» rispose lei «Ogni cosa» (non sembrava una conversazione molto sensata, vero?) «Gli spiriti sanno tutto e tutto rivelano a chi li sa ascoltare». Fece scorrere le sue mani sulle mie, calmando i tremiti. «Sanno che il vero amore non muore mai». Mi strinse le braccia, immobilizzandole. «Ma che gli amanti possono morire» concluse prima di premere il grilletto.  
              
Sono sempre stata un’appassionata di gialli e thriller, anche se potevo permettermi solo quelli in edizione economica, e so che non sempre un colpo di pistola al ventre, anche a distanza ravvicinata, è letale.
Io devo essere stata fortunata.
Forse la fanghiglia ha cauterizzato in qualche modo la ferita, forse l’acqua gelida ha rallentato l’emorragia, forse la colpa o il merito è di qualcos’altro che ignoro, fatto sta che, adesso, nelle ore livide che precedono l’alba, sono riuscita a tirarmi fuori dallo stagno.
Non devo essere al mio meglio e, senz’altro, ho le idee abbastanza confuse. Per esempio non riesco a capacitarmi di come e quando abbia nevicato, perché prima non c’era nemmeno una nuvola.
In ogni caso non importa perché so dove devo andare e cosa devo fare.
Sto andando da Monica perché c’è una domanda cui devo rispondere.  
Sto andando da lei perché il vero amore non muore mai.
Sto andando dal mio amore, ma devo fare piano, perché continuano a cadermi dei piccoli pezzi.  

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Mauro Banfi il Moscone il 2019-11-29 18:46:59
Per tutto il bel brano - dove tra gli altri registri eccelle quello dell'ironia, davvero micidiale - è partita nella mia mente la grande canzone "Magic Shop" del maestro Franco Battiato, capolavoro d'ironia per quanto riguarda l'esoterismo d'accatto, ed mi ha accompagnato analogicamente nella sua lettura: " E giorni di digiuno e di silenzio per fare i cori nelle messe tipo Amanda Lear vuoi vedere che l’Età dell’Oro era appena l’ombra di Wall Street? La Falce non fa più pensare al grano il grano invece fa pensare ai soldi. Una Signora vende corpi astrali i Budda vanno sopra i comodini deduco da una frase del Vangelo che è meglio un imbianchino di Le Corbusier. Eterna è tutta l’arte dei Musei carine le Piramidi d’Egitto un po’ naifs i Lama tibetani lucidi e geniali i giornalisti. Supermercati coi reparti sacri che vendono gli incensi di Dior rubriche aperte sui peli del Papa." Il famoso e controverso passaggio della canzone "deduco da una frase del Vangelo che è meglio un imbianchino di Le Corbusier" è, a mio modesto d'avviso, una bella chiave di lettura anche per il racconto. E', sempre a mio avviso, un ironico riferimento al Sermone della Montagna o delle Beatitudini, in cui tutti i deleritti saranno esaltati, e quindi Le Corbusier, grande architetto del XX secolo, che nella sua vita mortale avrà di certo ricevuto più soddisfazioni e soldi di un semplice - e di certo più "povero"- imbianchino, in un Regno ultraterreno sarà ultimo e il misero imbiancamuri primo. Nel fanstamatico regno di questa palude celtica avviene lo stesso tipo di ribaltone, dove chi la fa l'aspetti e tutto quello che diamo in vita ci ritorna indietro, come se conoscesse bene la strada. I Druidi, nei funerali celtici, legavano i corpi dei defunti a tronchi d'albero e li facevano scivolare in corsi d'acqua: il corpo sarebbe ritornato agli elementi primi e le anime avrebbero avuto la loro restribuzione per quanto fatto in vita, trasformandosi nella dovuta metempsicosi. Gran pezzo, ironicissimo e dal gran ritmo.

Rubrus il 2019-11-30 08:52:33
mmmm.... secondo me quel pezzo lì vuol dire, considerato che in quelli intorno si fa sarcasmo sulla santificazione dell'effimero e sulla sacralizzazione della massa e del prodotto di massa, vuol dire che, interpretando a modo proprio, si prendono delle tremende cantonate che portano a parificare tutto, per cui - appunto - tra un imbianchino e Le Corbusier non c'è differenza, così come tra Dior e Dio cambia solo una lettera. Insomma, in modo diverso, si anticipa l'era dei tutorial e dell'uno vale uno. Quanto al racconto, ho cercato di costruirlo in modo che, in ogni paragrafo, le premesse portino a un epilogo inatteso. E il registro è, ovviamente, ironico. La frase finale è tratta da un fumetto.

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Paolo Guastone il 2019-12-04 18:49:17
Bello. Come al solito. In piu' il finale cala inaspettato a sancire quello che da il senso a tutto il pezzo.

Rubrus il 2019-12-11 18:13:00
Seppure un po' in ritardo, ti ringrazio e ti auguro buone feste.

Blue il 2020-01-23 16:35:34

Questo mi è piaciuto parecchio. Per i ripetuti colpi di scena, e perchè già stavo pregustando la vendetta che di lì a poco avrebbe colpito Monica (anche se, a ben pensarci, chi poteva biasimarla, dal suo punto di vista?). Ma la struttura di questo racconto mi ha fatto venire in mente una domanda, alla quale mi piacerebbe conoscere la tua risposta...

Secondo te, è possibile costruire una storia "a ritroso"? Anche lunga, anche complessa, ma partendo dal finale?

Oppure dev'esserci soprattutto un accadimento principale centrale, attorno cui ruota tutto il racconto, a cui vengono insomma aggiunti un "pre" e un "post", ed in cui il finale può anche tutto sommato non aggiungere granchè?

Oppure ancora sei tra quelli che sostengono la possibilità del "partiamo da questo flash, da questo lampo isolato che mi è venuto in mente, e su questa base vediamo cosa può venire fuori"?


Rubrus il 2020-01-23 18:19:16
Non c'è un metodo unico. Non solo. Nessuno che scriva, anche se solo amatorialmente, ha un metodo unico. Ci sono storie che vengono fuori fatte e finite (ma sono rare), altre di cui si ha un'idea, solitamente di partenza, e altre invece che partono dal finale. Ci sono alcuni classici della letteratura dell'Ottocento che, stando ai loro autori, sono stati scritti partendo dalla metà. L'autore cioè ha messo in un pasticcio il suo protagonista e ha scritto mezzo libro cercando di spiegare come ci fosse finito e l'altra metà cercando di tirarcelo fuori. Non vorrei sbagliarmi, ma mi pare che Dickens abbia scritto così più di un romanzo. King solitamente, stando a quanto lui dice, ha solo una vaga idea del finale (e, in effetti, spesso i suoi finali non sono memorabili o si assomigliano: pensa a quanti romanzi finiscono con un'esplosione o un incendio). Un altro autore americano - non ricordo quale, ma mi verrà in mente - afferma di scrivere i sui libri partendo dall'ultima riga. La domanda però è rivolta a me, per quel che può valere e, oltretutto, riguarda le storie complesse. Questo racconto non so se possa definirsi una storia complessa, ma (per quanto ricordo) è partito dal finale, anzi, proprio dall'ultima frase, che è, in realtà, la citazione di un fumetto. La storia di partenza è infatti elementare se non banale: amante tradito si vendica del traditore. Scrivendolo ho agito sostanzialmente su due fattori: la coppia di amanti e il doppio tradimento. In realtà, costruire a ritroso il racconto è stato più semplice di quanto sembri e mi sarebbe difficile ricostruire un procedimento creativo: non faccio scalette della trama, se non mentali, e le smonto, per così dire, man mano che la storia si snoda, perchè ormai non mi servono più. Un racconto che invece è partito da un'idea centrale intorno alla quale ruota tutta la storia è stato "Mea Culpa". Ma ho parlato sinora di racconti brevi o molto brevi. Credo che il discorso possa cambiare per racconti più lunghi, o romanzi. Prendiamo "Nani" (sta qui). Costruirlo è stato piuttosto semplice: l'idea centrale è una e ruota intorno ai nani da giardino. Dato che sono sette, costruire il climax è stato piuttosto semplice, e mi ha dato anche modo di struttura i personaggi e il "movente" della storia. I nani da giardino sono infatti quanto resta di antiche divinità ctonie, deputate alla fertilità della terra ecc. Il resto è quasi venuto da sè. E chiudo - non lamentarti della lunghezza della risposta: l'hai chiesto tu ;-) - a novelle o romanzi. L'episodio centrale di "Sosta di Mezzanotte" (mi pare che tu lo abbia letto) è nato da una sorta di auto-constatazione: la stragrande maggioranza dei miei protagonisti fa una brutta fine. A questo punto mi sono detto: "vediamo se riesco a scrivere una storia in cui non solo il protagonista se la cava, ma la storia finisce addirittura col più classico (e volutamente stucchevole e anche un po' trash) dei finali. ossia se ne va verso il tramonto con una bionda da una parte e un sacco di soldi dall'altra. La storia quindi è partita dal finale. Il finale, però, proprio perchè da "fumettone" (e metteteci tutte le coloriture negative che volete, le sottoscrivo) non poteva "prendersi sul serio", ma doveva essere, per così dire, consapevole di essere un clichè. Sarebbe stato, altrimenti, appunto, stucchevole ecc ecc. Questo ha determinato anche la scelta del linguaggio. In effetti non se ne parla mai, ma (almeno, a me succede così, non penso agli autori professionisti perchè loro hanno solitamente uno stile) a volte la "situazione" di partenza balena alla mente scritta in un certo modo e, per esperienza, quel modo determina lo stile della storia e, a quell'ispirazione è saggio attenersi. La frase finale di "ciò che non muore" ha infatti determinato lo stile del racconto. Tornando a "Sosta di mezzanotte" , lo stile e la scena finale hanno fatto nascere, d'un soffio. la scena iniziale. Avevo quindi l'inizio, la fine e mi mancava quello che era nel mezzo (mi succede spesso). A questo punto - e dato che ne era balzata fuori una scena volutamente "pulp" è scaturita l'ambientazione western (ma un western da fumetto, da film, irreale e esagerato) in cui si svolge la seconda parte. La prima parte mancava ed altro non è quindi che la risposta alla domanda: come ha fatto il protagonista ad arrivarci? Be', adesso non lamentarti perchè la risposta è troppo lunga, però...

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