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Il divo

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Vecchio Mara

pubblicato il 2019-02-26 16:01:30


Il Divo

 

1973 - tarda primavera -

 

«Come si può pensare di abbandonare questo paradiso!» esclamò estatico l’esausto Carmelo. Volse lo sguardo all’intorno. «Laggiù, il mare… poco più su, la neve», aggiunse indicando il fondo valle e, di seguito, il cono dell’Etna imbiancato nella parte apicale da una tardiva nevicata.

«Non è riempiendosi gli occhi, che si nutre il corpo», commentò un disincantato Antonio, levandosi lo zaino dalle spalle.

«E’ vero…» fece Maria. Si accomodò su una roccia lavica, sorrise e, traendo dallo zaino le provviste, aggiunse: «per questo abbiamo portato pane e companatico».

Antonio scosse il capo e si sedette alla sua destra. «No, non mi accontento, né del formaggio, né tantomeno del salame…» ribatté, traendo il companatico dal suo zaino. Poi prese il pane e, mimando il gesto di spalmarlo, concluse: «voglio metterci sopra del caviale».

«Non è inseguendo sogni di gloria, che pranzerai a caviale e champagne», obiettò ironicamente Carmelo, seduto alla sinistra di Maria.

Antonio mise su uno sguardo contrariato. «Quando tornerò ricco e famoso, e ti troverò piegato a raccogliere pistacchi, ti ricrederai!» lo apostrofò duramente. Poi gli puntò l’indice contro e concluse astioso: «Chi non sa inseguire i propri sogni, resterà un piccolo uomo… Ma che te lo dico a fare… tu, non sai nemmeno sognare!»

Carmelo si accese in volto. «Ora basta! Non siamo venuti quassù per litigare!» proruppe Maria sgranando gli occhi, neri come lava rappresa, balzando in piedi prima che il clima s’incendiasse. Poi indicò la vetta, abbassò il tono e aggiunse: «Ci vorrà ancora un’ora abbondante per arrivare a toccare la neve, se vogliamo tornare prima del tramonto ci dobbiamo sbrigare… Mangiamo qualcosa e riprendiamo il cammino!»

Il tono perentorio, ch’era d’uso adoprare per soffocare sul nascere ogni accenno di lite, convinse i due galletti ad abbassare la cresta. «Maria ha ragione, siamo venuti per divertirci… Scusa, Carmelo», iniziò Antonio, prima di addentare il pane.

«Scusami tu», concluse l’altro, mentre sbatteva del formaggio tra due fette di pane.

 

Antonio, Carmelo e Maria erano amici da sempre, nati nello stesso anno (1952) in una frazione di settantotto anime nel comune di Bronte; dopo aver frequentato le scuole dell’obbligo i due maschi furono avviati dalle rispettive famiglie al lavoro dei campi, mentre, alla femminuccia, venne riservato il compito di aiutare la madre nelle faccende domestiche: un percorso di vita segnato da una prospettiva di duro lavoro e pochi svaghi.

I tre amici per la pelle, la domenica durante la bella stagione erano solito svagarsi andando ad osservare, inerpicandosi lungo sentieri di nera roccia, le sculture laviche scolpite dai fenomeni eruttivi e la flora ch’era riuscita ad attecchire in un habitat così aspro e inospitale; oltreché a godere dell’entusiasmante visione che si apriva davanti ai loro sempre stupefatti sguardi quando, salendo di quota, uscivano dal limite boschivo.

Quel giorno, inoltre, la lunga e dura scarpinata aveva assunto un significato particolare; sarebbe servita ad Antonio, in partenza per la città dei sogni di celluloide, per salutare, oltre ai due amici, il grande vulcano: sempre e comunque troppo piccolo per contenere le sue vaste aspirazioni.

Una lunga, emozionante giornata, da trascorrere lontano da tutto e tutti, e da conservare tra i ricordi più belli di un tempo irripetibile.

 

«Sei stanca?» chiese Antonio a Maria mentre scendevano il sentiero lavico.

«Abbastanza… e tu?»

«Molto!» fece lui, sorridendo. Poi, indicando con lo sguardo Carmelo che scendeva con passo deciso poco più avanti a loro, si chiese: «Ma quello non si stanca mai?»

«Raccogliere pistacchi, dev’essere molto allenante», rispose ironicamente Maria, rammentando il vivace scambio tra i due durante la sosta pranzo.

La battuta strappò una sonora risata ad Antonio.

Carmelo si voltò. «Che avete da ridere?»

«Cose nostre!» rispose seccamente Antonio.

Carmelo s’imbrunì. «Cose che, naturalmente, io non posso capire, eh?» fece, riprendendo il cammino.

Antonio e Maria non replicarono, sorrisero complici e lo seguirono.

«Quanto tempo starai lontano?» gli chiese poco dopo Maria.

Antonio ci pensò su. «Non lo so… pochi mesi se tutto dovesse andarmi male…»

«E se tutto dovesse andarti bene?» domandò Maria inserendosi in una breve pausa.

«Non tornerei più!» rispose lapidario. Poi, vedendola rattristarsi, aggiunse amaro: «Mio padre è morto cinque anni fa, mia madre tre anni fa… Sì, mio zio mi tratta quasi come un figlio… ma che futuro potrebbe garantirmi, ci sono i miei tre cugini a cui lasciare tutto… l’unica cosa che, bene che vada, potrebbe garantirmi, è lo stipendio da raccoglitore di pistacchi».

«Ci sono giovani di Bronte, che firmerebbero per un posto sicuro nelle aziende agricole di tuo zio», gli fece presente Maria.

«Io aspiro a ben altro… che questo», fece Antonio, indicando con un ampio gesto le case nel fondo valle. «Quaggiù non ci sono prospettive. Se voglio godermi un film, dopo tre anni che è già uscito nelle sale del continente, devo scarpinare per più di un’ora per raggiungere l’Odeon di Bronte.»

«Il cinema, solo a quello pensi… è una vera ossessione la tua», lo rimbrottò Maria.

«E’ il mio sogno, Maria… quando la sala si fa buia e inizia la proiezione, sono nel mio elemento. E quando termina il film, spesso resto lì ad attendere il secondo spettacolo; in modo da carpire quanti più segreti possibili ai protagonisti. Guardo come si muovono gli attori sulla scena, osservo le loro espressioni, imparo le battute a memoria; poi, quando torno a casa, cerco d’imitarne gli atteggiamenti davanti allo specchio», le spiegò con enfasi.

«Un posticino per me, in questo tuo sogno proprio non c’è, eh?» gli chiese con un filo di malinconica ironia Maria.

«Ce lo siamo già detti, ricordi?”, rispose Antonio. Maria annuì tristemente, allora, Antonio, ribadì il concetto: «Non posso essere io l’uomo da sposare… mi spiace…» indicò Carmelo. «E’ lui, quello portato al matrimonio.»

«Sì, e come la mettiamo con il fatto che mi sono concessa a te?»

«Glielo hai detto?» le chiese preoccupato Antonio.

«No!» rispose prontamente Maria. Sospirò e aggiunse: «Carmelo è buono, non stupido… Sai come funziona da noi; durante la prima notte, quando scoprirebbe di non aver sposato una verginella… sarebbero guai grossi».

«Già…» fece Antonio. Osservò l’amico di spalle che scendeva ignaro il sentiero. «Secondo me, Carmelo è così buono… che ti sposerebbe pure se aspettassi un figlio non suo», concluse con sarcasmo.

«Non infierire su Carmelo, non si scherza con i sentimenti!» tagliò corto Maria, indurendo tono e sguardo.

Antonio si tacque, allungò il passo, affiancò l’amico e si mise a conversare con lui di tutt’altro argomento.

 

1973 – inizio autunno –

 

«Anthony, Revolving!» esclamò con voce grattata da fumatore incallito il responsabile, ridendo di gusto, mentre passando in rassegna un numero imprecisato di aspiranti comparse chiedeva loro i dati anagrafici. «Guarda che non stiamo scegliendo gli interpreti per uno “spaghetti-western”, ma quindici comparse per qualche posa in un film mitologico», gli spiegò con sarcasmo. Poi, notando lo sguardo vacuo, gli puntò la penna nel centro del petto e precisò meglio il genere: «Spada e sandali… ti è chiaro il concetto?»

«Sì… signore», balbettò Antonio.

«Molto bene! Allora vedi di non farmi perdere altro tempo! Fuori nome e cognome, quelli veri, eh!» ribatté con l’arroganza tipica di chi sente di tenere in pugno il futuro di tanti giovani aspiranti divi.

«Antonio…» iniziò a dire, esitò un attimo e concluse: «Scutteri».

«Antonio Scutteri…» ripeté il responsabile mentre scriveva il nome sul notes che teneva in mano. «Non capisco perché lo volevi cambiare. Suona d’attore affermato ch’è una meraviglia.»

«Lei trova?» gli sovvenne di chiedere ad Antonio.

«Fidati!» esclamò l’altro, puntandogli nuovamente la penna nello sterno. «Con un nome simile…» lo squadrò da capo a piedi, «e col fisico che ti ritrovi… entro cinque anni girerai il tuo primo film da protagonista… garantito!» chiosò facendogli scorrere la penna fin sotto il mento.

«La ringrazio», disse ancora Antonio.

“Mi sa che questo mi sta prendendo per il culo”, pensò il responsabile, prima di indicare un teatro di posa e urlare a squarciagola: «Svelti! Andiamo! Che il regista non ha tempo da perdere!»

 

No, non lo stava prendendo in giro, Antonio prese così seriamente la profezia di quella specie di Nostradamus dei dati anagrafici che, da allora, si sarebbe presentato sui set, sempre e soltanto con il suo vero nome.

 

Giornate, spesso, inutilmente trascorse tra i viali di Cinecittà a caccia di una comparsata per mettere insieme le poche lire utili per saldare almeno la pigione all’affittacamere. Tempi grami da pane e cicoria (copyright di un noto politico “piacione” romano) e, a volte, manco di quella, dovette superare Antonio per potersi esprimere, oltre che con il fisico statuario, con un paio di battute: prima di finire inesorabilmente travolto dall’incalzare della trama.

Una particina, poi un’altra all’interno del primo tempo di un film d’azione gli aprirono le porte da cooprotagonista: nel ruolo del cattivo di turno in una pellicola, invero, non trascendentale.

«Il film fa schifo!» sentenziò lapidario il produttore dopo averlo visionato in privato. «Gli attori… pure…» aggiunse. Rifletté un attimo. «Tutti! Tranne quel giovanotto moro che quel coglione del regista ha pensato bene di far crepare, affidandogli la parte del cattivo!» Sospirò. «Con quello sguardo da bel tenebroso, chissà quante potenziali spettatrici avrebbe portato al botteghino, se il ruolo principale fosse stato suo.»

Si alzò. «Speriamo perlomeno di rifarci dei soldi spesi per produrre questo obbrobrio», commentò alla fine, mentre usciva celermente dalla sala inseguito dalla segretaria.

«Ottavia!» esclamò, appoggiato con i gomiti sopra la portiera che l’autista si premurava di tenere aperta, attirando l’attenzione della segretaria che, con passo svelto, si stava dirigendo verso l’ufficio. «Ho il volo tra un’ora, pensaci tu a mettere sotto contrato quell’attore… come si chiama?» le chiese facendo schioccare il pollice e il medio della mano destra.

Ottavia cercò tra i fogli che teneva in mano. «Antonio Scutteri!» rispose.

«Sì, quello… Fagli firmare un contratto standard», confermò salendo in macchina.

 

E fu così che, dopo tre anni, in anticipo di due sulla profezia dell’oracolo delle comparse, Antonio Scutteri riuscì ad ottenere il suo primo ruolo da protagonista in un film di “cappa e spada”. E da lì in avanti, il percorso per essere acclamato “Divo” dalle folle osannanti, sarebbe stato un dolce scivolare dentro ruoli sempre più apprezzati da critica e pubblico.

 

La fama, nell’effimero regno dei sogni di celluloide, può durare fin oltre la morte; oppure consumarsi come un fuoco fatuo dopo il primo inaspettato trionfo. No, non fu ingenerosa, la fama, con Antonio Scutteri, accompagnandolo per un tempo, seppur non eterno, abbastanza lungo.

 

2012 - inizio inverno -

 

«Ti pare possibile che un attore, a sessant’anni, debba fare la fame?» chiese Antonio al produttore che lo aveva lanciato.

Il produttore, Giulio Arcati, sprofondato nel morbido velluto del divano, indicò la conca imbiancata che si stendeva oltre la vetrata del bar dell’hotel Cristallo di Cortina. «Beh, non esagerare adesso. Chi fa la fame, quella vera, intendo; non credo che potrebbe permettersi di trascorrere il capodanno in questo magnifico contesto», rispose ironicamente.

«Se non lo imponesse la legge dello star system, di frequentare luoghi dove essere notati, paparazzati… e dove, magari, ti può anche capitare di trovare qualcuno che ti possa offrire un ruolo in una nuova produzione, ne farei volentieri a meno di pagare l’iradiddio una singola per sette giorni. Ho bisogno di lavorare, Giulio… sono due anni che, a parte qualche comparsata in televisione, non riesco a ottenere nemmeno una piccola parte in qualche film di serie B… Tu… tu, non puoi aiutarmi?» gli chiese accorato.

Il produttore scosse il capo. «Ho smesso di farmi il fegato grosso con registi, divi e divette… Tre anni fa, al compimento del mio ottantesimo anno, decisi di godermi la pensione», rispose il produttore.

Antonio sospirò. «Comprendo, scusa se mi sono permesso.»

“Dev’essere proprio messo male”, pensò il produttore, osservando lo sguardo profondamente abbattuto. «Mi pare impossibile che il tuo agente non riesca a piazzare un attore con i tuoi trascorsi, nemmeno in qualche media o piccola produzione», obiettò, esprimendo sconcerto.

Antonio scosse il capo. «Non ho nessun agente…»

«Come! E Liberti?» saltò su incredulo il produttore.

«Ho stracciato il contratto, con quella sanguisuga!» rispose con rabbia.

«E lui, come l’ha presa?»

«Male, molto male… Mi ha fatto scrivere dal suo legale, pretende una forte penale che, nelle mie attuali condizioni, non sono in grado di pagare… Così, ha iniziato le procedure per pignorarmi l’attico», spiegò con voce scossa Antonio.

«Eh sì! Sei davvero in guai grossi», fece il produttore. Poi, dopo aver riflettuto grattandosi la fronte, trasse di tasca un’agendina e la penna. «Ti serve un nuovo agente, uno tosto che sappia stare al passo con i tempi», diceva mentre scriveva nome e numero di cellulare sull’agendina.

Strappò il foglio e, porgendoglielo, concluse: «Toh! Ora so che è a Hollywood, dovrebbe tornare subito dopo capodanno; digli pure che ti mando io. Lui troverà sicuramente il modo d’aiutarti».

Antonio prese il foglietto, lesse il nome, lo piegò e lo infilò nella tasca interna della giacca. «Ti ringrazio, Giulio», disse mentre si alzava.

«E di che?» fece questi. Sorrise sornione. «Con tutto il denaro che mi hai fatto guadagnare nei quattro anni che sei stato sotto contratto con la mia casa di produzione, è il minimo che potessi fare… Vai tranquillo, Antonio, sono certo che riuscirai a risollevarti», terminò salutandolo.

 

2013 - inverno inoltrato -

 

 Seduto dietro la scrivania, Leone Primo, agente rampante nel ramo dello spettacolo, osservava perplesso il volto di Antonio. «Presumo siano tinti», esordì, indicando i capelli.

Antonio si limitò ad annuire.

Leone scosse il capo. «Se si vuole ringiovanire l’aspetto… tingersi i capelli non basta mica…» iniziò a spiegargli. Poi, indicando velocemente con l’indice vari punti del volto, proseguì nell’impietosa analisi: «Quelle rughe… e pure quelle altre, andrebbero spianate».

«Spianate?!» esclamò incredulo Antonio.

«Iniezioni sottocutanee di botulino!» precisò Leone.

«Mah! Mi chiedo: possibile che anche per recitare una parte da vecchio uno si debba ringiovanire? E poi, con un volto imbalsamato, privo d’espressività, come si fa a recitare?» sbottò Antonio.

«Incavolandosi potrà, forse, accentuare le rughe d’espressione, ma non riuscirà, sicuramente, a cucirsi addosso un ruolo da protagonista. Mettiamola così: meglio perdere l’espressività e trovare una parte, che mantenerla e trovarsi a spasso! Non trova?» ribatté sarcastico Leone.

Antonio si limitò ad abbassare il capo.

«Ma che te lo dico a fare; lo sai benissimo pure tu… altrimenti non ti saresti tinto i capelli… ma se lasci il lavoro a metà, va a finire che la toppa e peggio del buco», infierì Leone alzando il tono e passando con disinvoltura da un educato “lei”, a un degradante “tu”.

«Dunque, ora sarei una caricatura, un attore né vecchio né giovane… Praticamente, un ibrido», tirò le somme, sorridendo amaramente, un sempre più demoralizzato Antonio.

Era il segnale che Leone attendeva per capire di tenerlo in pugno. «Non sei stato al passo con i tempi!» esclamò gonfiando il petto. «Oggi, nemmeno un attore da Oscar scatenerebbe le fans se pensasse solo a recitare bene la parte… per essere credibili bisognare essere social! E tu, non hai nemmeno un account sul più scalcinato dei siti social.»

«Sinceramente, non ho mai sentito il bisogno di mettere in piazza la mia privacy… E poi, fino a ieri andava tutto ottimamente bene lo stesso», provò a giustificarsi Antonio.

«Ieri non conta niente! Devi smetterla di guardare la gloria passata… Volgi lo sguardo all’oggi e pensa al domani, se ti riesce!» sbottò Leone battendo i palmi delle mani sul piano in mogano della scrivania. «Un personaggio pubblico, deve mostrarsi nudo, trasparente…» si tacque e, piegandosi in avanti, abbassando il tono sin quasi a sussurrare aggiunse: «naturalmente, il lato oscuro va tenuto ben celato, dietro il paravento della privacy». Sorrise e concluse enfatico: «Oggi è il sedici gennaio… se sei disposto a seguire, pedissequamente, i miei consigli, tra un anno sarai tornato agli antichi splendori».

Il tono profetico del discernere allettò Antonio, convincendolo che quella fosse l’ultima spiaggia su cui approdare per non affogare. «Mi ha convinto!» esclamò, prima di firmare il contratto che metteva il suo futuro, da Divo, nelle mani di Leone Primo.

 

Leone e il suo staff, elaborando un percorso di visibilità che partendo dall’apertura di account sui siti social, con fotografie, filmati, risposte puntuali ai commenti dei fans (da un ufficio stampa facente le veci del Divo), arrivando sino ad un presenzialismo asfissiante ad ogni genere d’evento, riuscirono a puntellare il crollo di popolarità di Antonio.

Il primo tangibile risultato del meccanismo social messo in piedi dal suo agente, Antonio lo poté toccare con mano due mesi dopo, quando firmò il contratto per partecipare, come guest star, a ben cinque puntate di una fiction di grande successo; e da lì, a cascata, ad altri programmi che, oltre a rimpinguare l’ormai asfittico conto corrente, ebbero il merito di fidelizzare il suo personaggio presso un pubblico del tutto nuovo per un attore prettamente cinematografico: il vasto pubblico della prima serata televisiva.

 

2014 - inizio inverno -

 

«Beh, direi che non ci possiamo lamentare, no davvero», commentò Leone, analizzando l’anno che andava a chiudersi. «Cos’è che non ti convince?» chiese poi ad Antonio, osservando il suo sguardo perplesso.

«Hai fatto un lavoro straordinario, e per questo non posso che esserti grato…» iniziò a rispondere, poi si tacque andando alla ricerca delle parole giuste per continuare.

«Però… c’è un però che non ti soddisfa, vero?» fece Leone, invitandolo a proseguire.

Antonio annuì. «Ho fatto un sacco di televisione, anche troppa per i miei gusti… Ma nonostante questo, non siamo riusciti a strappare uno straccio di contratto per girare un film.»

Leone, tamburellando con le dita sul piano della scrivania, lesse lo scoramento nello sguardo del suo assistito. «Un passo per volta…» iniziò a dire, facendo avanzare l’indice e il medio della mano destra sul piano di mogano. «L’anno prossimo, potrebbe essere quello buono.»

«Potrebbe?» chiese Antonio, alzando un sopracciglio.

«Potrebbe», confermò Leone, sorridendo sornione.

«Cos’è, un indovinello? Sii più chiaro!» sbottò Antonio innervosendosi.

«Sto brigando per farti ottenere un premio, ad aprile, a Taormina», buttò lì con noncuranza Leone.

«Taormina… i David… intendi dire che…» balbettò Antonio sognando ad occhi aperti.

«Beh, beh, beh… non esageriamo adesso. I David di Donatello, pure quelli assegnati alla carriera, sono roba seria…» fece Leone, mettendo su un sorrisetto sarcastico.

«Mi sembrava troppo bello» disse in un sospiro depresso Antonio.

Leone si alzò. «Comunque, un premio assegnato da un comitato di critici e uomini di cultura siciliani ad un attore isolano, dal palco dei David, in diretta TV… farebbe la sua porca figura», replicò girando attorno alla scrivania.

«Ci riuscirai?» chiese Antonio, piegando il capo di lato per guardarlo in volto.

«Ci sto lavorando… Costerà caruccio, ma son quasi certo di riuscirci», rispose gongolando. «Prova a immaginare», fece, allargando le braccia con gli occhi a fessura. Poi, piantando i pugni sulla scrivania e fissandolo dritto negli occhi, spiegò: «Sarà un fine settimana speciale. Il giorno dopo la premiazione ti recherai a Bronte, per un bagno di folla tra i tuoi concittadini… l’incontro, oltreché a beneficiare di un servizio trasmesso dal telegiornale regionale della Rai, sarà certificato da un fotografo al tuo esclusivo servizio che, ovviamente, penserà anche a fornire le immagini dell’evento ai giornali e a farle girare in rete».

Osservando lo sguardo perplesso di Antonio, Leone comprese che c’era qualcosa nella programmazione dell’evento che non lo soddisfaceva. «Cosa c’è che non va?» gli chiese.

«Quando ho lasciato il paese, avevo promesso a me stesso che non ci sarei mai più tornato.»

«Beh, ora è diverso, ci tornerai da vincitore!» lo spronò Leone, battendogli una mano sulla spalla.

Antonio guardò lontano. «Già… da vincitore», si limitò a dire.

 

2014 - primavera sicula -

 

In una tiepida e profumata serata sicula di metà aprile, nella splendida cornice del teatro greco-romano di Taormina, a margine della cerimonia per la consegna dei David di Donatello; Antonio Scutteri ritirò dalle mani del presidente dell’associazione culturale “Amici dell’arte, della cinematografia, della cultura sicula e del pistacchio” il premio comprato a caro prezzo, ungendo i giusti ingranaggi, dal suo agente: una targa dal valore intrinseco di pochi euro ed estrinseco (per il criterio di scelta che, usando un eufemismo si potrebbe definire: poco trasparente) pari a zero!

«Fine primo tempo della farsa!» esclamò sorridendo amaro, gettando la targa sul letto della camera dell’hotel. «E il secondo tempo…» mentre si toglieva la giacca trasse un profondo sospiro, la buttò sopra la targa e, allentando il nodo della cravatta, concluse sconfortato: «sarà anche peggio!»

 

“Ecco lì Bronte. Chissà come mi accoglieranno?” si chiedeva Antonio, seduto accanto all’autista della vettura noleggiata per lui da Leone.  

Il sindaco con la fascia tricolore, ma soprattutto la piazza di Bronte stracolma di gente sinceramente entusiasta venuta ad omaggiare il loro illustre concittadino, risollevarono il morale di Antonio, commuovendolo sino alle lacrime. “E dire che non ci sarei voluto venire”, pensava stringendo mani e distribuendo autografi.

I festeggiamenti, dopo la Santa Messa, proseguirono con il pranzo offerto dall’amministrazione comunale e terminarono, a metà pomeriggio, con una passeggiata tra le vie e le botteghe del centro.

Poi, Antonio, chiese all’autista di accompagnarlo nella frazione dov’era nato e vissuto. Lì, dopo aver salutato i tre cugini che non avevano voluto o potuto mischiarsi con la folla festante, se ne andò a zonzo, da solo, per le ripide viuzze del minuscolo borgo.

“E’ tutto abbandonato, in quanti saranno rimasti a vivere quassù?” si chiese, provando a far di conto. “A parte i miei cugini, i loro figli, le loro mogli e i quattro braccianti che lavorano per loro… non c’è rimasto proprio nessuno.”

Guardò oltre i tetti delle case. «A parte il vulcano!» esclamò, rammentando di aver percorso i suoi fianchi in lungo e in largo.

Il rumore di un uscio che si apriva lo fece voltare. Un uomo dall’età indefinita si palesò sulla soglia e lo salutò: «Ciao Antonio».

“Chi è?” si chiese di primo acchito, osservando l’abbigliamento trasandato, la pelle arsa, le mille rughe, la barba incolta e i pochi capelli unti color cenere come le folte sopracciglia che, assieme allo sguardo triste, gli trasmisero l’immagine di un uomo precocemente invecchiato. «Carmelo!» esclamò subito dopo, rammentando che quello era l’uscio della sua casa.

Dopo l’iniziale sconcerto, Antonio corse ad abbracciare l’amico. «Scusami, ma sul momento non ti avevo riconosciuto», si giustificò.

«Scusarti di cosa, mica è colpa tua se sono invecchiato male…» replicò Carmelo. Lo guardò e aggiunse ammirato: «Tu invece sei rimasto uguale, devi aver trovato la fonte dell’eterna giovinezza, in continente».

«Se…» fece Antonio, indicò con un movimento circolare dell’indice il proprio volto, «quello che vedi… è pura finzione, credimi», concluse schernendosi.

Carmelo sorrise poco convinto. «Non me la sono sentita di mischiarmi con la folla… ma ero certo che avresti fatto un salto, da solo, da queste parti», gli spiegò. «Vieni, entriamo in casa», lo invitò poi, scostandosi per farlo passare.

Antonio annuì ed entrò. “Beh, credevo peggio”, pensò dando un rapido sguardo all’intorno: l’ambiente, arredato con mobilio vecchio assemblato con legno povero o di recupero, si presentava comunque ordinato e pulito; permeato da un, comunque sopportabile, sentore di muffa, dovuto all’umidità di cui erano intrisi i vecchi e spessi muri.

Carmelo prese due bicchieri e la bottiglia di Limoncello dalla vetrina sopra la credenza, Antonio attese in silenzio che riempisse i bicchieri; poi, alzando il suo, attese che l’amico, dopo aver fatto altrettanto, esclamasse: «Salute!» Per replicare: «Sempre!» e, rovesciando il capo all’indietro, ingollare il contenuto.

Nell’atto di abbassare il capo, lo sguardo cadde sul ritratto di una ragazza appeso alla parete, a destra della credenza. «Maria!» esclamò illuminandosi.

Carmelo si limitò ad annuire abbassando gli occhi.

«Dal tuo atteggiamento, mi par di capire che, nonostante ti abbia lasciato campo libero, non sei riuscito a sposartela», sentenziò ironicamente.

Carmelo scosse il capo in segno di diniego, innervosendo Antonio. «Okay, se non ti va di parlarne, lasciamo perdere!» sbottò.

«Maria…» esordì Carmelo, facendo scorrere l’indice sul bordo del bicchiere e tacendosi subito dopo.

«Sì… Maria, cosa?» fece Antonio, invitandolo a proseguire mentre cercava, abbassando la testa, d’incontrare il suo sguardo.

«E’ morta!» rispose Carmelo mentre alzava il capo e puntava gli occhi liquidi dentro quelli neri e agghiacciati di Antonio.

«Quando… come», balbettò Antonio.

«Due mesi dopo la tua partenza», rispose Carmelo.

«Un incidente?»

Carmelo annuì. «La notte venne giù il cielo. Poi un vento teso aveva spazzato le nubi, regalandoci un’alba luminosa e un cielo… che così azzurro non l’avevo mai visto. Il giorno prima, Maria mi aveva domandato se volevo andare con lei sul vulcano. Io le avevo risposto che dovevo lavorare e che l’avrei accompagnata volentieri il giorno dopo», sorrise. «Lo sai anche tu com’era lei quando si metteva in testa una cosa… non volle sentir ragione e andò da sola.»

«E non è più tornata», tirò le somme Antonio.

«No… maledetto me!» sbottò, piantando un pugno sul tavolo. «L’hanno trovata il giorno dopo in un dirupo… sembra che sia scivolata sulla roccia ancora fradicia di pioggia.»

«Mio Dio…» fece Antonio, guardando il ritratto, «povera Maria.»

«Ci dovevamo sposare, quindici giorni dopo», lo informò con voce rotta Carmelo.

Di fronte a cotanto dolore, Antonio rimase in silenzio.

Ci pensò Carmelo a rompere il silenzio assordante calato su di loro. «Domani vado su a deporre un fiore… ti va di venire con me?» gli chiese.

«Non posso, mi spiace…» rispose contrito Antonio. Lesse il disappunto nello sguardo dell’amico e provò a giustificarsi: «Domani mattina devo rientrare a Roma… e poi, non ho con me gli indumenti e gli scarponcini da trekking».

«Per l’abbigliamento e gli scarponi, visto che portiamo lo stesso numero, potresti utilizzare i miei… Per quanto riguarda il resto… decidi tu, se vale la pena perdere mezza giornata per onorare, non una semplice amica… ma l’amica, con la A maiuscola.»

Difficile ribattere, o tirarsi indietro di fronte a tali argomentazioni. Così, dopo una brevissima riflessione, Antonio esclamò deciso: «Okay, verrò con te!»

«Ti ringrazio. Lei sarà felice di rivederci, insieme, sul vulcano», ribatté soddisfatto Carmelo.

«Si va su per il solito sentiero?» gli chiese allora Antonio.

«Sì!» confermò Carmelo. «Domani alle nove… Vieni, vediamo di trovare un paio di scarponi e tutto il resto», concluse, accompagnandolo in camera.

 

In silenzio, cercando il giusto ritmo del respiro, Carmelo davanti e Antonio poco più indietro, percorsero il primo tratto del sentiero. «Fermiamoci a prendere fiato», disse Carmelo quando uscirono dal limite superiore dei boschi.

«Fin dove dobbiamo arrivare?» gli chiese un ansimante Antonio, osservando la bassa vegetazione che aveva sostituito quella boschiva.

«Lassù, dietro a quello sperone di roccia lavica», rispose Carmelo, indicandolo.

«Una bella tirata», osservò Antonio, prima di portare la borraccia alle labbra e bere avidamente.

«Più che bella… dura, guarda il sentiero come s’inerpica», lo corresse Carmelo, disegnando il percorso con l’indice e il braccio teso.

 

«Sei pronto?» chiese cinque minuti dopo Carmelo.

Antonio gettò un’occhiata in alto. «Okay…» fece, alzandosi a fatica da terra. «Andiamo.»

Si arrampicarono lungo il sentiero, ascoltando solo il loro respiro e quello del vento, per un’altra mezz’ora. «Ecco, è qui che ha lasciato il sentiero per portarsi sullo sperone di roccia», lo relazionò Carmelo. «Seguimi», aggiunse lasciando il sentiero per raggiungere il punto topico.

Antonio lo seguì con circospezione, cercando gli appoggi giusti per non scivolare.

«Ma perché Maria ha lasciato il sentiero, il panorama che si gode da quassù, è pressoché uguale a quello che si si può vedere stando sul sentiero?» si chiese sconcertato Antonio.

«All’epoca, i soccorritori ipotizzarono che, probabilmente, tagliando per di qua e girando attorno al dirupo, volesse raggiungere la distesa di saponarie dall’altro lato. Senza prendere in considerazione che posare i piedi sulla roccia liscia e umida del bordo, fosse come camminare sul ghiaccio», spiegò Carmelo.

«Dal tono e dall’espressione, non mi sembri troppo convinto di quello che stai dicendo», disse Antonio, mentre strisciava la suola dello scarponcino sul bordo per tastarne l’effettiva tenuta.

«Maria non era una sprovveduta, e non era certo la prima volta che saliva quassù…» rispose Carmelo guardando il punto di caduta (venti metri sotto i suoi piedi). Poi, volgendo lo sguardo sull’amico gli chiese a bruciapelo: «Tu che la conoscevi quanto e forse più di me, te la sentiresti di suffragare la tesi dell’incidente?»

Colto di sorpresa Antonio tentennò: «Mah… non saprei…»

«E… se ti dicessi che Maria, aspettava un bambino?» lo incalzò Carmelo.

«Maria, incinta! No, non è possibile… non oso crederlo», balbettò sconvolto.

«Era incinta! E il figlio che aspettava… non era sicuramente mio», calò il carico Carmelo, tenendo gli occhi ben fissi dentro quelli dell’amico.

«Mah, che storia ti stai inventando… Appena ieri mi avevi detto che vi dovevate sposare da lì a poco», sbottò Antonio, scostando lo sguardo.

«Il figlio era tuo, e lo sai benissimo. Finiamola di prenderci in giro», disse in tono incredibilmente calmo Carmelo.

«Lei… lei non me ne ha mai parlato, credimi.»

«Quando sei partito, non lo sapeva ancora. Poi, quando le consigliai d’informarti, lei si rifiutò di farlo. Singhiozzando si disse sicura che neanche un figlio ti avrebbe indotto a rinunciare al tuo sogno», spiegò Carmelo. Prima di chiedergli: «Si sbagliava?»

Antonio rifletté. «No! Mi conosceva troppo bene, per potersi sbagliare», confermò sconfortato, gettando lo sguardo nel punto di caduta del corpo di Maria.

Ottenuta la risposta, Carmelo proseguì: «Confortandola, stringendola a me, trovai il coraggio d’esprimere un sentimento troppo a lungo represso. “Io saprò essere marito fedele e padre esemplare”, le sussurrai accarezzandole il capo. Lei, puntandomi addosso i grandi occhi neri pieni di lacrime, gelò le mie aspettative: “Carmelo, sarò sincera, devo esserlo” mi disse accorata, “io ti voglio bene, ma non ti amo”. Sentii come un tuffo al cuore, ma non mi arresi, non potevo perdere la mia occasione, dopo aver passato stagioni a risalir sentieri sempre un passo avanti o dietro; struggendomi nel vedervi, nell’udirvi complici. “Non pretenderò di consumare il matrimonio, se tu non lo vorrai… ti amerò e onorerò senza farti mai pesare la mia presenza… se non per te, per noi… fallo per lui”, la implorai accarezzandole il ventre. Non saprei dire se fu l’amorevole gesto, la sincerità che misi nell’esprimere il mio sentimento, o più probabilmente, il desiderio di dare, comunque, un padre al nascituro… a far breccia nel suo cuore. Quello che mi sento d’affermare; è che quello fu il momento più felice della mia vita… ma non certamente della sua».

A quel punto Antonio comprese dove volesse andare a parare. «Mi stai dicendo che lei…» indicò il punto di caduta, «si è gettata volontariamente?»

Carmelo annuì. «Quella mattina, quando provai a dissuaderla prima di andare al lavoro, dicendole che nelle sue condizioni non era opportuno avventurarsi da sola sul vulcano… sai cosa mi rispose?»

Antonio fece cenno di no, Carmelo sospirò e proseguì: «Indicò il vulcano e disse, con voce scossa: “Carmelo, io, noi, siamo figli suoi… se dovessi scegliere i dieci momenti felici della mia esistenza… li avrei tutti trascorsi su quei sentieri. La mia anima, la tua, quella di Antonio, quando verrà il tempo, si ritroveranno su quei sentieri… Solo allora, quando ci riuniremo, assaporeremo la vera felicità”, poi, sorridendomi s’incamminò».

«E questo, secondo te basterebbe ad affermare che si è suicidata?» gli chiese uno sconvolto Antonio.

«Sì… ma c’è qualcos’altro», rispose sibillino Carmelo.

«Cos’altro c’è?»

«Ogni volta che salgo quassù a salutarla, mi par di udire una voce nel vento… la riconosco, è la sua. E’ lei che mi dice che presto, molto presto, percorreremo felici i sentieri della nostra giovinezza…» rispose ieratico Carmelo. Poi, rientrando in sé, chiese ad Antonio: «Tu che hai realizzato i tuoi sogni; puoi affermare di esserlo?»

«Felice?» fece Antonio, prima di chiudersi in una profonda riflessione, dalla quale riemerse dicendo: «Forse per un breve attimo, quando raggiunsi l’apogeo del successo… Poi, subito dopo, temendo di scivolare dalla vetta appena conquistata, la vidi svanire come neve sommersa dal magma incandescente… No, la felicità è qualcosa di etereo e, come tale, non la si può imprigionare», concluse amaro.

«La tua, di felicità, forse te la sei andata a cercare dove non la potevi trovare», replicò Carmelo.

«Non avendola trovata qua, sono dovuto emigrare, per poterla almeno sfiorare», ribatté a tono Antonio.

«Quella non era felicità, credimi…» insistette in tono accorato Carmelo, stringendo forte le spalle dell’amico, «la tua felicità, come la mia e quella di Maria, è sempre rimasta quassù… ad attenderci.»

«NOOO! CARMELOOO!» l’urlo agghiacciato di Antonio si spense assieme al tonfo sordo di due corpi, abbracciati, precipitati nello stesso punto dove, molti anni prima, era caduta Maria.

 

                                                                     FINE  

 

 

    

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Rubrus il 2019-02-26 19:03:05
Ricordo un\'intervista a un attore famoso al tempo degli spaghetti western e poi caduto un po\' nell\'oblio. Non era lui, ma facciamo finta che fosse Fernando Rey (quello che faceva sempre le parti da messicano cattivo). La battuta era che, nella vita di un attore, ci sono cinque fasi: 1) Chi è Fernando Rey? 2) Voglio un... tipo Fernando Rey 3) Voglio Fernando Rey! 4) Voglio un tipo Fernando Rey.. giovane 5) Chi è Fernando Rey? Buon racconto, anche se forse il finale è un po\' troppo a effetto e forse una conclusione più soft non sarebbe guastata.

Vecchio Mara il 2019-02-26 21:09:49
Il finale serviva a chiudere il cerchio. La parabola dell'attore decaduto, si conclude là, nell'unico posto dove è stato veramente felice, il luogo dei giochi e della gioventù, che non torna più. Ti ringrazio. Ciao Rubrus.

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Paolo Guastone il 2019-03-01 10:56:09
Questo me lo ricordo. Agghiacciante e cinica descrizione di come la vera felicità non si trovi rincorrendo sogni di gloria ma, invece, restando accanto alle cose che più si amano. Perché poi alla fine, come dici giustamente tu, la felicità non si può misurare e allora ci si accorge di aver sprecato inutilmente tutta la vita. Piaciuto.

Vecchio Mara il 2019-03-01 15:28:10
la felicità, non si pesa, si gode... quando c'è. Ti ringrazio. Ciao Paolo

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90Peppe90 il 2019-03-02 16:58:57
Lo ricordavo più o meno bene e, pur apprezzandolo, lo trovo da sforbiciare in qualche parte centrale senza la quale, a mio avviso, il racconto potrebbe guadagnare in scorrevolezza. In ogni caso, è una tematica a me cara (mi ha ricordato, per certi versi, il mio "Holy Wood (All'ombra della Valle della Morte)"; in più, ultimamente, avevo pensato di scrivere una storia simile incentrata però non su un attore bensì su un musicista rock) che s'intreccia qui con una drammatica storia d'amicizia che ha un finale inatteso ed efficace, piaciuto. Ciao, Giancarlo!

Vecchio Mara il 2019-03-03 13:42:43
per quanto riguarda le lungaggini, ti rimando alla risposta che ho dato al commento di Massimo Bianco sotto il racconto: Giudici o giustizieri. "Holy Wood", mi pare di averlo letto e se non sbaglio lo avevo pure commentato. Il tuo, se non sbaglio, era più horror che noir (D'altronde l'horror è il marchio di fabbrica del miglior interprete del genere presente sul sito) ed era diviso in due o tre parti... ma forse mi confondo con un altro racconto. Ti ringrazio. Ciao Peppe.

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