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Acqua morta

"PUNTO E A CAPO" Racconto Horror / Mistery / Pulp

di Rubrus

pubblicato il 2019-01-29 12:53:37


Ciaf ciaf ciaf.
Angelo soffocò un’imprecazione, appese il salvagente al chiodo e guardò l’orologio a muro. Le 23.00.
Alle 21.00 iniziava il corso di aquagym e, fino alle 21.30, la vasca era tutta per una dozzina di attempate signore che saltellava nell’acqua al suono di musica techno. Dalle 21.30, come tutti i giovedì, due corsie dovevano essere lasciate libere per il pre-agonismo. Alle 22.00 le signore se ne andavano e il loro posto veniva preso dal nuoto libero. Alle 22.30 gli aspiranti atleti sgombravano il campo e, per le 22.45, tutti dovevano essere fuori dall’acqua perché la piscina chiudeva alle 23.00.      
In teoria. Qualcuno del nuoto libero cercava sempre di rubare cinque, dieci minuti e si tratteneva più del consentito, magari saltando la doccia e rassegnandosi ad andare a nanna puzzolente di cloro.
Il più delle volte gli assistenti bagnanti, come Angelo, chiudevano un occhio, limitandosi a un richiamo, o a un cenno, o magari a uno schiaffetto, quando il tizio non faceva mostra di andarsene. Qualche rara volta, occorreva discutere.
Angelo sperò che non fosse una di quelle sere.
Girò l’angolo della minuscola palestra, separata dalla vasca da un muro e dove si trovavano attrezzi e accessori per il nuoto, una panca e un quadro svedese, e raggiunse la piscina vera e propria.
Niente.
L’acqua luccicava tranquilla sotto il riverbero dei neon sul soffitto, indifferenti alla notte invernale.
Non c’era nessuno, meno che mai un nuotatore ritardatario.
Si era sbagliato e quello che gli era sembrato lo schiocco di bracciate nell’acqua non era stato altro che un’eco.
Eco di cosa?.
Decise di liquidare la faccenda e di non pensarci.
Ma non ci riuscì completamente.
 
«Come va l’ultimo turno?».
Gianni, il nuovo direttore, aveva venticinque anni – un po’ meno della metà di quelli di Angelo – e, come tutti quelli della sua generazione, gestiva l’incarico con il frenetico attivismo di chi teme di vedersi portar via il posto da qualcuno più frenetico di lui, ma che è altrettanto pronto a lasciarlo, quel posto, perché tanto sa che non durerà.   
Angelo alzò una spalla «Nessun problema» rispose.
Gianni aveva fatto una gran propaganda all’attività della piscina in rete, specie sui social. Angelo non riusciva a capire che differenza potesse fare: era una piscina comunale, esisteva da almeno quarant’anni, gli orari erano più o meno sempre gli stessi e i frequentatori anche. Ci si andava e si nuotava, o si imparava a nuotare, tutto lì. Altra roba, come lo spinning o l’aquagym non erano vero e proprio “nuoto”, per come la vedeva Angelo; quanto alla palestra, non era una vera e propria palestra: serviva più che altro per il riscaldamento, o gli esercizi pre o post nuoto.
Tuttavia, qualche faccia nuova si era vista e quindi, forse, qualche risultato, tutto quel daffare sul web era servito.
Forse Angelo era vecchio dentro (e, da qualche tempo, un po’ anche fuori), come gli dicevano da un pezzo.
I suoi colleghi più giovani – ci dovevano essere sempre almeno due assistenti, di più se il pubblico era particolarmente numeroso – dividevano la loro attenzione tra la vasca e gli smartphone, lamentandosi in continuazione perché c’era poco campo e stando bene attenti agli schizzi d’acqua.
Oggi il mondo andava così.
Ma le facce nuove scomparivano con la stessa rapidità con cui apparivano, proprio come i direttori e gli altri assistenti bagnanti (Angelo non era riuscito a legare con nessuno, anzi, negli ultimi tempi aveva deciso che non ne valeva la pena) e quindi tutto quello sbattersi, stringi stringi, non portava grandi cambiamenti.
Eh già, oggi il mondo andava così.
«Ci vuole qualcuno d’esperienza» proseguì Gianni «alla sera arriva gente che, a settant’anni, si crede di essere Phelps, o Thorpe, quando fino al giorno prima si è limitata al bagno con le paperelle nella vasca di casa. Oppure disgraziati che si tuffano dieci minuti dopo essersi ingozzati di peperonata».
«Finora non è successo niente» fece Angelo.
«Meglio così» rispose Gianni «meglio così».
 
Il settantenne fanatico arrivò una settimana dopo.
Per la verità non aveva settant’anni e Angelo già lo conosceva.
Si chiamava Mario e doveva essere sulla cinquantina, sessantina al massimo. Era un frequentatore relativamente assiduo della piscina durante il week – end (un vero e proprio nuotatore della domenica), ma un lunedì sera Angelo lo vide comparire con l’immancabile telo verde e rosso (Mario non usava l’accappatoio e Angelo lo aveva visto con quella spugna da almeno dieci anni).
Gli rivolse un tardivo e un po’ sorpreso saluto cui Mario rispose con un cenno del capo prima d’infilarsi gli occhialini e tuffarsi.
Forse aveva deciso di provare il brivido di cambiare la routine, pensò Angelo.
Ma Mario tornò il mercoledì e il venerdì.
Riapparve durante il week end e, a partire dalla settimana successiva, venne tutti i giorni.
Angelo lo tenne d’occhio e disse ai suoi colleghi (Luca che veniva nei giorni pari e Sabrina in quelli dispari e che gestiva l’acquagym) di fare altrettanto.
Vuoi vedere che Gianni aveva portato jella e il nuotatore fanatico era apparso come un spirito delle acque?
Ma Mario non dava problemi. Arrivava intorno alle 21.30, si faceva le sue vasche – quasi tutte in stile libero tranne qualche dorso ogni tanto – e usciva intorno alle 22.30.
Ben presto, Angelo disse che non era il caso di preoccuparsi.
Anche perché di lì a poco ebbe altro cui pensare.
 
Era un martedì e stava ammucchiando i divisori delle corsie nella palestra sul retro, quando udì il solito ciaf ciaf ciaf.
Anche stavolta era certo che non ci fosse nessuno in vasca. Proprio come era certo che quelli fossero gli schiaffi di una mano che affondava ritmicamente nell’acqua.
Stette in ascolto.
Si sarebbero dette le bracciate di un nuotatore esperto. Un fondista probabilmente. Non uno di quelli che fanno un gran fracasso sollevando spruzzi e arrivano a fine vasca (se ci arrivano) completamente spompati. Un nuotatore metodico che, appena ha rotto il fiato e si è scaldato, prende il suo ritmo e lo tiene fino alla fine, un po’ come un alpinista.
In teoria avrebbe potuto essere Luca che aveva deciso, dopo il turno, di sgranchirsi un po’, ma in pratica era improbabile. Gli aveva chiesto di raccogliere gli attrezzi – tavolette, pull buoy e galleggianti e salvagente vari – mentre lui, Luca, faceva il giro di docce e spogliatoi per vedere se il solito sprecone distratto aveva lasciato l’acqua aperta o scordato qualcosa in giro.
Ora che Angelo ci faceva caso, Luca glielo chiedeva sempre. E anche Sabrina.
Dopo che l’ultimo nuotatore era uscito dal’acqua facevano in modo di lasciare subito il locale vasca.      
E dunque?
Dunque non restava che girare l’angolo per vedere se la vasca era vuota davvero.
Angelo trattenne il fiato (non se ne rese conto, ma lo fece) e uscì dalla palestra.
Eccola là.
Vasca olimpionica corta, o semi-olimpionica, lunga venticinque metri, larga dieci e profonda, al centro, un metro e trenta. 
Non erano esattamente le misure regolamentari, ma quella era solo una piscina comunale.
Vuota.
Angelo osservò l’acqua, l’ascoltò.
Lo schiocco ritmico era cessato, sostituito da uno sciabordio placido, quasi impercettibile, che poteva essere causato da un micro – sisma o dalle vibrazioni della metropolitana poco lontano.
Oppure da qualcosa (ma non da un nuotatore, sicuramente non da un nuotatore) che aveva appena finito di muoversi nell’acqua.
 
«Devo andare in bagno. Il giro delle docce e delle cabine lo faccio io. Raccogli tu?».
Angelo si alzò di scatto correndo, quasi letteralmente, dietro a Mario che, come al solito, era stato l’ultimo a lasciare l’acqua, senza attendere la risposta di Sabrina.
Ebbene sì, l’aveva battuta sul tempo. Vecchio dentro sì, ma proprio decrepito no, eh?.
Aggirò la vaschetta lava piedi e raggiunse i bagni.
Non aveva mentito, non del tutto. Dopo che hai inequivocabilmente superato i quaranta, la tua mente riesce ancora a scordarsi la tua età, ma la prostata fa più fatica.
Mentre si liberava, udì lo scroscio delle docce maschili.
Si chiese se fosse il caso di scambiare qualche chiacchiera con Mario. Per parlare di cosa, però? Si conoscevano di vista da più di dieci anni, è vero, ma, a parte il “buongiorno, buonasera” i primi tempi, ben presto sostituiti dal “ciao, ciao”, non si erano detti molto.
Ad ogni buon conto, un uomo di più di cinquant’anni che si mette a nuotare con la costanza di un neofita dodicenne avrà qualcosa da dire a un assistente bagnante, no?.
Si sciacquò le mani e raggiunse le docce, ma Mario lo prevenne. «Non pensate che sia fredda, l’acqua?» chiese.
Angelo rispose automaticamente. Controllare la temperatura era uno dei suoi compiti. «Non direi. Ventotto gradi, ventinove. Pure troppo calda».
Mario esitò. Il frastuono del getto, al massimo, che esalava nuvole di vapore, rendeva la sua voce tremebonda. «Non so» fece «è come se ci fossero delle correnti gelide, ogni tanto».
Angelo si grattò la testa. Correnti. Giusto. Un problema nel riciclo. Poteva essere la causa del movimento che aveva intravisto la sera prima.
E il rumore delle bracciate?
Un problema alla volta, d’accordo?
Si diresse verso la cassa all’entrata, al di là dello spogliatoio.
Franca, la cassiera, usciva poco dopo le dieci, quando gli ingressi venivano chiusi. Controllava i conti – e ci voleva poco perché era tutto elettronico e le tessere magnetiche avevano preso il posto di quelle di carta – e filava a casa, dall’altra parte della città.
Se fosse stata ancora lì, però, Angelo le avrebbe potuto chiedere di lasciare un appunto per Gianni, il direttore (al solito, l’idea di lasciargli un messaggio vocale non lo sfiorò nemmeno).
Si affrettò – era il caso? Sì – e vide con disappunto che non c’era più nessuno.
Tornando indietro, incrociò Mario che si dirigeva alle cabine avvolto alla meno peggio nella solita spugna rosso-verde.
Niente chiacchiere quella sera.
O forse sì.
Mario aveva scordato la cuffia appesa all’attaccapanni.
Avvicinandosi, però, Angelo si rese conto che doveva appartenere a un altro. Mario aveva una cuffia in tela nera, come il costume, mentre quella era rossa e di lattice. Strano non l’avesse notata prima.
La prese per metterla tra gli oggetti smarriti – c’erano cassetti pieni di ciabatte, cuffie, occhialini e persino costumi – e subito la lasciò cadere.
Era piena di ciocche di capelli neri. Alcune sembravano essere state strappate via dal cranio, con brandelli di cuoio cappelluto ancora attaccati. E puzzava orribilmente di marcio.
        
«Ti avevo chiesto di mettere a posto, l’altra sera».
«Ho pensato di fare il giro degli spogliatoi femminili».
Angelo e Sabrina erano seduti alla postazione degli assistenti bagnanti. Il turno dell’aquagym era finito e in vasca c’erano tre persone sole, tra cui Mario.
«E come mai?».
«Una volta ci hanno trovato due che ci davano dentro come ricci, si vede che l’esercizio fisico li aveva stimolati, così, di colpo, ho deciso di dare un’occhiata. Intuito femminile, diciamo».
«L’altra sera c’era solo Mario. E poi era nella sezione maschile».
Sabrina si girò verso di lui di colpo. Era una ragazza tranquilla che (questa era la dolorosa verità) avrebbe potuto essere sua figlia e così sembrò ad Angelo in quel momento: una figlia in piena ribellione adolescenziale.
«Non sei il mio capo, ok?» ringhiò puntandogli contro un indice, dopodiché, per quella sera, non gli rivolse più la parola. Né per molte altre sere a venire.
 
«Non pensi che Mario esageri?».
Luca esitò. Era un tipo taciturno, almeno per quello che riguardava la conversazione reale perché, in quella virtuale, le cose dovevano essere diverse, dato che smanettava in continuazione.
«Naah» mugugnò alla fine, tornando a concentrarsi sullo smartphone.
Angelo osservò l’uomo che, imperterrito, continuava il suo andirivieni. A furia di vasche, aveva migliorato lo stile e l’efficienza della bracciata, ma continuava ad impegnarsi al massimo, come se ambisse a sfinirsi. Angelo si chiese che suono avrebbero prodotto le sue mani nell’acqua se la piscina fosse stata vuota. Ciaf ciaf ciaf, probabilmente. «Basta che non ci lasci le penne» commentò.
Luca emise una specie di latrato che doveva essere una risata: «Oh no, non ancora».
 
«Non pensi che avresti dovuto dirmelo, Gianni?».
«E perché? È successo durante il turno estivo e tu non lo fai, il turno estivo, e poi non è stato un incidente in acqua, non esattamente».
«E che cos’è stato, esattamente? Perché ho cercato in rete e non ho trovato nulla. Se non esiste in rete non esiste, per questo ti sei guardato bene dal metterlo, direttore».
«Senti, Angelo,  tu ti fai le tue belle sere tranquille, con i tuoi habitué e non hai che una vaga idea di che cosa succeda d’estate, quando apriamo la vasca esterna. Tu non la frequenti nemmeno, neanche come cliente».
Angelo pesò che, effettivamente, erano settimane che non metteva piede in acqua. Una situazione ben strana per un assistente bagnante, ma forse neanche tanto. Dopo aver trascorso ore e ore in mezzo all’odore del cloro, al caldo umido, al brusio o allo schiamazzo continuo dei nuotatori ti passa la voglia. D’estate andava al mare e la vasca esterna, accanto a quella interna dove lavorava, per lui non esisteva.
«Ci sono un sacco di buzzurri» proseguì Gianni «Gente che pretende di nuotare trasversalmente, che si tuffa in acqua unta di olio solare come un piatto di fritto misto, gente che tiene la radio a tutto volume, che si cambia il costume in mezzo alla folla. Quelli venivano per mettersi in mostra. Gel, tatuaggi, muscoli e tutto il repertorio. Fanno la loro vasca, uno nella corsia di destra e l’altro in quella di sinistra. Dato che nuotano a farfalla, perché fa più scena, a un certo punto uno dà una manata in testa all’altro e gli spacca gli occhialini. Puoi immaginare com’è finita».
«Rissa?».
«Ovvio. Prima in acqua e poi fuori. Il cafone numero uno dà una spinta al cafone numero due che cade e batte la nuca contro un blocco di partenza. È andato in coma ed è morto qualche settimana dopo».
«Era un agonista? O addirittura un campione, magari di basso livello?».
«Si faceva selfie come se lo fosse. Dato che hai preso a frequentare il web sai di cosa parlo».
 
«Stai diventando un campione».
Di nuovo le docce, di nuovo Angelo a Mario. Di nuovo pochi minuti alle undici.
A mettere a posto, Angelo avrebbe pensato dopo. Era di turno con Luca, ma di chiederlo a lui non era il caso.
Mario chiuse l’acqua e fissò Angelo. L’assistente bagnante ebbe l’impressione di vederlo per la prima volta: non era solo uomo con una mania. Era un uomo che aveva un motivo per averla.
«Endorfine» disse Mario. «Più fai fatica, più il corpo ne produce, più hai una sensazione di benessere». Agguantò il telo di spugna. «E meno pensi».
Angelo non seppe cosa rispondere.
 
La donna cacciò un urlo così forte da sovrastare la musica. Prese a dibattersi furiosamente, lanciando versi inarticolati come se fosse in pericolo di vita mentre le sue compagne di corso si allontanavano, spaventate. Finì sott’acqua gorgogliando, riemerse, sempre strillando, e affondò di nuovo.
Sabrina si precipitò verso di lei mentre Angelo si alzava di scatto dalla sedia.
Prima che Sabrina potesse immergersi, la donna riemerse una seconda volta, artigliò il bordo della vasca e si issò fuori scompostamente, strisciando e saltellando come un pesce spiaggiato. Guardava l’acqua con occhi sbarrati, farfugliando sotto shock. Gli occhiali da nuoto stavano di sghimbescio sulla testa, una spallina del costume era strappata e aveva una grossa abrasione su una gamba.  A parte questo, tutto a posto. Tranne che era spaventata a morte.
Sabrina le si accosciò vicino, subito imitata da Angelo. Alcune compagne di corso erano ancora in acqua, ma la maggior parte era uscita e si teneva a debita distanza, anche se nessuna urlava più.
«Qualcosa mi ha preso» disse la donna. Alla luce del neon, la sua faccia era bianca come latte. Il sangue, cremisi, spiccava lucido e scintillante. «Qualcosa mi ha preso e mi tirava sotto». Indicava la gamba destra. In prossimità della caviglia, più sotto del punto in cui il ginocchio aveva battuto contro il bordo, si andava formando un livido bluastro. Quattro linee parallele, come dita.
 
Il buzzurro numero due, il morto, aveva lasciato ampie tracce sui social.
Angelo le aveva trovate non sul sito della piscina, da dove erano state tolte, se mai c’erano state, ma sulla cronaca locale. Un trafiletto appena, risalente ad agosto. Da lì, risalire al nome, e poi al profilo del morto, era stato facile.
L’uomo marciva nella tomba (e ciocche di capelli si staccavano dal cranio putrefatto, pensò Angelo) ma sul web era vivo vegeto, e arrogante. L’ultimo post prima dei messaggi di addio degli amici, sorprendentemente pochi rispetto ai contatti, non poté fare a meno di notare Angelo, riguardava il numero delle vasche nuotate e il tempo. Se fosse stato vero, l’uomo avrebbe dato filo da torcere a Mark Spitz.
Chissà se era davvero così. Molto probabilmente no. Forse il tizio era solo un insicuro, o un mitomane. Magari era una persona migliore di quanto si potesse ricostruire dalle immagini che aveva lasciato, ma quelle rimanevano e con quelle si doveva fare i conti.
Anche con quella in cui indossava una cuffia rossa.
 
Angelo inspirò, espirò, mulinò le braccia, sciolse le spalle.
Vero.
Erano settimane che non nuotava.
Negli ultimi tempi l’afflusso di gente alla piscina era diminuito.
La donna che aveva affermato di essere stata trascinata sott’acqua (solo affermato?) si era ritirata dal corso di aquagym. Le si erano rotti alcuni capillari sopra la caviglia, aveva detto e, insomma, non era il caso. Facile che avesse problemi di coagulazione. Come spiegazione non era granché, ma naturalmente nulla avrebbe potuto afferrarla alla gamba, in poco più di un metro d’acqua limpida, a pochi centimetri da altre dieci persone, e trascinarla sotto, senza che si vedesse nulla.
Gianni aveva tirato un sospiro di sollievo. Aveva temuto che la donna facesse causa alla piscina.
Di lì a poco, altre corsiste l’avevano imitata e Gianni aveva sospirato di nuovo, anche se non di sollievo.
Poi c’era la faccenda della temperatura.
Si abbassava di colpo, senza motivo, proprio come aveva detto Mario, quasi correnti di acqua gelata calassero dal Polo per infiltrarsi nella piscina comunale. Il tempo di andare a prendere il termometro e tutto tornava alla normalità.
Gianni aveva fatto uscire i tecnici della caldaia, ma nessuno aveva riscontrato anomalie dell’impianto.     
A volte alcuni bambini, specie i più piccoli, dicevano di vedere cose nell’acqua. Una di sette anni si era spaventata a tal punto da regredire, per un paio di minuti, a uno stadio ancora più infantile. Ripeteva in continuazione parole come “acqua morta, acqua morta”. 
I tre corsi per principianti si erano ridotti a due.
Bizzarramente, il “ciaf, ciaf” nella vasca deserta non si sentiva più.
Un paio di volte Angelo aveva creduto di vedere scie di vapore, come se qualcosa di molto freddo si muovesse appena sotto il pelo dell’acqua, ma nulla più.
Se Sabrina o Luca avevano sentito qualcosa, non ne avevano fatto parola.
No, non ne avrebbero parlato. Non con lui, almeno.
Perciò non restava che una cosa da fare.
Angelo si aggiustò gli occhialini e si tuffò.
Anni di allenamento presero il sopravvento e il corpo agì in modo automatico. Percorse la prima vasca in scioltezza, ma velocemente, in modo da abituare il fisico alla temperatura, raggiunse la sponda opposta, fece la capriola, si diede la spinta e ripartì. Ripeté l’operazione due volte prima di ricordarsi il motivo per cui si era tuffato.
Peccato che ora faticasse a ricordarselo e, soprattutto, a crederlo.
Si era dato al nuoto nei lontani anni dell’ISEF e aveva preso il diploma di assistente bagnante per tirar su qualche soldo. Poi la vita era andata nel solito modo, almeno per qualche tempo. Aveva trovato lavoro come venditore, poi una ragazza, poi era stato sul punto di sposarsi, poi la ditta aveva chiuso, lui aveva trovato un altro posto, si era lasciato con la ragazza, aveva trovato un nuovo lavoro in un’altra città, i suoi si erano ammalati, era tornato e aveva trovato una nuova donna e un nuovo lavoro, che erano durati meno dei precedenti. Dopo la morte dei suoi si era adattato all’attuale sistemazione, che poteva dirsi “impiego” perché il mondo, nel frattempo, era cambiato.
Nella sua vita, una delle cose che erano durate di più era il nuoto.
L’acqua non lo avrebbe abbandonato. L’acqua non lo avrebbe tradito. L’acqua sarebbe rimasta la stessa. L’acqua...
... era fredda.
Gli occhialini si appannarono di colpo, rendendolo praticamente cieco. Una staffilata gelida gli sferzò un fianco come una frusta di ghiaccio ed ebbe l’impressione di vedere una massa oscura, fluida, scivolare di lato come  un nuotatore veloce che percorre la corsia a fianco in senso inverso.
Raggiunse il blocco di partenza e afferrò la maniglia. Si tolse gli occhialini e si guardò intorno. Niente. Allungò una mano verso il bocchettone del riciclo. L’acqua usciva in un fiotto caldo. Senza rimettere gli occhialini riprese a nuotare, ma lentamente, a rana, dirigendosi verso il centro della vasca. Angelo era alto più di uno e ottanta e, anche a metà corsia, se si fosse messo in piedi l’acqua gli sarebbe arrivata a mezzo petto. Procedette con cautela, le orecchie tese, guardandosi intorno, la testa ben alta. Un pessimo esempio di stile.
Nel momento in cui fu al centro della vasca la luce si spense.
Angelo strozzò un grido.
Il vasto locale era immerso nell’oscurità e l’eco, generata dalle onde che lui stesso produceva muovendosi, si riverberava contro le pareti. Poco a poco i suoi occhi si abituarono al buio.  Dalla strada, lontana, i lampioni proiettavano un po’ di luce che rimbalzava sull’acqua. Aurore e labili fantasmagorie apparivano e sparivano sui muri.
Gli occhi sbarrati, Angelo intravide un’ombra che le eclissava e svaniva per riapparire poco più in là. Poco dopo, i suoni. Non più ciaf, ciaf ciaf, ma qualcosa che si avvicinava a bordo vasca, pronta a tuffarsi.
L’ombra raggiunse i blocchi di partenza, poi svanì. Un istante dopo la luce si accese.
«Ah, ci sei» disse Mario.
 
«Avevo appena finito di cambiarmi, quando ho sentito il bisogno di andare in bagno – alla mia età succede spesso» spiegò Mario seduto sulla panchina vicino all’entrata dell’impianto. Accanto a lui stava Angelo. Era inverno, ma il freddo era meno intenso di quello che aveva avvertito poco prima, in acqua. Questo era il freddo prodotto dalla rotazione del Sole e della Terra durante la loro danza nel cosmo. Quello era un freddo che veniva da dentro e, allo stesso tempo, da fuori da questo universo.
«Non si può entrare con le scarpe nei locali docce e nei bagni» proseguì Mario «così me le sono levate prima di tornare dentro e ci è voluto un po’. Sapevo che eri ancora in vasca. Mentre ero al gabinetto si è spenta la luce. Mi è parso strano e sono venuto a vedere».
«Volevo sgranchirmi un po’ le ossa» fece Angelo. Tutto qui? Tutto qui. Ripensò alle parole che Mario gli aveva rivolto da sotto la doccia. Checché ne dicano, ci vuole un bel po’ perché due uomini, anche se amici, parlino di certe cose. Forse negli ultimi tempi le cose erano po’ cambiate – a volte, tra sé e sé, Angelo pensava che gli uomini si fossero solo rammolliti e incattiviti allo stesso tempo – ma loro non erano amici. Semplicemente, frequentavano lo stesso posto da un sacco di tempo, e con ruoli diversi. E poi, pensava sempre Angelo, il nuoto va bene per le persone solitarie. Non per niente si dice “acqua in bocca”.
«Endorfine?» chiese Mario.
«Endorfine» confermò Angelo.
Mario annuì. «Una volta erano gli uomini a dire “vado a comprare le sigarette”. Non credere mai agli addii. La gente non dice “addio”. Oggi come oggi, se ne va e basta».
Angelo non disse niente. L’acqua era l’unica cosa che, in vita sua, non lo avesse mai tradito. Fino a quella sera.
«Il telo di spugna rosso verde me l’ha regalato lei» riprese Mario. «So dove abita, ma non sono uno stalker. Non mi metto a telefonarle nel cuore della notte o a spiare i suoi movimenti on line. Sono troppo vecchio per queste scemenze. Vengo qui e mi stanco abbastanza da impedirmi di salire da lei, suonare alla porta e chiedere di entrare. Perché non voglio sapere che cosa succederebbe. Non voglio proprio».
Angelo si chiese che età avesse esattamente Mario. Dieci anni più di lui, occhio e croce. Si domandò come sarebbe stato lui tra dieci anni. Forse come Mario. A volte si sentiva già così.
«Credi che siamo solo questo?» proseguì Mario «Ho quasi sessant’anni, una laurea e due master. Faccio il dirigente in una compagnia di assicurazione e ho viaggiato per mezzo mondo. Credi che, alla fin fine, tutto quello che conta davvero sia il cibo, il fuoco, una donna e Dio salvi chiunque si mette in mezzo? Si riduce tutto a questo?».
Angelo pensò al morto con la cuffia rossa. Forse era una persona migliore di quanto sembrasse, ma quanto rimaneva di lui erano quelle foto idiota sui social. Nel web niente scompare mai del tutto e quelle foto sarebbero rimaste lì per l’eternità. E magari non solo quelle.
Mario si alzò senza attendere risposta. Aveva raggiunto la porta quando Angelo lo chiamò. «Se ti va  di fare qualche bracciata dopo l’orario di chiusura puoi fermarti» disse.
Mario lo ringraziò e uscì.
 
«Non credete che stia succedendo qualcosa di strano?».
Fu Sabrina a rispondere. Guardò prima Gianni, poi Luca – era fine settimana ed erano tutti presenti per stendere il calendario dei turni per la settimana successiva: solo Franca, la cassiera, mancava. «Tipo?» chiese infine la ragazza.
«Tipo un nuotatore invisibile che afferra per le gambe le corsiste dell’aquagym».
Ecco, l’aveva detto. Non suonava come “fantasma”, ma non riusciva a fare di meglio.
«È  stato solo uno scherzo stupido». Chiunque l’avesse vista in faccia avrebbe detto che ci credeva davvero.
«E le correnti di acqua gelida? Il fatto che tutti, dico tutti, evitiate di rimanere soli in vasca dopo una certa ora? È una specie di scherzo anche quello?».
Nessuno rispose per un po’. Angelo poté osservare con tutto comodo la lancetta dei secondi spostarsi pigramente sull’antiquato orologio a muro.
«Non stai mettendo in giro strane voci, vero Angelo?» chiese Gianni.
«I suoni, le ombre... non ditemi che non vi siete accorti...».
«Oh, andiamo!» lo interruppe Luca «Non puoi credere che...».
«Ci sono nei guai nell’impianto, è vero» ammise Gianni «viene meno gente. Ma non esistono cose come... comunque, spero di non dover tagliare dei corsi. O ridurre l’orario di apertura».
Non ci credevano, comprese Angelo. Magari credevano in cose come le scie chimiche, o i vaccini che facevano venire il cancro, o gli Illuminati, ma in quella roba lì, nei fantasmi, proprio no. Erano miti di un’altra epoca. Oh, ci potevano anche fare dei filmati su you tube e vederli sullo smartphone, ma a quanto a crederci sul serio... avrebbe voluto dire che il loro mondo era ancora più precario di quanto pensassero e, se era concepibile perdere il posto perché la piscina non aveva abbastanza like, non era tollerabile che ciò accadesse a causa di uno spettro. Quella era roba da vecchi. E Angelo, come avevano detto più volte, era vecchio dentro.    
 
« Tu sei il bagnino, vero?».
Angelo si girò verso il sacerdote accanto a lui.
Quand’era ragazzo tutti i preti gli sembravano vecchi, ma adesso lo erano sul serio. Anche se non frequentava più la Chiesa da quando erano mancati i suoi – e anche prima non era stato molto assiduo – aveva sentito parlare della crisi delle vocazioni.
Il sacerdote lì vicino, però, era giovane. Trent’anni al massimo. Una rarità.
«Assistente  bagnante» precisò.
«Mi ricordo di te  da quanto ho portato in piscina i ragazzi dell’oratorio. Pensavo di fare lo stesso quest’estate».
«Non presto servizio d’estate».
Il prete parve un po’ contrariato, ma non disse niente. Guardò la statua della Madonna in piedi davanti alla quale stava Angelo.
«Mia madre è stata un po’ di volte a Lourdes» spiegò Angelo «Riordinando casa ho trovato un souvenir, e così.. sono venuto ad accendere una candela».
Il sacerdote annuì.
«Volevo chiedere...» disse Angelo «... so che sembra una domanda strana, ma una candela è pur sempre una candela, no? Cera, o quel che è».
«Stai pensando di fare l’analisi chimica di un cero?».
«No» rispose Angelo
«La fede è una faccenda un pochino più complicata di così» lo incalzò il prete.
«È solo che... è parecchio che non metto piede in una chiesa».
Il sacerdote indicò la statua della Madonna. «Oh, a Lei non importa». Batté una mano sulla spalla di Angelo e si allontanò discretamente verso la sacrestia.
Proprio quello che Angelo voleva.
Attese un po’, poi si diresse al fonte battesimale.
 
«Pronto per la nuotata serale?».
Mario si guardò intorno. La piscina era deserta. «Ci sono solo io?».
«È un periodo di fiacca» rispose Angelo «niente corsi, stasera. Tutto nuoto libero. Dovremmo essere in due assistenti, ma dato che ci sei solo tu e che...» guardò l’ora «verosimilmente non arriverà più nessuno, io basto».
Mario fece spallucce, scelse la corsia centrale, si sedette sul bordo, si aggiustò cuffia e occhiali e scivolò in acqua.
Al solito, fece la prima vasca di gran carriera, in stile libero, per scaldarsi, poi rallentò. Giunto all’ottava vasca, trovò il ritmo e prese a procedere in modo regolare.
Angelo lo aveva osservato Per coprire venticinque metri avrebbe impiegato poco più di un minuto. Non era più giovane ed era corto di gambe e braccia. Un fondista, più che uno scattista. In effetti, era dotato di una discreta resistenza. Alla ventesima vasca avrebbe preso il pull – buoy (un galleggiante che alcuni nuotatori usano come supporto) guadagnando in velocità. Il suono delle bracciate echeggiava, metodico, nella piscina deserta.
Lo stava usando come esca, si rese conto Angelo.
D’altra parte era possibile che non succedesse nulla.
Quando Mario passò al pull – buoy, Angelo si convinse che era probabile che non accadesse nulla.
Non si erano mai verificati fatti eclatanti, a ben guardare. Qualche bambino in lacrime, un impianto di riscaldamento difettoso, una signora di mezz’età con un piede contuso, una cuffia abbandonata, una rissa estiva tra bulli di quartiere finita male.
C’erano abbastanza stupidità e cattiveria nel mondo senza dover tirare in ballo il soprannaturale. E l’idea che il male compiuto potesse sopravvivere agli uomini mentre il bene veniva sepolto con loro... chi l’aveva detto, Shakespeare?
Non c’era che un modo di saperlo, oggigiorno.
Prese il cellulare e, un po’ maldestramente, iniziò a digitare.
Intanto che smanacciava il touch screen si rese conto che l’eco delle bracciate di Mario era cambiato.
Alzò la testa per poter ascoltare meglio.
Lo smartphone si spense.
Poi accade tutto in un attimo.
Le luci sfarfallarono, si oscurarono, poi presero ad accendersi e spegnersi con un effetto stroboscopico.
Mario smise di nuotare e si mise in piedi, guardandosi intorno.
Angelo ebbe la percezione, anche se non necessariamente visiva, o tattile, di qualcosa di freddo e oscuro che scivolava nell’acqua. La temperatura si abbassò di diversi gradi.
Mario lanciò un urlo acutissimo e terribile, poi l’acqua intorno a lui prese a ribollire e vorticare, come se accanto a lui si fosse formato un gorgo, quindi scomparve.
Angelo balzò dalla sedia, scalciando via le ciabatte nello stesso istante, e si tuffò.
Il cloro gli bruciò gli occhi, ma lo ignorò. Fece due poderose bracciate nell’acqua, che era nera, gelida e puzzolente – no, non era solo cloro quello che gli aveva aggredito la faccia, ma non aveva nessuna intenzione di sapere che cosa fosse... e venne ricacciato indietro.
Sulla, o nella vasca si era scatenata una specie di tempesta. Un vento imbizzarrito soffiava a groppo in tutte le direzioni, sollevando ampie ondate che lo schiaffeggiavano da ogni parte.
Angelo si voltò e vide che il blocco da cui si era tuffato distava almeno una dozzina di metri. Davanti a lui, Mario urlava e si dibatteva in mezzo agli spruzzi. Tra loro c’era almeno un centinaio di metri, come se le dimensioni della vasca si fossero moltiplicate.
Un istante, e il pavimento scomparve da sotto i piedi di Angelo.
Non era che un assistente bagnante comunale, e, anche se nella sua carriera aveva tratto d’impaccio una dozzina di persone, di cui tre in mare, quelle erano condizioni che avrebbero messo in difficoltà un rescue swimmer da film americano.
Ciò nonostante, Angelo si gettò in avanti.
L’acqua lo ostacolava e ributtava indietro e il vento mugghiava, nell’oscurità intermittente, come una tempesta tropicale. O forse non era il vento. C’era una volontà, se non una coscienza, in quella forza, anche se non c’era neanche un briciolo di umanità.
Un vortice lo afferrò e lo tirò sotto, facendolo roteare su se stesso così tante volte che Angelo non avrebbe saputo dire dov’era il sopra e dove il sotto. Dette due bracciate prima di capire che stava dirigendosi verso il fondo – che certo non era più quello della piscina e non era a un metro e trenta dalla superficie.
Qualcosa – una corrente che pareva un tentacolo o forse un vero e proprio tentacolo – lo afferrò alla vita cercando di strappargli l’oggetto infilato nei calzoni da bagno. Udì uno sfrigolio come se nell’acqua fosse stato immerso un ferro rovente e vide, o credette di vedere, una specie di bagliore. Guardò in basso e si accorse che l’acquasantiera in plastica che aveva preso dai ricordi di sua madre (a forma di statua di Madonna di Lourdes, manco a dirlo) luccicava debolmente.
Si sarebbe detta piena di fosforo. Ma era acqua che Angelo aveva preso di soppiatto dal fonte battesimale.
L’afferrò prima che potesse sfuggirgli e si diresse verso Mario, che ora pareva molto più vicino. Non urlava più, ma si dibatteva furiosamente, cercando di restare a galla.
Un oggetto colpì Angelo in piena fronte.
Il pull – buoy.
Era stato scagliato con forza, ma era fatto in gommapiuma e non aveva causato danni.
Angelo venne ricacciato indietro, si buttò di nuovo in avanti e afferrò Mario.
L’uomo si aggrappò a lui con forza e Angelo sperò di non doverlo tramortire per evitare che trascinasse a fondo anche lui.
Poi qualcosa emerse dall’abisso.
Non del tutto umano, non del tutto bestiale, interamente demoniaco. Un volto putrefatto con una cuffia da nuoto rossa attaccato a un corpo informe che non apparteneva a questo mondo.
Angelo afferrò l’acquasantiera, tolse il tappo coi denti – un incisivo quasi uscì dalla gengiva – e spruzzò l’acqua benedetta addosso alla cosa.
L’urlo, stavolta ci fu.
Non uno schiocco elusivo come l’eco di bracciate nell’acqua, ma uno stridio simile a quello del gesso sulla lavagna, solo dieci volte più forte.  Ci fu un lampo come il flash di una vecchia macchina fotografica e una folata che sapeva di uova marce, poi tutto tornò alla normalità.
Angelo si trovò al centro della piscina, in piedi. Reggeva Mario, svenuto.
Tirandolo per le ascelle, lo trascinò verso il bordo, uscì dall’acqua, lo tirò fuori, poi prese a muovergli su e giù le braccia come una pompa.
Dopo alcuni interminabili secondi, Mario sputò un po’ d’acqua, poi ancora. Angelo continuò con la manovra di soccorso.  Mario emise un vero e proprio conato e, seppure semicosciente, tentò di girarsi su un fianco.
Angelo dovette fermarsi per riprendere fiato. Era sfinito.
Mario vomitò di nuovo, poi fu scosso da violenti colpi di tosse.
L’aveva usato come esca, è vero, e anche se non era stato certo della realtà del rischio – sicuramente molto meno di quanto sua madre fosse stata salda nelle proprie convinzioni quando gli regalava acquasantiere a forma di madonne – non riusciva a non sentirsi in colpa... e sapeva che in seguito sarebbe stato peggio anche se non avrebbe detto niente a nessuno perché il nuoto è uno sport che va bene per persone solitarie.
Tuttavia, intanto che Mario riprendeva a respirare in maniera normale, anche se un po’ affannata, erano altri i pensieri che invadevano la mente di Angelo.
L’acqua nella vasca aveva smesso di agitarsi e luccicava sotto i neon, completamente immobile.
Acqua morta.
Quella vasca conteneva grosso modo duemila metri cubi d’acqua.
Nell’acquasantiera che, vuota, galleggiava placida, ce ne stavano al massimo dieci centilitri.
Angelo non riusciva a smettere di pensare alle proporzioni, al male che c’era nel mondo e che sopravviveva agli uomini, mentre il bene era sepolto con loro.
Si chiese se quei dieci centilitri sarebbero stati sufficienti.     

 

 

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L'AUTORE Rubrus

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Il romanzesco è la verità dentro la bugia

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Mauro Banfi il Moscone il 2019-01-29 17:35:59
Mi ha completamente preso l'ambientazione del piccolo mondo della piscina, che frequento con continuità e assiduamente in autunno e inverno, oltre alla tua magistrale arte della verosimiglianza, degna di un Caravaggio. Eh sì, la provincia umana di una piscina è densa di storie e aneddoti e situazioni d'ogni genere, una sorta di bar liquido, se la si frequenta se ne hanno di cose da dire e da ricordare. Spesso mentre nuoto penso a quello che tutti quei corpi danno alle acque e le acque ritornano ai corpi, impregnandoli delle scorie e degli umori e delle cellule vive e morte degli altri corpi; e tra quelle cellule c'è quell'inesorabile intreccio di bene e male di cui noi siamo il campo di battaglia, e ci nuotiamo in mezzo, con il nostro stile, il nostro programma di addestramento e la nostra grinta - o quello che ne resta -. Hai creato un piccolo grande mondo davvero godibile, con molto senso e molto ritmo di bracciate visibili e invisibili. Bel leggere

Rubrus il 2019-01-29 19:16:44
Ecco, a me l'idea per questo racconto è venuta direttamente in piscina. Si può dire che ne abbia scritto mentalmente la maggior parte nuotando. Quando ho iniziato a scriverlo davvero avevo in mente un finale diverso, ma preferisco questo.

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90Peppe90 il 2019-01-30 10:06:44
(Come prima cosa, ti rompo le scatole: non so se è un mio problema ma, anche questa volta, il testo risulta a "chiazze", alcune nere e altre grigie!). Ma passando alle cose serie: un bel racconto, senz'altro, lungo solo relativamente dato che lo stile narrativo è molto svelto, rapido. Inizialmente ho pensato che Mario fosse un qualche parente del nuotatore-fantasma ma devo dire che ho preferito così, sia per sviluppo di trama e personaggi, che per il finale con quel suo spunto riflessivo del protagonista. Piaciuto, insomma, ciao Rub!

Rubrus il 2019-01-30 14:13:49
Io non vedo nulla, ma ho provato a formattare carattere e sfondo testo. Quanto al racconto ho cercato di essere il più rapido e ritmato possibile.

RISPONDI CON EDITOR AVANZATO
Paolo Guastone il 2019-01-30 10:30:32
Conosco bene anch'io il mondo delle piscine perché mia figlia si è data all'agonismo. Io, invece, per fare una vasca ci metto giorni (quando va bene....). Detto questo, ecco un altro racconto da incorniciare, dove il lettore nuota tra il detto e il non detto, tra il rivelato e l'immaginato, immerso nel testo che scorre via liscio come...l'acqua. Piaciuto tantissimo.

Rubrus il 2019-01-30 14:15:04
Grazie. Come detto cerco di ovviare col ritmo alla relativa lunghezza del testo,

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monidol il 2019-02-07 15:15:03
Ciao Robi. Bella idea l'ambientazione nella piscina e anche il racconto mi è piaciuto molto. Ho un po' sofferto nella prima parte, quella in cui descrivi l'organizzazione della piscina... mi è sembrata un po' troppa, poi quando sei entrato più nel vivo ha cominicato a farsi sentire l'inquietudine e lì il racconto ha preso il volo e sono arrivata in fine a grandi bracciate. Interessante la disquisizione sulla vetustità del "fantasma" rispetto ad altri mostri più moderni. ciao moni

Rubrus il 2019-02-08 17:43:21
Di luoghi infestati, nei racconti e nei romanzi, ce ne sono tanti e sicuramente ci sarà anche una piscina infestata, da qualche parte letteraria, però al momento non mi viene in mente. Per una delle scene ho rubato un po' di materiale da "il bacio della pantera" - che però non parla di fantasmi.

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Massimo Bianco il 2019-02-07 23:18:55
Vedo qui un Rubrus al suo meglio, questo racconto, infatti, ragazzo mio, lo trovo decisamente riuscito. Sarà che a me, come ben sai, piace che le storie abbiano un certo respito, tant'è che questa in particolare mi ha preso subito e mi ha avvinto e, contrario di Monidol, non ho sofferto neppure la prima parte, d'altronde come rispondi giustamente tu stesso a Paolo Guastone, dar ritmo alle storie (specie sul web) conta per non farne sentire la lunghezza, e qui il ritmo c'è e si legge con piacere anche perchè qui non c'è nessuna di quelle cose che a me come lettore il genere rompono le scatole, da questo punto di vista noi due abbiamo la stessa mentalità. Bravo, ottimo!

Rubrus il 2019-02-08 17:44:36
Eh, in questo racconto, all'inizio, come nel nuoto, si deve un po' rompere il fiato, poi spero che scorra.

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Eli Arrow il 2019-02-08 18:39:48

Sfronderei anch'io la parte con la spiega dell'organizzazione della piscina. Per il resto, ho apprezzato molto il racconto, uno di quelli in cui l'elemento soprannaturale è decisamente soprannaturale, difficile poterlo interpretare come una possibile paranoia mentale dei personaggi. Anche l'ambientazioni è piuttosto inusuale, almeno per me che non ho letto altri racconti ambiantati in piscina.

Le storie di fantasmi sono un evergreen e le amo!

Buon fine settimana :) ciao

Rubrus il 2019-02-08 19:34:38
Inizialmente avevo pensato a un epilogo diverso, poi, scrivendo, mi sono accorto che il protagonista era una persona migliore di quanto pensassi e così ho corretto per via. Che non ci fossero incertezze sulla coloritura soprannaturale, però, mi era chiaro da subito.

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Elisabeth il 2019-02-12 13:14:42
Ciao. Dico che mi è piaciuto molto, primo inusuale l'ambientazione nella piscina, secondo l'idea dell'acqua morta, nascondiglio del male o essa stessa male, lo trovo un elemento azzeccato. 1) è in effetti un luogo e ci ho pensato solo ora che spesso è avvolto dal vapore acqueo, da un odore particolare, il cloro, dove circolano decine e decine di persone, che sono intente solo al nuoto, suddivise in orari e corsie, dove mai ti aspetteresti una volta in acqua di doverti difendere. 2) La vastità del male corrisponde a quella dell'acqua contenuta lì che è tanta rispetto ai pochi centilitri di acqua santa, il bene. Basteranno. L'ho letto volentieri.

Rubrus il 2019-02-12 18:29:27
Come spesso accade, questo racconto è una rielaborazione di fatti realmente accaduti. La manata in faccia che spacca gli occhialini l'ho ricevuta io - non era un bullo, ma una ragazza e, per quanto ne so, è viva vegeta. A qualche battibecco, anche acceso, ho assistito. Il morto in vasca c'è stato sul serio, ma non mentre ero in vasca io. Il resto è taglia & cuci & fantasia.

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Blue il 2019-04-16 14:29:51

Confesso che, se non fosse stato per l'ultimo intervento di Elizabeth, il finale mi sarebbe rimasto un pochino oscuro... la storia dei dieci centilitri, voglio dire. In ogni caso, la tensione cresce durante il racconto al punto giusto, per cui ritengo che - anche questa - sia stata un'altra tappa ben riuscita del tuo percorso.
Non ti leggevo (per colpa mia) da un po' di tempo, e devo ammettere che al termine di una storia, fai venire voglia di leggerne un'altra al più presto: tutto sommato, credo sia un discreto complimento, no?

Rubrus il 2019-04-16 17:56:39
Certo che sì, ciao!.

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