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Lussuria

"PUNTO E A CAPO" Racconto Erotico (VM18)

di Vecchio Mara

pubblicato il 2019-03-24 11:17:07


Lussuria

 

E’ quasi l’alba, ormai sono più di cinque ore che guido, ho risalito mezza Italia, e ancora non ho deciso cosa fare.

Com’è difficile fare scelte definitive… L’amore sussurra: «Vai a casa, Antonella ti attende, serena, come sempre».

Ma la passione urla: «Renata arde, se non arriverai in tempo, troverà qualcun altro disposto a spegnere il suo fuoco».

La bilancia della ragione pende nettamente dalla parte di Antonella… ma dentro me, la confusione regna sovrana. Com’è potuto accadere? A cosa è dovuto questo sconvolgimento? Devo partire dall’inizio, analizzare ogni gesto, ogni azione, per comprendere perché non riesco a staccarmi da questa passione totalizzante… Se non voglio impazzire, lo devo assolutamente trovare un modo per uscire da questa situazione.

 

                                          *******************************

 

«Chi è?» chiesi, dando di gomito a Luigi, accanto al distributore del caffè.

La splendida ragazza dalla vaporosa chioma fulva, apparsa in fondo al corridoio, veniva verso di noi distendendo l’ampia, armoniosa falcata.

«Renata, ragioniera dell’ufficio contabilità; è stata assunta tre giorni fa», rispose Luigi, prendendo il caffè dallo sportello.

Essendo in trasferta da quattro giorni per chiudere un contratto, mi ero perso l’ingresso in azienda, con relative presentazioni, di quella Dea in minigonna blu e camicetta bianca.

Ci pensò Luigi, quando Renata si approssimò, a mettere le cose a posto. «Ciao Renata», esordì, salutandola. Poi, indicandomi, proseguì: «Non vi conoscete ancora: lui è Riccardo Morelli, ingegnere dell’ufficio progetti».

«Ciao Riccardo», disse lei, salutandomi con distacco mentre, sorridendo, con le mani ravvivava la chioma. «Ciao Luigi», aggiunse, allontanandosi, lasciando dietro sé un gradevole sentore di bergamotto.

«Ciarliera la ragazza, eh?» feci ironicamente, mimando il gesto d’infilare le dita tra i capelli; tenendo comunque gli occhi fissi sullo splendido, ancheggiante fondoschiena.

«E’ nuova, probabilmente anche timida. Ci penseranno i maschietti che le sbaveranno dietro qua dentro a metterla a proprio agio, non ti preoccupare», pronosticò Luigi, prima di andarsene nel suo ufficio.

Non facendo parte della categoria “maschietti sbavanti”, non mi preoccupai affatto; al tempo mi consideravo un uomo di quarant’anni in carriera che, oltre al lavoro, pensava solamente alla felicità della moglie, Antonella, e dei due figli di tre e cinque anni, Alina e William.

 

Quindici giorni dopo fui spedito in Cina a verificare lo stato di avanzamento lavori della nuova fabbrica in costruzione. E quando rientrai in sede, dopo tre settimane, della vera o presunta timidezza di Renata, non v’era ormai più traccia.

 

Osservando l’allegro assembramento attorno al distributore del caffè, riflettevo, meravigliato, su quali radicali cambiamenti si potessero verificare in sole tre settimane.

Sei “maschietti sbavanti”, disposti a semicerchio intorno al macchinario sputa caffè, elargivano battutine ironiche alla complice Renata, che, piegata leggermente in avanti per prendere il bicchiere di plastica dallo sportello, esponeva la generosa visione del tondeggiante lato B, fasciato dal corto tubino nero elasticizzato.

«Secondo te, ce l’ha il peri?» chiese uno di loro all’amico accanto, usando un tono medio per esser certo che lei lo potesse udire.

Renata, tirandosi su, si voltò, regalando a tutti i presenti un sorriso… che definire complice sarebbe poco. «L’intimo…» esordì con voce flautata, facendo scivolare le mani sui fianchi per far scendere il tubino, «lo indosso solo durante il ciclo», concluse, lasciandoli tutti quanti allibiti.

Si girò un attimo, prese il caffe dallo sportello. «Permesso, ragazzi», sussurrò, mostrando il bicchierino. Al che, i giovanotti si aprirono come le acque del mar Rosso e la lasciarono passare, restando a guardarla ancheggiare fino a quando non la videro sparire dietro la porta del suo ufficio.

 

Quando raccontai la scenetta a Luigi, ch’era passato a salutarmi nel mio ufficio, non mi parve per nulla stupito del cambiamento epocale intervenuto in sole tre settimane.

Luigi, ch’era seduto all’altro lato della scrivania, si sporse in avanti. «Gira voce che Aurelio se la sia trovata nel bagno degli uomini, e… voci di corridoio, pare che se la sia fatta lì, su due piedi», ci tenne a farmi sapere, usando un tono basso.

«Ma va’ là!» feci ridendo, spingendolo indietro.

«Oh… io non c’entro, così me l’hanno venduta, eh?» si giustificò in un moto di riso, allargando le braccia.

«Vero o non vero… sta di fatto che in giro c’è davvero un gran fermento. L’aria è satura di ormoni arrapati», chiosai ironicamente.

 

La soffiata di Luigi non mi aveva lasciato del tutto indifferente, troppa era la curiosità di capire se e come si erano svolti i fatti; così, alla prima occasione, con la dovuta delicatezza comunemente usata tra noi maschi nel trattare certi argomenti, ne chiesi conto ad Aurelio che, ovviamente, da gentiluomo qual è, ci mise poco a spiattellare sin nei minimi particolari, vantandosene, le prodezze sessuali praticate nel bagno degli uomini.

 

Da lì in avanti, ogni volta che incrociavo la splendida Renata non potevo fare a meno di soffermarmi sulla sua morbida figura; immaginandola, con la gonna tirata fin sopra la cintola, fare sesso seduta sul lavabo, con le flessuose gambe avvinghiate alla vita di Aurelio.

Sicuramente quel mio fissarla insistentemente non era passato inosservato; lo compresi dal tono sempre più confidenziale che usava nel conversare; e questo contribuì a far crescere in modo esponenziale la voglia di farla mia.

 

Combattuto come non mai, osservando Antonella (che avevo sì tradito, ma comunque una sola volta e prima del matrimonio) mi chiedevo cosa mi stesse accadendo, e se valesse la pena mettere a rischio il rapporto con la madre dei miei figli, per cinque, dieci minuti di sesso chiusi dentro il bagno degli uomini.

E così, soppesando i pro e i contro, riuscivo a contenere la mia esuberanza; nonostante le avances di Renata, mascherate da battute più o meno esplicite, si facessero sempre più insistenti.

Ero comunque consapevole che fosse solo questione di tempo, del luogo e dell’occasione giusta, perché tutto precipitasse.

 

«Due minuti in anticipo, ottimo!» esclamò il direttore dell’ufficio tecnico, quando il Freccia Rossa entrò nella stazione Termini.

Dovevamo rimanerci ben tre giorni nella capitale, questo per presentare con dovizia di particolari progetti e preventivi agli investitori interessati. L’importanza dell’incontro aveva richiesto la presenza di due teste d’uovo della società e dei loro fidati collaboratori: io spalleggiavo il direttore dell’ufficio tecnico, dottor Speziani; mentre il dottor Tancrei, dell’ufficio contabilità, si era portato la sua assistente, Renata.

Un’occasione irripetibile, volendo, per finire dentro lo stesso letto. “Saranno tre giorni d’inferno”, riflettevo, guardando Renata, seduta di fronte a me con le gambe accavallate, mentre il treno si arrestava.

 

«E’ dura, ma ce la farò… Non ti deluderò, Antonella, te lo prometto, non ti deluderò!» mi dicevo davanti allo specchio del bagno, cercando d’infondermi quel coraggio ch’era già vacillato durante la cena; quando Renata, seduta di fianco a me, non so quanto volontariamente, sfiorò per qualche attimo la mia caviglia con il suo piede.

«La prima giornata è andata. Buona notte, Antonella», tirai le somme, sospirando, prima di coricarmi.

 

L’incontro del giorno seguente, programmato per il primo pomeriggio, si era protratto sin quasi a sera; così, vista l’ora tarda, mentre Speziani e Tancrei si accordavano con gli investitori per rivedersi e concludere all’indomani; io e Renata raccattavamo alla svelta i documenti sparsi sul tavolo e li infilavamo nelle rispettive valigette.

 

«Antonella!» esclamai, udendo la suoneria del cellulare, mentre mi apprestavo a scendere per la cena. «Renata?!» esclamai stupito, guardando il display. «Cosa vorrà?» mi chiesi.

Usando un tono preoccupato mi disse che le mancavano dei documenti e di controllare se per caso, nella fretta, fossero finiti nella mia valigetta. Controllai, effettivamente li avevo presi io. «Dio ti ringrazio…» disse, sospirando sollevata. «Saresti così gentile da portarmeli?» mi chiese poi.

Presi i documenti uscii dalla camera e andai a bussare a quella di Renata.

«Sei già pronto?» mi chiese sorpresa.

«Sì, ti aspetto giù», risposi, porgendole i documenti.

«No, dai, entra, sono quasi pronta anch’io, due minuti e scendiamo insieme», ribatté, prendendoli mentre si scostava di lato per lasciarmi passare.

Tentennai un attimo, la osservai attentamente ed entrai: in effetti, il tubino rosso fuoco e i sandali neri con tacchi a spillo parevano certificare ciò che andava affermando.

«Siedi un attimo, metto un filo di fard e andiamo», disse trafelata, indicando la poltroncina accanto al letto.

Mi accomodai e la guardai entrare in bagno e lasciare la porta aperta.

Dalla mia postazione privilegiata potevo vederla di lato, leggermente piegata in avanti mentre, guardandosi allo specchio, terminava di truccarsi.

«Scusa un momento», fece alla fine, tirando il vestito sopra ai fianchi.

Sentivo il cuore pulsare nelle tempie, osservandola stranito sedersi sulla tazza. «Cosa c’è? Ci sei rimasto male? Non dirmi che non hai mai visto tua moglie fare pipì» disse, mentre un sorrisetto soddisfatto le si disegnava agli angoli della bocca, espletando il bisogno fisiologico.

«No… no… no…mai», balbettai, eccitato dal suono scrosciante.

«Però ti piacerebbe, eh? Lo sguardo non mente», ribatté convinta.

Non replicai. Aveva ragione, ci avevo anche provato una volta ad entrare in bagno, ma Antonella, arrossendo come un peperone, mi aveva cacciato in malo modo; e da quella volta, immancabilmente si spranga in bagno chiudendo la porta a chiave.

Rimasi a guardarla, incapace di distogliere lo sguardo, con l’orecchio teso ad ascoltare l’arrapante colonna sonora.

«Vuoi farlo tu?» sussurrò alla fine, tirando il lembo della carta igienica dal portarotolo.

Scrollando la testa feci cenno di no.

«Peccato», sussurrò, alzandosi dalla tazza.

«Sì! Ferma così!» saltai su all’improvviso, precipitandomi in ginocchio ai sui piedi.

«Oh, sì… bravo… siii», ansimava, scompigliandomi i capelli, mentre io provavo ad asciugarla con la lingua, ottenendo, com’era logico attendersi, il risultato opposto.

«Aspetta… aspetta», fece lei ad un certo punto, tirandomi per i capelli.

«Cosa c’è ora?!» domandai contrariato, alzandomi.

«Ci aspettano giù per la cena… Più tardi, ti aspetto stanotte», rispose, abbassando il vestito.

Dopo esserci sistemati scendemmo insieme. «Sono accaldata, cosa dici, capiranno?» mi domandò preoccupata, guardandosi nello specchio dell’ascensore.

«Beh… io sono messo molto peggio… Se riusciremo a sfangarla, sarà un vero miracolo», risposi ironicamente, strappandole un contenuto moto di riso.

«Sai che ti dico? Ma chi se ne frega!» chiosai, baciandola poco prima che le porte dell’ascensore si aprissero.

 

La cena sarà stata pure ottima, com’era logico attendersi dal ristorante stellato dell’hotel; ma nessun sapore delle pur gradevoli pietanze, riuscì a farmi scordare l’umore sapido gustato tra le cosce di Renata.

Cenammo scambiandoci sguardi vogliosi di sottecchi; non vedendo l’ora di liberarci dei nostri due scomodi commensali, per buttarci nudi dentro il letto e concludere in gloria la serata.

 

Una notte di sesso e autoanalisi, la definirei col senno di poi.

Renata aprì le porte di un mondo che, compresso nei meandri della mia mente, attendeva soltanto di essere scoperto. Un universo di fantasie, oserei dire di follie erotiche ribolliva da tempo immemore nei meandri viziosi dei miei pensieri, senza che io trovassi il coraggio di scacciarle, oppure di praticarle. Era da un po’ che lottavo contro fantasie erotiche spinte sin oltre il lecito; fantasie, o follie, difficili, se non impossibili da proporre a colei che ogni notte riposa ignara al mio fianco.

No, non poteva certo essere la dolce Antonella che sprangava la porta del bagno, a possedere la chiave delle mie lussuriose voglie. Con Renata mi potevo esprimere liberamente, certo che lei avrebbe assecondato, vogliosa, ogni mia perversione; financo la più schifosa!

Mi attendevano fulgidi mesi di sesso sfrenato, nei luoghi e nei modi più disparati, con la carnale, disinibita Renata; ma, anche, di rimorsi e notti tormentate, steso accanto all’amata Antonella.

Sino a giungere a chiedersi se l’amore puramente carnale, avesse scalzato il vero sentimento, che unisce carne e spirito nell’amor coniugale.

Osservando la diafana Antonella, pensando alla prosperosa Renata mi chiedevo se si potessero amare contemporaneamente due donne così diverse; non solo fisicamente, intendo.

 

Un tormento, uno stato d’animo che non può sfuggire a una donna innamorata. Così, quando Antonella mi chiese conto della mia apatia, dicendosi convinta che la stessi tradendo perché mi sentiva troppo distante; mi giustificai chiamando in causa un progetto complicatissimo al quale, da mesi, l’intero gruppo stava lavorando.

 

Antonella nell’approcciarsi all’amore non possedeva la spudorata intraprendenza di Renata; solitamente ero io a dover compiere il primo passo; passo che, perso com’ero nei meandri dei giochi erotici con Renata, da più di un mese non mi decidevo a compiere.

Così quella notte, sentire il suo corpo caldo e nudo rovesciarsi sopra di me, fu davvero una piacevole ed arrapante sorpresa. «Wow! Sei stato stupendo, tesoro, grazie», sussurrò col fiato corto, sfatta e soddisfatta, alla fine.

«E’ tutto merito tuo, amore», replicai, voltandomi dall’altra parte per sfuggire il suo sguardo.

“Sì, è stata la nostra miglior scopata di sempre”, riflettevo, non riuscendo ad addormentarmi. “E’ questo il guaio… non stavo facendo l’amore con te, ma sesso sfrenato con Renata… Non mordicchiavo il tuo piccolo seno, non stringevo il tuo culetto, non baciavo la tua boccuccia… no, per eccitarmi ed eccitarti pensavo di stringere il suo prosperoso culo, di mordere il suo prorompente seno, di baciare le sue carnose labbra… di fare cose che tu, mai ti e mi permetteresti di fare.”

 

Quella fu la notte dove compresi che dovevo scegliere. E la feci, la scelta più logica. Ma l’amore, a differenza dei progetti a cui lavoravo ogni giorno, non si regge su schemi predefiniti; l’amore è brado, è fantasia allo stato puro… l’amore è… illogico!

 

«Buona fortuna, Riccardo. Auguro tanta felicità, a te e alla tua bella mogliettina», mi liquidò, usando un tono forse leggermente ironico ma non certo con acrimonia; lasciandomi lì come uno stoccafisso nel parcheggio sotterraneo, quando provai a spiegarle che il nostro rapporto non poteva avere sbocchi, perché io amavo Antonella.

 

La guardai allontanarsi, salire sulla sua macchina e, infine, salutarmi col cenno della mano mentre lasciava il parcheggio. «E’ andata», realizzai in un sospiro, aprendo la portiera; convinto di essermi liberato, non di Renata, ma della mia paranoica ricerca del piacere perverso.

Ma per ora, era solamente uscita dal parcheggio.

 

“Non devo pensarci, così non è: fare l’amore”, pensavo, immaginando di fare sesso con lei, mentre a letto cercavo di soddisfare Antonella.

 

«Non riesco a togliermela dalla mente, quando la vedo fare battute allusive con gli altri, immaginando che poi ci finisca a letto, mi sembra d’impazzire… Ma chi amo veramente?» mi domandavo, scendendo con la macchina nel parcheggio.

«Puttana!» ringhiai, digrignando i denti, quando i fari la inquadrarono intenta a sbaciucchiarsi con un manutentore che lasciava l’edificio prima che riaprissero gli uffici.

Parcheggiai e rimasi ad osservarli dallo specchietto retrovisore. Quando il tipo salì sul furgone e se ne andò, la vidi aprire la portiera della macchina per prendere la borsa.

Allora saltai fuori e corsi da lei. «Chi era quello, il tuo nuovo amante?» le chiesi, ansimando, visibilmente alterato, inchiodandola di spalle contro la fiancata.

L’espressione impaurita che attraversò il suo sguardo, mutò ben presto in un sorriso sardonico. «E se anche fosse? Non sarai mica geloso, caro?» fece, accarezzandomi, proseguendo con ugual sarcasmo: «Me lo posso permettere, non ho legami, io… Tu, invece, hai una mogliettina, non le puoi mica fare certe cosucce.» Indurì lo sguardo e concluse sprezzante: «Hai fatto la tua scelta, vattene, Riccardo!»

«Non ho fatto nessuna scelta! Nessuna! Hai capito?!» urlai, afferrandola per le spalle e scuotendola.

Vidi l’espressione del suo volto mutare nuovamente: ora era veramente spaventata. «Scusa… scusa… ti amo… ti voglio…» piagnucolavo, cercando di baciarla.

Sul momento Renata parve ritrarsi. Ma poco dopo si lasciò andare. «Prendimi, qui… ora… fammi tua… adesso…» mi spronava mentre ci baciavamo.

«No… non possiamo… ci sono le telecamere…» replicavo io.

«In macchina… in macchina non ci vedranno», ribatté, aprendo la portiera posteriore.

Tirò la gonna fin sopra le natiche, si sedette sul sedile tenendo i piedi appoggiati sull’impiantito del parcheggio; poi si distese e, allargando braccia e cosce, sussurrò vogliosa: «Vieni, fammi godere».

«Mah! Le telecamere…» provai a obiettare in un sussulto di ragionevolezza.

«Non ti preoccupare, la portiera aperta coprirà la visuale… sbrigati!» m’interruppe spazientita. Un comportamento che, denotando conoscenza del posto e del sistema di camuffamento, poteva avere soltanto chi avesse usato il parcheggio dell’azienda per altri, inconsueti incontri erotici; ma al momento non ci feci caso, avevo ben altri e più arrapanti argomenti d’approfondire.

Tergiversai ancora un attimo, riflettendo sulla non remota possibilità di essere colti in flagrante da qualcuno che fosse sceso a parcheggiare; ma in quel posto, freddo e anonimo, come in qualsiasi altro luogo ci fossimo trovati, eravamo io e lei, soli, chiusi in una bolla d’irrinunciabile perversione, che ci rendeva invisibili dall’esterno. No, non potevo tirarmi indietro, per soddisfare le reciproche lussuriose aspettative, sarei stato disposto a fare sesso sdraiati sulle strisce pedonali dell’incrocio di Shibuya*, nell’ora di punta.

L’eccitante timore di essere scoperti, fece sì che una “sveltina”, consumata nel breve volgere di un paio di minuti, sfociasse in un monumentale, simultaneo orgasmo; che riproponendomi situazioni già vissute con Renata in altri luoghi capaci di accendere il lussurioso piacere del proibito, mi spinse a riflettere sulla complicità carnale che ci legava.

Riflessione dalla quale riemersi con l’agghiacciante certezza di essere ormai schiavo di un vizioso rapporto; basato sulla costante ricerca di sempre nuove esperienze che alimentassero l’insaziabile, trasgressivo desiderio di sesso.

 

E così, dopo appena due mesi, la mia vita sentimentale era nuovamente nel caos più totale. Con l’aggravante che Renata, ora sapeva di poter condurre il gioco a proprio piacimento.  

 

«I biglietti per Ibiza li metto in valigia», mi informò, mostrandomeli. «Se non ti troverò all’aeroporto…» mi mostrò la rubrica sul display dello Smartphone e concluse, sorridendo maliziosamente: «non avrò problemi a trovare un sostituto».

«Cerca di capire, Renata,» la implorai, «ho promesso che quando sarei tornato dalla trasferta, avrei accompagnato lei e i bambini al mare per quindici giorni… Lasciami almeno il tempo per cercare una scusa… Una settimana con loro, poi m’inventerò qualcosa di credibile e ti raggiungerò.»

Renata scosse il capo. «Tre mesi fa, sei tornato da me sbavando, ricordi?»

«Non infierire, ti prego» feci, sommessamente.

«Non sto infierendo, sto solo aiutandoti a scegliere!» sbottò Renata. «Hai detto di amarmi, lo ripeti ogni volta che facciamo l’amore… Bene! E’ venuta l’ora di dimostrarmi che non sono solo chiacchiere! Parole sparate a casaccio nei momenti d’estasi erotico-sentimentale!»

«Ma come faccio con Antonella…» provai a ribattere. Rudemente incalzato da Renata: «Ora basta! Non me ne frega un cazzo! Devi fare la tua scelta. Tre giorni… hai tre giorni per riflettere. Se sarai all’aeroporto, bene!»

«E se non ci sarò?» buttai lì, pur intuendo la risposta; che giunse dura e puntuale.

«Se non verrai…» rispose Renata, aprendo la porta di casa, «scordati di me. Perché io lo farò ancor prima di accomodarmi sull’aereo… Ora vattene! Addio, o arrivederci… è tutto nelle tue mani, Riccardo!» chiosò, trapassandomi con sguardo arcigno.  

 

«Salutate papà, fra tre giorni, quando tornerà ci porterà al mare», diceva allegramente Antonella, ferma con loro sulla porta di casa.

Baciai prima i bambini, poi lei. «Ciao… ti amo… Antonella», la salutai con voce incerta.

«Qualcosa non va?» mi chiese allora, con tono dolcemente preoccupato.

Scossi il capo. «No, nulla. Pensavo alle cose che dovrò sistemare in questi tre giorni», risposi, accarezzandola.

«Guida piano, caro», chiosò lei, mentre io salivo in macchina.  

 

                                     *****************************************

 

Ecco là, il Sole che sta sorgendo, è l’alba, ormai… E io non ho ancora deciso, se andare a casa… o all’aeroporto.

Ho riflettuto per tre giorni e tre notti, e poi anche durante questo lungo viaggio di ritorno… ma da qualsiasi parte osservi la faccenda, tirando le somme il risultato è sempre lo stesso: amo Antonella alla follia, ma allo stesso modo, anche se in maniera diversa… amo pure Renata.

 

«Cazzo! Non l’ho visto!» il sole basso all’orizzonte mi ha accecato, per poco non mettevo sotto quel povero cristo in bicicletta.

Colpa anche della stanchezza, gli occhi mi si chiudono… lo Stop! A momenti non lo vedevo.

Sono arrivato al crocevia, ora non posso più tergiversare: a destra… si va a casa; a sinistra… all’aeroporto.

Maledizione! Perché dev’essere così complicato fare scelte in amore?

Ci sarebbe una terza soluzione… accelerare e tirare dritto… cento metri, la scogliera, il vuoto e… addio, scelte impossibili.

Ma che cazzo sto dicendo… datti una regolata, Riccardo! Ingrana la marcia e va’… dove ti porta il cuore.

«E questo?! NOOO!»

 

                                   **************************************

 

«L’autista del TIR dice che la macchina è uscita dallo Stop quando lui era a non più di tre metri, non ha fatto nemmeno in tempo a frenare che gli era ormai sotto le ruote», spiega l’agente della polstrada al capitano dei carabinieri dallo sguardo malinconico.

«Come ha fatto a non vedere un bestione del genere?» domanda il capitano, gettando un’occhiata all’imponente cabina della motrice.

L’agente indica l’orizzonte oltre la scogliera. «Un’ora fa, il Sole era ancora basso, forse è rimasto abbagliato.»

«Uhm… probabile… Da che parte stava svoltando?» chiede ancora il capitano.

«Presumibilmente, a destra», risponde l’agente.

«Presumibilmente?» fa il capitano, alzando un sopracciglio.

«Non aveva messo la freccia, ma dai documenti risulta domiciliato in città», lo informa l’agente, mostrandogli la patente di guida della vittima.

«Cinquanta e cinquanta…» dice il capitano, volgendo lo sguardo da destra a sinistra. Poi guarda di fronte e si corregge: «No, dividiamo per tre».

«Come?» fa l’agente, mentre segnala all’autista del carro attrezzi che può rimuovere la carcassa.

«A destra sarebbe tornato al solito, quotidiano casino: bollette da pagare e via discorrendo… A sinistra, sarebbe volato in cerca dell’isola che non c’è, e che, dunque, non avrebbe trovato… Dritto, invece, in una ventina di secondi avrebbe risolto i problemi di una vita», risponde il disincantato capitano. Vede l’agente guardarlo basito, gli batte una mano sulla spalla. «E’ una battuta, agente…» aggiunge mestamente. Poi, mentre si allontana, chiosa amaramente: «Ne ha usati anche meno… di secondi».

 

                                                      FINE

 

*Incrocio pedonale di Tokio, noto per essere il più trafficato al mondo, attraversato da 2.000.000 di pedoni al giorno!

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Citami, se lo vuoi Poesia

Lupo sdentato Narrativa

Liscio, Gassato e Ferrarelle Narrativa

I moschettieri del "Che" Narrativa

E' così vicino il cielo Poesia

Con mani a giumella Poesia

La casa degli specchi Narrativa

I vecchi Poesia

Il libraio Narrativa

Dicembre è già qui Poesia

Il misterioso evento di Tunguska Narrativa

Il segreto della grande piramide Narrativa

Surreality Little Bighorn Narrativa

Vale la pena morire per il Gardena? Narrativa

L'esperimento di Filadelfia Narrativa

Scie lanciate verso l'infinito Narrativa

Il pianeta dei giganti Narrativa

L'uomo caduto dal futuro Narrativa

Crocevia per l'inferno Narrativa

Cento anni da pecorone Poesia

L'isola felice Narrativa

Le marocchinate Narrativa

Alba Poesia

Il Golem della foresta Narrativa

L'albino (ricetta di Monidol) Narrativa

Chiedi alle pietre Poesia

Trincee Narrativa

Attimo condiviso Narrativa

Narrami, o amica Poesia

Stupratore occasionale Narrativa

Il ritorno dell'anticristo Narrativa

Guida autonoma Narrativa

Il seme dell'incubo Narrativa

L'estate dei fuochi Narrativa

Il paese dei mostri Narrativa

Musulmania Narrativa

La rimpatriata (PROGETTO STARDUST) Narrativa

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