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Superbia

"PUNTO E A CAPO" Racconto Giallo / Noir / Thriller

di Vecchio Mara

pubblicato il 2019-03-21 20:37:56


Superbia

 

«Wow! Che belva!» esclamò Geronimo, girando attorno alla Porsche 911 Carrera, bianca, parcheggiata davanti alla palestra. «E’ la nuova fuoriserie del mitico?» domandò ai tre ragazzi che se la stavano letteralmente mangiando con gli occhi.

«Si!» fece Roberto, mentre si abbassava ad osservare l’abitacolo.

«Lui dov’è, è già entrato?» chiese allora Geronimo, spostando lo sguardo all’ingresso della palestra.

«No, com’è sceso gli è suonato il cellulare e per non farsi sentire si è allontanato…» rispose Roberto. «Eccolo che sta tornando», aggiunse, indicandolo.

Geronimo, facendo scorrere lo sguardo lungo la direttrice dell’indice, lo vide approssimarsi.

«… Ok! D’accordo. Ci sentiamo domani… Non ti preoccupare, penso io a tutto quanto… Ti ho detto di non preoccuparti! Ti garantisco che sei in una botte di ferro! Ciao», furono le ultime parole che pronunciò con tono fermo, prima di chiudere la comunicazione, infilare lo Smartphone nella tasca interna del giubbetto in pelle e avvicinarsi al gruppetto di curiosi che sostava accanto alla Porsche.

«Allora, ragazzi!» esordì con tono squillante, sorridendo compiaciuto. «Che ve ne pare della belva?»

I complimenti entusiastici si sprecarono. Ad un certo punto, a Geronimo sovvenne di chiedergli: «Quanto l’hai pagata?»

Il mitico, all’anagrafe Alessandro Narci, mise su uno sguardo pietoso. «Mi sarei aspettato un’altra domanda», rispose.

«Quale domanda?» fece Geronimo, aggrottando le sopracciglia.

«Come si fa a guadagnare abbastanza denaro per farsela?»

«Già, come si fa?»

Alessandro ghignò soddisfatto: era quello che voleva sentirsi chiedere fin da subito. Estrasse dal giubbetto il porta carte di credito e, sventolandolo aperto davanti al naso dell’esterrefatto Geronimo, rispose criptico: «Non con queste… almeno: non solo con queste».

Geronimo, senza proferire verbo, rimase a guardarlo riporre il porta carte dentro la tasca.

Alessandro sorrise e, assestandogli un buffetto col pungo chiuso sulla guancia, puntandosi l’indice dell’altra mano in mezzo alla fronte, proseguì: «Prima viene questa… Senza testa non vai da nessuna parte…» lanciò una rapida occhiata ai quattro ventenni di belle speranze che, ora, pendevano dalle sue labbra nella trepidante attesa che svelasse loro chissà quale segreto: forse la formula alchemica che mutasse il vile metallo in oro puro. «E se devo essere sincero… le vostre facce non ce le vedo proprio accomodate là dentro», concluse sarcastico, indicando la macchina.

«Perché, cosa c’è che non va, nelle nostre facce?» domandò Geronimo a nome di tutti, mettendo su uno sguardo da duro.

Alessandro, che dall’alto del suo metro e ottantasette sovrastava i quattro di una spanna abbondante, guardandoli dall’alto in basso mise su un’espressione pietosa. «Sono facce da utilitaria!» rispose lapidario, prima di aprire la portiera e prendere il borsone.

«Scusate!» fece poi, passando tra loro con fare arrogante.

I quattro si allargarono e lo guardarono allontanarsi impettito.

Giunto nei pressi dell’ingresso, Alessandro si voltò. «Beh! Che fate lì, niente palestra stasera?» chiese loro.

«Sì, arriviamo», rispose, mogio, Geronimo.

 

Mentre si dannavano tirando su pesi con le braccia piuttosto che con le gambe, Geronimo e i suoi tre amici osservavano con invidia la tartaruga addominale di Alessandro, intento a scolpire ad arte il fisico sotto la guida di un personal trainer.

Alessandro, conscio di essere un idolo per i ragazzi e le ragazze che frequentavano la palestra, con i sui atteggiamenti divistici sminuiva i pochi risultati ottenuti con molta fatica dagli altri; esaltandosi esibendo orgoglioso il proprio fisico scultoreo, indossando solamente degli short neri.

 

Terminata l’ora di allenamento, salutò il personal trainer e, dopo una sfilata tra gli attrezzi ginnici, muovendo le ampie spalle così da mostrare, urbi et orbi, l’armamentario di muscoli celati dietro un’abbronzatura da manuale, transitando davanti agli specchi dell’angolo dedicato alla ginnastica a corpo libero, si fermò a rimirare, compiaciuto, la propria scultorea figura da ogni angolazione; prima d’infilarsi nel corridoio dei servizi per andare a farsi una doccia.

 

Dopo un quarto d’ora abbondante, uscendo dai bagni con il borsone in mano, notò un assembramento davanti alla reception della palestra, accanto al banco degli integratori. “Che diavolo è successo?” si domandò incuriosito.

«… L’allenamento da solo non può bastare…» udiva, avvicinandosi. Facendosi largo arrivò davanti al banco. “E chi è! L’incredibile Hulk?” si chiese, strabuzzando gli occhi: seduto dietro il banco un body builder con indosso una canotta nera che pareva dipinta sugli esplosivi pettorali, decantava le eccezionali proprietà di un nuovo integratore.

Geronimo, trovandoselo improvvisamente accanto, non si lasciò scappare l’occasione per una stoccata sarcastica: «Visto che fisico, al suo confronto sembri una mammoletta!»

Alessandro, serrando la mascella, trattenne a stento una replica rabbiosa. Ma quanto udì Lisa, la ragazza che andava in brodo di giuggiole ogni qualvolta incrociava il suo sguardo, chiedere ironicamente al colosso biondo platino: «E se invece dell’integratore, prendessi te?» sbottò: «Andresti in bianco!» poi si voltò e se ne andò.

 

“Ma guarda te, un pallone gonfiato da steroidi anabolizzanti, un fallito costretto a fare il piazzista d’integratori per campare… che effetto può avere su quella massa d’ignoranti buoni a nulla”, pensava divorato dall’astio, guidando nervosamente verso casa. Inutile negarlo, essere surclassato per la prima volta nel suo regno dell’apparire, davanti ai suoi osannanti cortigiani, aveva lasciato il segno, incrinando certezze: quelle di ritenersi più bello, più bravo… più tutto degli altri.

 

                                                **************************************

 

«Sei un Dio!» esclamò, com’era d’uso fare ogni mattina per caricarsi, guardandosi allo specchio dopo essersi sbarbato. Fece un passo indietro, in modo da poter inquadrare il busto; osservando l’immagine riflessa, paragonando i suoi pettorali a quelli ipertrofici, pompati artificialmente, del rappresentate d’integratori, battendo il pugno all’altezza del cuore, sbottò: «Questa è tutta roba genuina! Tu, caro il mio Hulk, sei soltanto un pallone gonfiato, col cervello di un invertebrato!»

La notte non era bastata a far sbollire l’arrabbiatura; l’immagine dei suoi fans accalcati attorno a quella massa di muscoli dai capelli color paglia, gli si era riproposta appena messo un piede giù dal letto.

«Perché te la prendi, Alessandro?» si domandò. Provò ad aprire un sorriso smagliante davanti allo specchio. «Sono piccoli esseri, gelosi della tua bellezza, della tua intelligenza, non vale la pena farsi il sangue amaro per loro», concluse, massaggiandosi le guance con il prezioso dopobarba “Chanel Platinum”.

«Stamane devi dare il meglio di te. Hai due appuntamenti che devono andare assolutamente a buon fine», diceva, scegliendo dall’armadio il vestiario adatto alla bisogna.

 

Il trentacinquenne Alessandro Narci fece il suo ingresso, impeccabilmente vestito da manager, stringendo nella mano destra una borsa di cuoio nero, nella filiale dell’istituto di credito dove prestava servizio come broker. Salutò con un: «Ciao», la cassiera, che se lo mangiava con gli occhi ogniqualvolta se lo vedeva passare davanti. Proseguendo con sguardo volitivo salutò, senza spendersi troppo, tre impiegati e, incrociandolo prima di entrare nel proprio ufficio, il direttore.

«Scusa, Alessandro?» fece questi, alzando l’indice, usando un tono reverenziale.

«Dimmi, direttore», rispose Alessandro, usando un tono sin troppo confidenziale, fermandosi con la mano sinistra sulla maniglia della porta.

«Ha chiamato il figlio dei Marinetti, incazzato nero. Vuole assolutamente parlarti.»

«A sì? E a quale pro?» fece Alessandro, fingendo stupore.

«Andiamo, lo sai benissimo; il fondo che hai consigliato ai suoi vecchi…»

«Perde il settanta per cento. Lo so!» lo interruppe, spazientito. «Ho cercato di spiegarlo anche in ostrogoto, prima alla madre e poi anche al padre, che ci vuole pazienza… Il rapporto tra cliente e consulente si basa sulla fiducia… se questa viene meno, meglio lasciar perdere. Non ho tempo da perdere, io! Mi sono rotto le scatole. Facciano come gli pare, non voglio averci più niente a che fare!»

Il direttore ascoltò allibito il broker trattare due clienti storici della banca come pezze da piedi. «Scusami se mi permetto, Alessandro,» iniziò a dire, usando un tono ossequioso, «ma non li puoi liquidare così. Devi parlare col figlio, stamattina, alle dieci, verrà in banca, spiegati con lui.»

Alessandro sbuffò. «Stamattina ho due appuntamenti. Lo portò ricevere non prima delle undici… dovrà fare un po’ di anticamera.»

«Lo chiamerò per posticipare l’appuntamento… Alle undici e un quarto, ti andrebbe bene?»

«Se non se ne può fare a meno…» rispose, lasciando la risposta sospesa. Aprì la porta e concluse: «Se non c’è altro, avrei da fare».

«No, nient’altro. Buona giornata, Alessandro», disse il direttore.

«Lo sarà!» chiosò lapidario Alessandro.

“Che caratteraccio. Come farà un tipo così spocchioso a convincere i clienti ad investire il proprio denaro… resta per me un mistero”, pensava il direttore, incamminandosi verso il proprio ufficio.

 

Non era invece un mistero, il fatto che Alessandro Narci, grazie al suo per certi versi

incomprensibile carisma, fosse un broker conteso come una star dalle quattro banche che avevano aperto i propri sportelli, con affaccio sulla piazza centrale della cittadina. Per questo, e non certamente per la sua boria, era trattato ossequiosamente dal direttore, che dopo una lunga e laboriosa trattativa era riuscito a strapparlo alla concorrenza.

E il furbo Alessandro, conscio del proprio valore di mercato, riusciva ogni volta a trattare il proprio ingaggio alla stregua dei grandi procuratori che gravitano attorno al mondo del calcio.

In appena sei anni era già transitato dagli uffici d’investimento di tre banche; con la quarta, invece, stava trattando l’ingaggio prossimo venturo.

Il contratto che legava Alessandro Narci all’istituto di credito era del tutto simile a quello di altri impiegati del settore; la differenza la faceva la clausola sui premi di produzione, allargati ad altre voci e fortemente incrementati rispetto a quelli base, che era riuscito a strappare al momento dell’assunzione; premi che riusciva racimolare in quantità industriale vendendo prodotti della banca (fondi comuni, assicurazioni, obbligazioni bancarie ed altro ancora) ai clienti che gli affidavano i propri risparmi da gestire.

“I fondi comuni, possono essere un moltiplicatore di guadagno… per me, di sicuro… per i clienti, non lo so”, aveva pensato, ghignando, anni addietro, quando l’ignaro primo cliente aveva messo nelle sue mani il sudato gruzzoletto da gestire.

Le esose commissioni d’ingresso, di gestione e d’uscita dai fondi, su ognuna delle quali percepiva il lauto premio concordato al momento dell’assunzione; questo, e non l’interesse del cliente, era la ragione, la molla che lo spingeva a consigliarli caldamente a scapito di altri prodotti d’investimento, meno cari e dal rendimento certo; elevando, di fatto, lo –switch- a sistema, oserei dire “truffaldino”.

Basti pensare che, nell’arco di un anno solare, aveva convinto un cliente a –switchare- per ben otto volte! Lucrando, in questo caso, sulle commissioni di trasferimento; un vero record mondiale di commissioni pagate alla banca e premi accumulati da lui all’insaputa del povero cliente, munto come e più di una mucca da latte.

 

«Non c’è da stare troppo allegri», disse in un sospiro, seduto dietro la sua scrivania, controllando a video il proprio estratto conto.

“Ora che al mutuo, ho aggiunto anche il leasing della Porsche, rischio di arrivare a fine anno in rosso. D’altronde la vita, se la vuoi godere e non subire… costa”, pensava, scorrendo le cifre.

Aprì un’altra videata. “Confrontando la somma dei fondi che sono riuscito a piazzare, direi che sono sotto di un buon dieci per cento, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso”, rifletté, chiudendo la pagina. «Mancano poco più di tre mesi per arrivare al consuntivo finale. Forza, Alessandro! Datti una mossa, cristo!» sbottò stizzito.

Controllò l’orologio. “I Baldini saranno qui tra un quarto d’ora, ho giusto il tempo per compilare il nuovo profilo di rischio”, pensava, sogghignando, mentre prendeva i moduli per riempirli di dati senza consultare i clienti.

 

Perché stesse compiendo un’azione eticamente inqualificabile, oltre che perseguibile legalmente, è presto detto: se era certo di non incontrare difficoltà a convincere i clienti ad investire il loro denaro, non era per niente sicuro che avrebbero compreso il balzo del loro profilo di rischio. Così, infilando i moduli precompilati tra quelli del contratto da firmare, avrebbe, come si suole dire: preso due piccioni con una fava.

 

«Accomodatevi!» esclamò con tono burbero, dopo aver salutato i coniugi Aldo e Maria Baldini: i pensionati settantenni che erano partiti da casa convinti di reinvestire negli stessi titoli di stato appena scaduti il loro gruzzoletto.

Intimiditi, oltreché dal tono, dallo sguardo ombroso del broker, i due anziani coniugi sprofondarono silenti dentro le poltroncine. Durante la successiva mezzora di colloquio, Alessandro non mutò di una virgola il proprio atteggiarsi superiore di fronte alle due minute figure che seguivano ipnotizzate la penna che, muovendosi velocemente tra le dita del broker, tracciava linee, percentuali, cifre e cerchi su un foglietto bianco posto sul piano della scrivania, mentre lui argomentava sicuro, soffocando sul nascere ogni accenno di dubbio.

Esausti e ormai incapaci di connettere di fronte all’incessante sfarfallio di numeri e chiacchere; i coniugi Baldini firmarono, a loro insaputa, i moduli del nuovo profilo di rischio, abilmente camuffati inserendoli tra quelli del contratto che investiva i loro risparmi in un fondo ad alto rendimento e, di conseguenza, ad altissimo rischio; con commissioni d’entrata, di gestione e d’uscita, nell’orine del tre per cento, cadauna!

 

Soddisfatto per aver centrato più celermente del previsto il primo obiettivo di giornata, si permise di regalare, salutandoli, finanche un generoso mezzo sorriso ai due sprovveduti coniugi.

 

«Ecco fatto! Ora non rimane che quel rompiballe del Marinetti!» esclamò, stiracchiandosi sulla poltrona con le mani dietro la nuca; dopo aver sistemato per bene anche i quattrocentomila euro, frutto della vendita di campi e cascina ereditati da una giovane coppia che, per metterli a reddito senza correre rischi, avevano richiesto la consulenza del miglior broker sulla piazza.

 

Il quarantenne Gustavo Marinetti, era giunto al suo cospetto bello carico e per nulla disposto a farsi abbindolare dal mare di chiacchere poste a difesa del proprio operato dal broker.

«La verità, è che li avete imbrogliati! Avete proposto ai miei genitori di disfare i libretti al portatore, di vendere BOT e BTP, e di investire il tutto in un fondo speculativo!» argomentava con tono alterato, acceso in volto, Gustavo Marinetti.

«Moderi il tono, e mi stia ad ascoltare…» provò a replicare pacatamente Alessandro.

«Non modero un cazzo!» lo interruppe ruvidamente Gustavo. «In tre anni li avete convinti a cambiare quattro volte il fondo, prospettando a due poveri vecchi, interessi degni di un sei al Superenalotto!»

«Ha finito?» chiese senza alterarsi Alessandro.

«Finito un cazzo! Ho appena iniziato!» gli urlò in faccia l’altro, balzando in piedi e piantando i pugni sulla scrivania.

«Ora basta!» sbottò Alessandro, alzandosi dalla poltrona. «Ho promesso ai suoi genitori che entro tre anni il fondo, non solo recupererà le perdite, ma guadagnerà minimo un dieci per cento… è solo questione di saper aspettare senza farsi prendere dal panico. Devono pazientare, sono consapevole che se vendessero adesso, per loro sarebbe un bagno di sangue, ma finché stanno fermi, le perdite sono solo virtuali.»

Gustavo lo ascoltava esterrefatto. «Ma lei, crede seriamente in quel che dice?» gli chiese alla fine.

Alessandro gonfiò il petto. «Se non credessi nel mio lavoro, sarei un fallito!» rispose. Aggiungendo a margine: «Invece, sono il migliore nel mio campo!»

Gustavo non ce la fece a trattenere una risata rabbiosa. «Se lei è il migliore… Dio ci scampi da banche, bancari e banchieri!» Smise di ridere e, fissandolo con occhi spiritati, digrignando i denti proseguì: «Tu sei un cretino, un imbroglione… dovresti stare a pulire i cessi della banca…» gli puntò il dito contro e concluse astioso: «Ti trascinerò in tribunale, voglio vederti marcire in galera, brutto bastardo!»

Con un gesto repentino, Alessandro lo afferrò per il polso, facendogli ruotare l’avambraccio lo fece sbattere con la parte destra del busto sulla scrivania; poi, mentre questi tentava di divincolarsi, urlando: «Lasciami il braccio, bastardo!» abbassandosi avvicinò le labbra all’orecchio sinistro di Gustavo. «Stai zitto, se non vuoi che te lo spezzi», minacciò, quasi sussurrando, ruotandolo ancora un po’ per fargli capire che non scherzava.

Sentendo il dolore propagarsi sino alla scapola, Gustavo si ammutolì. «Ora ascoltami, pezzo di merda!» proseguì con tono duro ma calmo. «A chi credi di far paura? Quelli come te mi fanno solamente ridere… Tuo padre e tua madre hanno firmato dei documenti, che io sono pronto ad esibire difronte a qualsivoglia giudice, avvocato o assemblea di azionisti. Non ti conviene nemmeno pensarlo di potermi incastrare… perché se lo farai, non ti lascerò neanche gli occhi per piangere. Ora, da bravo, esci senza fare troppo rumore dall’ufficio e non farti mai più vedere… Se hai capito fammi un cenno con la testa, senza fiatare… non voglio più ascoltare il tuo grugnire.»

Gustavo fece cenno di sì. Allora Gustavo lo spinse via, esclamando: «Vattene, animale!»

Gustavo stava per replicare. Ma Alessandro, uscendo da dietro la scrivania, fissandolo nello sguardo inarcando le sopracciglia, con la mascella serrata e i pugni stretti, lo convinse a lasciar perdere. Così, il povero Gustavo, venuto per mazzolare, si vide costretto a lasciare l’ufficio del broker con le pive nel sacco, in silenzio e a capo chino.  

 

“Caro Alessandro, stai sprecando il tuo talento con un pugno di zoticoni. Omuncoli incapaci di comprendere le regole basilari della finanza… Il tuo posto è nella City, non quaggiù. Non farti il sangue amaro, non ne vale proprio la pena. Sposta il pensiero… oggi è venerdì, tra poche ore sarai sulla strada per il mare; un fine settimana a Montecarlo, lontanissimo da queste nullità, ti ritemprerà nel fisico e nel morale”, pensava, guardando dalla finestra dietro la scrivania il Sole far capolino tra la foschia.

«Alessandro, cosa ti sei messo in testa?!» proruppe il direttore, entrando a spron battuto.

Alessandro fece ruotare lentamente il sedile della poltrona, sino ad incrociare lo sguardo alterato del direttore. «Nulla!  Ho solamente impartito una lezione di buone maniere a quel maleducato», rispose serafico.

«Ti sei scordato un piccolo particolare: quel maleducato e i suoi genitori, sono clienti della banca!» urlò con le mani tra i pochi capelli grigi.

«Stai calmo, direttore, non vale la pena prendersela, credimi», replicò pacatamente il broker.

Il direttore, inspirando ed espirando, sbollì leggermente la rabbia. «Ti devi scusare con lui», gl’intimò con labbro tremulo.

Alessandro accennò un sorriso sarcastico, guardò l’orologio d’oro che portava al polso, si alzò e, mentre il direttore lo osservava allibito, prese la borsa di cuoio. «Fallo tu, se proprio ci tieni!» replicò, incamminandosi.

«E adesso, dove te ne stai andando?» gli chiese allora il direttore, sempre più sconcertato dall’atteggiamento indisponente assunto dal broker.

Alessandro nel frattempo aveva raggiunto la porta, si voltò e, mostrando il polso sinistro, rispose: «Mezzogiorno, vado a farmi un boccone al giapponese… Ci vediamo», e se ne andò, lasciandolo senza parole.

 

“Il Sole, finalmente…” ebbe solo il tempo di pensare, assaporandone il calore, prima che il proiettile sparato dalla pistola lo colpisse alla testa.

«Mi hai rovinato! Crepa, maledetto!» urlava, schiumando rabbia, Gustavo Marinetti, avvicinandosi con la pistola stretta nella mano tremante al corpo steso a terra in mezzo alla piazza. Notando il rivolo di sangue uscire dalla tempia, realizzò di averlo ucciso. Solo allora comprese di aver rovinato anche la propria di vita; al che, impaurito, forse pentito, lasciò cadere l’arma e corse via.

 

                                           **************************************

 

«Mi scusi, professore, posso?» chiese il direttore della banca, fermandosi davanti alla porta aperta dello studio.

«Venga pure, si accomodi, dottore», fece questi, indicando la poltroncina davanti alla scrivania.

«Si è risvegliato?» chiese il direttore, sedendosi davanti al chirurgo che aveva operato Alessandro, estraendo la pallottola conficcata nella tempia.

«Lo abbiamo risvegliato», precisò il chirurgo che, dopo la delicata operazione, lo aveva tenuto per tre giorni in coma farmacologico.

«Ha capito la propria situazione?» chiese ancora il direttore.

«No… almeno credo», rispose criptico il chirurgo.

«Non comprendo, può essere più chiaro, professore?»

Il chirurgo staccò la schiena dalla poltrona, spostandosi in avanti intrecciò le di dita e appoggiò le mani sulla scrivania. «Di primo acchito, accortosi che aveva gli occhi bendati, agitandosi mi ha chiesto se fosse diventato cieco. Poi, quando ho provato a spiegargli che tolte le bende sarebbe tornato a vederci, parve calmarsi.» Rifletté un attimo e riprese: «Un comportamento ben strano. Solitamente un paziente in preda al panico, non fidandosi fa mille domande prima di accettare le motivazioni addotte dal chirurgo. Infatti, subito dopo tornò ad agitarsi, ma, e qui sta l’anomalia, non per il terrore di essere costretto alla cecità».

«E per cosa, allora?»

«Toccandosi il volto, mi chiese, anzi, mi implorò di dirgli la verità. Mentre riflettevo, chiedendomi se fosse il caso o meno di metterlo al corrente del suo triste futuro, mi lasciò allibito, chiedendomi se guardandosi allo specchio avrebbe visto riflessa l’immagine di un volto sfigurato…» scosse la testa, «non è per niente normale, ancor prima di capire se potrà tornare a vedere, preoccuparsi delle fattezze del volto.»

«Che ci creda oppure no, quello che mi ha appena detto non mi ha affatto sorpreso. Quello che sarebbe normale per ognuno di noi, non lo si può applicare ai contorcimenti mentali di chi si crede un superuomo», provò ad argomentare il direttore.

«Uhm…» fece il professore, stringendo il mento fra pollice e indice e appoggiando il gomito destro sulla scrivania. «Ora sono io a doverle chiedere di essere più chiaro.»

Il direttore non si tirò indietro. «Chiunque ci avesse lavorato assieme, gomito a gomito da due anni come il sottoscritto, avrebbe compreso d’aver a che fare con soggetto affetto da narcisismo patologico.»

«Pur non essendo psichiatra, credo di capire…» iniziò ad argomentare il professore. Corrugando la fronte riordinò le idee e proseguì: «Il paziente, inconsciamente, è convinto che l’aspetto fisico sia la corazza della sua invulnerabilità. Per questo motivo, una volta appurato che non sia stata intaccata, ha rimosso ogni altra paura; anche quella, ben più grave, della cecità. Ho provato a sintetizzare, spero di essere stato chiaro».

«Lo è stato», confermò il direttore, condividendo l’analisi spicciola. «Aggiungerei, senza astio o desiderio di rivalsa, che uno sfregio della carne, lo avrebbe aiutato a sopportare il triste futuro che lo aspetta.»

«Ottima riflessione, bravo!» si complimentò il professore, tirando le somme. «Quando comprenderà di non poter più guardare la propria immagine intonsa riflessa nello specchio, sarà per lui un dramma dalle conseguenze imprevedibili, un tormento psicologicamente insopportabile che lo spingerà a maledire il fatto di non essere morto. Ma se per ipotesi, avesse potuto accarezzare il volto sfigurato… usando un’iperbole, chioserei dicendo che: ringraziando la cecità che gli ha consentito di cristallizzare per sempre la sua narcisa immagine, potrebbe alla fine, accettare di buon grado i drastici cambiamenti imposti dalla gravissima infermità.»

 

                                                              FINE

 

 

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Surreality Little Bighorn Narrativa

Vale la pena morire per il Gardena? Narrativa

L'esperimento di Filadelfia Narrativa

Scie lanciate verso l'infinito Narrativa

Il pianeta dei giganti Narrativa

L'uomo caduto dal futuro Narrativa

Crocevia per l'inferno Narrativa

Cento anni da pecorone Poesia

L'isola felice Narrativa

Le marocchinate Narrativa

Alba Poesia

Il Golem della foresta Narrativa

L'albino (ricetta di Monidol) Narrativa

Chiedi alle pietre Poesia

Trincee Narrativa

Attimo condiviso Narrativa

Narrami, o amica Poesia

Stupratore occasionale Narrativa

Il ritorno dell'anticristo Narrativa

Guida autonoma Narrativa

Il seme dell'incubo Narrativa

L'estate dei fuochi Narrativa

Il paese dei mostri Narrativa

Musulmania Narrativa

La rimpatriata (PROGETTO STARDUST) Narrativa

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