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Gola

"PUNTO E A CAPO" Racconto Horror / Mistery / Pulp

di Vecchio Mara

pubblicato il 2019-03-19 13:59:50


Gola

 

Alle sette e venti, come ogni mattina, puntuale come un orologio atomico il cinquantatreenne Umberto Golosoni infilò i piedi nelle ciabatte e si recò in bagno; dal quale uscì dopo aver espletato i bisogni fisiologici, essersi sbarbato, regolato i baffi a pennetta (perfetti su un viso alla Clark Gable, molto meno su un faccione tipo: luna più che piena straripante) e impomatato i capelli nerissimi (ovviamente tinti).

Dopo un rapido passaggio nella stanza per recuperare la giacca da camera bordò, adagiata su una delle due poltroncine sistemate davanti al letto, si recò in cucina. «La colazione è in tavola, caro», annunciò con tono soave Gertrude, sua moglie, indicando con ampio gesto delle braccia il lungo piano in noce massello del tavolo fratino traboccante di ogni ben di Dio: crostata di mele, cornetti caldi, paste e pastelle, brocche contenenti spremuta d’arancio, latte, caffè ed altro ancora.

«Alcide, Amilcare, ora basta! Spegnete quel coso e venite a fare colazione!» ordinò Umberto, rivolgendosi ai due figli di dodici e dieci anni che, seduti per terra con gli occhi incollati allo schermo, stavano completando una sfida alla Playstation.

«Cinque minuti, ti prego papà», implorò il maggiore, Alcide.

«No!» esclamò lapidario Umberto, e tanto bastò perché abbandonassero la consolle per accomodarsi ai loro posti.

«Oh, ragazzi, ma lo volete capire o no che passare ore e ore davanti a quella roba lì, non fa mica tanto bene alla salute», provò a far comprendere loro per la miliardesima volta Umberto, mentre spalmava della marmellata di ciliege sopra una fetta biscottata, indicando con il coltello la Playstation. «E tu, li lasci fare?» chiese poi alla moglie.

«Uh, sapessi quante volte…» fece lei, mentre, dopo essersi versata del caffè e del latte in una capiente tazza, prendeva un cornetto ripieno di marmellata di albicocche. «Ma ora non mi pareva il caso, sono dieci minuti appena», concluse prima di addentare il cornetto.

Umberto osservò i figli intenti a rimpinzarsi, assaggiando di tutto un po’… troppo. «Dateci dentro, ragazzi, che tra un quarto d’ora passa lo Scuolabus», li spronò, sorridendo, allungando la mano per prendere la sua pasta preferita.

Il suo dolce preferito, quello che molti anni prima aveva scatenato la vorace golosità che lo avrebbe portato a conquistare il titolo di “Re Ghiottone” per tre edizioni consecutive; un parallelepipedo, lungo, largo e alto pochi centimetri, di pandispagna ricoperto da una crosta di cioccolato con la parte superiore decorata da una chiave di sol in pasta di zucchero.

 

Aveva cinque anni appena, Umberto, quando sua madre, dovendo assistere il marito pasticciere che aveva appena aperto l’attività, si portava il piccolo nel bar pasticceria, lo sistemava nel retro e per tenerlo quieto gli metteva davanti la pasta con quel disegno che lo incantava.

All’inizio, dopo aver guardato e toccato la chiave di sol, il piccolo si limitava a consumarne una nelle due ore che la madre impiegava per pulire il locale; passando rapidamente da due a tre paste in un mese appena.

E chissà dove sarebbe arrivato se, nel frattempo, non fosse iniziato l’anno scolastico.

Ad ogni buon conto, un paio di paste al giorno, una a casa iniziando la robusta colazione e l’altra a metà mattina durante l’intervallo, non se le faceva certo mancare, il già in sovrappeso Umberto.

Aveva ventitré anni e la passione per la buona tavola l’aveva già portato a sfiorare il quintale, un peso, seppur distribuito lungo un metro e settantotto, davvero eccessivo, quando si mise con Gertrude.

Lei, alta, formosa e perennemente in lotta con la bilancia, di chili ne pesava una trentina di meno; ma bastarono tre anni, due figli e la tavola sempre troppo riccamente imbandita a farla lievitare verso il quintale, quando lui aveva ormai sfondato il tetto dei centotrenta chili!

In verità, non furono poi molte le privazioni che si era imposta da ragazza per mantenere la linea: praticamente si limitava ad evitare solo qualche bibita gasata. Questo perché il padre manovale, con il suo magro salario riusciva a malapena a mettere in tavola il minimo sindacale per nutrire moglie e sei figli, avuti a raffica uno dopo l’altro (e meno male che, dopo il sesto figlio venuto alla luce tramite il terzo cesareo consecutivo, il ginecologo riuscì a convincerla a legare le tube nonostante l’opposizione del marito).

Ma tutto questo era un ricordo lontano, lei ora era la madre, felicemente opulenta, di due bambini avviati a grandi passi verso l’obesità e di un marito orgogliosamente obeso.

   

Alle nove, dopo aver indossato l’impeccabile completo grigio chiaro e calzato i lucidissimi mocassini neri, Umberto uscì di casa per recarsi in banca e, successivamente, al bar pasticceria Golosoni.

 

«Buongiorno, signor Umberto!» lo salutò il barista che, notandolo approssimarsi, stava posando la tazzina di caffè sul banco.

«Ciao Luca…» fece Umberto, avvicinandosi al banco. «Ciao Lucia», aggiunse, rivolgendosi alla cameriera che, intenta a battere uno scontrino, non lo aveva salutato.

«Buongiorno, signor Umberto», rimediò prontamente, posando lo scontrino sul vassoio per andare a servire un tavolo.

 

«Dammene una», ordinò Umberto dopo aver sorseggiato il caffè, indicando la vetrina delle paste.

Il barista non chiese nemmeno quale; aprì la vetrina, con la pinza prese quella con la chiave di sol e la posò sopra un piattino. «Ecco qui, signor Umberto», fece, posandola sul banco.

Umberto, dopo aver rimirato con sguardo soddisfatto una chiave di sol oggettivamente perfetta, stava avvicinando la mano con l’indice e il pollice aperto per afferrare delicatamente la pasta, quando una voce roca di donna lo fece voltare verso la cassa. «Ho fame, dammi qualcosa», era una vecchia zingara dall’alito pesante, con i capelli stopposi color grigio topo che sbordavano dal velo, nero come il vestiario bisunto e puzzolente.

«Io qui ci lavoro, non posso prendere il denaro dalla cassa», provò a spiegarle la cameriera.

«Dammi un ovetto, allora», insistette la zingara, indicando un espositore che conteneva degli ovetti di cioccolato confezionati con carta lucida color argento.

«Lasciala in pace!» sibilò Umberto, avvicinandosi.

La vecchia si voltò, alzando gli occhi risalì l’imponente figura e quando incrociò lo sguardo sfoggiò il suo miglior sorriso gengivale. “Che schifo!” ebbe a pensare Umberto.

«Tu sei il padrone?» gli chiese subito dopo, puntandogli contro l’unghia annerita dell’indice.

«Sono io…» confermò Umberto, ritraendosi istintivamente quando inalò il sentore acre dell’alito, provando a liquidare in fretta la faccenda, «ora che lo sai, vedi di andartene a fare un giro, eh?»

«Dammi un ovetto», insistette la vecchia zingara dalla pelle incartapecorita e dal naso adunco.

“Cazzo! Sembra una strega”, gli sovvenne di pensare, osservandola meglio. Prese un ovetto e, reggendolo tra l’indice e il pollice, glielo mostrò. «Ce l’hai cinquanta centesimi?»

«Non ho niente… dammi l’ovetto», lo implorò con la voce che andava affievolendosi.

Umberto scuotendo il capo guardò il barista. Questi allargò le braccia alzando le spalle, poi si rivolse alla vecchia: «L’ovetto, non è vuoto, è durissimo da mordere e tu hai lasciato a casa i denti. Se per ipotesi decidessi di fare un’opera buona, regalandotelo… potresti ingoiarlo intero e soffocarti. No, mi spiace, non voglio averti sulla coscienza», le spiegò, facendo del pesante sarcasmo.

La risata del barista finì per irritarla, voltandosi verso di lui lo ammutolì fulminandolo con due occhi fiammeggianti. «Non morirò, dammi l’ovetto!» insistette poi, con più decisione, rivolgendosi ad Umberto.

“Cazzo! Non cede la strega!” pensò, sbuffando. «Voglio farti una proposta, molto vantaggiosa…» fece, prendendo in mano l’intero espositore. La vecchia zingara annuì interessata. «Ci sono tre studi dentistici in zona… se riesci a farti regalare una bella dentatura nuova, torna qui e sono tutti tuoi.»

Il barista trattenne a stento un moto di riso, mentre Umberto non ce la fece e scaricò una grassa risata sullo sguardo della zingara, che reagì mettendo su un ghigno feroce, prima di allontanarsi borbottando frasi incomprensibili.

Quando fu vicino alla porta si voltò e, puntando l’indice contro Umberto, sentenziò: «Tu morirai con l’uovo tra i denti!» poi lasciò il locale. Mentre Umberto, toccandosi le parti basse, rideva di gusto insieme al barista.

«E tu, perché non ridi?» chiese Umberto alla cameriera che, da dietro la cassa, assisteva basita alla scena.

«Non ci trovo niente di comico», rispose pacifica.

Umberto si fece improvvisamente serio. «Sentiamo: secondo te avrei dovuto regalarle l’ovetto?»

«Sì» sussurrò appena, tentando di chiuderla lì senza rinnegare il suo sentire.

«Sì?! O bella!» ribatté stupito Umberto. «E i cinquanta centesimi, li avrei dovuti detrarre dal tuo stipendio?»

«Sì!» esclamò allora, orgogliosamente lapidaria, la cameriera.

«Molto bene! Sai che ti dico…» sbottò stizzito Umberto. «La tua bontà d’animo, sarà quella che ti frega…Tu, servirai ai tavoli per tutta la vita!» concluse fremente di rabbia; prese il quotidiano dalla rastrelliera dietro la cassa, la pasta dal banco e andò a sedersi, imbufalito, ad un tavolo.

“Ma guarda te se quella… cretina! Mi deve far innervosire proprio oggi… Se non la butto fuori al volo e a calci in culo… è solo per non avere rogne coi sindacati. Domani devi difendere il titolo… calmo… devi stare calmo, Umberto”, pensava, cercando di autosuggestionarsi, assaporando la pasta.

 

                                           ***********************************

 

Ugo Strapiombi, titolare del ristorante “Il Ghiottone”, sito in un casale immerso tra i vigneti; per pubblicizzare il suo locale si era inventato, dieci anni prima, il torneo culinario che assegnava il titolo di “Re Ghiottone”.

La competizione si teneva immancabilmente ad inizio primavera, dopo il giorno di chiusura settimanale (dunque, di venerdì), una ventina di giorni prima della Pasqua.

Il giorno precedente la disfida, nonostante fosse giorno di riposo, Ugo Strapiombi aveva precettato i camerieri per sistemare l’arredamento del parco e renderlo fruibile ai numerosi ospiti attesi in collina con l’arrivo della bella stagione.

 

«Questa, posatela là, sotto l’olmo», ordinò Ugo, indicandolo, rivolgendosi ai due camerieri che reggevano un’altalena per bambini.

«Ugo!» chiamò un terzo cameriere dall’ingresso del ristorante.

«Dimmi, Piero?» fece Ugo, alzando il tono.

«Dove la dobbiamo mettere la sedia del giudice? Nel salone o nella saletta?»

«Quando avrete sistemato questa, andate in magazzino a prendere le poltrone di vimini e mettetele attorno alla fontana», spiegò Ugo ai due camerieri, prima d’avviarsi grattandosi la fronte verso l’ingresso del locale.

«Quanti sono i partecipanti?» chiese al cameriere fermo sulla soglia d’ingresso in attesa di ordini.

«Ventitré!»

«Uhm…» fece Ugo, stringendo il mento tra il pollice e l’indice della mano destra. «Se il numero rimanesse più o meno questo, andrebbe bene anche la saletta… Le iscrizioni giù in paese si son chiuse alla mezzanotte...» diede una rapida occhiata al Rolex d’oro che portava al polso. «Mi devo incontrare con Umberto tra una mezz’oretta, poi ti chiamo e ti faccio sapere», concluse.

 

«Ciao Luca, Umberto?» domandò Ugo, entrando nel locale. Il barista mentre ricambiava il saluto indicò un tavolo sul fondo della sala.

«Buone notizie, spero?» disse, accomodandosi, trovando Umberto immerso nella lettura del quotidiano.

«Se, quando mai», fece questi, abbassando il giornale. «Prendi un caffè?»

«Ti ringrazio, ma no… Sono passato solo per chiederti se hai raccolto qualche altra adesione.»

«No, nessun nuovo iscritto», rispose Umberto, posando il giornale sul tavolo. E subito dopo gli chiese: «In quanti saremo?»

«Ventitré!»

«Uhm… dieci in meno dell’anno scorso.»

Ugo sorrise. «E ti lamenti? Con meno pretendenti alla corona, ti sarà più facile riconfermarti», disse poi.

«Vero. Ma non vorrei che la crescente disaffezione, ti costringesse a chiudere la manifestazione.»

«Non ti preoccupare… il torneo andrà avanti anche se dovesse rimanere un solo sfidante al titolo», lo rassicurò Ugo.

«Scusate…» fece il barista, avvicinandosi al tavolo, «il signore chiede di poter essere iscritto al torneo.»

Ugo e Umberto osservarono incuriositi l’uomo, magro come un chiodo e alto poco più di un metro e cinquanta, indicato dal barista.

«Le iscrizioni si sono chiuse ieri, non poteva pensarci prima?» gli chiese Ugo.

L’ometto allargò le braccia inarcando le sopracciglia. «Ho visto la locandina sulla porta l’altro ieri, ero appena stato in posta a pagare una bolletta, non avevo i venti euro per l’iscrizione», spiegò con tono dimesso.

Leggendo il logo sul giubbotto, Ugo comprese che lavorava per un’impresa di pulizie. «Mi par di capire che per lei, ogni euro è importante. Per questo mi sento di darle un consiglio che va contro il mio interesse… lasci perdere!» replicò con tono partecipato.

«Scusi, non comprendo?» fece l’uomo.

Ugo sbuffò. «Lui è il campione da sfidare…» iniziò a dire, indicando Umberto. «E non è nemmeno il più grande e grosso… Ora, come può sperare lei… lei che peserà cinquanta chili vestito, di batterlo?» gli chiese con una punta di sarcasmo.

L’ometto non si scompose e rispose a tono: «La informo che il cibo va ingoiato, mica spalmato sul grasso».

Umberto rise, Ugo no. «Fa’ pure lo spiritoso!» sibilò punto sul vivo. «Sa che le dico? Se ci tiene a buttare i suoi venti euro, faccia pure! Prendi i sui dati, i venti euro e iscrivilo!» concluse piccato, rivolgendosi al cameriere.

«La ringrazio», fece l’ometto, accennando un timido sorriso. Spiegandogli poi: «Ho letto sulla locandina il numero delle portate… fatti quattro conti ho realizzato che, se anche non dovessi vincere, i venti euro non andranno comunque sprecati».

«Furbo il ragazzo!» saltò su Umberto. «Ha compreso che gli basterà passare il primo set, per ammortizzare i venti euro spesi.»

«E’ come dice il signore… per i concorrenti sarà come scalare l’albero della cuccagna, ma l’organizzazione ci rimetterà un sacco di soldi», confermò l’ometto.

«Che ci vuol fare… Ugo è un generoso, di più, un benefattore, direi», chiosò Umberto, facendo sorridere l’ometto e pure l’imbrunito amico.

«Vai a iscriverti… come ti devo chiamare?» gli chiese allora Ugo.

«Lucio, mi chiamo Lucio», rispose, allungando la mano.

«Piacere. Ci vediamo domani sera, ciao Lucio», lo liquidò, stringendogli la mano.

Lucio ricambiò, salutò anche Umberto e seguì il barista.

 

No, non era poi così generoso, Ugo, qualcosa ci avrebbe rimesso di sicuro, ma nonostante la gran mole di cibarie messe in tavola per la tenzone, parliamo comunque di spiccioli, nulla se confrontato con il guadagno in termini di visibilità che gli avrebbe restituito la manifestazione grazie, soprattutto ma non solo, all’articolo sull’avvenimento puntualmente pubblicato dal quotidiano provinciale.

E chissà che aggettivo avrebbe usato Umberto per descrivere il suo grande amico Ugo, se fosse stato a conoscenza del fatto che, spesso e volentieri, questi era solito usare ingredienti scaduti, se non addirittura deteriorati, nella preparazione dei gustosi piatti da servire agli ospiti del suo ristorante.  

 

                                                   ************************************

 

L’inizio della sfida a “Re Ghiottone” era fissato alle ore venti in punto. Alle diciannove e trenta i partecipanti, fermi davanti alla porta chiusa del campo di gara, si scambiavano pareri e impressioni sui metodi adottati per allenare lo stomaco e giungere al top della forma all’appuntamento con la gloria; erano tutti lì a conversare, tutti tranne uno.

«E quello nuovo… come diavolo si chiama…» fece Ugo, aprendo la porta della saletta.

«Lucio!» esclamò Umberto.

«Sì, Lucio, dov’è finito?»

I concorrenti s’interrogarono guardandosi l’un l’altro.

«Beh… peggio per lui!» fece allora Ugo, gettando una rapida occhiata all’orologio appeso alla parete. «Mancano dieci minuti, accomodatevi.»

«Eccomi!» si udì esclamare dall’ingresso.

«Alla buon ora! Dov’eri finito?» gli chiese Ugo.

«Ho bucato la bicicletta, sono dovuto salire a piedi», rispose Lucio, trascinando al riso l’intera compagnia di buone forchette.

«Forza, prendete i vostri posti!» ordinò Ugo, scostandosi dalla porta.

Lentamente, leggendo i segnaposti, i concorrenti si accomodarono ai blocchi di partenza.

 

All’interno della saletta, a pianta rettangolare, le sedie erano sistemate all’esterno di due tavolate parallele; la parte interna, invece, era la corsia riservata ai camerieri che arrivando dalla porta della cucina, sita al centro di uno dei lati corti, servivano le portate; mentre il giudice di sedia, appollaiato sul trespolo preso a prestito dal campo da tennis del parco e sistemato accanto alla parete del lato corto opposto, si premurava di far rispettare le regole del gioco.

 

Le poche regole, stilate da Ugo usando un gergo tennistico, spiegavano che: l’incontro sarebbe stato suddiviso in cinque set di cinque portate cadauno, con un intervallo di dieci minuti tra l’uno e l’altro set; i concorrenti avevano a disposizione cinque minuti per terminare la portata, non potevano alzarsi da tavola durante il set (nemmeno per impellenti bisogni fisiologici) pena la squalifica; una bottiglia d’acqua da un litro e una caraffa di vino da un quarto (bianco o rosso, a scelta) doveva bastare per l’intero incontro.

 

Alle otto precise, cronometro alla mano e fischietto in bocca, Ugo, dalla sua postazione privilegiata, diede inizio alle danze; cinque minuti dopo un secondo fischio decretò la fine del primo gioco.

Ugo fece scorrere lo sguardo dentro ai piatti, mentre i concorrenti, tenendo le mani lontano dalle posate, attendevano il responso. «I piatti sono tutti lucidi, chi deve andare in bagno ha dieci minuti», sentenziò, mentre, nel brusio generale, i camerieri sistemavano la seconda portata sui tavoli.

«Allora, come va?» chiese Ugo, abbassando lo sguardo, rivolgendosi a Lucio: seduto all’inizio della tavolata da dodici alla sua sinistra.

«Molto bene, grazie», rispose serafico.

«Hai capito il piccoletto?» fece Ugo, sorridendo, volgendo lo sguardo su Umberto: seduto all’inizio della tavolata da dodici alla sua destra.

Umberto, compresso dal ruolo di favorito, si limitò ad annuire accigliato, cercando di capire, leggendo lo sguardo dell’avversario seduto proprio di fronte a lui, sin dove sarebbe potuto arrivare.

 

A metà del quarto set, erano rimasti in cinque a guardarsi allibiti, chiedendosi dove quell’ometto insignificante buttasse il cibo che ingurgitava con nonchalance.

All’inizio del quinto gioco (una fiorentina da ottocento grammi spessa tre centimetri) del quinto e ultimo set, era rimasto solo l’esterrefatto Umberto a chiederselo, mentre gli altri cominciavano a scommettere su un risultato a sorpresa.

Ugo fischiò la fine dell’incontro, guardò nei piatti dei due contendenti e sentenziò: «Ossi sbiancati! Parità!»

«E ora, come si fa?» chiese uno dei concorrenti eliminati.

Era la prima volta che capitava un fatto del genere, tutti pendevano dalle labbra del giudice per capire a chi e in base a quale criterio avrebbe assegnato il titolo.

«Si fa uno spareggio!» annunciò Ugo.

«Uno spareggio?!» esclamò sconcertato Umberto tra il brusio generale, mentre Lucio attendeva senza battere ciglio.

«Ma nel regolamento, non è citato lo spareggio», saltò su uno dal fondo della sala.

«E allora dimmi tu come fare? Non posso mica incoronare due Re Ghiottoni!» sbottò Ugo. Poi si rivolse ai due concorrenti rimasti in gara: «Siete disposti ad affrontare uno spareggio?»

«Sì!» esclamò prontamente Lucio.

Di fronte a tanta determinazione, Umberto esitò. «Fa caldo, si potrebbe aprire una finestra?» chiese.

Ugo fece un cenno al cameriere, il quale si premurò di aprire quella alle proprie spalle.

Un soffio improvviso, impetuoso, percepito da Umberto come una risata satanica proveniente dal profondo; una folata di vento che, spalancando la finestra, corse verso di lui, avvolgendolo come in un gorgo e facendogli gelare il sudore sulla pelle. «Per la miseria, chiudila!» urlò.

Il cameriere la richiuse immediatamente. «Non capisco, fuori non si muove nemmeno una foglia», si giustificò, guardando attraverso il vetro gli alberi nel parco.

«Va tutto bene?» chiese Ugo, osservando Umberto sudare copiosamente.

«Sì, sto bene.»

«Sicuro?» insistette Ugo.

«Ma sì che sta bene, ha solo paura di perdere», ghignò Lucio.

Ferito nel suo orgoglio di campione invincibile, Umberto reagì da leone. «Sono pronto! Avanti con lo spareggio!» annunciò al mondo.

Ugo tentennò. «Allora? Io sono pronto, che aspetti?» sbottò un aggressivo Umberto.

A quel punto Ugo chiamò a se il cuoco che attendeva, immobile, sulla porta della cucina. Abbassandosi per non farsi ascoltare gli sussurrò qualcosa all’orecchio, il cuoco sorrise e, seguito da un cameriere, si recò in cucina.

In attesa che dalla cucina venisse portato in tavola il misterioso piatto dello spareggio, Ugo osservava con preoccupazione Umberto picchiettare nervosamente con le dita sulla tovaglia, mentre Lucio se ne stava tranquillo con le mani distese sul tavolo.

«Tutto qui! Cos’è, uno scherzo?!» sbottò Umberto, quando il cameriere posò davanti ad ognuno degli sfidanti un piatto, al centro del quale troneggiava un uovo sodo completo di guscio.

«Nessuno scherzo. Qui non ci può essere pareggio…» iniziò a spiegare Ugo, volgendo lo sguardo prima su l’uno poi su l’altro dei contendenti. «Chi impiegherà meno tempo a sgusciare e poi mangiare l’uovo, sarà il vincitore.»

Lucio alzò la mano.

«Dimmi?» fece Ugo.

«Si può mangiare anche col guscio?» domandò.

Credendola una battuta per alleggerire la tensione risero tutti; persino il sudatissimo Umberto accennò un poco convinto sorriso.

«Se te la senti, oltre al guscio, puoi mangiarti pure il piatto», rispose in tono ironico Ugo, alimentando l’ilarità generale.

 

Ugo attese che nella saletta tornasse il silenzio. «Allora, siete pronti?» chiese con il fischietto fra i denti: Umberto e Lucio annuirono.

Come partì il fischio, Umberto con mani tremanti iniziò a sgusciare l’uovo. Alzando lo sguardo vide Lucio con le mani ancora distese sul tavolo che lo guardava. “Che fa?” si chiese, prima che la testa iniziasse a girargli. “Quel colpo d’aria gelida deve aver bloccato la digestione”, diagnosticò, concentrandosi sull’uovo da sgusciare.

Alzando lo sguardo controllò nuovamente il suo avversario. “Non si muove, ha perso”, pensò, vedendolo sorridere. Fu in quel preciso istante, che il suo avversario assunse sembianze a lui ben note. «I denti… la zingara!» balbettò agitandosi, osservando i denti sparire dalle gengive e i lineamenti del volto mutare.

Fu allora che Lucio prese l’uovo col guscio e lo portò lentamente verso la bocca.

Umberto, in piena trance agonistica, sentendo odore di sconfitta fece altrettanto col suo sgusciato per metà. Mentre si apprestava a serrare i denti, rammentandosi dell’anatema lanciatogli contro dalla zingara notò il volto di Lucio mutare nuovamente: ora, agghiacciato, vedeva solo un teschio circondato da un’aura rosso fuoco, con fauci spalancate e denti da belva pronte ad ingoiare l’uovo.

Sentì i battiti crescere d’intensità sino a divenire assordanti; e quando un dolore lancinante parve squarciare la cassa toracica, realizzò che il cuore potesse, fuggendo dal petto, essere predato delle fauci spalancate e finire dentro l’orrido senza fondo che avevano scoperto; allora, istintivamente, spingendo con le mani contro lo sterno provò a trattenerlo; ma quando vide due escrescenze ossee somiglianti a delle piccole corna spuntare dall’osso frontale dell’orripilante visione, dopo aver rovesciato il capo all’indietro stramazzò in avanti, finendo con la parte destra della faccia dentro il piatto, con gli occhi sbarrati, la bocca spalancata e l’uovo ancora tra i denti: in una mortale espressione di silente urlo di terrore.

 

                                                                    FINE

 

 

 

 

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I moschettieri del "Che" Narrativa

E' così vicino il cielo Poesia

Con mani a giumella Poesia

La casa degli specchi Narrativa

I vecchi Poesia

Il libraio Narrativa

Dicembre è già qui Poesia

Il misterioso evento di Tunguska Narrativa

Il segreto della grande piramide Narrativa

Surreality Little Bighorn Narrativa

Vale la pena morire per il Gardena? Narrativa

L'esperimento di Filadelfia Narrativa

Scie lanciate verso l'infinito Narrativa

Il pianeta dei giganti Narrativa

L'uomo caduto dal futuro Narrativa

Crocevia per l'inferno Narrativa

Cento anni da pecorone Poesia

L'isola felice Narrativa

Le marocchinate Narrativa

Alba Poesia

Il Golem della foresta Narrativa

L'albino (ricetta di Monidol) Narrativa

Chiedi alle pietre Poesia

Trincee Narrativa

Attimo condiviso Narrativa

Narrami, o amica Poesia

Stupratore occasionale Narrativa

Il ritorno dell'anticristo Narrativa

Guida autonoma Narrativa

Il seme dell'incubo Narrativa

L'estate dei fuochi Narrativa

Il paese dei mostri Narrativa

Musulmania Narrativa

La rimpatriata (PROGETTO STARDUST) Narrativa

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