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Avarizia

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Vecchio Mara

pubblicato il 2019-03-10 22:35:30


Avarizia

 

«La povertà è una gran brutta bestia... non lo scordare, figlio mio», disse con voce affranta la madre al piccolo Gianni, stringendolo a sé per riscaldarlo.

«No, mamma, non lo scorderò. E quando sarò grande, guadagnerò così tanto denaro da comprare una montagna di legna per l’inverno», rispose Gianni, battendo i denti.

Spifferi di vento gelido, incuneandosi senza incontrare resistenza tra i larghi interstizi del legno fradicio dei serramenti, contribuivano a mantenere la temperatura interna prossima allo zero.

Gianni si addormentò con la faccia appoggiata sul cuore caldo della madre; e quando si svegliò, sentendo la guancia gelida, ebbe un ben triste presentimento. «Mamma! Mamma! Svegliati mamma!» la implorava disperato.

La madre di Gianni non si risvegliò, gelo e miseria avevano sconfitto il suo grande e protettivo cuore; lasciando di sé un’immagine di dignitosa povertà, e una sola grande ricchezza d’affidare alle cure della provvidenza: un figlio di sette anni.

 

«La povertà è una gran brutta bestia…» esordì il priore del convento, alle cui cure, otto anni prima, era stato affidato il piccolo Gianni. «Ricordalo sempre quando camminerai tra la gente. E quando avrai guadagnato, onestamente, le tue due prime monete; se vedrai un povero seduto all’angolo di una strada con la mano tesa, non ti voltare dall’altra parte, ma dividile con lui.»

Aprì il portone del convento e, spingendolo fuori, lo congedò con voce increspata: «Va’, e non voltarti indietro, il tuo futuro ti aspetta lungo la strada».

«Ora posso sdebitarmi solo con un: “Grazie Padre”, sgorgato dall’anima. Ma quando sarò ricco, lo farò in modo più tangibile, glielo prometto», replicò Gianni.

«Non hai debiti nei nostri confronti. Non dannarti inseguendo chimere, agisci sempre onestamente; ringraziando Dio d’averti donato il bastante al sostentamento della tua famiglia. E se poi avanzerai un tozzo di pane, donalo a chi non ne ha. La vera ricchezza è nella tua anima, non lo scordare mai», ribatté il priore, insistendo sul tasto caritatevole.

Gianni ascoltò compunto il predicozzo. «Non lo scorderò. Arrivederci, Padre», lo salutò, incamminandosi.

Il vecchio priore lo guardò scendere il sentiero con occhi lucidi, e quando lo vide perdersi tra i castagni del bosco, chiudendo il portone del convento chiosò, sussurrando: «Arrivederci, figliolo. A Dio piacendo, ci rivedremo lassù».

 

Gianni, con in tasca la preziosa lettera di presentazione vergata dal priore e le lire sufficienti a pagarsi il biglietto, stringendo nella mano destra la maniglia della valigia di cartone scese per il sentiero, sino ad incrociare la strada provinciale all’altezza della fermata; e lì attese che arrivasse la corriera.

 

La corriera scaricò Gianni ed altri tre passeggeri nella piazza centrale di un luogo, troppo piccolo per essere promosso a cittadina di provincia e troppo grande per venire retrocesso a semplice paese.

Attraversando la piazza osservò stupefatto il bel castello medioevale che faceva da contraltare alla chiesa dall’alto e filiforme campanile.

“Via Umberto primo. E’ questa”, pensò, leggendo la targa toponomastica sull’angolo dell’edificio che chiudeva la prospettiva. Poi lanciò un’occhiata alle case che si allungavano ai lati della via e s’incamminò.

«Dev’essere qui», disse Gianni, controllando il numero civico posto di lato alla vetrina di una merceria. Salì con lo sguardo e lesse l’insegna dorata, pittata in corsivo, sul pannello di legno sito sopra al serramento: «Merceria e sartoria Luigi Rombi», spinse la porta ed entrò.

«Buongiorno giovanotto!» esclamò stupita con voce squillante, inforcando gli occhiali, l’anziana signora seduta dietro il banco.

«Buongiorno, signora…» ricambiò il saluto Gianni, traendo dalla tasca della giacca la missiva. «Avrei una lettera per il signor Luigi Rombi, il sarto.»

«Uhm… di cosa si tratta?» chiese con fare sospetto la donna, aggrottando le sopracciglia.

«L’ha scritta Don Ruggero, il padre superiore del convento, sono le mie credenziali», rispose timoroso Gianni.

«Allora tu, sei il lavorante!» esclamò, uscendo trafelata da dietro il banco. «Scusami se ti son parsa un po’ fredda; ma ne ho fin sopra i capelli d’imbroglioni che cercano di spillarti quale lira mostrandoti lettere commoventi», spiegò mentre andava ad aprire la porta sul retro. «Luigi, puoi venire qui un momento?» chiamò, rivolgendosi al marito, mettendo per un attimo la testa dentro il locale attiguo prima di tornare sveltamente dietro il banco.

«Cosa c’è, Letizia?» chiese il sarto, approssimandosi. «Buongiorno», fece, inarcando le sopracciglia per osservare Gianni da sopra le lenti degli occhiali posati sulla punta del naso.

«Lui è il lavorante di cui c’aveva parlato il mese scorso Don Ruggero», lo informò la moglie.

Gianni annuì. «Buon giorno, signor Rombi, Don Ruggero mi ha dato questa, per lei», disse timidamente, porgendogliela.

Il sarto prese la lettera, la aprì, diede una rapida occhiata a Gianni, sistemò gli occhiali e iniziò a scorrere il testo. «Dunque, saresti nato il giorno della liberazione…» diceva con tono burbero, leggendo i dati anagrafici. «Come mai non ti hanno messo in nome, Libero?» gli chiese, alzando lo sguardo.

«Non saprei, lo ha scelto mia madre.»

«E’ forse il nome di tuo padre, o di tuo nonno?» chiese ancora il sarto.

Gianni tentennò. «Di mio nonno, sono sicuro di no… Di mio padre… non lo so… non l’ho mai conosciuto», rispose imbarazzato.

Il sarto, osservando la moglie che pareva redarguirlo con sguardo severo, comprese di essere stato perlomeno indiscreto nei confronti del ragazzo. «Scusami, non dovevo…» fece, contrito, tornando a leggere la lettera.

Alla fine la ripiegò. «Mettila via», ordinò alla moglie, porgendogliela. «Fammi vedere le mani, aperte!» esclamò rivolto a Gianni.

Gianni posò la valigia e mostrò i palmi delle mani al sarto.

«Vediamo, vediamo…» fece questi, osservando per bene prima l’una e poi l’altra. «Dita affusolate: da artista del cucito, così le descrive Don Ruggero… Vedremo!» concluse seccamente.

«Allora… mi assume?» chiese speranzoso Gianni.

«In prova… in prova!» rispose il sarto. “Ho del lavoro urgente da finire…mostragli la sua camera!» ordinò alla moglie. Poi allungò la mano. «Benvenuto, Gianni. Sento che andremo d’accordo!» concluse serio, stringendo vigorosamente quella che Gianni gli porgeva timidamente.

«La ringrazio infinitamente, signor Rombi», rispose Gianni, prendendo la valigia da terra.

«Chiamami pure, Luigi. E dammi del tu… che mica son frate, io, e manco prevosto!» chiosò il sarto con un filo d’ironia che, tono e sguardo burbero, non permisero d’apprezzare appieno.

 

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Letizia e Luigi Rombi, coniugi settantenni senza figli e cattolici ferventi, avevano dato con entusiasmo la loro disponibilità ad ospitare e insegnare il mestiere ad un giovane orfano; al quale Don Ruggero, con l’aiuto degli altri frati del convento, aveva inculcato, oltre ai sani principi del buon cristiano, i primi rudimenti dell’arte sartoriale.

 

Luigi, da buon Martinitt, aveva convinto Letizia con poche sentite parole: «Il buon Dio, invece che con un figlio quand’eravamo nel fulgore egli anni, ha scelto di premiarci in tarda età donandoci la possibilità di aiutare un orfano… non lo possiamo deludere».

Letizia lo aveva ascoltato con le lacrime agli occhi. «Tu sei solo al mondo, la guerra si è portata via il mio unico fratello. Sì, Luigi, è veramente un grande dono che ci sta facendo, Dio», aveva confermato Letizia con voce increspata.

 

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Gianni, grazie ai suoi modi gentili, riuscì a farsi voler bene fin da subito; basti pensare che tutti tre insieme, come una serena famiglia cattolica praticante, si recavano in chiesa per partecipare alle funzioni ad ogni festa comandata.

Ad un anno dal suo arrivo, i coniugi Rombi, considerandolo alla stregua di un figlio acquisito, condividevano con lui progetti, problemi e quant’altro gravitava intorno al loro piccolo universo familiare.

 

«Ascolta, Gianni, per noi sei come un figlio, ci fa male vederti così… come potrei dire… riluttante; ecco, sì, riluttante a confrontarti, a stringere amicizie. Non puoi consumare la tua vita tra casa chiesa e sartoria; almeno al sabato sera dovresti uscire, come fanno tutti i ragazzi della tua età», diceva con tono bonario Luigi durante la cena.

«Luigi ha ragione. A vent’anni non ci si può rinchiudere in casa insieme a due vecchi. Devi aprirti agli altri», rincarò la dose Letizia.

Gianni regalò uno sguardo amorevole ad entrambi. «Vi voglio bene anch’io; ma questo lo sapete benissimo. Detto ciò, vi prego, basta con questa storia… vi supplico, io sto benissimo; ringrazio il buon Dio che mi ha concesso di vivere serenamente i miei giorni accanto a voi, e tanto mi basta», replicò con trasporto, commuovendo i due coniugi.

«Oh, Gianni, come sei caro…» fece Letizia, accarezzandogli la mano che teneva appoggiata sulla tovaglia. Deglutì e proseguì con voce increspata: «Ma io e Luigi siamo vecchi. E un giorno non troppo lontano, Dio ci chiamerà… e allora, tu… tu resterai solo…»

«Ti prego, Letizia,» la interruppe Gianni, «ora siamo qui, serenamente seduti a tavola, non roviniamoci la cena pensando a quel che sarà.»

Letizia annuì, tirò su col naso e si tacque.

«Eppure, quando Mimmo viene in sartoria vi vedo parlare, fare battute, complici come lo possono essere due amici; c’eri pure uscito qualche sera con lui. Cos’è accaduto, perché avete smesso di frequentarvi?» s’intromise prontamente Luigi.

«Sicuramente non per i cinque anni di differenza», rispose Gianni ironicamente.

Prontamente rimbeccato da Luigi: «Questo non l’ho mai pensato. Fra noi ce ne sono più di cinquanta, eppure si va d’amore e d’accordo».

Gianni sorrise. «Non sono gli anni in più o in meno; ma il modo di viverli che unisce oppure divide», sentenziò filosoficamente.

«E come li vive, Mimmo, i sui cinque in più?» domandò incuriosita Letizia.

«Secondo lui, alla grande.»

«E secondo te? Puoi essere più chiaro?» insistette Letizia.

«Lo sarò!» rispose deciso Gianni. «Mimmo non sta vivendo alla grande, sta solo sprecando il frutto del suo lavoro, per dimostrare agli altri di essere il migliore; un campione nell’arte di convincere chiunque gli apra la porta a comprare a caro prezzo tovaglie, coperte e quant’altro abbia da offrire.»

«Uhm…» fece Luigi, stringendo il labbro inferiore tra il pollice e l’indice. «Io credo che sia solo un modo per esorcizzare la miseria nera sofferta dopo la guerra. La pace gli aveva restituito un padre invalido, e sua madre, pur facendosi in quattro, non ce la poteva fare a tirare avanti da sola la famiglia; così, affidò il piccolo alle cure di Letizia… praticamente l’abbiamo visto crescere qua dentro, Mimmo.»

«Lo so, me ne avete già parlato; è per questo che non riesco a capire come si possa, dopo aver patito la fame, scialacquare denaro in quel modo… No, scusate, ma io non lo riesco proprio a concepire», replicò sconfortato Gianni.

«E’ giovane» fece Letizia, alzandosi da tavola. «Quando troverà la donna giusta, si calmerà», predisse, sospirando, iniziando a raccogliere i piatti dal tavolo.

 

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Riccardo Ascheri, detto “Mimmo” per una vaga somiglianza con mister Volare (somiglianza sottolineata dalla pettinatura e dai baffetti che Mimmo esibiva compiaciuto), sin da bambino aveva ben impresso nella mente l’obiettivo da raggiungere.

Aveva iniziato l’attività di venditore ambulante a soli quindici anni, battendo i borghi e le cascine della vale con la bicicletta nera dotata di due portapacchi, carica all’inverosimile di corredi per la casa; e aveva proseguito, dopo aver conseguito la patente, con una vecchia Fiat 1100 familiare; sostituita, dopo appena due anni, con una fiammante Alfa Romeo Giulia 1600.

Mimmo era un vero mago nell’arte del porta a porta; partiva al mattino con la macchina carica di corredi e, solitamente, nel primo pomeriggio era di ritorno con la macchina vuota e il portafoglio gonfio.

Non era raro che, tra capitale per pagare il fornitore e guadagno, in poco più di mezza giornata si trovasse in tasca l’equivalente dello stipendio mensile di un operaio.

 

Mimmo amava indossare abiti sartoriali, e questo aveva fatto di lui il miglior cliente di Luigi Rombi. Ciarliero e solare qual era, passando in sartoria per provare gli abiti imbastiti, ci aveva messo poco a legare con il ragazzo di bottega, chiuso e ombroso, invitandolo a trascorrere qualche sabato sera in compagnia.

Era troppo diverso caratterialmente, Gianni, per trovare piacevole trascorrere il tempo libero in compagnia dello strabordante Mimmo. Già il primo sabato sera, al bar, gli aveva fatto storcere il naso quando, dopo avergli presentato gli amici insieme ai quali sarebbero andati a ballare in provincia, come digestivo si era giocato un paio di biglietti da diecimila lire in una veloce partita a concia: perdendoli elegantemente con il sorriso a fior di labbra e offrendosi, poi, di pagare anche le consumazioni dei ragazzi della compagnia.

Comportamenti tipici di un esibizionista pieno di sé; di uno spaccone all’ennesima potenza, pronto a dichiarare, fornendo agli allibiti interlocutori che pendevano dalle sue labbra, nomi e, a volte, pure cognomi delle fortunate cento donne che frequentava normalmente nel corso di un solo anno. V’è da dire che Mimmo aveva un concetto molto largo dello “stare con una donna”; bastava che questa accettasse di ballare un lento con lui (ma spesso anche un innocente passaggio in macchina bastava a marchiare a fuoco l’inconsapevole vittima), per finire sul suo personalissimo cartellino.

 

Chi ha visto la miseria in faccia, trovandosi tra le mani mazzette di carta moneta da gestire, può reagire in due modi: o mettendone buona parte al sicuro in banca per assicurarsi un tranquillo futuro, oppure spendendone buona parte per godere del benessere temporaneamente acquisito. Mimmo aveva scelto di cogliere l’attimo… e l’attimo gli avrebbe alla fine presentato un conto salato.

    

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Luigi Rombi se ne andò ad incontrare il suo Dio a settantotto anni, lasciando all’inconsolabile Letizia l’appartamento, un negozio nella piazza del castello dato in locazione ad un bar e la metà di un pingue conto corrente.

A Gianni, invece, lasciò la bottega da sarto con annessa merceria e l’altra metà del conto corrente; inoltre, per ottemperare alle volontà testamentarie, si sarebbe dovuto impegnare ad accudire l’amata moglie; compito che Gianni, considerando Letizia una seconda madre, accettò senza batter ciglio.

Impegno che durò il breve volger di una stagione; Letizia si ricongiunse all’amato Luigi appena tre mesi dopo, lasciando a Gianni, oltre al dolore per aver perso una seconda madre, il resto dell’eredità.

 

Gianni, adesso, era un sarto, abbastanza ricco da potersi dedicare a cogliere, se non tutto, almeno qualche brandello d’attimo; cosa che, naturalmente, si guardò bene dal mettere in pratica.

Rammentando la sofferta e misera infanzia, il ricco sarto non mutò di una virgola il proprio stile di vita: chiesa, casa e lavoro, ogni giorno, ogni mese, ogni anno. Un comportamento da uomo retto e di provata fede, si potrebbe obiettare; se non fosse per il braccino fin troppo corto che gl’impediva di elargire un seppur piccolo obolo, non solo alla parrocchia ma, anche, alla vecchina che chiedeva l’elemosina stazionando rannicchiata sui gradini della chiesa.

 

Una vita, a suo modo di vedere, tranquilla e serena. Ogni mattina, alle sette precise, passava dal bar per farsi il solito cappuccino con cornetto (a-gratis, come da accordi raggiunti con il gestore durante il rinnovo del contratto di locazione) e leggere il quotidiano; poi si recava in banca a controllare i propri investimenti; quindi passava dal panettiere a comprare una michetta, dal salumiere per mezzo etto di prosciutto crudo (il frugale pranzo che avrebbe consumato in sartoria) e, infine, se ne andava ad aprire bottega.

Se da un lato l’avarizia conclamata lo invitava a stringere sempre più i cordoni della borsa per preservare i propri beni, dall’altro lato l’avidità lo spingeva a cercare il sistema per accrescere la ricchezza accumulata. E fu così che il timore di perdere il treno della new economy, spinse Gianni, allettato dai continui rialzi degli indici borsistici, ad investire una cospicua parte della liquidità in fondi azionari; mossa che al momento si rivelò vincente, ma che alla lunga avrebbe potuto presentargli un conto salatissimo.

 

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“I titoli tecnologici continuano a correre, non è ancora il momento di cambiare cavallo”, gongolava seduto al bar, scorrendo la pagina economica del quotidiano, dopo aver consumato la solita colazione: a-gratis!

«Ciao, Gianni», udì chiamare con voce afflitta. Alzando gli occhi dalle pagine rimase allibito nel trovarsi davanti un volto scavato e dolente. «Mimmo?! Saranno dieci anni che non ci si vede, qual buon vento ti porta da queste parti?» gli chiese. Lo squadrò da capo a piedi, domandandosi che fine avesse fatto lo sguardo sicuro e arrogante di un tempo, prima di aggiungere sarcastico: «Da quale sarto ti servi, ora. Gli abiti che ti confezionavo io, ti cadevano a pennello; questi, ti cadono e basta!»

Mimmo accennò un amaro sorriso. «Posso sedermi?»

«Prego!» rispose Gianni, indicando la sedia. «Siamo invecchiati», aggiunse quando si fu accomodato.

«Sono sessanta…» precisò Mimmo. Sospirò e concluse sconfortato: «Anche se me ne sento addosso il doppio».

«Ti comprendo!» replicò lapidario Gianni.

«Dunque, lo hai saputo anche tu.»

«Del tuo vizio per il gioco?»

«Sì» fece con un filo di voce Mimmo, abbassando il capo.

«Lo sanno tutti che frequentando i casinò, ti sei giocato anche la camicia», rispose freddamente Gianni.

«Ti manca solo d’aggiungere: “Te lo avevo detto”, e farti una bella risata», replicò con amaro sarcasmo Mimmo.

«Ricordo che quando ti misi in guardia, dicendoti di pensare al futuro, che le cose potevano cambiare… fosti tu a ridermi in faccia», gli rammentò Gianni, mantenendo un tono distaccato.

«Ho capito…» fece Mimmo, alzandosi.

«Te ne vai già?»

«Sì. Ero venuto per chiederti di cambiarmi questo…» rispose Mimmo, traendo un assegno dalla tasca. «Ma ho fatto un viaggio a vuoto.»

«Hai ragione: non tratto cabriolet!» replicò acido Gianni, indurendo lo sguardo.

«Che stupido sono!» fece Mimmo, battendosi la fronte col palmo della mano. «Non mi ricordavo che volevi essere pagato solamente in contanti… rigorosamente senza fattura», aggiunse con voce vibrante di rabbia.

«Io, invece, ricordo benissimo che eri ben felice di risparmiare l’IVA… che non avresti potuto scaricare da nessuna parte», ribatté prontamente Gianni. Poi, alludendo al fatto che Mimmo aveva esercitato per molti anni la professione di ambulante senza la dovuta licenza, gli chiese, usando un tono sardonico: «Toglimi una curiosità: chi te la pagherà la pensione, ora… il casinò di Sanremo?»

«Beh, ora sei cattivo…» fece Mimmo, stringendo forte la spalliera della sedia. «Ad ogni modo, non

cambierei un solo anno vissuto alla grandissima, con uno dei tuoi… quanti sono… cinquantaquattro?»

«Cinquantacinque!» precisò Gianni.

«Cinquantacinque vissuti da povero cristo, ricco e solo!» Serrò la mascella e, digrignando i denti, concluse: «Ti auguro di vivere più a lungo di tutti i tuoi soldi… addio, Gianni!»

«Addio, Mimmo», rispose Gianni senza scomporsi, tornando ad immergersi nella lettura della pagina di economia e finanza.

 

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Mentre il direttore della banca gli mostrava le perdite accumulate dai fondi tecnologici, Gianni pensava: “Ti auguro di vivere più a lungo di tutti i tuoi soldi”, rammentando l’anatema lanciatogli contro da Mimmo alcuni mesi prima.

La bolla della new economy era scoppiata, e lui, l’avido avaro, c’era rimasto invischiato.

 

«E se mi tiro fuori adesso?» chiese al direttore con voce scossa.

«Sarebbe un bagno di sangue!» rispose questi, senza troppi complimenti.

«Quantifichi!» ordinò lapidario, guardando gli indici sullo schermo del PC.

Il direttore, digitando sulla tastiera, sommò le perdite dei tre fondi in cui aveva investito Gianni. «Centocinquanta… milioni» disse, sospirando.

Gianni parve sbandare.

«Si sente male?» gli chiese con apprensione il direttore, vedendolo sbiancare.

«No… no… ora passa…» balbettò, ansimando. «Mi faccia riflettere.»

Il direttore attese in silenzio, tenendo lo sguardo su di lui.

«Secondo lei, quanto tempo ci vorrà perché le quotazioni tornino in pari?» gli chiese speranzoso, pendendo dalle sue labbra.

Il direttore allargò le braccia. «Chi lo può sapere.»

«Potrebbero scendere ancora?» domandò allora Gianni.

«Secondo gli esperti, potrebbero ripiegare di un altro venti per cento», rispose il direttore, gelando le residue speranze di Gianni.

“Su cinquecento­­ milioni, ne porterei a casa trecentocinquanta… Un disastro, un vero disastro… Ma se li lascio lì, rischio d’incrementare le perdite…” rifletteva Gianni, mordendosi il labbro inferiore. «Venda tutto!» sbottò alla fine.

«E’ sicuro signor…»

«Venda tutto! Subito!» urlò Gianni senza lasciargli il tempo di finire la frase, tirando un poderoso pugno al piano della scrivania.

Il direttore sobbalzò. «Come vuole», disse solamente, iniziando a digitare sulla tastiera.

 

Due giorni dopo, quando la banca liquidò le sue posizioni, Gianni scoprì che nel frattempo doveva sopportare perdite per altri sette milioni di lire!

«E’ stato un risveglio duro, ma anche una lezione salutare. Da qui in avanti, non investirò nemmeno una lira, in carta straccia», chiosò, leggendo l’estratto conto, cercando di vedere il bicchiere mezzo pieno.

 

                                    ************************************

 

“Mancano poco più di dieci mesi, per passare all’EURO… Non vorrei prendere un’altra legnata”, pensava, leggendo un articolo sui possibili scenari che si sarebbero aperti dopo il concambio. “I pareri degli esperti sono discordanti… Solo sull’oro, come bene rifugio sicuro destinato a rivalutarsi, paiono convergere tutti quanti», rifletteva, proseguendo nella lettura della pagina finanziaria.

Gettò un’occhiata all’orologio appeso alla parete. “Otto e venti, la banca apre fra dieci minuti”, pensò. Piegò il quotidiano e lo posò sul tavolino, poi si alzò, salutò il barista e uscì.

 

«No, noi possiamo vendere oro da investimento… Se vuole le posso consigliare fondi che investono nelle commodity, o dei certificati: Futures», gli spiegò il direttore.

«Uuuh, per carità!» fece Gianni, mettendosi le mani nei capelli color cenere. «Basta carta straccia!»

Il direttore allargò le braccia. «Cosa vuole che le dica; il mio compito sarebbe quello di provare a convincerla del contrario… ma comprendo che sarebbe pressoché impossibile farlo, dopo la batosta subita meno di un anno fa con i fondi tecnologici.»

«Non me ne parli. Ci penso un giorno sì e l’altro pure, e ogni volta è un colpo al cuore», disse con tono dimesso. Poi, serrando tra le mani il bordo della scrivania, gli chiese: «Voglio qualcosa da sentire, fisicamente solido, quando lo vado a toccare… Lei, non saprebbe indirizzarmi?»

Il direttore rifletté: oltre a perdere la pingue somma depositata sul conto corrente, le commissioni le avrebbe incassate la banca che avrebbe venduto l’oro. Allora provò a convincerlo, indirizzandolo sui diamanti: bene che la banca poteva vendere fisicamente.

Ma, alla fine, di fronte alla feroce determinazione del cliente che, disposto ad investire solamente sull’oro, minacciava di chiudere ogni rapporto; facendo buon viso a cattivo gioco lo accontentò, fornendogli il nome dell’istituto di credito dove si sarebbe potuto recare per acquistare oro fisico.

 

Così, dopo aver telefonato per fissare un appuntamento; un mercoledì, alle prime luci dell’alba, Gianni salì sul treno dei pendolari che si recavano in città.

 

Se il primo contatto gli era servito solo per avere delucidazioni sull’operazione; la settimana seguente salì sullo stesso treno, portando con se una valigetta di cuoio nero, vuota; e rientrò prendendo il treno del pomeriggio, con la valigetta appesantita dal prezioso metallo.

Seduto in carrozza, tenendo le mani ben strette sui bordi della valigetta appoggiata sulle ginocchia, osservava con fare circospetto i pochi passeggeri presenti nello scompartimento.

Uscito dalla stazione s’incamminò velocemente, rasente i muri, stringendo forte la maniglia con la mano destra. Impiegò una decina di minuti per arrivare a casa; qui giunto, scaricò la tensione tirando un lungo sospiro di sollievo, poi posò la valigetta sopra il tavolo della cucina e sprangò porte e finestre; infine, col cuore in gola e gli occhi che parevano voler lasciare le orbite, aprì la valigetta e accarezzò il lingotto d’oro puro, dal peso di un chilogrammo (valore odierno: 19 11 2016 Euro 36, 700.08!).

Nel corso dell’anno, compiendo varie volte lo stesso tragitto; come un’alacre formichina, lingotto dopo lingotto incrementava la sua preziosa collezione; raggiungendo, ai primi di dicembre, il ragguardevole numero di: ventidue lingotti da un chilogrammo, cadauno!   

 

                              *******************************************

 

«E con questo, chiudiamo l’anno in bellezza!» esclamò soddisfatto, posando la valigetta sul tavolo.

 

Non ci sperava più. “Oramai mi sa che mi telefoneranno dopo Natale, se non addirittura con l’anno nuovo”, pensava appena quattro giorni prima, mentre eseguiva il bonifico presso la banca del paese. Invece, il giorno dopo, di venerdì, aveva ricevuto la telefonata tanto attesa.

Non stava più nella pelle, Gianni, quella mattina di lunedì ventiquattro dicembre duemilauno, manco si trattasse di un lieto evento, mentre si preparava per recarsi in città.

Era stato un viaggio tribolato, un po’ per i ritardi paurosi accumulati dai treni per colpa della neve che aveva iniziato a scendere copiosa già dalla notte, molto per la ressa dentro le carrozze e lungo le vie della città.

 

«Sono distrutto…» diceva mentre riscaldava quel che rimaneva del minestrone di verdura preparato tre giorni prima. «Dovevo essere a casa per le tre, sono arrivato alle sei di sera… Tutta ‘sta gente euforica che corre da un negozio all’altro, disposta a spendere fino all’ultima lira in paccottiglia natalizia, proprio non la riesco a capire…» Rifletté un attimo e si corresse: «O forse sì. Temendo di trovarsi tra una settimana fra le mani una moneta dimezzata, acquistano tutto il comprabile finché sono in tempo».

«Poveri illusi! Meno male che io c’ho pensato per tempo, a mettere al sicuro i sudati risparmi», chiosò soddisfatto, finendo di apparecchiare la tavola.

Poi, affacciandosi alla finestra si mise a guardare le strade bianche, le luminarie e la neve che continuava a cadere, disegnando mulinelli. «Te lo avevo promesso, mamma,» disse in tono commosso, alzando lo sguardo verso il cielo, «che sarei diventato ricco.»

La spalancò e sporgendosi tirò verso di sé le persiane, le sprangò e richiuse la finestra.

 

«Finito!» esclamò dopo aver sciacquato e asciugato piatto, posate e bicchiere usati durante la cena.

«Che ora abbiamo fatto?» si chiese, gettando l’occhio sull’orologio che portava al polso. «Le otto. Sistemo l’oro, poi vado a dormire», concluse, prendendo la valigetta dal divano.

 

Tirando la catenella che teneva appesa alla cintura, trasse dalla tasca le due chiavi ad essa agganciate. Usando la più grande aprì la porta dello studio, entrò, posò la valigetta sulla scrivania e la aprì.

Poi, usando un panno morbido, con sguardo da innamorato perso, oserei dire, lucidò delicatamente il lingotto. «Ecco fatto. Ora puoi attendere l’arrivo del Natale insieme ai tuoi fratelli», concluse, sorridendo.

Con la chiave piccola aprì le ante a vetro della libreria in abete massiccio. «Devo ricordarmi di ripetere il trattamento antitarlo», si disse, sfiorando coi polpastrelli la polvere giallognola depositata sui ripiani.

Salì sopra uno sgabello per raggiungere l’ultimo ripiano (a circa due metri d’altezza), con delicatezza tolse il pannello di cartone rigido sul quale aveva incollato con precisione certosina i dorsi dei volumi di una vecchia enciclopedia. «Eccomi qui, tesorucci!» esclamò, sgranando gli occhi sui ventidue lingotti occultati dietro ai finti libri.

Abbassandosi di lato posò il pannello di cartone rigido a terra, scese dallo sgabello, prese il lingotto dalla scrivania, risalì e lo sistemò accanto agli altri. «Ecco fatto… Buon Natale…» ebbe appena il tempo di dire mentre si abbassava per riprendere il pannello, prima di essere investito da una pioggia di ventitré lingotti d’oro dal peso di un chilogrammo, cada uno!

 

Uno scricchiolio sinistro aveva preceduto il cedimento del ripiano, eroso al suo interno dall’incessante lavorio dei tarli. Quell’ultimo lingotto fu la classica goccia che, facendo traboccare il vaso, aveva rovesciato sulla testa di Gianni, ventitré, fatali chilogrammi… d’avarizia!

 

                                                FINE

 

 

   

 

 

   

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L'AUTORE Vecchio Mara

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La stanza delle bambole Narrativa

Addio Lugano bella Narrativa

La canzone di Marinella Narrativa

Il pescatore Narrativa

Doveva andare tutto bene Narrativa

Leggenda di Natale V. M. 18 Narrativa

Macellazione kosher Narrativa

La breve estate della spensierata giovinezza Narrativa

La guerra di Piero Narrativa

Il maresciallo Crodo Narrativa

A letto con il führer Narrativa

Le lettere segrete Narrativa

La festa della mamma Narrativa

Rapina a mano armata Narrativa

Ipnositerapia Narrativa

Sequel Narrativa

Il fumo fa male Narrativa

Correvo Narrativa

Paolo e Francesca Narrativa

Gli esploratori della Galassia Narrativa

L'uomo dalle forbici d'oro Narrativa

Cervelli in fuga Narrativa

Il boia e l'impiccato Narrativa

L'ultimo negozio Ikea Narrativa

Il figlio del falegname Peppino Narrativa

Il re della valle Narrativa

Una vita tranquilla Narrativa

La ricerca dell'ispirazione perduta Narrativa

Immortali Narrativa

L'amico ricco Narrativa

La farina del diavolo Narrativa

Giudici o giustizieri? Narrativa

Il mediatore (volo low cost) Narrativa

Lui, lei e l'altro Narrativa

Il divo Narrativa

Lo scrivano dell'archivio Narrativa

Lussuria Narrativa

Superbia Narrativa

Gola Narrativa

Avarizia Narrativa

Accidia Narrativa

Ritorno ad Avalon Narrativa

La città di sabbia Narrativa

Cechin Narrativa

Bughi Bughi (boogie woogie) Narrativa

Don Nicola e il partigiano Narrativa

Don Ruggero torna dalla grande guerra Narrativa

Effetto butterfly Narrativa

Confessioni di un prete gay Narrativa

Lugano addio (dolce morte) Narrativa

Via dalla felicità Narrativa

Una ragione per cui vale la pena vivere Narrativa

I magnifici sette racconti Narrativa

Natale: volgarità vere o presunte e altre amenità Narrativa

Il guardiacaccia Narrativa

La bellezza del gesto Narrativa

Dialogando, presumibilmente, con Dio Narrativa

La moglie del partigiano Narrativa

Bat box Narrativa

I ragazzi del Caffè Centrale Narrativa

Quarto reich Narrativa

Il vampiro del Gatto verde Narrativa

Prostituta d'alto bordo Narrativa

Il signore degli abissi Narrativa di gruppo e collaborazioni tra utenti

Lo spettro della trincea Narrativa

La grande mente Narrativa

La porta dell'Ade Narrativa

Alexander... un grande! (Una storia vera) Narrativa

La maschera di Halloween Narrativa

Il rifugio degli artisti Narrativa

La cena delle beffe Narrativa

K2 Narrativa

La solitudine del palazzo razionalista Narrativa

Signora solitudine Narrativa

I tre fiammiferi di Lilith Narrativa

Sono sempre i migliori a lasciarci Narrativa

El Camino de Santiago Narrativa

La rivolta degli insetti Narrativa

Mosè e le tavole della legge Narrativa

Il cattivo maestro Narrativa

Predatori di anime Narrativa

Tre corse in tram Narrativa

Il miracolo di Halloween Narrativa

Las Vegas gigolò Narrativa

La tredicesima orbita (viaggio al termine del paradiso) Narrativa

Poeta di strada Narrativa

Vorrei andarmene guardandoti surfare Narrativa

Alveari metropolitani Narrativa

Sotto la diga Narrativa

Il casale misterioso Narrativa

Prima che sorga l'alba Narrativa

Il boschetto di robinie Narrativa

Agente segreto doppio zero Narrativa

Il bambino di Hiroshima Poesia

L'estate dell'acqua Narrativa

Sindrome del vampiro. vietato ai minori di 18 anni Narrativa

La memoria di San Pietroburgo Narrativa

Augh! Narrativa

Habemus papam Narrativa

L'ultima indagine Narrativa

La spada del samurai Narrativa

Tra moglie e marito non mettere... Narrativa

Delitto nella Casba Narrativa

La diversa percezione del tempo Narrativa

L'indagine Narrativa

Scacco Matto Narrativa

Sei bellissima Narrativa

Domenica è sempre domenica Narrativa

L'uomo che uccise Doc Holliday Narrativa

Lettera a un'amica Narrativa

Gli spiriti del mondo oscuro Narrativa

Buche pontaie Narrativa

Il portagioie cinese Narrativa

Tutto o niente Narrativa

Semidei dell'Olimpo Narrativa

La notte che Sigfrido ha ucciso il drago Narrativa

Il killer degli scrittori Narrativa

Funeree visioni Narrativa

Conversando d'invisibilità Narrativa

Aida come sei bella Narrativa

Invidia Narrativa

Cazzateland (La democrazia del sondaggio) Narrativa

Il mondo delle cose Narrativa

Il vaso di Pandora Narrativa

Ira Narrativa

Nutrie assassine Narrativa

Addio fratello crudele Narrativa

Mastro Tempo Narrativa

Il ranger di Casasisma Narrativa

La fossa settica Narrativa

Nostalgia Poesia

Eterei amanti di penna Poesia

Chiamatemi Aquila Narrativa

Ulisse riflette Narrativa

L'inverno è dentro di noi Poesia

Non rimpiangermi Poesia

Senza luce né amore Poesia

Il potere dei santi Narrativa

Musa ispiratrice Poesia

Il milite ignoto Narrativa

Citami, se lo vuoi Poesia

Lupo sdentato Narrativa

Liscio, Gassato e Ferrarelle Narrativa

I moschettieri del "Che" Narrativa

E' così vicino il cielo Poesia

Con mani a giumella Poesia

La casa degli specchi Narrativa

I vecchi Poesia

Il libraio Narrativa

Dicembre è già qui Poesia

Il misterioso evento di Tunguska Narrativa

Il segreto della grande piramide Narrativa

Surreality Little Bighorn Narrativa

Vale la pena morire per il Gardena? Narrativa

L'esperimento di Filadelfia Narrativa

Scie lanciate verso l'infinito Narrativa

Il pianeta dei giganti Narrativa

L'uomo caduto dal futuro Narrativa

Crocevia per l'inferno Narrativa

Cento anni da pecorone Poesia

L'isola felice Narrativa

Le marocchinate Narrativa

Alba Poesia

Il Golem della foresta Narrativa

L'albino (ricetta di Monidol) Narrativa

Chiedi alle pietre Poesia

Trincee Narrativa

Attimo condiviso Narrativa

Narrami, o amica Poesia

Stupratore occasionale Narrativa

Il ritorno dell'anticristo Narrativa

Guida autonoma Narrativa

Il seme dell'incubo Narrativa

L'estate dei fuochi Narrativa

Il paese dei mostri Narrativa

Musulmania Narrativa

La rimpatriata (PROGETTO STARDUST) Narrativa

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