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Il Maelström

"PUNTO E A CAPO" Racconto Horror / Mistery / Pulp

di 90Peppe90

pubblicato il 2019-01-26 11:16:04


Dimenticare il dolore è impossibile.
Lenirlo, medicando le ferite, sì, lo si può anche fare.
Ma dimenticarlo è ben altro paio di maniche. Il dolore sta sempre lì, ad alitare sull’anima, con il suo fiato pestilenziale e stantio, e a tormentare ogni pensiero. Pronto a venire fuori, come un cacciatore spietato che abbia teso un letale agguato alla sua preda, accompagnato da ricordi evocati da qualsiasi cosa: un suono, una parola, un’immagine, un odore, un sogno.
La lista era piuttosto lunga e variegata e solo il tentativo di ripristinare e rivivere le emozioni positive legate ai ricordi riusciva a ergersi come diga protettiva contro l’assalto letale del dolore. I colpi contro la diga si facevano sentire, eccome se si facevano sentire, ma quantomeno si impediva al dolore di scavalcare la barriera e prendere possesso dell’anima, avvelenandola e riducendone il proprietario a quel rifiuto dell’umanità al quale si era avvicinato così pericolosamente, sei mesi addietro.
Marcello aveva conosciuto Marijne durante uno dei suoi viaggi giovanili in Europa; a Zaandam, Olanda, per la precisione. Mari non era soltanto bellissima, ma anche molto intelligente, tanto da attrarre maledettamente Marcello più a livello mentale che fisico: era così incredibilmente stimolante e interessante stare con lei. Loro due erano talmente uguali e, al tempo stesso, talmente diversi da completarsi a vicenda nel migliore dei modi. Tanto da far sospettare a Marcello che altro non fosse se non un sogno, uno di quei meravigliosi sogni dai quali ti risvegli sul più bello e, tornato alla triste realtà, ti fanno sentire uno straccio per l’intera giornata.
In effetti, il sogno era finito, lasciandosi dietro strascichi indimenticabili che avevano alimentato, poi, l’incubo successivo. Il sogno, nello specifico, era durato tre anni. Tre splendidi anni vissuti insieme, dato che Marcello si era trasferito, in via del tutto permanente, a Zaandam, dove lui e Mari avevano acquistato un appartamento carino e spazioso. Lavoravano, si divertivano, facevano l’amore; quanto si erano amati!
Erano poi stati accomunati dalle loro due principali passioni: la lettura – attraverso la quale avevano potuto vivere migliaia di vite, in migliaia di mondi diversi – e i viaggi – durante i quali avevano avuto modo di vedere la vita da migliaia di differenti punti di vista, all’interno di uno stesso mondo, stupendo nella sua eterogeneità. All’interno di queste due passioni, le diversità tra Mari e Marcello erano state nette: dove lei aveva adorato le storie d’amore – non quelle stupide e banali che abbindolavano le quindicenni, ma quelle profonde e psicologiche, dove l’amore non era rose e fiori e farfalle nello stomaco –, lui prediligeva le storie dell’orrore e i thriller più neri; dove lei aveva amato viaggiare nel bel mezzo della natura – località marittime, zone di campagna, boschi e foreste, colline e montagne, luoghi caldi e luoghi freddi –, lui preferiva di gran lunga le città, le zone prettamente antropiche, con le loro peculiari architetture e i rispettivi monumenti e il modo di vivere dei propri abitanti. Per questo avevano cercato di alternare: un viaggio full immersion nella natura e un viaggio tra strade, piazze e palazzi.
“Ho trovato”, aveva detto Marcello, circa otto mesi prima. “Un’idea, che mi sembra ottima, per il prossimo viaggio: fondere alla perfezione i miei gusti letterari con i tuoi gusti turistici!” Aveva spiaccicato la cartina dell’Europa – un’Europa spaventata, tremante, sferzata da tensioni interne, politiche e sociali, guerre e attentati terroristici – sul tavolo in cucina, mentre sia lui che Mari sorseggiavano un tè freddo al limone con tanto ghiaccio e fuori il sole arroventava l’asfalto. L’indice di Marcello era piazzato su un preciso punto della cartina: “Isole Lofoten, provincia di Nordland, Norvegia. Saliremo sulla vetta dell’Helseggen.” Lo sguardo di Mari, luminoso di suo, si era acceso di una luce ancora più intensa; stava a significare: Un’escursione! Interessante! “Non è finita qui. Lo spettacolo, di per sé, è mozzafiato… è qualcosa di sublime, nel vero senso del termine. Ma, dicevo, non è finita qui! C’è un fenomeno incredibile che viene chiamato Maelström e consiste…”
“Edgar Allan Poe”, lo aveva interrotto lei, con un sorriso più luminoso dello sguardo; più luminoso del Sole. Marcello, senza mai dirlo esplicitamente, anche per rispettare l’ateismo di Mari, aveva sempre pensato che ci fosse Dio, nel sorriso di lei. “Una discesa nel Maelström. Una sorta di gorgo marittimo. Di tanto in tanto ficco il naso anche tra la roba che leggi, sai?”
Dopo un primo momento di pura sorpresa, Marcello si era sciolto in una contagiosa risata, aveva stretto Mari forte a sé e si erano baciati. “Riesci sempre a sorprendermi. Allora, cosa ne dici?”
“Dico che l’Helseggen non esiste, in realtà: Poe l’ha inventata appositamente per il racconto… e dico che ci sto!” Quelle ultime cinque parole avevano riempito Marcello di gioia e lui si era perso in lei: nel suo sorriso splendente, nei suoi occhi verdi, nei suoi capelli profumati e biondi. “L’aria frizzante e il panorama faranno bene al nostro corpo e alla nostra anima…” Aveva preso una mano di Marcello e se l’era posata sulla pancia. “E farà bene anche a lui. O lei.”
Marcello aveva strabuzzato gli occhi, prima di mettersi a saltare – saltare davvero – di gioia, piangendo e ridendo al tempo stesso. Un bambino! Avrebbero avuto un bambino! Davanti a Mari si erano prospettati gli otto restanti mesi di attesa, riposo e coccole e… oh, forse non si sarebbe dovuta affaticare scalando una montagna, ma avrebbero trovato comunque un modo comodo per godersi quel particolare ed eccezionale panorama nordico e quell’ennesimo viaggio insieme.
Ma certo: avrebbero fatto tutto questo e anche di più. Se Mari non fosse morta, insieme al piccolo frutto del loro amore che teneva in grembo – Magnus se sarà maschio; Thea se sarà femmina. Ma, ovviamente, non sarebbe mai stato niente. Né Magnus né Thea, né maschio né femmina, né vivo né viva.
“Mi dispiace veramente tanto, signor Virdis”, gli aveva detto, sulla soglia di casa, il poliziotto del quale Marcello aveva dimenticato nome e qualifica subito dopo che si era presentato. “È stata un’assurda tragedia: un tanto improvviso quanto raro difetto nell’impianto frenante dell’automobile, e sua moglie…”
Il resto delle parole del poliziotto era stato risucchiato in un gorgo più nero, spaventoso e profondo del Maelström più terrificante che Poe, Verne, Salgari o chicchessia avesse mai potuto descrivere. E, assieme alle parole, lo stesso Marcello era stato risucchiato. Una dimensione, nascosta al di sotto della dimensione in superficie in cui aveva vissuto fino a quel momento, fatta di ombre e di un volto che non avrebbe mai più visto sorridere, e di un viso, piccino e angelico, che non avrebbe mai avuto lineamenti suoi propri. Men che meno un nome. Il funerale? Le condoglianze di amici e parenti? Il rimborso da parte della compagnia assicurativa? Il volontario licenziamento da lavoro? L’autoreclusione in casa fatta di alcool e ricordi bellissimi e drammatici? Tutto questo era stato vissuto dall’esterno, non proprio da un’altra persona, quanto – piuttosto – da un avatar dello stesso Marcello.
Poi era successo qualcosa.
In mezzo a quell’annichilente buio senza speranza e senza confini, aveva visto il sorriso luminoso di Mari, che splendeva e che saliva fino agli occhi verdi, dalle cromature e dalla brillantezza smeraldine, e che contagiava tutti coloro i quali avevano la fortuna di starle accanto, allietandone i cuori. Il sogno era finito. E quel sorriso decretava pure la fine dell’incubo, diretta conseguenza della tragica fine del sogno precedente.
Marcello era tornato in sé e aveva capito che poteva ancora sentire Mari viva, dentro la sua anima. Pur rimanendo due individui a sé stanti, lui e lei erano stati un tutt’uno. Non solo nel concepire Magnus o Thea, ma nel loro intrinseco modo di vivere, di trovarsi sempre d’accordo, di sostenersi a vicenda, di amare qualunque cosa avessero fatto insieme. Poteva rievocare i ricordi del passato e, ogni volta, si sarebbe autoinflitto un dolore indicibile; ma quel dolore sarebbe stato ritemprato dalla sua anima, scaldata dalla rimembranza del sorriso di Mari e della loro felicità dettata dal viaggiare insieme.
“Faremo il nostro viaggio”, si era detto Marcello, visualizzando davanti a sé il viso luminoso e sorridente di Mari. “Faremo il nostro viaggio alle isole Lofoten.”
 
Ed adesso eccolo, lassù in cima, a contemplare quello straordinario spettacolo della natura nord-europea, assolata, magnifica e catartica. Dentro di sé, mentre ripensava agli eventi che avevano preceduto quel viaggio in Norvegia, Marcello avvertiva chiaramente il calore, la pura felicità che animava Mari in ogni loro viaggio, soprattutto quelli caratterizzati dal diretto contatto con la natura.
«Vedi, amore? Come io riesco ancora a vedere il tuo sorriso e sentire i tuoi sentimenti, sono sicuro che tu possa vedere me e vedere ciò che sto facendo.» Il suo sguardo spaziò per tutto l’orizzonte, prima di tuffarsi nella piatta e gelida tavola del mare color inchiostro compreso tra le isole. «È bellissimo, non trovi? E sai su quale vetta mi trovo?»
Qualche ora prima, pochi minuti dopo essere arrivato, Marcello aveva parlato con un pescatore del posto, chiedendogli quale fosse il luogo migliore dal quale osservare il panorama e, se fortunato, pure il formarsi del Maelström. Il pescatore aveva commentato che Marcello non si sarebbe ritenuto “fortunato” se vi fosse incappato, nel Maelström, invece di limitarsi a vederlo; poi aveva indirizzato un indice, lungo e ossuto e calloso, che fuoriusciva da un guanto di stoffa dalle dita mozzate, verso un punto in alto e alle spalle del turista italiano proveniente dall’Olanda. “Lì”, aveva detto il vecchio, e Marcello aveva posato il suo sguardo, stupefatto, su un’imponente montagna. “L’Helseggen.”
«Lo so, faticavo pure io a crederci, amore…», sussurrò Marcello, prima di zittirsi e inspirare a pieni polmoni, chiudendo momentaneamente gli occhi. Buttò fuori l’aria e respirò, a fondo, per un bel paio di minuti. «È tutto così puro, incontaminato, quassù.» Diametralmente opposto, pensò, dall’inferno di laggiù, dove tutti si ammazzano l’un l’altro e dove io ti ho perduta. «È la natura. Non farò viaggi in altre città, andrò a visitare esclusivamente luoghi naturali. Non tanto… non solo perché piacevano a te, no. La purezza, l’innocenza, la bellezza della natura sono le stesse che vedevo in te, ogni volta che ti guardavo, ogni volta che ti parlavo. Ti sento così vicina che nemmeno tutto il dolore del mondo, tutto il dolore che provo, può farmi del male. Non mi ridurrà alla nullità che sono diventato dopo che tu, dopo che tu sei…» Guardò in alto, nel cielo sgombro da nuvole e chiaro, etereo e quasi trasparente, dando l’impressione di potervi guardare attraverso e dare un’occhiata ai misteri che si nascondevano oltre. «Ricordi la tua canzone preferita, vero? Io l’ascolto spesso. Wonderwall… ecco: tu sei il mio muro delle meraviglie, la mia àncora di salvezza, che mi tiene a galla, sulla superficie del Maelström che vortica e si agita nei più oscuri recessi della mia anima.» Gli affiorò uno spontaneo sorriso sul volto. “Non capisco perché continui a preferire la città”, gli aveva detto spesso Mari. “Non vedi quanto diventi poetico quando ti ritrovi a osservare un paesaggio naturale?” «Sì, sono il tuo poeta da strapazzo…»
L’ultima parola di Marcello fu risucchiata da un’improvvisa e forte folata di vento che si mise a soffiare – ululando come uno sterminato branco di lupi che faccia la serenata alla Signora Luna – tra le pareti rocciose e le coste isolane, raggiungendo la superficie d’inchiostro non più immota come lo era stata fino a qualche minuto prima. La tavola nera prese a incresparsi e muoversi, inizialmente secondo traiettorie incomprensibili e poi, gradualmente, in un sempre più riconoscibile moto circolare. Una rotazione che, entro pochi istanti, divenne una turbinosa rotazione. Stava succedendo: il Maelström stava prendendo vita sotto gli occhi – spalancati ed estasiati, increduli e terrorizzati – di Marcello Virdis.
 
Fu uno spettacolo da lasciare senza parole, senza pensieri e senza fiato. L’acqua si agitava, smossa dal vento e da correnti marine di notevole e ordinata violenza. La rapidità del moto circolare pareva aumentare, in un rapporto di diretta proporzionalità, con l’estendersi del buco centrale, più nero del resto delle acque, le quali adesso mandavano molteplici barbaglii di luce opaca, sotto i raggi del sole.
E poi…
Marcello non riuscì a credere ai propri occhi.
Continuando a mulinare vorticosamente, le acque parvero sollevarsi. Una specie di imbuto acquatico stava innalzandosi, mentre il tetro antro di quell’occhio cieco diveniva sempre più nero e spaventoso, accompagnato dai lamenti sferzanti del vento.
Immobilizzato da catene forgiate nel sublime e nella paura, Marcello rimase sbalordito e atterrito da quella visione; anzi, di più, da quella esperienza che era pura manifestazione di potenza della natura. Dinnanzi a quell’immenso imbuto d’acqua che proseguiva nel suo processo di allungamento verso l’alto, nella mente e nel cuore di Marcello si insinuò – tra lo sgomento e il terrore, tra l’ammirazione e il vivido senso di vicinanza di Mari – un radicale, incontenibile piacere. È forse questo – si ritrovò a pensare, chiudendo le dita della mano destra come se stesse stringendo quella di Mari – ciò che intendevano, nelle loro opere, Kant e Schopenhauer? È questo, il sublime?
Non seppe rispondersi e, per la verità, neanche cercò di farlo. Più che altro perché, mentre il rotante e roboante pennone marino raggiungeva la medesima altitudine dell’Helseggen, credette di capire quali poderose e sconquassanti (per non dire terrificanti) emozioni avessero imperversato nel povero pescatore che aveva affrontato quel medesimo prodigio della natura norvegese, all’interno del racconto di Poe.
Quando l’imboccatura dell’imbuto si piegò in avanti, a Marcello diede l’impressione di un ciclopico biscione fatto d’acqua, che avesse mosso la testa in avanti al fine di puntare la sua prossima preda: l’uomo che lo stava osservando, illudendosi di essere al sicuro, dalla cima dell’Helseggen.
«Oh, Dio…», ebbe appena la forza di dire, blandamente, Marcello. Adesso si trovava a tu per tu con l’oscuro occhio cieco del mostruoso ciclone marino; era quasi come guardare dentro l’ingresso del tunnel di un acquapark. Quel buio ricordava a Marcello il suo periodo da reietto, le tenebre abissali entro le quali era rovinosamente cascato dopo la morte di Mari, l’abisso in cui aveva rischiato di esiliarsi a vita. Però io ho avuto lei, ho tuttora lei che mi aiuta a rimanere in vita, a non affogare e a non essere risucchiato dalle potenti correnti del dolore e dal devastante Maelström che impazza dentro di me… mentre questo Maelström… non c’è nessuna diga, non credo esista una barriera tanto resistente da poter arginare una forza della natura come questa…
Fu un attimo.
Esattamente una frazione di secondo prima che il Maelström si fosse abbattuto su di lui, fermo e immobile in cima all’Helseggen, Marcello vide – dentro quella fremente, irresistibile, sconvolgente oscurità – il sorriso di Mari.
 
Non fu proprio una discesa nel Maelström: fu un assurdo precipitare, una caduta inarrestabile – attorniata dal nero, da tenebre fisse e immutabili – e durante la quale Marcello non vide né urtò nulla. Capiva di stare precipitando soprattutto a causa delle correnti che parevano spintonarlo in giù, spingendo contro la schiena, con foga spaventosa.
Dopo una certa manciata di tempo – non seppe dire se fossero trascorsi secondi o minuti –, alle orecchie di Marcello giunse un rumore scrosciante, come di qualcosa che colpisca una superficie d’acqua. Qualcosa di grosso che venga scagliato con forza contro una superficie d’acqua.
Mi ha tuffato in mare! E adesso mi trascina verso gli abissi…!
Ora riusciva a distinguere qualche forma e, in certi casi, pure qualche colore. Per lo più, si trattava prevalentemente di frammenti navali – Proprio come nel racconto! – tra i quali alberi maestri spezzati, vele strappate e sbrindellate, assi di legno di varie misure, remi sberciati, barili sventrati… ma non solo; c’erano, infatti, altri tipi di resti. Resti umani, quali arti smembrati e ridotti all’osso, teschi sogghignanti o privi della mandibola, mezzi busti straziati e intere casse toraciche… Marcello si affrettò a chiudere gli occhi, pregare Iddio e stringersi le braccia attorno al tronco, come per abbracciare Mari. Sto arrivando, piccola, pensò, continuando comunque a trattenere il fiato. Sto arrivando e allora staremo insieme, stavolta per sempre…
 
Quando, a fatica, Marcello riaprì gli occhi – la vista appannata alla stregua di quella di un miope privato dei suoi preziosi occhiali –, capì subito che, dovunque fosse finito, di sicuro non si trovava in Paradiso. Non che l’illuminazione fosse assente, ma c’era troppo buio. Un buio nel quale, però, si riusciva a vedere piuttosto bene. Certo, se fosse riuscito a spannarsi gli occhi…
E le orecchie! Sentiva dei suoni, ma gli giungevano ovattati, come se avesse avuto dei batuffoli di cotone all’interno dei condotti uditivi. Grattando e strofinando, provò a migliorare le condizioni dei suoi occhi e delle sue orecchie. Nel frattempo tremava: anche se adesso era asciutto, sentiva – nel freddo che gli faceva battere i denti e nei vestiti che gli si appiccicavano addosso – che era stato zuppo d’acqua, fino a qualche tempo prima.
Quanto ne è passato, di tempo? E soprattutto… dove mi trovo?
 
«Capitano!»
La voce, raschiante, scosse Marcello dal fisiologico torpore fisico che accompagna qualsiasi tipologia di risveglio, e lo incentivò a guardarsi attorno, per esaminare il luogo in cui si trovava. Legno, legno ovunque. Guardò in alto e vide un uomo – del quale, tra i giochi di luci e ombre e la distanza, non gli fu possibile scorgere i lineamenti – che lo indicava dalla cima di un tronco. Un albero maestro: Marcello si trovava a bordo di una nave.
«Cap!», gracchiò ancora quella voce raschiante, proveniente dall’uomo sulla cima dell’albero maestro, «Il mozzo è tornato dal mondo dei sogni!»
Un tonfo catapultò l’attenzione di Marcello davanti a sé.
Dalle assi costituenti il camminamento centrale della nave era sceso giù un uomo molto alto e segaligno, abbigliato di stracci scuri rammendati qua e là, tenuti stretti alla vita da una catena arrugginita che fungeva da cintura e, ai fianchi, da alcune fibbie. Attorno alle spalle dell’uomo era avvolto un lungo e pesante drappo, di qualche tonalità più chiara del resto degli indumenti, che lo rendeva vagamente largo di spalle. Alle mani portava quegli stessi guanti senza dita che Marcello aveva visto indossare al pescatore che gli aveva indicato l’Helseggen. In ogni caso, Marcello si stupì di essere riuscito a registrare tutti quei dati circa l’abbigliamento trasandato dell’uomo smilzo e spilungone, dal momento in cui la cosa in assoluto più peculiare era la faccia: il viso, allungato e scarno, era scavato – scarnificato – sulla destra, dove emergeva l’osso zigomatico. La parte sinistra del viso, invece, era messa di gran lunga peggio: rinsecchita e scurita, come ustionata, la pelle si fermava sotto l’occhio; da lì in su, si vedeva il teschio – color osso ingrigito – dal cranio visibilmente infossato, cosparso di crepe, come se qualcosa lo avesse colpito forte. Sulla testa, i capelli erano ispidi e biondo cenere, e ricoprivano solamente la parte centrale e destra. Della stessa pigmentazione dei capelli era la barba, folta e irsuta, che arrivava fino al petto e lasciava appena vedere due labbra grosse, spaccate e maciullate dal freddo intenso. All’orecchio destro – il sinistro era ridotto a un coagulato grumetto di croste scure – ciondolava un orecchino che, in realtà, non era un orecchino. Si trattava del bulbo oculare sinistro, mancante dalla sua originaria postazione che adesso era nient’altro che la vuota voragine della cavità orbitale. L’occhio destro, che stava al posto di sua competenza, era uguale all’occhio-orecchino: la sclera gialla – dalla quale emanava una sorta di alone spettrale – mentre iride e pupilla erano un tutt’uno, un nero solido e compatto. Le labbra tormentate si allargarono in un sorriso – forse per il modo interdetto e scombussolato in cui Marcello lo aveva esaminato –, mettendo in mostra denti marroni e marcescenti. «Eh sì, è proprio così! Il nostro nuovo mozzo si è svegliato!»
«Nuovo mozzo?», chiese, impulsivamente, Marcello, sinceramente sconcertato. Udire la sua stessa voce gli fu d’aiuto: contribuì a conferirgli quel senso di realtà che, in piccolissima parte, mitigò il forte spiazzamento derivante dalla situazione in cui si trovava.
«Preferiresti “nuovo non-morto”?», lo interrogò l’altro, osservandolo con i suoi occhi gialli e neri; quello sfoggiato a mo’ di orecchino pareva così vivo… scrutante. «Oppure, forse, neo-membro della Gloriosa Flotta degli Psicopompi?» Si fece una roca, raschiante e catarrosa risata, accompagnato da tutti quelli che li circondavano. Già: tutti quelli che li circondavano. Finora, silenziosi e nascosti come ombre di notte, Marcello non aveva notato gli altri: centinaia di uomini rannicchiati lungo i fianchi della nave, impegnati a vogare a un ritmo forsennato. «Così suona meglio, questo è indubbio, ma sai qual è la verità? Possiamo indorare la pillola come meglio crediamo, la verità è e rimarrà sempre la stessa.»
«E quale sarebbe?» Marcello, in fondo, stava cominciando a capire. Ma era davvero possibile, tutto ciò? Era morto e quella nave lo stava traghettando verso l’oltretomba? «E chi sei, tu?»
«Io sono il Capitano di questa nave, la Naglfar
Oh, ma certo. Marcello stava capendo e, grosso modo, le cose potevano pure quadrare, ma… lo stesso: rimaneva tutto dannatamente irreale. «Avevo già capito che tu sei il Capitano… ma chi sei, esattamente?»
Il Cap si strinse in quelle spalle rese ingiustamente larghe e alte dal drappo steso di sopra e che adesso veleggiava e, per un assurdo istante, Marcello si domandò se non fosse proprio quella sorta di cappa a fungere da vela per la Naglfar. «Oh, non che sia particolarmente importante… Ma immagino che per te faccia un’enorme differenza: di là avete la morbosa necessità di dare un nome a qualunque cosa, no?» Marcello non aveva intenzione di rispondere e, comunque, il Cap non gli avrebbe dato il tempo di farlo. «Non importa se mi chiami Anubi, Caronte, Morrigan, Ankou, Baron Samedi o Shinigami, mozzo: io mi occupo di raccogliervi quando arrivate.»
«Allora sono morto?»
«Non proprio, non ancora: tu sei come me, come tutti noi, qui sulla Naglfar», rispose il Cap. «Proveniamo da un’altra dimensione e, io e tu, dallo stesso pianeta.» Vi fu un secondo, soltanto uno, di sospensione silenziosa e, inconsciamente, Marcello cominciò a formulare tutte le ipotesi del caso. Come, per esempio, quella secondo la quale il Cap provava nostalgia nei confronti della vita terrena. «Abbiamo varcato la soglia anzitempo: quella dimensione pullula di varchi comunicanti con questa dimensione qua, e delle volte ci si finisce dentro senza nemmeno rendersene conto.» Si grattò la barba. «A giudicare dal punto in cui ti abbiamo recuperato, hai varcato lo stesso antro dimensionale dentro al quale finii io stesso, tanti anni fa…» Un’altra breve pausa. Eri un marinaio delle Lofoten, suppose Marcello. «Intrappolati in questa dimensione, siamo soggetti a un costante processo di corruzione, poiché non abbiamo seguito l’iter corretto. E per evitare di disgregarci nel nulla, siamo costretti a compiere questo lavoro di trasporto per accogliere i nuovi arrivi.»
Marcello aggrottò la fronte. «In che modo questo lavoro dovrebbe contrastare la vostra… decomposizione?»
«Tutti quelli che compiono il passaggio sono inevitabilmente legati alla rispettiva dimensione d’appartenenza: la loro anima possiede un alone luminoso che, come una scia, come un filo, conduce all’altra dimensione e della quale noi ci nutriamo per evitare il decadimento, e aiutare il defunto a liberarsi da quel legame ormai inutile e che potrebbe interferire con l’ordine dello spazio-tempo.» Gli occhi del Cap, gialli come fari anabbaglianti, lampeggiarono un paio di volte, intensi come fari abbaglianti. Osservò Marcello che si guardava, girando attorno a sé stesso, poi eruppe in una corpulenta risata, difficilmente collegabile a un uomo dal corpo tanto magro, quasi scheletrico. «Tu non puoi vederla, la tua scia vitale, mozzo! I tuoi sensi sono tuttora ancorati all’altra dimensione e riesci a vedere soltanto ciò che la tua mente è in grado di elaborare, secondo una vastissima serie di parametri.»
Però, per essere stato un umile pescatore norvegese, possiede una proprietà di linguaggio davvero niente male, pensò Marcello, spaesato dalla grottesca stranezza della situazione. «E… vi siete già nutriti della mia… striscia vitale?»
«Non ancora.» Lo disse in tono deluso; poi si mosse, lesto, in avanti, fino a raggiungere Marcello, i cui occhi furono intrappolati dallo sguardo giallo e asimmetrico del Cap. «Per molti versi sei come noi, come i membri di questa ciurma, mio caro mozzo. Però… hai qualcosa di diverso, sia da noi che da quelli che accompagniamo. E ne abbiamo accompagnati tanti
Capitan Howdy, pensò distrattamente Marcello, vedendo quell’occhio giallo infossato nell’orbita oculare e l’altra orbita vuota e nera come un pozzo senza fondo. Si chiese perché diavolo gli venissero certi pensieri stupidi, in un simile contesto, e ancora non seppe darsi risposta. Aveva, però, un’altra domanda: «Cosa ho di diverso?»
«Vedi, mozzo, in genere il nostro compito si limita a traghettare le anime dal punto d’arrivo alla galassia d’appartenenza e, quindi, di destinazione, che varia a seconda del genere cui fa parte il defunto.» Piantò un indice sul petto di Marcello, proprio sullo sterno. «Tu sei un essere umano: la stringa della vita fa risalire al tuo passato e, quindi, al pianeta Terra. Perciò io dovrei condurti alla Galassia Umana, se tu fossi morto. Ma tu non lo sei, non del tutto. Sei, appunto, come me e la mia ciurma. Tuttavia… la tua stringa vitale non è limitata al passato ma è protesa in avanti, e conduce a un pianeta ben preciso di questa dimensione.»
«Un attimo, un attimo…» Marcello sentì tutto girare attorno a sé, come se un Maelström gli si fosse scatenato tra gli sconfinati spazi della mente, fino a fargli perdere qualunque orientamento. «Galassie? Pianeti? Stringhe? Dove… dove sono finito? Io non riesco a…»
«Perché non dai un’occhiata tu stesso, mozzo?», gli chiese il Cap, con fare furbesco, un sorriso storto. «Guarda il cielo e guarda ciò che circonda la Naglfar! Su, fa’ pure, mozzo! Guarda, guarda!»
Mentre Marcello, confuso e spaventato, continuava a guardare il Cap, un coro di voci, con fare sinistro, si levò dai lati della nave: «Guarda! Guarda! Guarda!»
Allora Marcello spostò lo sguardo al cielo e vide.
Un nero fitto, più delle iridi del Cap e più del buco del Maelström, trapuntato di meravigliose e sfolgoranti stelle; alcune più vicine, che ardevano e si muovevano a rilento, e altre più distanti, che brillavano e sfavillavano come giganteschi diamanti di inestimabile valore. E poi stelle solitarie, binarie, e in gruppi ordinati secondo forme precise: delle galassie! E…
Marcello barcollò, si spinse sulla sinistra, in una corsa arrancante, fino ad accasciarsi sul parapetto della nave (You’re my wonderwall…), mentre, davanti e dietro di lui, remavano esseri dai connotati decisamente non umani, ma sui quali si impose di non focalizzarsi, Marcello si sporse per guardare. Quello spettacolo – Sono nel bel mezzo dell’universo e respiro, parlo e penso normalmente, come se niente fosse, come se fosse perfettamente normale, come se… – di stelle e pianeti e galassie si estendeva a perdita d’occhio. Ma c’erano anche altre cose, non luminose come gli astri che adornavano quella infinita tela nera. Marcello, provando a indovinarne le sagome, azzardò che si trattasse di altre navi, come la Naglfar. E c’erano pure delle forme che gli ricordavano… oddio, pesci giganteschi, immensi, mostruosi…
Fu la seconda volta che Marcello perse i sensi.
 
 
Risvegliatosi, sussultò violentemente, ritrovandosi a tu per tu con lo sguardo spettrale del Cap. Alla sua reazione, quest’ultimo – manco a dirlo – deflagrò in sonore e roboanti risate.
«Siamo giunti a destinazione, mozzo!», gracchiò, come farebbe un gigantesco corvo, se i corvi fossero giganteschi e avessero facoltà di parola. Quasi senza fiato, Marcello se ne accorse soltanto in quel momento: In che razza di lingua abbiamo comunicato? «La tua stringa del destino porta proprio qui, su questo pianeta. Non ci siamo mai imbattuti in qualcosa del genere, in qualcuno come te, per cui attenderemo gli sviluppi della tua vicenda e poi decideremo cosa fare.» Gli assestò due pacche sulla spalla sinistra. «Comunque sia – non so se tu lo senti ma io lo vedo perfettamente –, la tua decomposizione fisica è già iniziata: la tua pelle comincia a seccarsi e squamarsi. Alla fine non ti resterà altro da fare se non unirti a noi! Buon divertimento, pertanto: goditela finché puoi!»
Rimessosi in posizione eretta, Marcello vide che la parte centrale della NaglfarÈ immensa! Non riesco a scorgerne né la prua né la poppa!, pensò stupefatto, guardando da babordo a tribordo e ritorno – era stata aperta e, da essa, era stata calata una lunga scalinata che conduceva a una superficie morbida, verdeggiante, erbosa e piena di alberi.
Il senso della realtà era ormai andato completamente a farsi benedire, sommerso e surclassato da quello dell’irrealtà, al punto che la smise di porsi interrogativi ai quali, già lo sapeva, non avrebbe saputo trovare responsi. Marcello si risolse a terminare la scalinata e, una volta poggiati i piedi su quell’erba fresca e odorosa, si voltò a guardare gli scalini ritrarsi e il fianco della Naglfar richiudersi. Il Cap lo salutò teatralmente, sogghignando, in un congedo che significava: “Ci vedremo molto presto.”
L’ultima cosa che Marcello colse della nave – a parte il fatto che, pure da fuori, faticava a coglierne le dimensioni totali in un’unica occhiata –, prima che questa abbandonasse il terreno e si risollevasse nella sua navigazione volante, furono i poderosi cannoni incastonati nel legno.
I pesci, si disse. I cannoni servono per i pesci…
 
Dagli arbusti pendevano, tra i rami e le foglie, frutti dall’aspetto squisito. A un livello più alto, oltre gli alberi, Marcello riusciva a scorgere alture rocciose e collinari, in un orizzonte rischiarato da una stella molto luminosa ma non particolarmente calda. Il cielo era di un azzurro limpidissimo. Riportando lo sguardo in basso vide diversi sentieri che si facevano spazio tra il fitto, verde splendente, degli alberi. Si udiva un lieve sciabordio – segno che, da qualche parte, scorreva almeno un corso d’acqua – nonché armoniosi canti d’uccelli e il rilassante frinire di insetti.
Il fruscio dietro di lui lo fece sussultare; si voltò, pensando all’orribile faccia scarnificata del Cap e a quei mastodontici mostri-pesce, simili a colossali murene, e al nero totale dell’occhio del Maelström e…
Se non avesse sorriso, Marcello avrebbe pensato a un sogno, al frutto della sua immaginazione, all’assurdo scherzo di un sosia o al malefico piano architettato da un clone. Ma lei aveva sorriso e niente di tutto ciò avrebbe potuto replicare quel sorriso. In quel sorriso c’era Dio. Marcello rimase di sasso, fulminato come la prima volta che l’aveva vista a Zaandam, in Olanda. Mari era più bella che mai: i capelli biondi erano più rilucenti e più lunghi di quanto lui ricordasse, gli occhi verdi più brillanti – non erano smeraldini, non più, bensì smeraldi veri e propri. Indossava una lunga veste bianca smanicata e, sorridendo, teneva in braccio un bambino di pochi mesi. «Ciao, amore.» Marcello avrebbe riconosciuto quella voce tra un miliardo che avessero parlato tutte in coro. Era la sua. Era la voce di Mari. La donna sollevò leggermente il bambino e gli posò un bacetto sulla testa. «Lui è Magnus. Nostro figlio.»
Marcello rimase a bocca aperta. Come poteva essere vero? Come poteva credere a tutto ciò che era accaduto e che stava accadendo? In fondo, il suo io non poteva negare di trovare una specie di filo conduttore, che collegava logicamente l’insieme di scene vissute in quella parte della realtà. Eppure molte cose rimanevano oscure: l’inspiegabile innalzamento del pennone acquatico del Maelström; il discorso del Cap sulla linea della vita, che si dipanava tra passato e futuro, e che lui non riusciva a vedere; navi che solcavano gli sterminati spazi dell’universo invece che la superficie dell’oceano; la presenza di murene mostruosamente grandi; suo figlio, che era morto insieme a Mari – dentro di lei –, era vivo e vegeto.
«So che è difficile capirlo», riprese a parlare Mari. «Lo è anche per me, sono riuscita ad afferrare poche cose, il resto è un mistero.»
«Il gorgo del Maelström… la linea della vita che mi ha condotto qui, su questo pianeta… Sei stata tu? Sei stata tu a portarmi qui?»
«Sì e no», rispose Mari; parlavano in olandese, fece caso Marcello, e non quello strano e paradossalmente comprensibile idioma usato con il Cap. «Per una qualche ragione ci sono dei varchi comunicanti tra questa dimensione e la nostra. Percepivo i tuoi sentimenti, Marcello, chiari e distinti come fossi stato qui con me… ma soprattutto sentivo il tuo dolore.» Strinse più forte, a sé, Magnus. Il bimbo guardava Marcello con occhi spalancati e sorrideva, allungando le manine verso di lui, come per volerlo toccare. «A un certo punto ti ho sentito vicino, vicinissimo… e devo dire che, dopo quel periodo buio e freddo nel quale temevo che ti avrei perso per sempre, è stata manna dal cielo. Da lì ho capito che dovevi trovarti nei paraggi di uno di quei varchi e… insomma, penso sia stato il nostro amore a farci ricongiungere.»
Marcello rimase fermo a guardare Mari, poi abbassò lo sguardo su Magnus. Il piccolo mosse le braccine più freneticamente, emettendo un mugolio che voleva attirare la sua attenzione. Marcello gli rivolse un sorriso di tenerezza e il bimbo rise gaiamente. «Anche per me è stato come se ti avessi avuta sempre al mio fianco. Potevo sentire il tuo calore dentro di me e… forse è stato proprio così: forse nessuno di noi si è mai perso. È vero, ho rischiato di mandare tutto alla malora, ma ne sono uscito… grazie a Dio… e grazie a te
«Non voglio che vi siano altri periodi bui come quello», disse Mari, con voce dolce, priva d’ogni severità. «Per questo ti ho fatto venire qui. Per farti vedere che io e Magnus stiamo bene, che qui è meraviglioso.»
«Qui, già… che posto è?»
«Non lo vedi?», chiese Mari, porgendo Magnus a Marcello. «Il Paradiso dev’essere fatto da ciò che abbiamo più amato nell’altra vita: nel mio caso, nostro figlio e la natura.»
Sulle prime, Marcello fu titubante. Poi, le piccole dita salsicciose di Magnus gli sfiorarono la guancia, e allora si sciolse. Lo prese tra le sue braccia, lo cullò un po’, lo sollevò sulla sua testa e lo fissò negli occhi gaudenti. «Sei bellissimo, piccolo mio… fortunatamente hai preso da mamma e non da me.» Magnus ridacchiò simpaticamente, come se avesse capito la battuta. Marcello lo riempì di baci, poi si rivolse a Mari. «Quando sarà il mio momento, sono certo che anch’io finirò qui. Ci sei tu e c’è Magnus: siete voi, il mio Paradiso.»
Mari, che pareva sul punto di piangere, ebbe uno slancio in avanti e, tutti insieme, tutti e tre, furono uniti in un abbraccio pieno d’amore e Marcello ebbe l’impressione di udire i battiti dei loro cuori. Pulsavano all’unisono. Pensò che non gli mancava niente: con Magnus e Mari era completo.
Quando lei si discostò dall’abbraccio, ebbe un mezzo sussulto nel guardare il volto di Marcello. «Ora devi andare, amore…»
«Io…» Un potente capogiro lo colpì di punto in bianco ed ebbe la certezza che sarebbe crollato per terra come un inutile sacco di patate. Invece riuscì a rimanere in piedi. «Cosa succede?»
«Il processo di corruzione… te ne ha parlato il Cap, l’ho sentito: il suo tono di voce è leggermente alto.» Gli sorrise e Marcello si tastò la faccia, toccando pelle viscida e solchi che parevano, più che rughe, vere e proprie faglie. «Oh…»
Ci fu una rimbombante esplosione – che si riverberò tra fronde e terreno – seguita da altre due, più potenti; ogni cosa tremò. Magnus, ancora tra le braccia del padre, si agitò. Istintivamente, Marcello lo strinse a sé, per proteggerlo. «Calma, piccolo, non ti succederà niente…» Alzò lo sguardo al cielo, così come Mari, e vide qualcosa che mai avrebbe voluto vedere. «Dio…»
La perfetta tinta della volta celeste era ora sporcata da una nube di fumo grigio-nerastro, dalla forma globulare, nel mezzo della quale si dimenava un gigantesco pesce dotato di quattro tentacoli oltreché di acuminate zanne. Al fianco della murena, alla deriva, ecco la Naglfar, in avvicinamento. Da essa provenne l’inconfondibile voce del Cap: «Bastardo! Torna subito a bordo! Guarda che casino che hai combinato!»
Marcello sapeva che era giunto il momento di andare, ma non voleva saperne di allontanarsi nuovamente da Mari. Non voleva saperne di distaccarsi da Magnus, che adesso piagnucolava, stringendo la giacca a vento del padre tra le sue manine cicciottelle.
La Naglfar ancorò sulla superficie del pianeta-paradiso e il Cap si sporse verso di loro, con la sua faccia orrenda. «Muovi il culo, dannato errore vivente, aborto delle due dimensioni! Dovevo immaginarlo! I guardiani hanno fiutato qualcosa che non va e indovina un po’? Quello che non va sei tu! Quel mostro stava dirigendosi qui per eliminarti e indovina un po’? Se non fosse stato per me, questo pianeta sarebbe stato già spazzato via!»
«Perché mi hai portato qui, se immaginavi sarebbe accaduta una cosa simile?», domandò Marcello, inaspettatamente calmo. Con ritmici movimenti delle braccia, dondolava Magnus; il piagnisteo si stava placando. Per qualche secondo, il Cap tacque e, dentro di sé, Marcello intuì la verità: in fondo, il Cap aveva nostalgia della sua vita finita prematuramente e, con il barlume di umana solidarietà rimastagli, aveva sperato che a Marcello sarebbe potuto toccare un destino migliore della sua ciurma. Di colpo, con un movimento repentino e inumano, il Cap scagliò una lunga catena mezzo arrugginita che andò ad avvolgersi attorno al collo di Marcello. Il respiro gli si mozzò nei polmoni e si preoccupò unicamente di non far cadere Magnus.
«Amore!», gridò Mari, afferrandolo per la giubba.
«Tranquilla…», riuscì a dire, mettendole Magnus tra le braccia. L’aria a disposizione diminuiva, ma doveva dirlo; doveva farlo, a qualunque costo: «Vi amo… con tutto il cuore.»
«Anche noi», disse Mari, mentre Magnus riprendeva a piangere, allungando disperatamente le manine verso il padre. «Vivi la tua vita al meglio», continuò la donna, con voce incrinata dai singulti. «Noi staremo sempre insieme… e poi ci riabbracceremo qui. Ti aspettiamo.»
A quel punto, la catena si ritirò velocemente, portandosi Marcello appresso. La pressione al collo si fece così forte da indurlo a pensare che sarebbe morto lì, in quel modo, e che mai avrebbe potuto trascorrere l’eternità insieme alla sua famiglia, all’interno del loro Paradiso.
Il Cap lo afferrò per il bavero. Il suo alito, fetido e ammorbante, investì in pieno le narici di Marcello: «Abbiamo un banco di quei mostri alle calcagna! Se subiremo perdite in termini di uomini o danni alla nave a causa del tuo ritardo…» Sogghignò, quasi famelico, gli occhi fiammeggianti di giallo. «Be’, adesso sei marchiato! E quando tornerai qui, sulla mia nave – perché, stanne certo, ci tornerai –, faremo i conti!»
La stretta della catena si allentò e le palpebre di Marcello si chiusero. Prima di ricascare nel buio dell’incoscienza, scorse, alle spalle del Cap e al di là della Naglfar, il vorace brillio nello sguardo raccapricciante e privo d’intelligenza del gigantesco pesce che puntava verso di loro.
Quindi, Marcello svenne per la terza volta.
 
Spalancò gli occhi e vide il bianco.
Sono finito nella versione più classica del Paradiso, tra polveri di zucchero e nuvole batuffolose…
Si drizzò a sedere e dovette ricredersi. Si trovava nella stanza che aveva affittato, la sera prima, a Leknes, in vista della giornata successiva che prevedeva, tra l’altro, l’osservazione del Maelström.
Si alzò con una gran baraonda in testa. Gli pareva di poter sentire ancora il pianto di Magnus e il caloroso abbraccio con Mari, ma anche l’indolenzimento al collo e le minacce raschianti del Cap e gli orrendi e glaciali occhi del pesce divoratore. Insomma, un po’ tutte le conseguenze del sogno.
Allarmato dal montante senso di nausea, Marcello si affrettò a raggiungere il bagno, e si aggrappò al lavandino, evitando una miserevole caduta. Iniziò a sudare copiosamente e capì di aver bisogno, più che di vomitare, di sciacquarsi il viso con acqua gelida.
Aprì il rubinetto e, non appena sollevò la faccia, balzò all’indietro, impattando la schiena contro la parete del bagno. Colpito da un vuoto di memoria, Marcello non ricordava cosa fosse successo dopo che il Cap lo aveva tirato a bordo.
Il pesce… la murena stava avvicinandosi da dietro… stava attaccando…
Niente, non riusciva a ricordare altro.
E, mentre le sue orecchie venivano assordate dallo scroscio dell’acqua del rubinetto e dal crescente pianto di Mari e di Magnus, Marcello non riusciva a staccare gli occhi dal suo riflesso allo specchio sopra il lavandino: inequivocabili segni rossi di strangolamento sulla gola e la pelle del volto mezzo squamata.
Be’, adesso sei marchiato!

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Rubrus il 2019-01-29 11:10:31
Ricordavo - anche se non benissimo - questo racconto. Lessi quello di Poe tanti anni fa (ovviamente), ma ricordo che, caso abbastanza raro, prima m'imbattei in una versione a fumetti, poi nel testo vero e proprio. Venendo al tuo, rispetto al modello c'è una maggiore quantità di contenuti (altrimenti sarebbe stato troppo pedissequo); da un lato il protagonista ha delle motivazioni personali molto più complesse che rendono la prima parte più convincente, dall'altro la seconda ha un registro quasi - se non lovecraftiano - "cosmico". I due aspetti comunicano tra di loro nella terza parte che è più propriamente tua. Piaciuto, ciao.

90Peppe90 il 2019-01-30 10:12:01
Questo racconto ha una storia strana, eheh. Lo scrissi quando, due anni fa, mi segnalasti l'iniziativa di quel sito web per la stesura ed eventuale pubblicazione di un racconto a tema lovecraftiano. E, per carità, l'elemento-Lovecraft potrebbe anche esserci - come giustamente hai scritto tu stesso - ma ne è venuto fuori qualcosa di molto più attinente a Poe, perciò... Come spesso, se non sempre, faccio, poi, ho cercato di rimanere il più possibile fedele al mio stile e alle mie capacità. Sono affezionato a questo racconto, per tante ragioni, e attestati di stima come il tuo non possono che rendermelo, se possibile, ancora più caro! Ciao Rub, e grazie come sempre!

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Paolo Guastone il 2019-01-30 09:59:15
Non ho mai letto nemmeno Poe. Perciò ho faticato un poco a capire l'ultima parte del racconto. Ma la fatica è stata lenita dall'incedere del testo che dipinge molto bene personaggi e situazioni e dalle parole, mai messe a caso ma sempre precise e pesanti come pietre.

90Peppe90 il 2019-01-30 10:17:34
Paolo, non so se ho capito bene ma, se l'ho fatto, forse è stata la "prima" parte del racconto a risultare faticosa? (Dal prosieguo del commento mi pare di capire questo). Comunque sia mi fa un piacere immenso che, nonostante la fatica - sia essa giunta prima o dopo -, tu sia ugualmente riuscito ad arrivare fino in fondo apprezzando, per altro, storia e personaggi. Per cui, ti ringrazio doppiamente, alla prossima!

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Mauro Banfi il Moscone il 2019-02-05 20:16:00
Ricordavo questo grande racconto, Peppe, ma l'ho riletto con altrettanto piacere, e l'ho ritrovato ancor più grande...è come se Dante e Poe avessero scritto un pezzo in collaborazione, a quattro mani, basti leggere e pensare agli ingredienti: trascendenza, immaginazione scolpita con preciso raziocinio e personaggi mitologici, mitologia degli Psicopombi coniugata a una profonda umanità e alla effusione di rimedi alla sofferenza, tipo l'amore e la voglia di aprire nuove dimensioni per salvare l'amore che fugge da noi insieme al tempo; il Poe che dà una mano al Dante dentro di te mi sembra quello della discesa al Maelstrom, dove l'abisso si lascia conoscere dall'intelletto e dall'immaginazione e non quello disperato e materialista - quasi un Lovecraft ante litteram - del mitologico "Manoscritto ritrovato dentro una bottiglia": "Oh! orrore degli orrori! Il ghiaccio si apre improvvisamente a destra e a sinistra e noi giriamo vertiginosamente su immensi circoli concentrici torno torno all’orlo di un gigantesco anfiteatro, il sommo delle cui pareti si perde nelle tenebre e nella distanza. Ma poco più tempo mi è lasciato per riflettere al mio destino! I cerchi si restringono, rapidamente, c’immergiamo vertiginosamente nella stretta del vortice, e in mezzo all’urlio, allo scroscio, al tuonare dell’oceano e della tempesta, la nave trema, oh! Dio! e... affonda!..." Quel marchio sul collo ci lascia dire quello che Chesterton diceva delle sedute spiritiche" non è tanto importante che cosa verrà evocato, ma che ci sia qualcosa di là che si lascia evocare, da questo dipende la nostra redenzione"... Insomma, gran bel leggere, grande Peppe, Psicopompo di PIAF!

90Peppe90 il 2019-02-08 16:42:13
Carissimo Mauro, le tue parole mi riempiono sempre di gioia e tanta fiducia, così come lo fanno la tua amicizia e, a loro volta, le tue opere. Dici bene: "la voglia di aprire nuove dimensioni per salvare l'amore che fugge da noi insieme al tempo". Penso proprio sia il punto cruciale della storia. Abbiamo reso questo mondo un posto in cui c'è poco spazio per l'amore, un mondo fragile, e forse l'unica speranza è - se non quella di riuscire a riparare tutto questo - sperare in, o cercare, una dimensione in cui possiamo vivere nell'amore.

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Massimo Bianco il 2019-02-07 22:44:10
Ricordavo questo racconto come uno dei tuoi più riusciti e creativi e, riletto, confermo la giustezza del ricordo. Come credo di averti già detto in passato: a una seconda parte molto creativa, molto inventiva, degno omaggio a Edgar Allan Poe, si contrappone una prima parte più normale, ma che rappresenta una perfetta introduzione al cuore dell'opera. Come penso tu sappia non amo i sentimentalismi in letteratura, ma qui ci stanno bene tutti, a mio perere, perchè hanno un loro perchè. Questo racconto non poteva e doveva mancare, qui su Piaf. Ciao. Ah, direi che è saprita un'immagine. Ciao bis.

90Peppe90 il 2019-02-09 19:39:06
Sì, ricordo il tuo commento (quando Neteditor è stato chiuso, per altro, mi sono premurato di salvare le mie pubblicazioni con annessi commenti), Massimo e ti garantisco che le tue parole odierne lo rispecchiano pressoché interamente. Conosco la tua avversione ai sentimentalismi letterari (che spesso evito volentieri anch'io) e, perciò, se un lettore come te li reputa adatti alla storia e non stucchevoli è una grande soddisfazione. Grazie per la (ri)lettura e il (ri)commento, caro Max, alla prossima!

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