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Ritorno ad Avalon

"PUNTO E A CAPO" Racconto Narrativa non di genere

di Vecchio Mara

pubblicato il 2019-01-23 10:46:59


Ritorno ad Avalon

 

«Durerà fino a stasera?» chiese preoccupato Ruggero, osservando l’ago infilato in vena.

«Uhm», fece Il dottor Arrigoni, scuotendo il capo, mentre iniettava lentamente la morfina contenuta nella siringa.

«Ti prego, caro, rinuncia a questa follia», s’intromise con tono supplichevole sua moglie, Marisa.

«No!» esclamò lapidario Ruggero, gettando lo sguardo malinconico oltre l’ampia portafinestra.

«Oggi stai troppo male, non ce la puoi fare… Aspetta almeno qualche giorno», insistette Marisa.

Ruggero attese che il dottore, dopo aver estratto l’ago dalla vena, terminasse di applicare un cerotto sopra il batufolo di cotone. «Lo sai benissimo che tra qualche giorno starò anche peggio…» replicò calmo, srotolando la manica della camicia. Poi, mentre abbottonava il polsino, chiosò con tono fatalista: «Se non sarò già morto!»

Lo sguardo agghiacciato di Marisa incrociò quello rassegnato del dottore: entrambi consci che l’ineluttabile fosse ormai prossimo non se la sentirono di insistere oltre.

Ruggero si alzò a fatica dalla poltrona, appoggiandosi al bastone si avvicinò alla portafinestra, sospirò e indicando un punto del giardino, fece una lugubre previsione: «Me ne andrò prima che il ciliegio sia completamente spoglio».

Marisa, singhiozzando, lasciò la stanza.

«Non si vuole rassegnare», commentò Ruggero, seguendola con lo sguardo. Poi si rivolse al dottore: «Mi serve perlomeno mezza giornata di tregua… Deve darmi qualcosa da usare quando il dolore tornerà a farsi insopportabile».

Il dottore trasse dalla valigetta una scatola, la aprì e mostrando una delle sei fialette all’interno, gli spiegò che: «Quando non potrà più resistere, apra una di queste e l’appoggi sotto la lingua… Il loro effetto dovrebbe, se non farlo cessare, perlomeno rendere il dolore sopportabile». Poi rimise la fiala all’interno della scatola, la richiuse e porgendola a Ruggero concluse: «Se l’effetto dell’antidolorifico dovesse cessare, dovrà comunque attendere almeno due ore dalla somministrazione, prima di prenderne un’altra dose».

Ruggero rigirò la scatola tra le mani. «Cercherò di ricordarmelo», disse. Poi allungò la mano destra. «Addio, dottore!» esclamò, salutandolo.

«Arrivederci, a domani», replicò sicuro il dottore, stringendogli la mano.

Ruggero volse lo sguardo al giardino e attese che il dottore fosse uscito. «Del doman non v’è certezza», sussurrò, rammentando, insieme a un verso della Canzona di Bacco composta da Lorenzo de’ Medici, gli anni suoi migliori.

 

«Ciao papà. Antonio ha portato la macchina davanti all’ingresso», lo informò suo figlio, reggendo il cappotto.

«Grazie, Luca», si limitò a dire Ruggero, mentre infilava le braccia nelle maniche. Poi prese il bastone e, deambulando lentamente, s’incamminò in silenzio verso l’ingresso.

Lanciò un rapido sguardo al cielo lattiginoso. “Speriamo che si dissolva”, pensò, osservando gli alberi del parco perdersi nella nebbia. «Addio, Luca!» esclamò, avviandosi verso l’Audi A8 nera.

«Ciao papà… a stasera», replicò lui in tono commosso, seguendolo con sguardo amorevole.

 

«Buona giornata, signor Ruggero!» esclamò Antonio, l’autista, aprendogli la portiera posteriore.

«Da come si presenta… non mi pare mica tanto buona», commentò in tono ironico, mentre si accomodava all’interno.

Antonio sorrise. «Vedrà che da qui a un’ora il sole scaccerà la nebbia», ribatté, chiudendo la portiera.

Mentre la macchina percorreva lentamente il viale in ghiaietto che, attraversando l’ampio parco della villa, conduceva sulla strada comunale, Ruggero osservava silente e malinconico le foglie rugginose che coprivano l’erba alla base degli alberi. «Quanto tempo pensi d’impiegare per giungere a destinazione?» chiese improvvisamente, scuotendosi dal torpore.

Antonio gettò una rapida occhiata allo schermo del navigatore. «Secondo lui, due ore…» rispose, indicandolo. Aggiungendo subito dopo: «Secondo me, calcolando l’incaglio della nebbia… almeno una ventina di minuti in più».

«Dovremmo essere là prima delle dieci, perfetto!» tirò le somme Ruggero con fare soddisfatto, picchiettando con l’indice sul vetro del Rolex che portava al polso.

“Chissà come saranno cambiati… se ci saranno ancora”, pensò poi, immalinconendosi, guardando la nebbia che pareva voler fagocitare anche l’automobile.

«Stanotte non ho chiuso occhio», disse, levandosi gli occhiali. Li appoggiò sul sedile alla sua sinistra e, mentre chiudeva gli occhi, concluse, rivolgendosi all’autista: «Intanto che la morfina sta facendo il suo lavoro, provo a riposare… Svegliami prima di arrivare in paese».

«Come desidera, signor Ruggero», rispose lui preoccupato, osservando dallo specchietto retrovisore il volto emaciato, segnato dal male che stava divorando il fisico dell’uomo che, vent’anni prima, con una vigorosa stretta di mano lo aveva assunto come autista.  

 

Aveva sedici anni quando, con la morte nel cuore, Ruggero Santoni si era visto costretto dagli eventi a lasciare il paese natio.

L’offerta di una brillante carriera come direttore generale di una grande cartiera, aveva fatto sì che il padre traslocasse con l’intera famiglia, dalla Lombardia al Piemonte.

Più di quarantacinque anni erano trascorsi da quando, in lacrime, aveva salutato amici e compagni di scuola prima di andarsene, promettendo loro che un giorno sarebbe tornato per non andarsene più. Ed ora, seppur per poche ore, si apprestava a mantenere la promessa.

 

«Signor Ruggero», chiamò, usando un tono basso, guardandolo dallo specchietto retrovisore.

«Siamo arrivati?» chiese lui, aprendo gli occhi.

«Sì. Ecco lì il cartello con il nome del paese», rispose, indicandolo.

Ruggero inforcò gli occhiali e, sporgendosi in avanti, lanciò lo sguardo lungo la strada. «Bene, la nebbia si è dissolta», commentò, guardando il sole fendere la leggera foschia.

«Ma come si può piazzare un cavalcavia proprio qui? hanno deturpato un’opera d’arte!» sbottò, impattando con lo sguardo contro il cavalcavia della nuova circonvallazione che, attraversando la provinciale, segava lo stupendo skyline del paese.

«Esigenze di viabilità…» cominciò a dire in un sospiro Antonio, e dopo essere transitato sotto il cavalcavia, ora che lo skyline era visibile nella sua interezza, concluse, «contano più di un’artistica visione.»

Ruggero, volgendo lo sguardo commosso alla sua sinistra, vide la cupola della basilica e l’agile campanile di mattoni rossi sopra cui svettava, a sessanta metri dal suolo, la statua del Santo patrono.

Guardando alla sua destra gli occhi si fecero liquidi di gioia: I bastioni merlati del possente castello si confrontavano con le cupole della basilica, mentre il possente e massiccio maschio, alto trenta metri, si contrapponeva all’eterea figura del campanile che pareva perdersi nel cielo.

I due potenti manufatti erano la rappresentazione visiva e simbolica di due poteri contrapposti che nel corso dei secoli plasmarono la nostra civiltà.

«Non entrare in paese, prendi a sinistra!» ordinò Ruggero, indicando la vecchia circonvallazione.

L’autista, annuendo, s’immise nella rotonda e prese l’uscita indicata da Ruggero.

 

Mentre l’automobile percorreva lentamente la vecchia provinciale, retrocessa ad ampio viale periferico del paese, Ruggero osservava le case ai lati della via. “Un tempo qui c’erano solo campi coltivati”, pensò, riflettendo sui cambiamenti epocali intercorsi dall’ultima volta che aveva calcato l’asfalto della vecchia circonvallazione: ben quarantaquattro anni prima.

«Antonio! Accosta lì!» esclamò improvvisamente, indicando all’autista il parapetto in mattoni del vecchio ponte ad arco: risalente al ventennio fascista.

Antonio accostò, scese dalla macchina e, dopo aver aperto la portiera, aiutò Ruggero a fare altrettanto.

I due si accostarono al parapetto. «Perfettamente conservato, manco l’avessero finito l’altro ieri!» esclamò meravigliato Antonio, indicando le mura e le torri del castello che, dall’alto della riva, parevano voler tuffarsi nel fiume.

Ruggero indicò con il bastone un sentiero che scendendo dall’argine terminava la sua corsa dentro una spiaggetta ghiaiosa. «C’è un passaggio, noto a pochi, che tramite il sentiero collega il castello alla spiaggia», esordì. Poi, tacendosi mentre abbassava il bastone, si rivide bambino tuffarsi nel fiume e concluse: «D’estate, con tre amici, passando dal cortile del castello scendevamo da lì per fare il bagno».

Antonio si sporse dal parapetto e gettò un’occhiata all’acqua che scorreva sotto il ponte. «Uhm, non mi pare tanto limpida», fece, ritraendosi subitamente. «Ma una piscina pubblica, non c’era in paese?» gli chiese, tornando a guardare il castello.

«Sì che c’era. Ma a parte il costo del biglietto per noi sempre troppo caro, traboccava di gente. Nelle giornate calde era pressoché impossibile nuotare… immergersi in quel carnaio, era come infilarsi in una vagone della metropolitana nell’ora di punta», rispose Ruggero, trascinando al riso l’autista grazie all’ardito paragone.

«Comunque, all’epoca l’acqua del fiume era limpidissima… Noi la bevevamo pure. E poi...» inspirò, indicò nuovamente il castello e proseguì, «noi eravamo i nobili cavalieri di Camelot! Non potevamo certo bagnarci dove s’immergevano i nostri sudditi.»

L’autista lo osservava stranito, mentre lui, indicando il fiume, concludeva con enfasi: «Solo al re e alla sua corte, la Dama del lago concesse di nuotare nelle magiche, rigeneranti acque».

«Se ho ben compreso, giocando vi immedesimavate nei personaggi della tavola rotonda», osservò Antonio, sorridendo.

«No!» l’esclamazione perentoria di Ruggero lo fece trasalire. «Non fu un gioco… fu molto di più… e come ogni saga che si rispetti… si concluse tragicamente.»

«Tragicamente… in che modo?» provò a chiedergli, tentennando, Antonio.

Ruggero sorrise. «Con la fine dell’infanzia e dei giochi spensierati», rispose.

L’autista sospirò. «Come per ognuno di noi», disse. E dopo una breve riflessione, gli domandò: «Lei chi era… re Artù?»

«No! Lancillotto», rispose ridendo, sguainando il bastone.

«C’era pure la poco fedele Ginevra?» chiese ancora, ironicamente, l’autista.

Ruggero si fece serio. «Eravamo in quattro… tre maschi e una femminuccia», rammentò, guardando lontano. «Roberta era Ginevra, contesa da me… Lancillotto e da Osvaldo… Artù. Poi c’era Rino… timidissimo; al quale, con la cattiveria tipica dei bambini, affibbiammo il ruolo del traditore, Mordred.» Si tacque un attimo, giusto il tempo per indicare con il solito bastone un isolotto in mezzo al fiume, colonizzato da robinie che l’autunno aveva ormai spogliato. «I luoghi della leggenda son tutti qui… anche Avalon.»

«Ma c’è qualcuno che ci osserva, là!» esclamò impaurito, indicando le robinie.

L’autista seguì con lo sguardo dove indicava il bastone. «Ma nooo», fece, sorridendo. «E’ solo un uccello che si è posato tra i rami di quell’albero», lo rassicurò, indicandolo.

«Non sono cieco, quello lo avevo visto prima di te!» sbottò Ruggero. Poi si girò e avviandosi verso la macchina esclamò: «Andiamo!»

 

«Ecco… prendi a destra, poi sempre dritto», diceva Ruggero.

L’autista sterzò e immise la vettura in una via a senso unico, lunga e stretta.

“Tutto nuovo e colorato”, pensò Ruggero, osservando le nuove e luminose costruzioni che avevano preso il posto delle insalubri catapecchie incombenti ai lati della strada.

Dopo aver percorso in tutta la sua lunghezza il liscio asfalto della via, il silente rotolare degli pneumatici, avanzando sui cubetti di porfido della piazza, mutò in rombo sommesso. Ecco, qui è come se il tempo si fosse fermato, aspettando il mio ritorno”, pensò ancora Ruggero.

Vagando con lo sguardo all’intorno, rimembrando si rivide correre, insieme ai suoi amici, sul sagrato della basilica e, dopo aver attraversato la piazza, sparire dentro il cortile del castello.

«Parcheggia lì!» ordinò allora, indicando gli spazi dedicati davanti al porticato del “Caffè St. George”.

«Molto british», commentò Antonio.

«Solo l’insegna… solo l’insegna», replicò un sorridente Ruggero. Spiegandogli che: «Uno dei fratelli Anselmi aveva studiato in Inghilterra; così, per farlo sapere “urbi et orbi”, quando presero in gestione il locale mutarono l’italianissimo San Giorgio, con il, per loro, più attraente e conosciuto idioma anglosassone».

«Personaggi originali, direi», fece l’autista, spegnendo il motore.

«Originali o no, lo sapevano fare il loro mestiere», replicò Ruggero. Poi chiese ad Antonio: «Ti va un buon caffè?»

«Come no!» esclamò allegro. Scese velocemente dalla macchina e si precipitò ad aprire la portiera posteriore. «Non vedo l’ora di conoscere i mitici fratelli british», concluse ironicamente, richiudendola dopo aver fatto scendere Ruggero.

«Beh… credo che ti dovrai accontentare di quella!» fece lui, indicando l’insegna con il bastone. Aggiungendo con un filo di macabra ironia: «Avevano più sessant’anni, all’epoca. Mi sa che se li vuoi rivedere, li dovrai cercare tra le tombe del cimitero… Ma mica sono sicuro che li potrai trovare, eh? Quei due, per non tradire il loro modo d’essere pure nell’aldilà, sono pure capaci di essersi fatti tumulare nella “Perfida Albione”».

Antonio sorrise e seguì Ruggero, osservandolo con apprensione mentre, appoggiando il bastone, saliva con circospezione i due gradini di granito che portavano sotto l’ampio porticato, dove erano sistemati tavoli e sedie all’esterno del locale.

«Meglio entrare, fa freddo qua fuori», disse Ruggero, dopo aver lanciato una rapida occhiata a tre giovani avventori ben coperti seduti attorno ad un tavolo.

Una volta all’interno, Ruggero volse lo sguardo all’intorno. “Tutto nuovo e minimale”, pensò, osservando il luminoso arredamento moderno in rovere sbiancato, che aveva preso il posto del cupo stile sacrestia in noce scuro.

Indicò con il bastone un tavolino nell’angolo, dove lo sguardo poteva spaziare per tutto il locale. «Sediamoci là.»

«Cosa posso ordinare per lei?» chiese Antonio.

«Un tè verde», rispose Ruggero, accomodandosi.

Antonio annuì e si diresse al banco; mentre Ruggero, scrutando i lineamenti degli avventori all’interno del locale, cercava d’indovinare qualche volto conosciuto. “Tutte facce nuove… ma dove son finiti i vecchi, sono tutti morti?” si domandò deluso.

Improvvisamente lo sguardo cadde su una giovane donna seduta ad un tavolo accanto al banco, in compagnia di un uomo ben vestito intento a compilare dei moduli d’ordine. “Sicuramente un rappresentante di liquori o roba del genere”, pensò lui. Ma quando lei alzò lo sguardo, mettendo a fuoco il bel ovale della donna che sorridendo scambiava battute, trasalì. «Ginevra!» esclamò d’istinto, sgranando gli occhi.

“Lo stesso sorriso, gli stessi capelli… e la bocca… la bocca… ma chi è?” si chiedeva, confrontando il suo viso con quello, conservato tra i ricordi più cari, di una ragazzina di nome Roberta.

«Ciao mamma!» la voce squillante della donna e la risposta proveniente dall’ingresso del locale, soddisfecero la curiosità dell’uomo. «Ciao Alice, tutto bene?» rispose l’altra, camminando decisa verso di lei, tenendo lo sguardo fisso sul viso solare della figlia.

Ruggero osservò ammutolito la donna dai capelli argentei e il portamento nobile passargli accanto senza degnarlo di uno sguardo, lasciando dietro di se un gradevole sentore di bergamotto. Avrebbe voluto chiamarla, urlando il suo nome, ma la voce parve spegnersi in gola.

Osservando con sguardo perso le due donne ridere e conversare con il rappresentante, non si accorse che nel frattempo Antonio, dopo aver posato il tè e il caffè sul tavolo, si era seduto accanto a lui.

«Il tè si fredda, signor Ruggero», lo informò con tono gentile Antonio, dopo che ebbe sorseggiato il caffè.

Ruggero si scosse un attimo, guardò la tazza davanti a lui. «Non importa», rispose, tornando a osservare ciò che più lo interessava. “Quando ripassa la chiamo… e se invece non dovesse ripassare?” si chiedeva impaziente. “Se tra dieci minuti non si alza dal tavolo… vado io da lei”, e dopo aver concluso la riflessione, si decise a sorseggiare il suo tè… tiepido.

 

Trascorsi cinque minuti, Roberta, dopo aver salutato la figlia e il rappresentante, si apprestò ad uscire dal caffè.

Questa volta, camminando senza fretta, guardandosi intorno salutava gli avventori seduti ai tavoli, regalando ad ognuno l’accenno di un sorriso.

«Buona giornata.» La voce flautata e il sorriso aperto, stimolarono la replica scontata di Antonio: «Buona giornata anche a lei, signora». E quella dal finale meno scontato di Ruggero: «Buona giornata… Ginevra!»

Roberta trasalì e, arrestando lo sguardo sul volto emaciato di lui, si domandò chi fosse quello sconosciuto che pareva conoscere il suo adolescenziale vissuto.

«Ginevra, non è il mio nome…» esordì, facendosi seria, «forse mi sta confondendo con qualcuno che mi assomiglia.»

«No. Conobbi una sola Ginevra degna d’esser contesa dal re e dal suo miglior cavaliere… E quella… fosti tu… Roberta», replicò, perdendosi nei suoi grandi occhi chiari.

«Ma chi sei tu?» gli chiese, seccata dal melenso modo di porsi dell’uomo.

«Le ingiurie del tempo devono aver infierito pesantemente sul mio volto, se non riesci a leggere oltre l’apparente», rispose Ruggero, mentre Antonio lo osservava allibito, chiedendosi dove cavolo volesse andare a parare, esprimendosi come un libro stampato.

Ruggero, forse per far colpo o più probabilmente per l’emozione, rimembrando gli studi classici aveva messo su un linguaggio… chiamiamolo “simil-aulico”.

«No!?» fece lei, scostando una sedia per accomodarsi di fronte all’uomo misterioso. Poi, sgranando gli occhi s’illuminò. «Non ci posso credere… tu sei…»

«Lancillotto», esclamò prontamente lui, anticipando la conclusione di Roberta.

«Dio mio, Ruggero… quanti anni sono passati?» domandò commuovendosi, stringendo le mani scarne dell’uomo tra le sue.

«Più di quaranta… Ma tu sei sempre bellissima e informissima… Mentre io…» rispose, lasciando cadere la frase.

«Tu, cosa?»

Ruggero sospirò. «Ho avuto seri problemi di salute che, come puoi vedere, hanno inciso nel fisico… e ancor più nell’aspetto.»

«Mi spiace… Ma ora, li hai superati?»

«Sono in via di risoluzione… Presto, molto presto saranno solo un ricordo», rispose, abbassando lo sguardo.

«Ruggero!» fece lei, scuotendogli le mani. E quando lui alzò lo sguardo, proseguì in tono accorato: «Dimmi la verità… come stai veramente?»

«Non ti preoccupare, sto bene… Anzi, ora che sono qui… benissimo!»

«Sei tornato per restare?»

«Nooo… Ieri ho detto a mio figlio se poteva lasciarmi l’autista per l’intera giornata, così stamattina, Antonio,» lo indicò, «è passato a prendermi e mi ha accompagnato fin qui… Rientreremo nel primo pomeriggio.»

Roberta annuì. «Bene… Ma raccontami: che hai fatto in tutti questi anni?»

«Ho studiato, lavorato, mi sono sposato e messo su una florida azienda di trasporti. Ho avuto un figlio a cui ho lasciato la guida dell’azienda… e alla fine, guardandomi allo specchio ho visto soltanto un vecchio ricco e stanco», rispose, concludendo amaramente la parabola della sua vita. Poi, indicando con lo sguardo il tavolo accanto al banco, le chiese: «E’ la tua unica figlia?»

«Sì!»

«Gestisce lei il locale?»

«Venti anni fa, quando Alice aveva dieci anni, lavoravo dietro quel banco. Quando gli eredi degli Anselmi decisero di vendere la licenza del locale, fui la prima a cui si rivolsero», iniziò a raccontarsi, indicando il banco. Sfiorò la fede che portava all’anulare sinistro, sospirò e proseguì: «Ne parlai con mio marito, che si dimostrò fin da subito entusiasta; per lui, che all’epoca era impiegato alla banca popolare di Milano, fu facile ottenere un prestito a un tasso favorevole. Il locale l’ho gestito da sola fino a cinque anni fa; poi, quando Alice terminò gli studi, cedetti a lei la licenza. I primi tre anni la seguii passo a passo consigliandola e all’occorrenza spronandola. E quando compresi che poteva cavarsela da sola, iniziai a lasciarle sempre più spazio di manovra… Ora mi limito a passare un paio di volte al giorno per un saluto».

«Tuo marito… lo conosco?»

Roberta guardò l’orologio. «Facciamo quattro passi, così mentre parliamo ti guardi un po’ in giro», fu la poco soddisfacente risposta.

Ruggero, dal tono e dallo sguardo imbrunito, comprese che avrebbe desiderato parlarne a quattr’occhi. «Stai pure comodo, aspettami qui!» ordinò ad Antonio, prima che questi, non comprendendo la situazione, lo seguisse.

 

«Scusami, ma non mi pareva il caso di risponderti davanti al tuo autista», gli disse appena furono usciti.

«L’avevo compreso. Andiamo di là» fece lui, indicando con il bastone la direzione. Poi, mentre camminavano affiancati, rinnovò la domanda: «Allora, lo conosco o no?»

«Rino!» buttò lì, abbassando lo sguardo.

«Mordred!? Non posso crederci!» esclamò allibito Ruggero, fermandosi; mentre Roberta continuava a camminare fissando la punta delle scarpe.

«Credici», fece lei, tornando indietro.

«Ma se gli abbiamo affibbiato il ruolo di traditore, da quanto ci stava antipatico… Per non parlare di come lo prendevamo in giro per il suo fisico pingue e unto.»

«Eravamo bambini, era solo un gioco… Crescendo le cose cambiano», spiegò Roberta.

«Uhm… non mi convince. Io ricordo che ci giurammo eterno amore, e che quando me ne andai eri disperata.»

«Se è per questo, pure io ricordo che mi avevi promesso di tornare da me. Ma mica lo hai fatto!», ribatté Roberta, sentendosi ingiustamente colpevolizzata.

«Già…» fece Ruggero, riprendendo a camminare. E dopo un paio di silenti passi, le chiese a bruciapelo: «L’hai mai amato, tuo marito?»

Questa volta fu Roberta ad arrestarsi. Inspirando profondamente lo fissò con sguardo puntuto, prima di ribattere acida, ribaltando il quesito: «Tu! Hai mai amato la tua dolce consorte?»

Ruggero ci pensò un attimo di troppo. E tanto bastò a farla sorridere maliziosamente. «Non l’hai mai amata, povera donna», tirò le somme, usando un tono fintamente partecipato.

«Non è così. E’ la madre di mio figlio», provò a giustificarsi Ruggero.

«Così come Rino, è padre di mia figlia», ribatté prontamente lei.

«E’ un dialogo tra sordi! lasciamo perdere che è meglio!» sbottò Ruggero, riprendendo nuovamente a camminare.

«Rino lavora ancora in banca?» le chiese dopo qualche passo in silenzio.

«Rino è morto, cinque anni fa», rispose contrita Roberta.

Ruggero rimase agghiacciato. “Ecco spiegato il mistero dei sogni ricorrenti”, pensò, guardando nel vuoto. Prima di domandarle: «Come è successo?»

«Era andato dietro il castello, sull’argine del fiume a cercare del muschio per il presepe… Dev’essere scivolato su qualche pietra bagnata ed è caduto in acqua… Ti ricordi, lui non sapeva nuotare, quando noi facevamo il bagno rimaneva sulla spiaggetta a guardarci.»

«E’ incredibile… la stessa fine di Osvaldo.»

«Ancora più incredibile, è il fatto che nemmeno il suo corpo è stato ritrovato», aggiunse Roberta.

«Devo sedermi», disse, ansimando, l’agghiacciato Ruggero.

«Vieni, mettiamoci là!» esclamò preoccupata Roberta.

«Va meglio?» gli chiese, quando si fu accomodato su una panchina in granito della piazza.

«Sto bene… sto bene» fece lui, respirando profondamente. Poi serrò le palpebre e si chiuse in una profonda riflessione.

«Ruggero…» sussurrò lei. Attese qualche attimo, poi non ottenendo risposta insistette con più decisione, scuotendolo: «Ruggero! Ruggero!»

«Ci sono, non temere…» rispose lui, aprendo finalmente gli occhi. «L’isola… i sogni… ora tutto mi è chiaro.»

«Quali sogni? Quale isola?» chiese sconcertata Roberta.

«Avalon!» rispose, illuminandosi.

«Avalon? Intendi l’isolotto in mezzo al fiume?»

«Già… quello che tu chiami “isolotto”, è la porta d’ingresso per Avalon», rispose, sconcertandola ulteriormente.

«Tu vaneggi. E’ solo un isolotto di pochi metri dove crescono robinie. Mio padre, andandoci in barca a far la legna per il camino, l’ha percorso in lungo e in largo, e non ha mai visto nessuna porta né per Avalon né tantomeno per l’inferno», provò a spiegargli, infervorandosi, Roberta.

«Se schiudi una porta ed entri dentro l’anticamera, puoi solo immaginare come sarà il resto dell’appartamento… Ma se vuoi esser certa di com’è, devi aprire anche le altre porte», replicò sempre più convinto di quel che andava affermando. Poi, prima che lei avesse il tempo di ribattere, aggiunse: «Se mi lasci spiegare dall’inizio, sono certo che dopo capirai».

Al momento Roberta, prendendolo per pazzo, pensò di piantarlo lì e andarsene per con suo. Poi la curiosità e il desiderio di comprendere la spinse ad accettare la proposta. «Ti ascolto, vai avanti!» esclamò decisa, sedendosi accanto a lui.

«Ultimamente ho avuto molto tempo per pensare…» esordì, sospirò e proseguì, «ed ho concluso che sono stato veramente felice, per un tempo troppo breve…»

«Fermati un attimo!» esclamò Roberta, interrompendolo. «So dove vuoi arrivare, e quello che ti dissi allora, te lo ripeto adesso: non fu né tua né mia la colpa di quello che accade giù al fiume quel giorno.»

«Infatti, fu di entrambi», ribatté Ruggero.

«Smettila di tormentarti! E’ stato lui a tuffarsi per raggiungere quel maledetto isolotto», lo redarguì, infervorandosi.

«Lui si tuffò per approdare ad Avalon», insistette, sommessamente, Ruggero

Roberta sbuffò. «Ripeto: quello è solo un isolotto in mezzo al fiume… Osvaldo era rimasto bambino dentro, nonostante avessimo smesso da un paio d’anni di giocare immedesimandoci nei personaggi della tavola rotonda, mi chiamava ancora Ginevra, e tu, Lancillotto. Per lui il castello e l’isolotto sarebbero rimasti per sempre “Camelot e Avalon”. Ma a quindici anni noi eravamo interessati a ben altri giochi.»

«Giochi d’amore», confermò Ruggero, accennando un malinconico sorriso.

«E’ così, noi ci amavamo. E quel giorno, quando lui scendendo silente dal sentiero ci colse a baciarci distesi sulla spiaggetta… diede di matto. E urlando: “Avete tradito la fiducia del re!” ci prese a male parole… Poi, singhiozzando ci punì dicendo: “Se Camelot muore, è solo colpa vostra… addio Ginevra… addio Lancillotto... ma se pentendovi del vostro tradimento vi sentirete pronti a chiedere perdono, il nobile Artù lascerà Avalon per riabbracciarvi”, così concluse, indicando quel maledetto isolotto. Prima di tuffarsi senza più riemergere dall’altra parte.»

Ruggero, ascoltandola, rivisse l’intera scena. «Osvaldo era cresciuto nel corpo, ma nell’animo era rimasto bambino… Non voleva, o forse non poteva rassegnarsi al tempo che corre più svelto dei sogni. Così se ne andò, tenendosi stretto al mitico personaggio che non avrebbe mai voluto abbandonare», chiosò con voce rotta Ruggero.

«E’ così… è esattamente così!» confermo Roberta, appoggiando una mano sull’avambraccio dell’amico.

«Ma da quel giorno iniziarono i miei incubi. La notte vedevo Osvaldo sull’isolotto che mi chiamava a sé…» Sospirò, poi si rivolse a Roberta: «Tu non ne hai mai avuti?»

«No!» fu la secca e lapidaria risposta.

«I miei incubi, invece, iniziarono a diluirsi quando me ne andai via da qui. E cessarono dopo l’università, quando, dopo essermi sposato, assunsi la direzione della ditta di trasporti di mio suocero… La mente concentrata ad elaborare strategie utili a far crescere l’azienda, non mi permetteva né di sognare…»

«Né di amare!» concluse lei, sorprendendolo.

Ruggero sorrise, poi, puntando lo sguardo dritto negli occhi di lei, confermò e aggiunse: «Né di amare... Altrimenti avrei piantato tutto, e sarei corso da te».

«Ti prego», sussurrò Roberta, abbassando lo sguardo.

Ruggero annuì, guardò il possente maschio del castello e proseguì: «Cinque anni fa, in un momento di fragilità fisica e spirituale, gli incubi tornarono a riproporsi. Osvaldo… o Artù, era ancora quel ragazzino fresco che abbiamo conosciuto, mentre io ero un vecchio pelle e ossa dall’incarnato terreo che, piegato dal male, saliva sulla sua barca per approdare ad Avalon… Poi, una volta messo piede sull’isola, non ero più una vecchia mummia; come d’incanto mutavo nel bambino che fui; e allora tornavo a correre e giocare felice insieme a lui, che rincorrendomi allegro profetizzava: “Giorno verrà, in cui tutti ci ritroveremo a rincorrerci felici, tra le foreste e le brughiere di Avalon!” E così, quello che era iniziato come un incubo, sfumava dentro uno stupendo sogno, dal quale mi risvegliavo sereno ed appagato».

Roberta, dopo averlo ascoltato estasiata, gli chiese: «Quand’è l’ultima volta che hai sognato Avalon?»

«Ieri sera», fece appena in tempo a rispondere prima che una fitta gli tagliasse il respiro. “L’effetto della morfina sta finendo, presto il male tornerà a sbranarmi dentro… Ma stavolta non gli lascerò il tempo di farlo”, pensava, serrando la mascella.

«Cos’hai, stai male?» gli chiese spaventata Roberta, notando la smorfia di dolore che gli attraversava il volto.

Ruggero scosse il capo. «No, non è niente, sta passando.» Guardò l’orologio. «Si è fatto tardi, è ora che vada», disse, alzandosi a fatica.

«Sei appena tornato dopo tanti anni, e non vedi l’ora d’andartene», ribatté lei imbrunendosi.

«Mi devi scusare, ma devo incontrare un amico, forse due, ai quali ho dato appuntamento per oggi… Tu che fai, torni al caffè?» le chiese, liquidandola in modo sbrigativo.

«No, devo passare dalla sarta», rispose, indicando l’altra direzione.

Mentre si salutavano, abbracciandosi, Roberta sussurrò: «Sperò di non dover attendere altri quarant’anni per rivederti».

«Non so quando, ma ti assicuro che ci rivedremo… e sarà una gran bella rimpatriata», chiosò lui, appoggiando un delicato bacio sulla rosea guancia di Roberta.

 

«Scusi, ma Ruggero non è con lei?» le chiese un allarmato Antonio, alzandosi dalla sedia quando la vide entrare nel caffè.

«No…» rispose Roberta, guardandolo stranita. «L’ho lasciato vicino al castello più di un’ora fa… mi ha detto che doveva vedersi con uno… forse due… amici…» e la voce le si spegneva, mentre riflettendo comprendeva. Allora, illuminandosi, volse lo sguardo fuori dalla vetrina, puntandolo dentro il portone, aperto, del catello. «Camelot… Avalon… Artù… Mordred… Lancillotto…» sussurrava, sorridendo, mentre Antonio la osservava allibito.

 

                                                                  FINE      

 

 

 

 

    

 

  

 

 

 

 

   

 

   

    

        

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L'AUTORE Vecchio Mara

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Selanna il 2019-01-26 11:15:05
Da dilettante appassionata del ciclo Arturiano quale sono non ho potuto evitare di aprire il testo non appena ho letto il titolo. Non mi ha affatto delusa, anzi, ho davvero apprezzato, sebbene a questo punto più per la storia in sé che per i riferimenti mitologici. Fra l'altro questi sono stati inseriti nella misura perfetta: non diventano né troppo impegnativi, ostacolando lo svolgimento della vicenda, né sono troppo marginali, diventando un "di più" non necessario. Insomma, piaciuto, complimenti! Viola

Vecchio Mara il 2019-01-26 17:04:11
In effetti, il titolo, e anche l'immagine di copertina, può trarre in inganno il lettore - lettrice - che apre il testo. Ma poi, sin dalle prime righe la storia prende una piega poco mitica e molto attuale: durante l'ultima visita ai luoghi natii, un vecchio rammenta gli angoli dove trascorse i suoi migliori anni, quelli della spensierata infanzia, dei giochi e, crescendo, del primo amore e del primo vero conto che la vita ti presenta (il dramma della morte che si palesa davanti ai tuoi occhi), Il racconto è abbastanza lungo, mi fa piacere leggere che sei arrivata fino in fondo e che ti sia piaciuto. Ti ringrazio, molto. Ciao Viola.

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Paolo Guastone il 2019-01-29 10:48:00
Questo me lo ricordo e l'ho riletto con molto piacere. Anche qui, ricordi di infanzia e relatà si mescolano e danno vita a d uno scritto che fila via liscio e lascia al lettore parecchio amaro in bocca. Ma, d'altra parte, la vita è così e, allora, il finale aperto consente al lettore di non smettere di immaginare.....

Vecchio Mara il 2019-01-29 21:58:48
Un finale favolistico, ma che ci stava tutto, e permette di continuare a sognare, o immaginare. Ti ringrazio. Ciao Paolo.

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Rubrus il 2019-01-29 19:13:04
Questo non lo ricordavo. La scelta di "Avalon" è pertinente perchè - se ben ricordo - anche nel ciclo arturiano è un luogo a metà tra questo mondo e l'altro. E poi in mezzo alla nebbia si sta bene. Piaciuto, anche se c'è una cosa che non mi torna del tutto coi tempi. Se Ruggero e Roberta non si vedevano da quarant'anni, ma hanno già figli adulti, direi almeno venticinquenni o trentenni, vuol dire che hanno almeno settanta, sessantacinque anni, quindi hanno continuato a vedersi anche dopo che hanno smesso di essere ragazzini, Gusto mio, mi ha favorevolmente colpito la "rivincita" di Mordred / Rino.

Vecchio Mara il 2019-01-29 22:01:12
I due non si vedevano da quando Ruggero, a sedici anni, aveva lasciato il paese. Il fatto che abbiano avuto dei figli, non comporta che si siano visti, dato che li hanno avuti con altri partners. Ti ringrazio. Ciao Rubrus

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90Peppe90 il 2019-02-05 12:53:42
Bello, un bel racconto, davvero, emozionante nel suo intreccio tra l'avvicinarsi della fine e un'infanzia lontana, distante, fantastica e quasi favolistica... ma anche la fine può esserlo, favolistica, come un cerchio che si chiude e il dolce ritorno a campi eternamente felici e in fiore, profumati, allegri e spensierati dove c'è spazio soltanto per l'amore nelle sue svariate sfaccettature che comprendono anche l'amicizia; quella vera, indissolubile, che non si fa di certo frenare dalla morte. Sono certo che un po' tutti vorremmo ritornare alla nostra Avalon... Ciao, Giancarlo, alla prossima!

Vecchio Mara il 2019-02-05 20:46:39
Avalon è il ponte che unisce un triste presente ai felici trascorsi di un tempo che si vorrebbe eterno e che, invece, è corso via veloce più del vento. Ma la forza del sogno sta, anche, nel saper far cambiare direzione al vento, e al tempo... sognare Avalon ci permette di percorrere quell'ultimo tratto di ponte con negli occhi la gioia per quel che è stato e la speranza per quel che sarà. Ti ringrazio. Ciao Peppe.

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monidol il 2019-02-08 11:12:03

doppio e non so cancellarlo!

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monidol il 2019-02-08 11:12:32
Ma che bello! Mi è piaciuto tanto (anche perchè tutto ciò che succede ad Avalon bambinescamente mi affascina assai ;-) E' sobrio e pertinente e, come per la scelta apprezzata anche da ROberto, non scontato. La memoria, il ritornare bambini , il ricordo confuso, ma sfumato al punto giusto tra l'invenzione e la metafora. Tutto molto utile e pertinente, nonchè poetico. Bravo moni

Vecchio Mara il 2019-02-08 20:58:20
Avalon è in tutti noi, e sgusciando tra i ricordi ci immalinconisce, rammentando il tempo della fanciullezza: "gli anni del tranquillo siam qui noi", parafrasando Max Pezzali. Ti ringrazio. Ciao Moni.

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